Category Archives: Diritto d’autore e copyright

Comunicato ALCEI del 17 luglio 2009

Ancora una volta il diritto d’autore
è la scusa per violare i diritti dei cittadini

Fra le misure previste dal decreto anticrisi annunciato dal Governo, merita una speciale menzione l’art. 15 comma I lett. c) che estende il vigore del decreto legsilativo 231/01 anche ai casi di violazioni del diritto d’autore. Il d.lgs. 231/01 stabilisce la responsabilità penale dell’impresa che non dimostra di avere fatto tutto il possibile per evitare che un proprio manager commettesse determinati reati. Concepita originariamente per sanzionare le frodi fiscali e finanziarie, questa normativa è diventata un vero e proprio “sistema” per estendere alle aziende le conseguenze degli illeciti commessi dai dipendenti.

Benchè l’idea in quanto tale sia ampiamente condivisibile, non lo è affatto la strumentalizzazione operata da questa proposta governativa che per tutelare gli interessi delle major dell’audiovisivo costringe le aziende a incrementare il  monitoraggio dell’uso dell’internet sul posto di lavoro fino a livello francamente non tollerabili.

Il tutto, nel silenzio dell’Autorità  per la protezione dei dati personali.

Comunicato ALCEI del 18 agosto 2009

Ancora silenzio del Garante dei dati personali sul caso Pirate Bay

E’ passato un anno da quando ALCEI ha presentato una segnalazione al Garante dei dati personali, evidenziando potenziali violazioni di legge commesse nell’ambito del procedimento penale aperto dalla Procura di Bergamo a proposito del caso The Pirate Bay. Ma l’Autoritànon ha ancora data alcun segno di interesse, dopo essersi limitata ad “aprire un fascicolo”.

Comunicato del 9 marzo 2009

Nuove proposte di legge della maggioranza
scardinano i principi del diritto
e concentrano nelle mani dell’ esecutivo poteri
fino ad ora di competenza della magistratura

Si conferma la preoccupante tendenza normativa a reprimere la libertà di espressione in nome della “protezione degli artisti e dei minori, nelle persone di Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci (popolo delle libertà) che fra il gennaio 2009 e marzo dello stesso anno due proposte di legge accomunate dallo stesso inaccettabile approccio.

La proposta dell’on. Barbareschi vuole creare un “singolo punto di controllo culturale” attribuendo alla SIAE il ruolo di unico punto di contatto fra artisti e mercato. Inoltre, le formulazioni sulla responsabilità  degli internet provider sono talmente generiche da lasciare al governo, in fase di attuazione, praticamente “mano libera”.

Più pericolosa, se possibile, è la proposta dell’on. Carlucci che vuole eliminare tout-court l’anonimato online, rifiutandosi di prendere in considerazione persino forme intermedie – come l’anonimato protetto, garantito dagli ISP – da anni accettate e condivise dai maggiori giurisiti italiani.

Inoltre, l’on. Carlucci propone di istituire l’ennesimo “comitato” – questa volta presso l’Autorità delle comunicazioni – con potere di:

  • interpretare la normativa relativa all’internet,
  • ricevere informazioni, anche confidenziali, sulla commissione di violazioni di legge,
  • operare come “tribunale privato”,
  • dare consulenza ai magistrati sul modo di applicare le misure cautelari

Se questa proposta di legge dovesse essere approvata, si verificherebbe una mai vista concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo, pregiudicando nello stesso momento il diritto di una persona di difendersi in tribunale.

Le proposte di legge Barbareschi e Carlucci sono inaccettabili nella forma e nella sostanza, e pur destinate, probabilmente, a non essere mai approvate, rivelano una pericolosa deriva culturale verso l’abdicazione dei principi di funzionamento dello Stato e della tutela dei diritti individuali.

Comunicato ALCEI del 26 gennaio 2009

Una proposta di legge preparata dalla SIAE, con la scusa di “proteggere gli autori”, uccide la cultura e aumenta i privilegi per i padroni delle idee

N.B. In data 27 gennaio 2009 la SIAE ha disconosciuto la paternità  di questo testo, che in realtà  appartiene all’on. Luca Barbareschi (FI)

La proposta di legge attribuita inizialmente alla SIAE ma poi riferita all’on. Luca Barbareschi (FI) con la quale si invoca addirittura la tutela dei minori come pretesto per proteggere gli interessi economici di chi distribuisce canzonette e film, è culturalmente ignobile, giuridicamente sbagliata ed economicamente pericolosa.

E’ culturalmente ignobile, perchè è diretta a imporre una “cultura di Stato” garantita da un “controllore unico”. Ad oggi la SIAE tutela SOLO gli interessi dei propri iscritti . In altri termini, quando l’artista si associa, incarica la SIAE di gestire gli aspetti economici dei suoi diritti. Ma se un artista NON si iscrive, la SIAE non ha alcuna giurisdizione su queste opere originali. Se passasse questa legge, la SIAE diventerebbe il controllore unico delle opere creative italiane. Inoltre, questa proposta di legge dichiara esplicitamente di considerare le opere dell’intelletto come “prodotti”. Così facendo rende sempre più forte il distacco fra l’autore e chi – le major dell’intrattenimento – ne sfrutta economicamente il lavoro. Infine, è semplicemente vergognoso invocare la” tutela dei minori” come “scusa” per garantire ancora di più gli interessi economici di ristretti gruppi di interesse.

E’ giuridicamente sbagliata, perchè contiene affermazioni vaghe, superflue e ridondanti che servono solo a sottrarre la discussione all’attività parlamentare, dando al Governo la possibilità  di legiferare in totale autonomia, e di trasformare gli operatori di accesso alla rete in veri e propri “sceriffi” privati. L’ampiezza della delega consente di prevedere specifiche forme di reponsabilità  civile, a carico degli operatori di accesso alla rete, basate sulla responsabilità  oggettiva e l’inversione dell’onere della prova (colpevole fino a prova contraria). Questo avrà pesanti ricadute in termini di tutela per la privacy degli abbonati e per la qualità  del servizio che verrà loro offerto.

E’ economicamente pericolosa perchè viola la libertà  di imprese e artisti che non saranno più liberi di accordarsi come meglio credono per la gestione dei diritti di sfruttamento delle opere dell’ingegno. In particolare, la proposta di legge vuole creare un controllo monopolistico sulle piattaforme di distribuzione di opere dell’ingegno, generalizzando l’obbligo di ottenere una licenza dalla SIAE. Anche se la licenza SIAE, come detto, sarebbe obbligatoria solo per le opere che la SIAE tutela, nella pratica gli operatori preferiscono pagare una somma in realtà  non dovuta, piuttosto che “fare causa” per ottenere il rispetto della legge. Ciò implica, dunque,  legalizzare una situazione di fatto, trasformando la SIAE in una collecting che gestisce i diritti di chiunque, eliminando qualsiasi possibilità  per il titolare dei diritti di negoziare direttamente con la piattaforma di distribuzione.

ALCEI, che da oltre dieci anni denuncia la pericolosa e incivile deriva del diritto d’autore verso inaccettabili forme di repressione e censura, esprime fortissime preoccupazioni per questo ennesimo “giro di vite” e per i barbari presupposti culturali che la hanno ispirata.

Questi sono i punti di maggior criticità , nel testo predisposto dalla SIAE:

Art. 1 – La circolazione dell’opera dell’ingengno è un diritto dell’autore che puo’ scegliere il canale che piu’ ritiene opportuno. Quindi, allo stato, la diffusione telematica legittima di opere dell’ingegno è gia’ possibile. L’articolo e’ inutile.

Art. 2 – La gestione dei rapporti patrimoniali fra autore ed editore/distributore è un fatto puramente privatistico che la legge sul diritto d’autore rimette all’autonomia delle parti. Se l’autore vuole essere pagato per l’uso che l’operatore fa dei suoi contenuti, basta che lo renda esplicito nella licenza d’uso (tipo il disclaimer associato ai DVD). L’articolo è inutile,

Art. 3 – Le deleghe di cui al comma 1 lett. a, b, e c sono molto vaghe e, di fatto, consentono di stabilire qualsiasi cosa, senza più il controllo parlamentare.

La delega di cui alla lettera d) è inutile. La legge sul diritto d’autore già  sanziona penalmente l’utilizzo illecito a scopo di lucro di opere protette. L’operatore che usi a scopo di lucro opere del cliente o di terzi senza rispettare la legge, è già  punito. Lo scopo reale di questa delega è quello di trasformare gli operatori in “sceriffi della rete” e sanzionarli a prescindere dalle condotte dei singoli utenti. Viene meno il principiop che la responsabilità  è  personale.

La delega di cui alla lettera e) è sbagliata: l’opera dell’ingegno NON è¨ un prodotto, ma una “creazione utile”. Trasformare un pezzo musicale in un “prodotto” significa sovvertire i fondamenti del diritto d’autore.

La delega di cui alla lettera g) è la “salva-SIAE”. Attribuisce alla SIAE il ruolo di collettore unico dei diritti, anche se un autore non vuole “servirsi” dei loro “servizi”.

La delega di cui alla lettera h) è un’altra versione di “sceriffi della rete”.

La delega di cui alla lettera i) è superflua. Le leggi ci sono già . Ma come se non bastassero, si chiedono più poteri di polizia (cioè sganciati dal controllo del magistrato). A margine, e’ di una volgarità  unica il richiamo alla tutela dei minori (che oramai è un espediente per legittimare qualsiasi intervento repressivo).

La delega di cui alla lettera l) èl’ennesima richiesta di inasprimento di pene, anche e soprattutto per gli operatori. Si propone di creare un apparato sanzionatorio che va dalla revoca delle licenze, a sanzioni pecuniarie, a responsabilità  civile oggettiva e infine penale, tutto per la stessa violazione.

