Libertà, trasparenza e compatibilità: non è solo un problema di software

(Sintesi della relazione presentata per ALCEI al convegno AICA “Conoscere per Scegliere
promuovere una cultura del software” – Milano, 18 aprile 2002)

Il ruolo fondamentale nella scuola nel definire una cultura – soprattutto umana – nell’uso dei sistemi di informazione e comunicazione

Il tema che va genericamente sotto il nome di “opensource” o “software libero” non riguarda solo i sistemi operativi o i programmi software, ma più estesamente tutti i sistemi di gestione dell’informazione e della comunicazione.

Non si tratta solo del “codice sorgente” ma anche più in generale di trasparenza, compatibilità e libertà dell’informazione, del dialogo, della comunicazione in tutte le sue forme.

1. Non si tratta di una semplice contrapposizione fra Windows e Linux. È vero che il monopolio Microsoft occupa oltre l’80 % del mercato mondiale e che l’alternativa più diffusamente disponibile (per quanto riguarda i sistemi operativi) è Linux. Ma al di là di questa specifica situazione è essenziale definire criteri generali e sostanziali che riguardino ogni genere di software, o soluzione tecnica, disponibile oggi o proponibile domani.

2. È illusorio pensare che questo problema possa essere risolto dal “mercato”. I fatti dimostrano che il mercato è profondamente distorto e non è stato capace di sviluppare anticorpi efficaci. Perché il mercato possa funzionare in un regime di reale concorrenza occorrono interventi forti.Da parte delle autorità politiche, dei servizi pubblici e del mondo scientifico. Per la soluzione di questo problema non sono sufficienti le procedure antitrust in corso da anni negli Stati Uniti. A parte il fatto che finora non hanno ottenuto alcun risultato… anche se avessero un esito positivo risolverebbero solo in parte il problema.

3. Non si tratta solo di un problema tecnico. Attraverso il monopolio dei sistemi operativi si può arrivare al controllo dei sistemi di rete e di conseguenza al controllo dell’informazione.Questa non è un’ipotesi ma un fatto concreto. Ed è esattamente ciò che il monopolista del software vuol fare (e anche altri che, con vari sistemi e metodi, cercano di “centralizzare” e dominare i sistemi di comunicazione). Finora (nel caso dell’internet) con successo solo parziale. Ma con la dichiarata intenzione di fare molto peggio.

Per esempio un “linguaggio” usato per la comunicazione in rete non è un sistema operativo. Non è, in senso stretto, un software. Non ha (o non sembra che abbia) problemi di “codice sorgente”. Ma anche questi sistemi, nati per essere totalmente aperti, trasparenti e compatibili, si stanno deformando. Per esempio se un singolo soggetto riesce a imporre un suo browser, un suo sistema di posta elettronica, eccetera, e a integrarli con il sistema operativo, acquista una indiscriminata e poco controllabile possibilità di “pilotare” i sistemi di comunicazione, e le attività di singole persone, imprese e organizzazioni, senza che queste se ne rendano conto. Senza entrare in dettagli tecnici, che sarebbero complessi, non è affatto esagerato dire che ci stiamo avvicinando al modello del “grande fratello” di Orwell.

4. Dal punto di vista della privacy il problema non è meno grave. Un sistema operativo gremito di funzioni occulte, integrato con le applicazioni software e i sistemi di comunicazione, apre inaudite possibilità di invasione, controllo e manipolazione, che nessuno (neppure le autorità pubbliche) può controllare.

5. Questo problema, per molti anni, è stato capito e dibattuto solo in un mondo relativamente ristretto di tecnici, accademici, “addetti ai lavori” – e da un numero abbastanza piccolo di persone attente agli aspetti culturali, sociali e civili.Da qualche anno se ne parla un po’ più diffusamente, ma secondo l’impostazione limitata di cui al punto 2: “competizione” fra due sistemi operativi. Solo recentemente ha cominciato a diffondersi una visione più sostanziale: cioè la necessità di usare soluzioni “aperte”, specialmente nei servizi pubblici. Un “movimento” diffuso in varie parti del mondo (dall’Europa all’America Latina) e che comincia ad arrivare anche all’attenzione dell’Unione Europea.
Vedi il documento online Libertà di software: un movimento mondiale?
È significativo che in alcuni paesi (ma purtroppo non in Italia) il sistema scolastico – a tutti i livelli – sia il settore prioritario per cui si considera fondamentale l’uso di sistemi compatibili, aperti e trasparenti.

