Comunicato del 12 ottobre 2005

Bloccate le audizioni
per la riforma della legge sul diritto d’autore

Con giustificazioni formali palesemente non accettabili,
la Presidenza del consiglio dei ministri
pone fine al tentativo di dare un volto umano
alla legge sul diritto d’autore

A partire dal 1992 la legge sul diritto d’autore e’ stata sistematicamente modificata secondo le indicazioni repressive di un ben identificato gruppo di imprese – le major dell’audiovisivo e del software – che hanno esercitato continue pressioni su politici e parlamentari. Con la scusa della cosiddetta “pirateria” audiovideo e software sono state approvate norme liberticide che nulla hanno a che vedere con la tutela degli “autori” e molto con la protezione di grossi interessi privati.

Alcuni esempi sono:
– la modifica dell’art.171 bis sulla duplicazione abusiva di software, per annullare gli effetti della giurisprudenza diffusa che in base a una sentenza del 1996 aveva dichiarato non applicabile la norma ai casi in cui non c’era “compravendita” di programmi.
– l’estensione dell’obbligo di apposizione bollino SIAE al software e agni genere di attività che ha nulla hanno a che vedere con quell’organizzazione.
– la previsione del bollino come “sinonimo” di originalita’, a danno di tutti coloro che non sono e non vogliono essere “parte” della SIAE.
– la creazione di un regime di “delazione elettronica” in cui, secondo l’art.171 novies della legge sul diritto d’autore, chi è scoperto a duplicare abusivamente ottiene uno sconto di pena per il fatto di denunciare qualcun altro coinvolto della duplicazione (a prescindere persino dall’effettiva condanna di quest ultimo)
– il tentativo, con il decreto Urbani, di mettere fuori legge la crittografia con la scusa di punire il peer-to-peer.

Da tempo ALCEI aveva formulato proposte precise per l’eliminazione delle storture di questa legge, proponendo, in particolare, che i reati di duplicazione abusiva fossero perseguibili civilmente o quantomeno “a querela di parte”, evitando così l’attivazione automatica della magistratura, come se si trattasse di attività criminali, anche in casi di minima entità.

Quest’ultima proposta sembrava recepita, nella persona del suo presidente, dalla Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore presso il Ministero per i beni culturali, cui ALCEI aveva già chiesto e ottenuto di poter avere udienza per riproporre spunti di riflessione che tenessero presente anche i diriti degli utenti. Ma si apprende improvvisamente il 12 ottobre dal quotidiano “Italia Oggi” che la presidenza del consiglio dei ministri, nella persona del segretario generale Mauro Masi, ha imposto di bloccare i lavori del Comitato sul tema della riforma della legge, rendendo così di fatto impossibile ad ALCEI – e a tutti gli altri soggetti che il Comitato aveva intenzione di ascoltare – di esprimere il proprio pensiero.
Le motivazioni addotte nella comunicazione di Masi a sostegno di questa grave decisione fanno riferimento a una presunta contrarietà della bozza predisposta dal Comitato consultivo a delle non meglio precisate “tendenze nazionali e internazionali” e alla circostanza che il Comitato si dovrebbe limitare a “fornire indicazioni di carattere generale senza articolare specifici testi di legge”.
Ma si tratta, palesemente, di argomentazioni prive di reale sostanza, il che fa ragionevolmente presumere che alla base di questa decisione ci sia ben altro, e specificamente l’intenzione di bloccare la modifica proposta in materia di perseguibilità a querela dei reati di duplicazione abusiva, che avrebbe evitato di ingolfare i tribunali di processi per fatti praticamente innocui e posto fine alla inaccettabile distrazione della polizia giudiziaria dalla repressione dei reati “veri”.

Oltre alla serietà di merito della questione, ci pare inoltre molto grave che di fronte a una posizione istituzionale – quella del presidente della Commissione – che per la prima volta cerca di dare un volto più umano a una legge inutilmente e ingiustamente draconiana, il potere politico reagisca in modo così barbaro e violento eliminando anche la semplice possibilità del confronto con le parti sociali evidenziando la chiara volontà di proseguire su un percorso totalmente asservito agli interessi di poche imprese private.