Proposta di legge Barbareschi sulla diffusione telematica delle opere dell’ingegno

N.B. Questa proposta di legge non è attribuibile alla SIAE, ma all‘On. Luca Barbareschi (FI)

PROPOSTA DI LEGGE
________

Disposizioni concernenti la diffusione telematica delle opere dell’ingegno

Art. 1
(Principi generali)
L’ immissione e la fruizione delle opere dell’ingegno o di loro parti nelle reti telematiche è disciplinata dalle disposizioni della legge 22 aprile 1941, n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni, e dalle disposizioni della presente legge.
Art. 2
(Costituzione di piattaforme telematiche)
Lo Stato incentiva la realizzazione di piattaforme telematiche per l’immissione e la fruizione legittime e gratuite di opere dell’ingegno. I prestatori di servizi della società  dell’informazione che realizzano le dette piattaforme telematiche compensano i detentori dei diritti relativi alle opere dell’ingegno diffuse per il loro tramite, attraverso introiti pubblicitari e di sponsorizzazione realizzati mediante le piattaforme stesse.
Art. 3
(Delega al Governo)
Ai fini previsti dalle disposizioni di cui all’articolo 2, il Governo è delegato ad adottare entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge un decreto legislativo concernente l’istituzione la disciplina di piattaforme telematiche nazionali, corrispondenti alle caratteristiche indicate al comma 1, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

a) inquadramento della normativa nei principi generali e negli istituti di diritto d’autore vigenti a livello internazionale, comunitario e nazionale;
b) rispetto delle normative internazionali e comunitarie concernenti il commercio elettronico;
c) salvaguardia ed incentivazione dell’attività  produttiva ed industriale dei prestatori di servizi della società delliinformazione;
d) attribuzione di specifici profili di diretta responsabilità  civile, amministrativa e penale all’operato dei prestatori di servizi della società  dell’informazione;
e) massima diffusione del prodotto intellettuale nazionale e comunitario;
massima accessibilità delle opere dell’ingegno da parte degli utilizzatori delle piattaforme telematiche;
f) adeguata remunerazione dei titolari dei diritti sulle opere ingegno immesse, circolanti e fruite tramite le dette piattaforme telematiche, anche attraverso l’attribuzione di specifiche funzioni alla Società  italiana degli autori ed editori (SIAE) in ordine alla gestione dei corrispondenti diritti d’autore e dei relativi diritti connessi;
g) previsione dell’attribuzione ai prestatori di servizi della società  dell’informazione operanti su dette piattaforme telematiche di h) obblighi di controllo e di rendicontazione ai fini di una corretta attribuzione delle remunerazioni ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere ingegno;
i) attribuzione di poteri di controllo alle Autorità  di Governo ed alle Forze dell’ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto di norme imperative, dell’ordine pubblico, del buon costume, ivi inclusa la tutela dei minori;
l) previsione di sistemi sanzionatori prevalentemente di natura civile ed amministrativa, nonchè di natura penale per i casi di più gravi violazioni, intendendosi per tali non solo quelle di interessi maggiormente rilevanti, ma anche quelle caratterizzate da ripetitività , abitualità , professionalità, con particolare riferimento al settore economico e tributario;

Il decreto legislativo di cui al comma 1, indica esplicitamente le disposizioni sostituite o abrogate, fatta salva l’applicazione dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile. Il decreto legislativo di cui al comma 1, è adottato, sentita la Conferenza unificata di cui all’art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, previ pareri del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari competenti per la materia, resi nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della relativa richiesta. Decorso tale termine, il decreto legislativo può essere comunque adottato.

Disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo di cui al comma 1, possono essere adottate, nel rispetto degli stessi principi e criteri direttivi e con le medesime procedure di cui al presente articolo, entro due anni dalla data della sua entrata in vigore

Comunicato ALCEI del 7 ottobre 2008

Caso Piratebay. Il tribunale del riesame di Bergamo annulla il sequestro ma fissa dei principi di diritto pericolosi per i diritti civili

Il 16 agosto 2008 ALCEI aveva segnalato al Garante dei dati personali le violazioni di legge contenute nel decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bergamo.
In quella segnalazione, ALCEI evidenziava:

  • l’estensione sbagliata e strumentale della norma che regola il sequestro preventivo fino a includere anche l’intercettazione di traffico telematico;
  • l’adozione di provvedimenti giudiziari al di fuori della giurisdizione italiana, fondati per di pi๠su nessun concreto reato, ma su ipotesi statistiche formulate su dati privi di valore scientifico;
  • l’abuso della Guardia di finanza di Bergamo che, senza nemmeno l’ordine di un magistrato, ordinava ai fornitori di accesso di indirzzare le richieste di collegamento al sito thepiratebay.org verso un altro sito, localizzato in Inghilterra e gestito da un’associazione afferente all’industria discografica.

In attesa della decisione del Garante dei dati personali (che speriamo arrivi quanto prima), il Tribunale del riesame di Bergamo ha annullato il sequestro disposto dal Giudice per le indagini preliminari con un’ordinanza che – invece di risolvere i problemi che si sono manifestati – ne crea anche di peggiori.

Il Tribunale del riesame di Bergamo, infatti, ha si annullato il sequestro, ma solo sul pressupposto – peraltro già evidenziato da ALCEI – che “sequestro” non equivale a “filtraggio del traffico”. Ma si è ben guardato, come avrebbe dovuto, dal valutare la sussistenza della giurisdizione italiana. Omettendo di decidere, il Tribunale di Bergamo ha creato un pericolosissimo precedente che – sulla base del principio di reciprocità – consente a qualsiasi giudice straniero di mettere sotto processo un cittadino italiano, perchè pur in assenza di prove certe che un reato sia stato commesso, basta un “calcolo statistico”.

Inoltre, confermando la validità dell’impostazione investigativa del pubblico ministero, ha di fatto affermato la responsabilità automatica dei gestori di motori di ricerca e la possibilità di usare, nelle indagini, dati e informazioni privi di riscontri.

Infine, stabilendo che il decreto di sequestro preventivo, pur sbagliato nella forma, è “astrattamente in linea con la previsione degli artt. 14 e ss. D.L.vo 70/03”, da un lato fornisce la “scusa” ai padroni delle idee per invocare l’ennesima modifica repressiva della legge sul diritto d’autore e/o del codice di procedura penale; mentre dall’altro consolida un palese errore di interpretazione della legge, perchè configura sui fornitori di accesso l’obbligo di diventare “sceriffi della rete”.

ALCEI esprime forti preoccupazioni per questo ennesimo provvedimento giudiziario che, lungi dal fornire punti di riferimento chiari per cittadini e imprese, aumenta la confusione e la percezione che in materia di diritto d’autore la legge non sia uguale per tutti.

Una segnalazione inviata al Garante per i dati personali sul caso “piratebay”

Questa è la segnalazione inviata al Garante per la protezione dei dati personali, a seguito delle notizie diffuse sul caso di intercettazione delle richieste di accesso degli utenti a un sito “sequestrato” dal Giudice per le indagini preliminari di Bergamo, che ha interpretato la nozione di “sequestro” in modo estremamente ampio e fortemente discutibile. Il risultato pratico è una seria minaccia per i diritti di cittadini e imprese del tutto estranei alle indagini.

Al Garante per la protezione dei dati personali
Piazza di Monte Citorio n. 121
00186 ROMA

Via fax al numero: 06.69677.785
Via e-mail all’indirizzo: garante@garanteprivacy.it

Oggetto: Segnalazione ex art. 141 c. I lett. b) DLGV 196/03 – procedimento penale n. 3277/08 Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo – Ord. GIP Tribunale di Bergamo 1 agosto 2008 – possibile trattamento illecito di dati personali a danno di terzi estranei al procedimento

Signor Garante,
Desideriamo portare alla sua attenzione i fatti che qui descriviamo, per chiederle di verificare se sia stata violata la normativa sul trattamento dei dati personali e – se si – di adottare i provvedimenti che riterrà più opportuni.
1 – L’antefatto
Nell’ambito di una indagine penale sollecitata da un’associazione rappresentativa dell’industria discografica italiana, e avente ad oggetto un sito internet localizzato presumibilmente in Svezia, “accusato” di contenere una raccolta di link a materiale illecitamente duplicato, con ordinanza del 1 agosto 2008 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo ha disposto il sequestro preventivo del sito thepiratebay.org tramite imposizione agli internet provider italiani di inibire l’accesso al sito in questione, al relativo dominio e al numero IP ad esso associato.

2 – Il fatto
Nella fase di attuazione, questo provvedimento sarebbe stato “messo in pratica”, eccedendo l’ordine del giudice e facendo in modo che i tentativi degli utenti di connettersi al dominio “sequestrato” vengano indirizzati sul numero IP 217.144.82.26, associato a server localizzati in Inghilterra, e apparentemente associato al dominio pro-music.org, un’associazione di discografici che ne tutela marchi e proprietà intellettuale.
Se quanto sopra corrispondesse al vero, allora un’associazione privata, estranea alla giurisdizione italiana, sta raccogliendo dati di navigazione che, una volta incrociati con quelli in possesso degli operatori di accesso, consentirebbero l’identificazione e la possibile denuncia penale di terzi del tutto estranei alle vicende del procedimento bergamasco. Siamo, in altri termini, di fronte a una “variazione sul tema” del “Caso Peppermint” di cui l’Autorità si è già occupata.

3 – Il fondamento di questa segnalazione
Non intendiamo, ovviamente, entrare nel merito dell’indagine penale, che seguirà il suo corso nei modi stabiliti dalla legge.
Ci domandiamo, tuttavia, se sia conforme alla normativa sul trattamento dei dati personali:
a – “sequestrare” una risorsa di rete imponendo a soggetti terzi – gli internet provider – di impedirvi l’accesso, considerato che nel codice di procedura penale non sembra rinvenirsi traccia di una norma che consenta di attuare il sequestro preventivo nei modi stabiliti dall’ordinanza del GIP di cui sopra, traducendosi tale modalità in una illegittima estensione del provvedimento a soggetti estrani al procedimento,
b – consentire che il filtraggio degli accessi a un dominio – quale che sia – possa essere eseguito dirottando gli accessi in questione verso una risorsa di rete al di fuori della giurisdizione italiana, gestita da soggetti privati con uno specifico interesse economico nel procedimento penale, consentendo a questo soggetto di “andare a pesca” di dati di traffico che potranno poi essere utilizzati nei modi più disparati.