Il ruolo della scuola

Occorre, purtroppo, affrontare una realtà. La diffusione di sistemi “proprietari” e incompatibili (come Windows) è così estesa che non si può evitare di tenerne conto. Gli allievi si trovano e si troveranno, nella famiglia, nella vita di relazione e poi nel lavoro, a dover usare e capire le soluzioni software più abitualmente diffuse. Non è praticamente possibile insegnare solo l’uso di altre risorse. Ma ciò non significa che non sia opportuno, anzi necessario, dare una formazione aperta che comprenda chiare nozioni sulle esigenze e sul potenziale dei sistemi a di là di specifiche soluzioni tecniche.

Le possibilità sono molte. In sintesi, ecco alcuni criteri che spero possano essere praticamente utili.

  • Valori umani prima delle tecnologie
    Ogni “alfabetizzazione” tecnica è secondaria rispetto alla comprensione culturale dei valori intrinseci offerti dalle risorse di formazione e di comunicazione. Le tecnologie sono e devono essere al servizio delle persone, della cultura e della società – mai viceversa.
  • Insegnare le funzionalità, non le funzioni
    Anche nella specificità dell’insegnamento tecnico la didattica è troppo spesso basata su un insegnamento “a pappagallo” delle applicazioni senza capirne la natura e la funzionalità. Occorre rovesciare radicalmente questa prospettiva così che gli studenti comprendano i valori di funzionalità indipendentemente dalle logiche apparenti (spesso bizzarre) delle specifiche applicazioni – e così sappiano come adattarle alle proprie esigenze e come orientarsi quando avranno il desiderio, o la necessità, di usare soluzioni tecniche diverse.
  • Insegnare (e praticare) un ruolo attivo
    È troppo diffusa la tendenza ad accettare “passivamente” ciò che la tecnologia propone o ciò che viene offerto online. Con il rischio non solo di “asservimento” culturale e tecnico ma anche di subire, senza neppure rendersene conto, ogni sorta di invadenze e manipolazioni. Un compito essenziale della scuola, come di ogni forma di educazione, è insegnare e praticare un costante impegno a svolgere un ruolo attivo, di scelta e di proposta, così che ognuno sia in grado non solo di interpretare, ma anche di modificare e adattare i sistemi alle proprie esigenze e a un costante desiderio di allargare i propri orizzonti.
  • Scegliere le applicazioni più efficienti
    Anche quando sfortunatamente si è costretti a usare un sistema operativo “chiuso”, ciò non significa che se ne debbano utilizzare tutte le applicazioni. È importante far capire agli studenti che non sono “obbligati” a usare tutte le soluzioni così come le trovano installate, ma che possono modificarle per renderle più funzionali e adattarle alle loro esigenze. E anche che possono scegliere per specifiche applicazioni software diversi, spesso disponibili gratuitamente o a prezzi molto più bassi del software monopolistico e dei suoi “aggiornamenti forzati”. Per esempio ci sono sistemi di posta elettronica molto migliori di Outlook (e anche meno rischiosi dal punto di vista dei virus e di altre invadenze).
  • Potenziare a basso costo le risorse tecniche
    È abbastanza facile trovare sul mercato, o farsi “regalare” dalle aziende, computer “dismessi” con capacità più che adeguate. Ed evitare totalmente il costo del software dotandoli di un sistema operativo opensource – come Linux.
  • Usare sistemi opensource nei server
    Se la scuola è dotata di un sistema centrale, o se ha un sito web, è molto più efficiente basare il server su sistemi aperti (come Unix e in particolare Linux, come Apache, eccetera). Questo permette, fra l’altro, di avere una buona funzionalità con macchine meno potenti e meno costose.
  • Usare l’opensource come “chiave di volta” didattica
    Le “soluzioni aperte” (nella definizione più estesa del concetto) sono anche una “piattaforma didattica” per l’insegnamento, la formazione, l’apprendimento e l’approfondimento di qualsiasi materia – che sia arte o letteratura, storia o filosofia, fisica o scienze, diritto o economia. L’informatica e la telematica non dovrebbero essere concepite come un settore didattico separato, ma come strumenti al servizio di tutte le discipline e di ogni forma di sviluppo cognitivo e culturale.