Comunicato del 18 settembre 2005

Repressione dei diritti civili
con il pretesto del terrorismo

Di nuovo pericolose ambiguità
nelle norme italiane
e nella loro applicazione

Un esteso dibattito su scala mondiale ha messo ampiamente in evidenza la necessità di evitare che le misure per ostacolare i terrorismo si traducano in una repressione dei diritti civili.

Intanto in Italia alcune recenti intercettazioni, riguardanti personalità note nel mondo politico e della finanza, hanno creato timori e preoccupazioni che si sono tradotte, fra l’altro, in pubbliche dichiarazioni a favore dei diritti di riservatezza e di libertà di tutti i cittadini. Ma alle parole non sono seguiti i fatti – e il sistema normativo, oltre alle attività pratiche, continuano a procedere in senso contrario.

Il “pacchetto sicurezza” (costituito dalla L.155/05, del Decreto del Ministero degli interni 16 agosto 2005 e della Circolare del Ministero degli interni 557/05 del 29 agosto 2005), emanato sull’onda emotiva provocata dall’attentato terroristico alla metropolitana di Londra ha poco a che vedere con la prevenzione del terrorismo e molto con l’ennesimo “giro di vite” a danno delle libertà civili di cittadini e imprese.

Invece – come sarebbe stato lecito aspettarsi – di potenziare il ruolo e i poteri dei servizi segreti (in modo che possano prevenire più efficacemente il verificarsi di stragi e altri crimini) il Parlamento ha creato un sistema che:

– sottopone l’uso pubblico dei servizi internet al rilascio di un’autorizzazione di polizia,

– vessa inutilmente tutte le organizzazioni, e in particolare le associazioni no-profit, imponendo complicati e onerosi obblighi di controllo sulle attività dei singoli soci,

– istituisce l’obbligo di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico relativi alle comunicazioni (e-mail, chat, instant-messaging, Voice over IP) a carico degli operatori e degli ISP fino al 31 dicembre 2007,

– stabilisce che i dati di traffico possono – di fatto – essere utilizzati per qualsiasi tipo di procedimento penale, anche non legato a fatti di terrorismo.

Come è facile capire, la scelta politica compiuta dal Parlamento è chiaramente orientata nel senso di un generale incremento dei poteri di polizia nei confronti dei cittadini senza che, a fronte di questo super potere, siano state previste maggiori responsabilità e sanzioni per chi ne abusa – né controlli preventivi e norme applicative che rendano tali abusi meno frequenti.

Per di più le limitazioni imposte ai cittadini sono tutt’altro che temporanee. L’obbligo di conservazione dei dati di traffico sussiste fino al 31 dicembre 2007, e ovviamente non è dato di sapere cosa accadrà alla scadenza (e, in particolare, che fine faranno i dati già archiviati fino a quella data). Ma tutto il resto (autorizzazioni di polizia e via discorrendo) è destinato a rimanere in vigore a tempo indeterminato – anche dopo che, in un ipotetico quanto desiderabile futuro, la minaccia del terrorismo sarà diventata meno incombente.

Non tutte le norme disposte sono inutili o sbagliate – come quelle che stabiliscono il dovere di conservare i dati di traffico in modo che non siano alterabili. Alcune potrebbero essere recepite in un impianto normativo più efficiente e ragionevole. Ma ciò non toglie che il “pacchetto sicurezza” sia stato emanato sulla base di una sostanziale confusione concettuale che non distingue fra prevenzione e repressione.

Le misure votate dal Parlamento e attuate dal Governo sono fondamentalmente misure repressive, che servono, cioè, quando il fatto è stato già commesso. Ma poco o nulla è stato fatto per adottare serie misure preventive – capaci, cioè, di scongiurare le tragedie prima che si verifichino.

La sostanza dei fatti, dunque, è che con la scusa del terrorismo – e del consenso che facilmente si ottiene “sventolando” quella bandiera – sono stati di fatto istituiti nuovi e più penetranti poteri di polizia, con un’applicazione estesa a ogni sorta di indagini che nulla hanno a che fare con la repressione e la prevenzione di attività criminali.