4 – Implicazioni per il rispetto dei diritti civili
Lo stato di fatto che abbiamo segnalato – se si dimostrasse effettivamente tale – segnerebbe una gravissima lesione dei diritti civili di cittadini del tutto estranei a un’indagine penale, oltre a stabilire la legittimità di un inaccettabile metodo investigativo (il “sequestro” tramite intercettazione delle richieste di accesso a una risorsa di rete”) che si tradurrebbe in una vera e propria “pistola puntata alla tempia” di chiunque fornisca contenuti anche solo “sgraditi” tramite la rete internet.
Non abbiamo mai avallato forme di illegalità di qualsiasi specie, ma nello stesso tempo abbiamo sempre invocato la necessità del rispetto delle regole nell’applicazione della legge.
Siamo intransigenti sostenitori del principio stabilito dall’art. 27 comma II della Costituzione italiana, che stabilisce la personalità della responsabilità penale e riteniamo barbari e inaccettabili tutti i tentativi di superare questa norma di grande civiltà giuridica, in nome della tutela di interessi economici di parte, come quelli delle lobby del diritto d’autore, che non hanno e non possono avere una posizione di preminenza sui diritti della persona.

Milano, 16 agosto 2008

ALCEI – Il presidente
Andrea Monti

Comunicato ALCEI del 4 aprile 2007

Direttiva IPRED 2. Un chiarimento sulla posizione di ALCEI

Sulla prossima approvazione della direttiva IPRED 2 – che inasprisce le gia’ pesanti leve giudiziarie a favore delle lobby della proprieta’ intellettuale – si e’ aperto, in rete, un esteso dibattito.
ALCEI, tuttavia, vuole precisare che non ha sottoscritto alcuna “petizione”, o dato appoggio ad altre iniziative, come erroneamente affermato in alcuni siti internet.

Comunicato ALCEI del 5 luglio 2006

 

Non contente del famigerato Patto di San Remo, le major dell’audiovisivo chiedono di fare ancora peggio: data retention e distacco immediato degli abbonamenti internet. Senza nemmeno il controllo di un magistrato. 

Non contente dell’approvazione del famigerato “Patto di San Remo”, il 16 giugno 2006 le maggiori associazioni del settore dell’audiovisivo hanno inviato ai ministeri per i beni e le attività culturali, comunicazioni e innovazione una lettera per esercitare ulteriori pressioni sul codice deontologico degli internet provider, predisposto in attuazione appunto del “Patto di San Remo”. Ritengono queste associazioni che il codice in questione – peraltro non ancora pubblicamente disponibile – si limiti a ripetere quanto già stabilito dalla legge vigente (già a loro sfacciatamente favorevole), senza fare “qualcosa in più” per la “lotta alla pirateria”. Ma il “qualcosa in più” al quale si riferiscono costoro si traduce, praticamente, nel fatto che gli internet provider dovrebbero costringere i propri utenti a sopportare: intercettazioni preventive, filtraggio dei contenuti, data retention e “taglio” della linea internet a fronte della semplice richiesta dei “titolari dei diritti” e prima che un giudice abbia stabilito l’eventuale violazione di legge.

Si tratta evidentemente di una pretesa inaccettabile e basata sull’arroganza di chi antepone la tutela dei propri interessi privati al rispetto dei più elmentari principi di civiltà del diritto. ALCEI è da dieci anni in prima linea nell’invocare il rispetto della legge, ma non può tollerare che vengano approvate norme di qualsiasi tipo (come la legge sul diritto d’autore e del Patto di San Remo) che con la scusa di proteggere “specifici interessi” pregiudicano i (già gravemente lesi) diritti garantiti dalla Costituzione a tutti i cittadini.

I “titolari dei diritti” hanno inspiegabilmente avuto accesso diretto a documenti di un gruppo di lavoro istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, intervenendo nella predisposizione del codice degli ISP (prova ne sia che nella loro lettera del 16 giugno, dimostrano chiaramente di essere stati “parte attiva” in tutto il processo lamentando addirittura che gli internet provider non avrebbero recepito, se non in minima parte, le loro indicazioni”. Ma nessun esponente della società civile – associazioni di utenti, consumantori e quant altri – ha avuto analoga possibilità. E’ stato approvato il principio della “legiferazione privata”?

I titolari dei diritti pretendono “ancorchè in assenza di un vincolo di legge” l’attuazione unilaterale da parte degli internet provider di forme di controllo sulle informazioni e sui dati trasmessi dagli utenti. Come detto in apertura di questo comunicato, si tratta di una pretesa inaccettabile e illegale.

Innanzi tutto, nel regime attuale, gli ISP devono necessariamente denunciare gli utenti che vengono segnalati come autori di transazioni P2P. L’attuale legge sul diritto d’autore prevede, infatti, la perseguibilità d’ufficio dei reati di duplicazione e diffusione di opere protette. Questo significa che l’internet provider, una volta ricevuta la segnalazione di un possibile illecito, deve obbligatoriamente segnalare il fatto all’autorità giudiziaria non potendo limitarsi a “rimproverare” l’utente dandogli una seconda possibilità.

Nemmeno è accettabile che gli ISP attivino unilateralmente sistemi di controllo dell’utilizzo dell’internet da parte degli utenti. Si tratta di una lesione insanabile del diritto alla segretezza delle comunicazioni e della riservatezza personale, non giustificato da esigenze di ordine pubblico (come nel caso delle leggi speciali emanate negli “anni di piombo”).

E’ un’opinione condivisa fra gli ISP che qualsiasi intervento sulle azioni degli utenti richiede una preventiva modifica della legge sul diritto d’autore e sulle parti del DLGV 70/2003 che si occupano della responsabilità dei provider. Se (come ALCEI propone da anni), venisse meno l’obbligo di denuncia a carico degli ISP, se ci fosse un’ampia decriminalizzazione dei reati attualmente previsti dalla legge sul diritto d’auore, e se i reati “supersititi” fossero perseguibili “a querela di parte” (cioè solo se i titolari dei diritti segnalano il fatto alla magistratura) si potrebbero forse adottare forme più flessibili di gestione dei rapporti fra utenti della rete, internet provider e titolari dei diritti. Ma questi ultimi non vogliono una modifica di questo tipo, perché altrimenti perderebbero il loro “esercito privatizzato” (le forze di polizia che, ad oggi, devono per forza procedere alle indagini ogni volta che ricevono una segnalazione).

Giornata di studi sul Trusted Computing

 

Il 12 maggio 2006 ALCEI ha partecipato alla giornata di studi sul Trusted Computing organizzata dal Dipartimento di Informatica e Comunicazione e dal Dipartimento di Scienze dell’Informazione dell’università di Milano. 

Per maggiori informazioni sul programma si può consultare questo link.

E’ disponibile il testo dell’intervento per ALCEI di Giancarlo Livraghi a questo link.

Comunicato del 17 febbraio 2006

Approvato in gran segreto il recepimento della direttiva 2004/48. Ennesimo ampliamento dei poteri delle major dell’audiovisivo.
Con la scusa del recepimento della (“discutibile”) direttiva 2004/48, (a cui si aggiunge la “direttiva Frattini” prossima ventura) le major dell’audiovisivo tentano di aggravare le responsabilità dei provider e mettono a rischio la libertà della rete.
E’ di questi giorni la notizia dell’imminente approvazione di un decreto legislativo che “recepisce” la direttiva 2004/48/CE (l’ennesimo provvedimento comunitario che si occupa di “protezione della proprietà intellettuale”).
La direttiva in questione consente agli Stati membri di garantire ai titolari dei diritti di proprietà intellettuale “leve giudiziarie” ancora più vessatorie e aggressive di quelle – già esageratamente invasive – messe a disposizione dalla legge italiana.
E’ evidente che questo provvedimento non ha alcun carattere di urgenza. E’ sintomatico che a Camere sciolte si ricorra a un iter straordinario di delega al governo per produrre una norma infestata di discutibili interpretazioni e di intenzionali distorsioni lessicali.
Grazie all’ambiguità nella definizione di concetti fondamentali (come per esempio l’equiparazione fra “proprietà intellettuale” – cioè il diritto d’autore – e la “proprietà industriale” – cioè marchi e brevetti; o la vaga definizione di “intermediario” che presta servizi a chi viola i diritti di proprietà intellettuale) la direttiva ha consentito al legislatore italiano (debitamente “ispirato”) di stravolgere ulteriormente un testo già di per sè estremamente sbilanciato in favore degli interessi dei “soliti noti”. Il risultato pratico è che il decreto legislativo contiene alcune norme che pur non esplicitamente rivolte all’internet, sono – palesemente – concepite per essere applicate a provider e utenti. Dal che si deduce chiaramente che l’obiettivo del decreto legislativo è quello di colpire gli ISP mettendoli nelle condizioni di dover “immolare” i propri utenti per non subire pesanti richieste di risarcimento.
L’obiettivo in questione è perseguito con tutte le armi del “maneggio” politico. Da strumentali “errori di traduzione”, all’uso di definizioni volutamente vaghe, all’ampliamento non autorizzato del campo di applicazione della direttiva per finire con la “dimenticanza” di quelle parti della direttiva che impongono doveri e responsabilità ai “titolari” dei diritti.

Un esempio di uso strumentale degli errori di traduzione è la trasposizione dell’art.6 della direttiva, che fissa le condizioni alle quali il giudice può concedere un provvedimento di urgenza in caso di violazioni.
L’articolo in questione è intitolato nel testo portoghese “prova”, nel testo spagnolo “pruebas”, nel testo francesce “preuves”, nel testo tedesco “beweise”, e nel testo italiano “elementi di prova”. Ma il legislatore italiano ha preferito affidarsi al solo testo inglese che usa la parola “evidence” (che quando è definita “circumstantial” può essere intesa come “indizio”) per inserire nel testo del decreto legislativo il significato sbagliato. Così facendo è possibile ottenere provvedimenti di urgenza senza dover fornire “troppe spiegazioni” (è noto che gli “indizi” sono molto meno di una “prova”).

A questo si aggiunge che manca un limite espresso (siamo alla vaghezza delle definizioni) al significato attribuibile al termine “intermediario”. Lasciando il testo così com’è, si può arrivare a considerare responsabile di un illecito anche un corriere espresso perchè può trasportare merce contraffatta. E dunque un ISP perchè tramite la sua rete qualche utente commette degli illeciti.
Sarebbe stato necessario – come peraltro si accenna nella direttiva – specificare che la norma si applica solo a chi volontariamente e consapevolmente mette a disposizione servizi internet per fini illeciti.

Come se non bastasse, (e siamo all’eccesso di delega) si cerca di “regolare la rete” tramite le modifiche alla legge sul diritto d’auotre, non ostante il considerando n.16 della direttiva dica ESPRESSAMENTE che sono al di fuori della 2004/48 sia le questioni sul software (1991/250/CE) sia quelle sul diritto d’autore nella società dell’informazione 2001/29) e non ostante il concetto sia ribadito nell’art. 9 della direttiva che ESPRESSAMENTE ricorda che le misure d’urgenza in relazione ai servizi di comunicazione elettronica sono regolate dalla dir.2001/29/CE recepita in Italia con il DLGV 68/03.
Nessuna traccia nel decreto legislativo, poi, del richiamo alla dir. 31/2000 recepita in Italia con il DLGV 70/2003 a cui è riservata la definzione delle responsabilità dei provider.

Significative sono, infine, le omissioni del testo italiano che “dimentica” di riprendere quella parte della direttiva (nello specifico. L’art.7 comma 2) che stabilisce la possibilità, per chi “subisce” l’azione dei titolari dei diritti e poi risulta “innocente” di chiedere i danni.

E’ inevitabile il sospetto che tutte queste manipolazioni siano intese a favorire con poco comprensibile fretta ristretti e specifici interessi privati a danno continuo e sistematico di tutti i cittadini e delle imprese che tengono in piedi l’internet italiana. Si predica tanto su innovazione e sulla società dell’informazione, ma poi sono queste – ancora una volta – le assurde costrizioni che vengono imposte.

Comunicato ALCEI del 4 novembre 2005

Una denuncia di ALCEI
Nella frenesia dei tentativi
di impedire la riproduzione di musica,
la Sony BMG Entertainement
diffonde software pericolosi.
Il fatto
Il 30 settembre 2005 un produttore di antivirus ha rilevato in un CD musicale dell’artista Van Zant e prodotto dalla Sony BMG Entertainement la presenza di un software per il controllo dei diritti (sostanzialmente un “anticopia”) che ha le caratteristiche di un virus. Si installa “a tradimento”, all’insaputa di chi li acquista, non è facile da rimuovere, si annida invisibile nel PC consentendo anche ad altri virus di fare danni.
Quando l’inganno è stato scoperto, la Sony BMG Entertainement ha rilasciato il 3 novembre una patch che (dice) “risolve il problema”. Così riconoscendo di aver commesso un abuso ai danni di chi, in buona fede, acquista i suoi prodotti. Che, incredibilmente, deve comunque chiedere il permesso alla multinazionale dell’intrattenimento per disinstallare il sistema di controllo e rientrare in possesso pieno del proprio computer.

Le implicazioni
A parte ogni considerazione generale sul dibattuto argomento del “diritto d’autore” e sul modo improprio in cui quel concetto è applicato, è inammissibile che vengano installate “di nascosto” funzioni di qualsiasi specie specialmente quando possono compromettere l’efficienza e la sicurezza del computer (o di qualsiasi altro dispositivo) in cui si vanno ad annidare.
E’ altrettanto inammissibile che vengano messi in commercio prodotti contenenti software invasivo la cui presenza non è dichiarata.
E’ inaccettabile che, dopo aver commessi fatti così gravi, qualcuno sia convinto – sbagliando – che basti “rilasciare una patch” per scaricarsi da ogni responsabilità .

Il quadro di riferimento
Questo abuso della Sony BMG Entertainement È tutt’altro che un caso isolato. Nella paranoica difesa dei loro profitti, molte major della musica, dello spettacolo e dell’informatica ricorrono a metodi invasivi e nocivi per chi si fida di loro e acquista i loro prodotti (e sono ovviamente inefficaci contro i commercianti di riproduzioni non autorizzati). Mentre imperversano discutibili iniziative a favore di pochi e a danno di molti, manca un’adeguata attività contro la diffusione di truffe e di ogni sorta di attivitÀ criminali, come i recenti casi di phishing.

La legge
Come spiega dettagliatamente l’esposto di ALCEI inviato il 4 novembre 2005 al comandante del Nucleo antifrode telematica della Guardia di finanza, oltre a essere scorretto e abusivo, il comportamento di chi, in Sony BMG Entertainement, ha preso la decisione di usare questo pericoloso sistema di DRM (e di chi altro fa cose di quel genere) È reato. Si può infatti ipotizzare la commissione dei reati di esercizio arbitrario delle proprie ragioni aggravato, danneggiamento informatico, e diffusione di programmi atti a danneggiare sistemi informatici e telematici.
C’è quasi un “contrappasso”. Mentre assurde disposizioni, ispirate da grandi interessi privati, condannano il possesso di cose “copiate” come se fosse un crimine efferato, una corretta norma di legge stabilisce che danneggiare consapevolmente sistemi informatici e “farsi giustizia da soli” sono comportamento soggetti alla legge penale e perseguibili anche d’ufficio.
Il reato non si elimina proponendo un “rimedio che tutt’al più può essere trattato, alla fine del processo, come un’attenuante nella definizione della pena, ma intanto è un’esplicita ammissione di colpa.

La denuncia
Il 4 novembre 2005 ALCEI ha presentato un esposto alla Guardia di finanza per chiedere di identificare gli autori del software incriminato e della decisione di inserirlo di nascosto, nonchè di individuare se altre imprese abbiano commesso analoghi abusi.
Questa è la fase preliminare di un’azione che intende arrivare a una denuncia penale contro chi, nella Sony BMG Entertainement, si fosse reso responsabile di atti illeciti in Italia, i suoi eventuali complici o correi e altri che abbiano commesso analoghi reati.
In attesa che la giustizia faccia il suo corso, questo comunicato è una denuncia all’opinione pubblica, alla stampa e a tutti i mezzi di informazione delle pericolose conseguenze di un’interpretazione distorta e lobbistica del diritto d’autore.

Per approfondire:

Documento del 04 novembre 2005

Questo e’ il testo dell’esposto presentato da ALCEI
in relazione all’abuso di DRM da parte di
Sony BMG Music Entertainment

GUARDIA DI FINANZA
NUCLEO ANTIFRODE TELEMATICA
All’attenzione del Comandante
Col. Umberto Rapetto

Via fax allo 06-xxxxxxx

Esposto

Il sottoscritto avv. Andrea Monti, nella qualità di presidente dell’Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva con sede in Corso Italia, 15, 20122 Milano, Tel: +39 333 364 3649 Fax: +39-02 391 95 12 e-mail alcei@alcei.it

ESPONE IN FATTO

1 – In data 1 novembre 2005 la F-Secure, società specializzata nella fornitura di software per la sicurezza informatica e la tutela dai virus informatici, pubblicava all’indirizzo http://www.f-secure.com/v-descs/xcp_drm.shtml la descrizione di un programma per elaboratore rubricato come virus chiamato “XCP DRM Software”, i cui contenuti sono stati autonomamente verificati dall’ing. Stefano Zanero, del Dipartimento di elettronica e informazione – Politecnico di Milano, in una relazione che si allega in copia.

2 – Il virus di cui all’advisor testè richiamato risulta essere stato adoperato in alcuni CD audio prodotti e commercializzati dalla Sony BMG Music Entertainment, quale ad esempio quello dell’artista Van Zant “Get right with the man”.

3 – Scopo dell’inserimento del virus era dotare i CD audio di un sistema di Digital Rights Managment (traducibile come “gestione dei diritti digitali”), ossia quei sistemi tecnologici mediante i quali i titolari di diritti d’autore possono esercitare ed amministrare tali diritti nell’ambiente digitale, grazie alla possibilità di rendere protetti, identificabili e tracciabili tutti gli usi in rete di materiali adeguata-mente “marchiati”.

4 – L’installazione di questo virus avviene in maniera assolutamente surrettizia e non trasparente, non essendo possibile per l’utente conoscere le modificazioni che l’installazione del sistema di DRM comporta al proprio sistema informatico, in quanto la mera accettazione della licenza EULA provoca l’automatica installazione del programma.

5 – In particolare, l’accettazione della licenza comporta l’installazione di due programmi in esecuzione automatica all’avvio del computer, oltre all’installazione di cinque driver (programmi atti a mettere in comunicazione le periferiche con il sistema operativo di un sistema informatico) che si nascondevano all’interno del sistema, in modo tale da renderne particolarmente arduo il riconoscimento e l’eventuale estirpazione.

6 – Per stessa ammissione dell’estensore dell’advisor, il sistema di DRM adottato da Sony BMG Music Entertainment ricalca in toto il comportamento adottato da determinati software denominati “rootkit”, che hanno lo scopo di nascondersi all’interno di un sistema informatico per consentire l’esecuzione di particolari comandi all’insaputa dell’utente, o per favorire l’ingresso di soggetti non autorizzati mediante tecniche c.d. di “backdoor”, che integrerebbero, quindi, la fattispecie – eventualmente aggravata – di cui all’art. 615-ter c.p.

ESPONE IN DIRITTO

7 – Viene quindi, in primis, evidenziata una condotta riferibile alla Sony BMG Music Entertainment rientrante nella fattispecie prevista dall’art. 392 c.p., la quale consente di punire anche colui che, al fine di esercitare un preteso diritto, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo “alterando, modificando, o cancellando in tutto o in parte un programma informatico”, ovvero “impedendo o turbando il funzionamento di un sistema informatico o telematico”.
La modalità della “violenza sulle cose” per la configurazione dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni può, infatti, svilupparsi in varie forme, ed il delitto può realizzarsi anche attraverso una condotta che, pur non risolvendosi in un’alterazione fisica del programma, va ad incidere sulla funzionalità del sistema informatico o telematico. La condotta tenuta da chi ha commissionato le specifiche caratteristiche del software, in particolare, viene ad essere realizzata in un momento anticipato rispetto all’eventuale evento lesivo, ma va ritenuta comunque configurabile l’ipotesi di dolo even-tuale rappresentata dalla coscienza e volontà, con riferimento ad una data o evento che verranno (ad es. il tentativo di effettuare una copia del CD musicale), di alterare, modificare, cancellare o impedire in tutto o in parte il funzionamento di un sistema informatico senza avvisare in alcun modo l’utente del sistema stesso.

8 – E’ altresì configurabile un concorso tra le fattispecie di cui al già richiamato art. 392 c.p. e quella contenuta nell’art. 615-quinques c.p. La giurisprudenza di merito de jure condito, infatti, ha già più volte riconosciuto un concorso tra i suddetti reati quando alla violenza su cose finalizzata al rag-giungimento di un preteso diritto si accompagni il danneggiamento (cfr. Giudice Istruttore Torino, 12 dicembre 1983, BASILE, in Giur. It., 1984, II, 352, con nota di FIGONE; la stessa decisione è riportata in Giur. piemontese, 1984, 648, con nota di BARBUTO ed in Giur. merito, 1984, 1173, nella quale, ante l. 547/93, viene operata un’interpretazione estensiva della nozione di “cosa mobile”, e viene analizzata già allora l’ipotesi di un concorso tra il reato di cui all’art. 392 c.p. ed il reato di danneggiamento di cui all’art. 635 c.p.). Egualmente inoltre, sempre secondo la dottrina sopra richiamata, appare configurabile il concorso tra il reato di danneggiamento informatico e quello di diffusione di programmi-virus, o analoghi, di cui, per l’appunto, all’art. 615-quinquies c.p.
Viene senza dubbio integrata, infatti, anche la condotta del reato di cui all’art. 615-quinquies c.p., consistente nel “diffondere, comunicare o consegnare” i programmi nocivi previsti nella fattispecie “aventi per scopo o per effetto il danneggiamento di un sistema informatico o telematico, dei dati o dei programmi in esso contenuti o ad esso pertinenti, ovvero l’interruzione, totale o parziale, o l’alterazione del suo funzionamento”. Pur se il legislatore ha utilizzato tre termini che appaiono parzialmente in sovrapposizione fra loro da un punto di vista etimologico, in realtà lo scopo era evidente: abbracciare esaustivamente ogni forma di circolazione dei programmi nocivi (cfr. G. PICA, Diritto penale dell’informatica e delle nuove tecnologie, UTET; Torino, 1999, p. 99; R BORRUSO – G. BUONUOMO – G. CORASANITI – G. D’AIETTI, Profili penali dell’informatica, Giuffrè, Milano, 1994, p. 88), quand’anche, come nel caso di specie, il programma nocivo sia originariamente collocato dal produttore all’interno dell’opera dell’ingegno. Bisogna altresì ribadire come la genericità dell’elemento psicologico dannoso, non tipicizzando le intenzioni dell’agente, rende non configurabili ipotesi di dolo specifico, integrandosi il dolo generico dal momento che “anche se l’agente non abbia la specifica intenzione di provocare un danneggiamento, è sufficiente la coscienza e volontà della diffusione unitamente alla conoscenza delle caratteristiche tecniche del virus e della sua potenzialità di danneggiamento o alterazione” (cfr. R BORRUSO – G. BUONUOMO – G. CORASANITI – G. D’AIETTI, op. cit., p. 90).
In particolare, giova rimarcare come l’alterazione del sistema informatico avvenga automaticamente, senza alcuna interazione da parte dell’utente e senza alcuna possibilità per quest’ultimo di conoscere cosa sta accadendo all’interno del suo sistema.

9 – Infine, si evidenzia un concorso con le fattispecie di cui all’art. 635-bis c.p., ipotesi con la quale il Legislatore, secondo la dottrina dominante, ha inteso “in particolare porre un punto fermo sulla sanzionabilità dei fatti di danneggiamento relativi al software, più che all’hardware, ed al complesso di dati archiviati nel sistema” (cfr. G. PICA, op. cit., p. 85), in quanto i casi di danneggiamento della struttura fisica esteriore di un sistema informatico o telematico (e quindi, per l’appunto, l’hardware) avrebbero potuto trovare egualmente tutela nella previsione generale di cui all’art. 635 c.p.
Per questo motivo la dottrina ha chiarito che “il reato può commettersi anche danneggiando esclusivamente i dati, informazioni o programmi, senza intaccare minimamente l’hardware: è quanto fanno comunemente i c.d. virus” (cfr. G. PICA, op. cit., p. 90). Continua la riflessione l’Autore testè citato, fornendo ulteriori elementi che consentono di incasellare correttamente, fugando ogni dubbio, il fatto nelle ipotesi di danneggiamento di cui all’art. 635-bis, in quanto “tale danneggiamento si compie sempre ed ontologicamente attraverso un’alterazione dei dati: nell’ampio concetto di alterazione, di cui rappresentano delle varianti (in quanto risolventisi tutte in alterazioni dei dati preesi-stenti), rientrano i concetti sia di cancellazione di dati, e sia di modificazione dei dati, che può ravvisarsi, ad esempio, nell’aggiunta di ulteriori ‘istruzioni’ per il computer che ne rendono inutilizzabili alcune funzioni” (cfr. G. PICA, op. cit., p. 90).

10 – Il fatto che in data 3 novembre 2005 la Sony BMG Music Entertainment abbia messo a disposizione un software per l’eliminazione del rootkit all’indirizzo internet http://cp.sonybmg.com/xcp/english/updates.html, non fa comunque venir meno da un lato la gravità del fatto, ma – soprattutto – i reati ove fossero effettivamente configurabili. Gli illeciti ipotizzati, infatti, appartengono alla categoria dei reati istantanei o – al più – dei reati permanenti. Ne conse-gue che l’azione ex post di Sony BMG Music Entertainment può incidere, al più, sulla configurabilità dell’attenuante di cui all’art. 62 c. I n.6 c.p.

* * * * *

Tanto si porta a conoscenza dell’ufficio perché individui:
1 – chi sia il materiale autore del sistema di DRM utilizzato da Sony BMG Music Entertainment,
2 – chi ne abbia deciso le modalità di funzionamento,
3 – chi ne abbia deciso le modalità di diffusione,
e perché verifichi:
4 – se il software in questione sia stato installato anche in prodotti destinati alla vendita sul mercato italiano,
5 – se altre aziende dell’intrattenimento o del settore informatico abbiano utilizzato la stessa metodologia a danno degli utenti legttimi delle opere protette,
6 – se i reati ipotizzati siano stati commessi da soggetti operanti nel territorio italiano, o se siano loro imputabili, direttamente, per concorso o per associazione a delinquere.

Milano, 04 novembre 2005
Andrea MONTI
ALCEI – Il presidente

Comunicato del 12 ottobre 2005

Bloccate le audizioni
per la riforma della legge sul diritto d’autore

Con giustificazioni formali palesemente non accettabili,
la Presidenza del consiglio dei ministri
pone fine al tentativo di dare un volto umano
alla legge sul diritto d’autore

A partire dal 1992 la legge sul diritto d’autore e’ stata sistematicamente modificata secondo le indicazioni repressive di un ben identificato gruppo di imprese – le major dell’audiovisivo e del software – che hanno esercitato continue pressioni su politici e parlamentari. Con la scusa della cosiddetta “pirateria” audiovideo e software sono state approvate norme liberticide che nulla hanno a che vedere con la tutela degli “autori” e molto con la protezione di grossi interessi privati.

Alcuni esempi sono:
– la modifica dell’art.171 bis sulla duplicazione abusiva di software, per annullare gli effetti della giurisprudenza diffusa che in base a una sentenza del 1996 aveva dichiarato non applicabile la norma ai casi in cui non c’era “compravendita” di programmi.
– l’estensione dell’obbligo di apposizione bollino SIAE al software e agni genere di attività che ha nulla hanno a che vedere con quell’organizzazione.
– la previsione del bollino come “sinonimo” di originalita’, a danno di tutti coloro che non sono e non vogliono essere “parte” della SIAE.
– la creazione di un regime di “delazione elettronica” in cui, secondo l’art.171 novies della legge sul diritto d’autore, chi è scoperto a duplicare abusivamente ottiene uno sconto di pena per il fatto di denunciare qualcun altro coinvolto della duplicazione (a prescindere persino dall’effettiva condanna di quest ultimo)
– il tentativo, con il decreto Urbani, di mettere fuori legge la crittografia con la scusa di punire il peer-to-peer.

Da tempo ALCEI aveva formulato proposte precise per l’eliminazione delle storture di questa legge, proponendo, in particolare, che i reati di duplicazione abusiva fossero perseguibili civilmente o quantomeno “a querela di parte”, evitando così l’attivazione automatica della magistratura, come se si trattasse di attività criminali, anche in casi di minima entità.

Quest’ultima proposta sembrava recepita, nella persona del suo presidente, dalla Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore presso il Ministero per i beni culturali, cui ALCEI aveva già chiesto e ottenuto di poter avere udienza per riproporre spunti di riflessione che tenessero presente anche i diriti degli utenti. Ma si apprende improvvisamente il 12 ottobre dal quotidiano “Italia Oggi” che la presidenza del consiglio dei ministri, nella persona del segretario generale Mauro Masi, ha imposto di bloccare i lavori del Comitato sul tema della riforma della legge, rendendo così di fatto impossibile ad ALCEI – e a tutti gli altri soggetti che il Comitato aveva intenzione di ascoltare – di esprimere il proprio pensiero.
Le motivazioni addotte nella comunicazione di Masi a sostegno di questa grave decisione fanno riferimento a una presunta contrarietà della bozza predisposta dal Comitato consultivo a delle non meglio precisate “tendenze nazionali e internazionali” e alla circostanza che il Comitato si dovrebbe limitare a “fornire indicazioni di carattere generale senza articolare specifici testi di legge”.
Ma si tratta, palesemente, di argomentazioni prive di reale sostanza, il che fa ragionevolmente presumere che alla base di questa decisione ci sia ben altro, e specificamente l’intenzione di bloccare la modifica proposta in materia di perseguibilità a querela dei reati di duplicazione abusiva, che avrebbe evitato di ingolfare i tribunali di processi per fatti praticamente innocui e posto fine alla inaccettabile distrazione della polizia giudiziaria dalla repressione dei reati “veri”.

Oltre alla serietà di merito della questione, ci pare inoltre molto grave che di fronte a una posizione istituzionale – quella del presidente della Commissione – che per la prima volta cerca di dare un volto più umano a una legge inutilmente e ingiustamente draconiana, il potere politico reagisca in modo così barbaro e violento eliminando anche la semplice possibilità del confronto con le parti sociali evidenziando la chiara volontà di proseguire su un percorso totalmente asservito agli interessi di poche imprese private.

Documento del 22 marzo 2005

Analisi dei contenuti del Decreto Urbani sulla criminalizzazione del Peer-to-Peer

Sintesi
La formulazione attuale della legge sul diritto d’autore consente la copia privata di un’opera protetta a fronte del pagamento preventivo di un equo compenso calcolato in percentuale sul prezzo dei supporti di memorizzazione.

La legge sul diritto d’autore non impone l’obbligo di possedere la copia-sorgente (anche perché, altrimenti, sarebbe automaticamente vietato usare il video-registratore), ma solo di realizzare in proprio la copia personale senza cederla a terzi.

Ne consegue che l’utente che si procura opere protette (anche) tramite un network Peer-to-Peer non commette illecito penale, avendo pagato a monte i diritti d’autore.  A differenza di chi mette a disposizione le opere senza averne diritto, che non può invocare alcuna giustificazione.

Il Decreto Urbani stravolge l’assetto precedente e:

o      criminalizza ingiustamente gli utenti che hanno già pagato per godere del diritto alla copia privata.

o      istituisce la responsabilità oggettiva per i provider e li obbliga a controllare e denunciare i propri utenti.

o      affida alla polizia politica (DIGOS) il compito di prevenire le violazioni sul diritto d’autore

o      stabilisce, per la prima volta, che un certo uso della crittografia è illegale “in sé”.

1 – Il regime giuridico della copia privata di materiale audiovisivo nella legge vigente

 L’art.  71-sexies della legge sul diritto d’autore stabilisce che:

“1. E’ consentita la riproduzione privata di fonogrammi e  videogrammi su qualsiasi supporto, effettuata da una persona fisica per uso  esclusivamente personale, purché senza scopo di lucro e senza fini  direttamente o indirettamente commerciali, nel rispetto delle misure  tecnologiche di cui all’articolo 102-quater.”.

La legge, inoltre, prevede un equo compenso applicato anticipatamente sul supporto di memorizzazione in modo che il titolare dei diritti venga retribuito anche per l’effettuazione della copia privata.  Questo è stabilito all’art.  71-septies secondo cui:

“1. Gli autori ed i produttori di fonogrammi, nonché i  produttori originari di opere audiovisive, gli artisti interpreti ed esecutori  ed i produttori di videogrammi, e i loro aventi causa, hanno diritto ad un  compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi di cui  all’articolo 71-sexies. Detto compenso è costituito, per gli apparecchi  esclusivamente destinati alla registrazione analogica o digitale di fonogrammi  o videogrammi, da una quota del prezzo pagato dall’acquirente finale al  rivenditore, che per gli apparecchi polifunzionali è calcolata sul prezzo di  un apparecchio avente caratteristiche equivalenti a quelle della componente  interna destinata alla registrazione, ovvero, qualora ciò non fosse  possibile, da un importo fisso per apparecchio. Per i supporti di  registrazione audio e video, quali supporti analogici, supporti digitali, memorie fisse o trasferibili destinate alla registrazione di fonogrammi o  videogrammi, il compenso è costituito da una somma commisurata alla capacità  di registrazione resa dai medesimi supporti.”

 Coerentemente, quindi, l’art.171 ter (cui spetta l’individuazione delle condotte illecite) stabilisce che:

“E’ punito se il fatto è commesso per uso non personale, con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinque a trenta milioni di lire chiunque a fini di lucro:

a)   abusivamente duplica, riproduce, trasmette o diffonde in pubblico con qualsiasi procedimento, in tutto o in parte, un’opera dell’ingegno destinata al circuito televisivo, cinematografico, della vendita o del noleggio, dischi, nastri o supporti analoghi ovvero ogni altro supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere musicali, cinematografiche o audiovisive assimilate o sequenze di immagini in movimento;”

 2 – La legittimità del Peer-to-Peer

Dal momento che le norme in questione fanno esclusivo riferimento all’effet
to del comportamento (duplicazione non a scopo personale) e non alla tecnologia utilizzata se ne deduce che è consentita la copia privata comunque effettuata purchè non effettuata da terzi (art.71 sexies c.II) e nel rispetto delle misure tecnologiche di protezione (art.102 quater).

 Nel caso del Peer-to-Peer, dunque, vanno tenute ben distinte le posizioni di chi distribuisce l’opera protetta e di chi la scarica.  Il primo – se non ha acquisito il relativo diritto – commette sicuramente un atto illecito.  Ma il secondo non sta violando alcuna legge.  L’utente che scarica l’opera, infatti, la memorizza su un supporto per il quale ha già pagato a monte l’equo compenso per la duplicazione e dunque ha il diritto di fruire dell’opera per uso personale.  Una posizione, questa, sostenuta anche dal Copyright Board del governo canadese in una decisione emanata lo scorso 13 dicembre 2003 nella quale si legge testualmente:

“In questo documento non è in discussione la responsabilità di chi fa upload, distribuisce o comunica musica attraverso questi sistemi. Allo stesso modo, non è in discussione la responsabilità di chi fornisce software, gestice reti o connessioni internet. La distribuzione Peer-to-Peer sull’internet non è presa in considerazione in quanto tale dalla normativa. Su questo tema si applicano certamente le altre considerazioni in materia di copyright.  In questa sede ci stiamo occupando esclusivamente delle copie finali. La normativa non si occupa della fonte del material copiato.  Non è richiesto… che la copia-sorgente sia non illecita.  Pertanto non è rilevante sse la copia-sorgente sia un registazione pre-detenuta, un CD regalato, o un file scaricato dalla rete

 Dal punto di vista della concreta possibilità di sanzionare attività di illecita distribuzione, l’attuale normativa (peraltro incivile e vessatoria nella sua impostazione) è già ampiamente sufficiente.

3 – I contenuti del decreto-legge

 A – Le modifiche alla legge sul diritto d’autore

Il decreto-legge Urbani aggiunge alla lettera a) dell’art.171 ter che punisce chi:

“a) abusivamente duplica, riproduce, trasmette o diffonde in pubblico con qualsiasi procedimento, in tutto o in parte, un’opera dell’ingegno destinata al circuito televisivo, cinematografico, della vendita o del noleggio, dischi, nastri o supporti analoghi ovvero ogni altro supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere musicali, cinematografiche o audiovisive assimilate o sequenze di immagini in movimento;”

 La lettera a)bis che si applicherebbe a chi

"a-bis) in violazione dell’articolo 16, diffonde al pubblico per via  telematica, anche mediante programmi di condivisione di file tra utenti, un’opera cinematografica o assimilata protetta dal diritto d’autore, o parte di essa, mediante reti e connessioni di qualsiasi genere;"

 Ne consegue che la modifica proposta è del tutto superflua perché la lettera a) dell’art.171 ter comprende (diffusione in pubblico di opera protetta con qualsiasi procedimento) anche i casi della lettera a-bis).

 La seconda modifica introdotta dal decreto-legge Urbani modifica l’art.171-quater aggiungendo un comma III con l’applicazione di una sanzione amministrativa per:

“Chiunque, in violazione dell’articolo 16, diffonde al pubblico per via telematica, anche mediante programmi di condivisione di file tra utenti, un’opera cinematografica o assimilata protetta dal diritto d’autore, o parte di essa, mediante reti e connessioni di qualsiasi genere, ovvero, con le medesime tecniche, fruisce di un’opera cinematografica o parte di essa…”.

 Ma il comma I (vigente) di questo articolo già sanziona:

“Chiunque abusivamente utilizza, anche via etere o via cavo,  duplica, riproduce, in tutto o in parte, con qualsiasi procedimento, anche  avvalendosi di strumenti atti ad eludere le misure tecnologiche di protezione, opere o materiali protetti, oppure acquista o noleggia supporti audiovisivi,  fonografici, informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni della  presente legge, ovvero attrezzature, prodotti o componenti atti ad eludere  misure di protezione tecnologiche”.

 Anche questa modifica si dimostra, pertanto, superflua, come pericolosa è quella contenuta nel successivo paragrafo, che sanziona più gravemente l’utilizzo di tecniche crittografiche per occultare la comunicazione.  Per la prima volta, infatti, viene esplicitamente stabilita la illiceità dell’uso di questi metodi, stabilendo un precedente pericolosissimo.

 Altrettanta preoccupazione desta il comma IV (di futura introduzione) che punisce:

“Chiunque pone in essere iniziative dirette a promuovere o ad incentivare la diffusione delle condotte di cui al comma 3 è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria di euro 2000 e con le sanzioni accessorie previste al medesimo comma.".

 Questa norma, infatti, è strutturata sul modello dei delitti di attentato nei quali, invece di punire la commissione di un fatto (regola stabilita nella Costituzione) si anticipa la soglia della punibilità agli “atti diretti”.  Cioè a quegli atti che pur non realizzando materialmente l’evento delittuoso ne costituiscono l’anticipazione logica e cronologica.  Per la sua eccezionalità questa tecnica di normazione è sempre stata utilizzata per proteggere beni collettivi di interesse primario, come certamente non sono i diritti d’autore.

 B – L’introduzione di nuove norme

Il comma III del decreto Urbani stabilisce che:

“Il Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’interno raccoglie le segnalazioni di interesse per la prevenzione e la repressione delle violazioni di cui alla lettera a-bis) del comma 2 dell’articolo 171-ter e di cui ai commi 3 e 4 dell’articolo 174-ter della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, assicurando il raccordo con le Amministrazioni interessate.”

 Nell’organigramma funzionale del Ministero dell’interno, la legge 121/81 sul nuovo ordinamento della Pubblica Sicurezza affida le funzioni di prevenzione alla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione – DCPP (ex UCIGOS) che opera a livello locale tramite le Divisioni Investigazioni Generali ed Operazioni Speciali (DIGOS).

I compiti della DCPP sono:

  • raccolta delle informazioni relative alla situazione generale, anche ai fini della prevenzione dell’ordine pubblico;
  • investigazioni per la prevenzione e la repressione dei reati contro la personalità interna ed internazionale dello Stato e contro l’ordine pubblico, dai reati di terrorismo a quelli di natura politica, in genere;
  • compimento dei relativi atti di polizia giudiziaria e supporto operativo ai Servizi Segreti

Attualmente, come risulta dal sito istituzionale dell’ufficio, pubblicato sul dominio del Ministero dell’interno:

“Nella fase attuale, l’azione preventiva e di contrasto è indirizzata particolarmente verso i seguenti obiettivi:

  • organizzazioni terroristiche interne ed a carattere internazionale;
  • associazioni eversive a
    venti tra i propri scopi l’incitamento alla divisione ed alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi cui fanno riferimento la legge 13.10.1995 n.654 ed il D.L. 26.4.1993 n.122, convertito con legge 25.6.2993 n. 205, ovvero riconducibili alla fattispecie di cui all’art. 1 della legge 20.6.1952 n.645 recante norme di attuazione della XII disposizione finale e transitoria della Costituzione;
  • associazioni che perseguono l’obiettivo della distruzione dell’integrità, dell’indipendenza e dell’unità dello Stato ovvero la modifica dell’assetto costituzionale con mezzi non consentiti dall’ordinamento; gruppi estremisti che perseguono scopi di sovvertimento sociale attraverso il ricorso alla violenza o a pratiche illegali;
  • associazioni a carattere militare o paramilitare di cui al D.Lgs. 14.2.1948 n.43;
  • reati contro la P.A., qualora il fenomeno, in ragione della sistematicità e della gravità dei fatti delittuosi registrati, assuma dimensioni tali da incidere sulla credibilità e sullo stesso funzionamento delle Istituzioni;
  • flussi di immigrazione clandestina e traffico internazionale di armamenti per gli aspetti connessi al coinvolgimento di organizzazioni terroristiche, nazionali ed internazionali;
  • associazioni segrete;
  • congregazioni ed altre realtà di tipo settario che perseguono finalità controindicate;
  • terrorismo informatico e telematico;
  • fenomeni di "violenza di gruppo" ispirati ad ideologie connotate dal ricorso sistematico a comportamenti aggressivi;
  • episodi di illegalità nelle manifestazioni sportive ad opera di formazioni organizzate;
  • altre fenomenologie trasgressive da cui derivino, anche indirettamente, ripercussioni negative per la difesa e la sicurezza dello Stato, la tutela della libertà e dell’esercizio dei diritti dei cittadini, nonché dell’ordine e della sicurezza pubblica.

 Mentre sarebbe tecnicamente (ma non culturalmente) concepibile l’estensione al diritto d’autore delll’ambito delle attività di prevenzione di competenza della DCPP, non risulta coerente e comprensibile attribuire a questo ufficio la raccolta di non meglio qualificate “segnalazioni” per la repressione degli illeciti, dato che sono attività che la legge attribuisce alle sezioni di polizia giudiziaria e all’autorità giudiziaria.  

Questa sovrapposizione di competenze è ancora più evidente nel successivo comma V  che – senza, evidentemente, che ci sia un procedimento penale in essere – estende alla DCPP il potere di ordinare l’inibizione dell’accesso ai contenuti contestati o la loro rimozione.  Ad oggi, questo potere spetta alla sola magistratura ed è regolato dal codice di procedura penale che contempera le necessità delle indagini con i diritti dell’indagato e dei terzi.  Con l’approvazione del decreto Urbani la DCPP potrà operare al di fuori del sistema di garanzie stabilito per legge.

 I commi 5,6 e 7 del decreto Urbani, infine, stabiliscono di fatto l’obbligo per il provider di monitorare il comportamento dei propri utenti e di denunciarli alla DCPP. Il testo parla di “segnalazione”, ma siccome la DCPP è composta da personale della Polizia di Stato che ha l’obbligo di denuncia degli illeciti di cui viene a conoscenza, di fatto la “segnalazione” del provider equivale a una vera e propria denuncia.

 Conclusioni

In sostanza – un’ennesima legge-papocchio inutile, inefficace e pericolosa.  In cui si mescolano, in un intruglio indigesto e velenoso, temi diversi e non connessi fra loro, come il terrorismo e la duplicazione di musica, video o software.

 Inutile perché non fornisce alcuno strumento utile per la prevenzione del crimine (e in particolare di delitti gravi come il terrorismo o altre forme di violenza).

 Inefficace perché farraginosa e mal concepita, quindi atta a produrre dispersione di attività, procedimenti a carico di innocenti, sovraccarico di indagini senza capo né coda, a scapito di attività seriamente utili per combattere le attività criminali.

Pericolosa perché introduce, in materie ove è totalmente insensato, il concetto di “processo alle intenzioni” cioè di punibilità non di un fatto, ma della supposta inclinazione a farlo.  (Se questa violazione di un principio fondamentale del diritto può essere ammissibile in situazioni estreme come il terrorismo, è inaccettabile che possa essere estesa a situazioni in cui non c’è alcun rischio per la vita e la sicurezza delle persone e delle istituzioni).

Come altre (troppe) leggi e norme rivela, con le sue affermazioni ridondanti e inutili, una specifica volontà di repressione dell’internet e della libertà di comunicazione e di informazione offerta dalla rete.

La perversa assurdità dell’impostazione è rivelata da alcune specifiche disposizioni.

Sintesi

Con l’entrata in vigore del decreto Urbani, la DIGOS, oltre a occuparsi di criminalità organizzata, terrorismo e sicurezza dello Stato avrà il compito di tutelare in via preventiva gli interessi di un ristretto gruppo di (potenti) imprenditori dello spettacolo, dell’editoria e dell’informatica (che già con le leggi esistenti sono assurdamente favoriti dal fatto che la duplicazione di musica, immagini o software è considerata una responsabilità penale).

Questo decreto stabilisce di fatto la “responsabilità oggettiva” dei provider, che hanno l’obbligo di monitoraggio e denuncia dei propri utenti – e sono multati pesantissimamente se non denunciano.

Per la prima volta si stabilisce che un certo uso della crittografia è, di per sé, illecito. (Sembra di ritornare a quelle disposizioni americane sul controllo della crittografia come strumento militare che tanto scandalo avevano suscitato dieci anni fa).

Si instaura, insomma, qualcosa che somiglia molto a uno “stato di polizia”, con la persecuzione delle intenzioni, l’obbligo di delazione, la violazione della vita e della comunicazione.  E tutto questo non per combattere i terroristi (che possono essere solo favoriti dalla confusione e dalla dispersione di energie create da leggi come questa) ma per soddisfare il protagonismo di questo o quell’altro uomo politico (“voglio anch’io una mia legge contro l’internet”) e le potenti lobby delle case discografiche o di software, cui poco importa se leggi come questa siano applicabili o funzionali, ma piace “terrorizzare” chi non asseconda i loro avidi interessi.

Documento del 21 maggio 2004

Analisi dei contenuti della Legge 21 maggio 2004 n.128
Sintesi
Il 31 maggio 2004 è stato annunciato un nuovo intervento legislativo che (si dice) modifica la L.128/04 (che attua il “decreto Urbani”) per eliminarne alcuni dei più palesi errori  – e per tentare di “placare” le estese proteste suscitate da quelle disposizioni.  Se e come questa ennesima “pezza” modificherà la giungla normativa si potrà capire solo dopo che il testo sarà stato pubblicato (e dopo l’iter parlamentare di una sua eventuale definitiva conversione in legge).  E’, comunque, forte, la sensazione che l’annunciata modifica serva soltanto a soddisfare gli interessi delle major escluse, piuttosto che a correggere, come sembra illudersi l’opposizione, le storture di principio della legge.

Tutti questi episodi, che continuano a complicare un quadro già molto confuso, rientrano in un percorso che era già iniziato prima del crackdown di cui, pochi giorni fa,  si è ricordato il decennale – e che è continuamente complicato dall’incrocio delle leggi italiane con (spesso discutibili) norme internazionali.

Senza qui ricostruire tutto quel, percorso, né ricordarne le molte complessità e contraddizioni – si limita a tracciare, in sintesi, il percorso di ciò che è accaduto nel breve periodo di tre mesi – dal marzo al maggio 2004.

Con fretta immotivata e incoerenza ingiustificabile, le modifiche introdotte alla Camera durante i lavori di conversione del DL 72/04 nella L.128/04, se da un lato hanno parzialmente alleggerito gli oneri per gli internet provider (che non sono più obbligati a denunciare gli utenti) e limitato l’ampiezza dei poteri di polizia (che non può più oscurare siti senza il controllo del magistrato), dall’altro hanno introdotto nuovi balzelli e pericolosi principi.

In estrema sintesi, la L.128/04 stabilisce:

–       una modifica all’art.171 ter della legge sul diritto d’autore (l.d.a.), con la sostituzione, nel reato di duplicazione/diffusione abusiva di opere dell’ingegno, dello scopo di lucro in fine di profitto, e

–       l’aggiunta, nella stessa norma, della lettera a)bis che criminalizza specificamente l’uso della tecnologia peer-to-peer,

–       il “prelievo coatto” a favore della SIAE di una parte del prezzo di supporti apparati e software di masterizzazione,

–       l’obbligo, per l’immissione in un sistema di reti telematiche di un’opera dell’ingegno, di fornire un idoneo avviso sull’avvenuto assolvimento degli obblighi derivanti dalla normativa sul diritto d’autore e sui diritti connessi,

–       un non meglio precisato ruolo di “raccordo” nella raccolta delle segnalazioni sulle violazioni di legge del Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero degli interni,

–       l’obbligo, per gli ISP, dietro richiesta dell’autorità giudiziaria, di fornire tutte le informazioni in loro possesso utili all’individuazione dei gestori dei siti e degli autori delle condotte segnalate,

–       l’obbligo per i soli ISP (i carrier sono esclusi) di porre in essere, per ordine dell’autorità giudiziaria,  tutte  le  misure  dirette  ad impedire l’accesso ai contenuti dei siti o a rimuovere i contenuti medesimi,

–       una sanzione amministrativa da  50.000,00 a € 250.000,00 per gli ISP che non cooperano con l’autorità giudiziaria.

Il “decreto Urbani” è stato approvato a tappe forzate che hanno evidenziato una paradossale e inqualificabile gestione dei lavori, culminata nella incredibile richiesta di approvare la legge così come è, per poi modificarla successivamente.

Il governo si è trovato fra il martello della pressione delle major dell’audiovisivo/editoria e l’incudine di un provvedimento antipopolare.  Ne sono prova le dichiarazioni confuse dei suoi esponenti sul non volersela “prendere con i giovani” ma solo “colpire i pirati&r
dquo;, alle quali hanno fatto eco le proteste dell’industria di settore che, fuori da ogni ipocrisia, non tollerava questa “impunità”. 

Dal canto suo, l’opposizione ha dato spettacolo con un vero e proprio “balletto” fatto di questioni di costituzionalità ed emendamenti, prima presentati e poi ritirati in cambio della “promessa di cambiare la legge”.  Ma si è fatta passare sotto il naso la fondamentale modifica del dolo specifico nel reato previsto e punito dall’art.171 ter l.d.a. da lucro in profitto che punisce le azioni illecite commesse a danno di opere audiovisive.

Le modifiche all’art. 171-ter LDA

Allineando l’articolo al precedente 171-bis (che si occupa specificamente di software) la modifica rende punibili gli illeciti compiuti “per trarne profitto” (prima si parlava, più restrittivamente, di azioni commesse “a scopo di lucro”).  In pratica questo significa che prima della modifica era, sostanzialmente, punito chi vendeva copie abusive.  Ora può essere punito anche chi compie il reato per fini diversi dall’arricchimento economico.

Viene poi specificato che la norma si applica, esplicitamente, a chi “comunica al pubblico immettendola in un sistema di reti telematiche… un’opera dell’ingegno protetta dal diritto d’autore”.

Ma siccome l’art.171-ter ancora dice esplicitamente che non c’è alcun reato se il fatto è commesso per uso personale, vuol dire che tutte le modifiche della legge Urbani non si applicano con l’ampiezza che la SIAE e il ministro avevano immaginato.  In pratica, non sono reato tutte quelle azioni, pur descritte nell’articolo in questione, i cui effetti rimangono all’interno della sfera privata del soggetto.  Così, se è illecito mettere a disposizione di chiunque opere protette (ma non c’era bisogno di modificare la legge per ottenere questo risultato), era e rimane lecito effettuare copie private pur non possedendo l’originale, perché le duplicazioni sono effettuate su supporti per i quali, a monte, si paga già l’equo compenso (impropriamente definito la “tassa”). 

"Equo compenso"
E, a proposito di “equo compenso” dal marasma parlamentare, “spuntano” anche una nuova “tassa” sui supporti e sui software di masterizzazione, oltre che l’obbligo di apporre una sorta di “bollino digitale” su tutte le opere dell’ingegno. Cioè una dichiarazione che attesti l’avvenuto pagamento dei diritti SIAE, con l’indicazione delle sanzioni per chi viola la legge sul diritto d’autore.

E’ appena il caso di notare che, a prescindere dalla fattibiltà tecnologica, si tratta di una norma vessatoria per gli autori indipendenti e culturalmente incivile, che aumenta lo strapotere della SIAE e segna un ulteriore avanzamento nell’attribuzione a questa struttura del diritto di stabilire cosa sia “arte” e cosa no. Sempre in base al principio che chi usa un computer è “delinquente presunto” e che quindi userà questi oggetti per duplicare abusivamente opere protette, la “tassa” è stata estesa anche ai masterizzatori e ai software di masterizzazione.  Andando quindi a colpire anche utenti – la maggioranza, per la verità – che impiegano questi strumenti per lavorare e non per registrare canzonette o film che durano meno di una stagione. 

 Responsabilità del provider
Ma l’aspetto più grave dei contenuti della L.128/04 è il trattamento riservato ai provider. Da un lato, infatti, è stato eliminato l’obbligo per gli ISP di denunciare i propri utenti, che è stato annacquato eliminando il riferimento diretto agli operatori.  Nello stesso tempo, però, la legge prevede che:

–       il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero degli interni raccolga le “segnalazioni di interesse” per la prevenzione e la repressione dei reati in materia di diritto d’autore,

–       a fronte di un provvedimento della magistratura l’ISP deva fornire tutte le informazioni in proprio possesso sulle condotte segnalate. 

 Entrambe le norme non sono accettabili nel principio ancora prima che nella formulazione tecnica.

Quella che trasforma il Ministero degli interni in un “collettore di segnalazioni” è ambigua e probabilmente incostituzionale perché attribuisce al potere esecutivo (un ministero) funzioni di raccolta di denunce penali (perché di questo si tratta) che invece spettano esclusivamente alla magistratura).

Quella che impone agli ISP l’obbligo di cooperazione crea una vera e propria falla nel diritto alla difesa.  Perché così come è scritta significa che l’ISP dovrà, in piena autonomia e sopportandone i costi, eseguire complesse attività di indagine sui propri sistemi (analisi dei log, incrocio dei dati ecc.) e fornire direttamente i risultati alla magistratura.  Che dunque potrà limitarsi a “prendere per buono” quello che dice l’ISP senza preoccuparsi se i dati siano effettivamente attendibili.

Il risultato pratico è che gli ISP sono rimasti “investigatori a mezzo servizio” e che quindi dovranno strutturarsi autonomamente per dare puntuale riscontro alle richieste della magistratura e rischiando comunque di pagare elevatissime sanzioni amministrative (da 50.000 a 250.000 Euro).

Conclusioni
E’ evidente, a questo punto, che le preoccupazioni espresse nella richiesta di apertura di procedimento per violazione della direttiva 98/34 presentata alla Commissione europea, rispetto alla creazione di disparità per la prestazione di servizi della società dell’informazione erano e sono tutt’altro che pellegrine.  E che questa deficienza della legge potrà essere rilevata in tutti i processi nei quali saranno invocate le nuove norme a “difesa” del diritto d’autore.

Comunicato ALCEI del 15 marzo 2004

Chi copia una musica, un film o un software deve essere trattato come un terrorista?

Un’ altra legge persecutoria contro l’internet
mette a rischio i diritti delle persone e la società civile

Chi copia una musica, un film o un software
deve essere trattato come un terrorista?

  Il  Decreto legge recante interventi urgenti in materia di beni ad attività culturali  (“decreto Urbani”) approvato dal governo il 12 marzo 2004 si aggiunge a una lunga serie di leggi e norme che, con i più svariati pretesti, infieriscono contro l’internet e contro la libertà e i diritti delle persone.

Un’analisi dei molteplici difetti e problemi di questo decreto-legge si trova su http://www.alcei.it/documenti/copyright/p2panalisi.htm

 All’origine questo decreto riprendeva alcuni temi ed errori di quello n.354/03 sulla data-retention  emesso il 24 dicembre 2003 e divenuto legge il 26 febbraio 2004 dopo un infruttuoso dibattito parlamentare che ha solo marginalmente attenuato alcuni dai suoi molti difetti (vedi http://www.alcei.it/documenti/dataret/dataretcom.htm) Nel corso di elaborazione del nuovo decreto sono stati eliminati i riferimenti alla “conservazione obbligatoria dei dati” (la cosiddetta data retention).  Ma si è andati, assurdamente, a “innovare” sulla già distorta e impropria normativa sul cosiddetto “diritto d’autore”.  Introducendo nuovi vincoli, nuove repressioni, nuove violazioni di diritto e di fatto.

 In sostanza – si tratta di un’ennesima legge-papocchio inutile, inefficace e pericolosa.  In cui si mescolano, in un intruglio indigesto e velenoso, temi diversi e non connessi fra loro, come il terrorismo e la duplicazione di musica, video o software.

È inutile perché non fornisce
alcuno strumento utile per la prevenzione del crimine (e in particolare di delitti gravi come il terrorismo o altre forme di violenza).

È inefficace perché è farraginosa e mal concepita, quindi atta a produrre dispersione di attività, procedimenti a carico di innocenti, sovraccarico di indagini senza capo né coda, a scapito di attività seriamente utili per combattere le attività criminali.

È pericolosa perché introduce, in materie ove è totalmente insensato, il concetto di “processo alle intenzioni” cioè di punibilità non di un fatto, ma della supposta inclinazione a farlo.  (Se questa violazione di un principio fondamentale del diritto può essere ammissibile in situazioni estreme come il terrorismo, è inaccettabile che possa essere estesa a situazioni in cui non c’è alcun rischio per la vita e la sicurezza delle persone e delle istituzioni).

Come altre (troppe) leggi e norme rivela, con le sue affermazioni ridondanti e inutili, una specifica volontà di repressione dell’internet e della libertà di comunicazione e di informazione offerta dalla rete.

La perversa assurdità dell’impostazione è rivelata da alcune specifiche disposizioni.

Con l’entrata in vigore del “decreto Urbani”, la DIGOS, oltre a occuparsi di criminalità organizzata, terrorismo e sicurezza dello Stato avrà il compito di tutelare in via preventiva gli interessi di un ristretto gruppo di (potenti) imprenditori dello spettacolo, dell’editoria e dell’informatica (che già con le leggi esistenti sono assurdamente favoriti dal fatto che la duplicazione di musica, immagini o software è considerata una responsabilità penale).

Questo decreto stabilisce di fatto la “responsabilità oggettiva” dei provider, che hanno l’obbligo di monitoraggio e denuncia dei propri utenti – e sono multati pesantissimamente se non denunciano.

Per la prima volta si stabilisce che un certo uso della crittografia è, di per sé, illecito. (Sembra di ritornare a quelle disposizioni americane sul controllo della crittografia come strumento militare che tanto scandalo avevano suscitato dieci anni fa).

Si instaura, insomma, qualcosa che somiglia molto a uno “stato di polizia”, con la persecuzione delle intenzioni, l’obbligo di delazione, la violazione della vita privata e della comunicazione.  E tutto questo non per combattere i terroristi (che possono essere solo favoriti dalla confusione e dalla dispersione di energie create da leggi come questa) ma per soddisfare il protagonismo di questo o quell’altro uomo politico (“voglio anch’io una mia legge contro l’internet”) e le potenti lobby delle case discografiche o di software, cui poco importa se leggi come questa siano applicabili o funzionali, ma piace “terrorizzare” chi non asseconda i loro avidi interessi.

N.B.: Il testo pubblicato sul sito del Ministero, diversamente da quanto abbiamo accertato, non contiene il riferimento alla crittografia. Sospendiamo, sul punto, qualsiasi valutazione in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

P.S.: Il testo del DL 72/04 (nome ufficiale del decreto Urbani) non contiene alcun riferimento alla criminalizzazione della crittografia. Anche la legge di conversione (L.128/04 ) non contiente alcun riferimento a sanzioni per l’uso della crittografia. – 21/05/2004

Documento del 20 novembre 2003

Risposta dell’Antitrust alla segnalazione inviata il 09/01/02

Autorità Garante della concorrenza e del mercato
Pazza Verdi, 6/a 00198 Roma –

Prot. n. 32453/03 del 20/11/2003

Direzione Settoriale C – Proc. n. DC/3603

Avv. Andrea Monti, Studio legale Monti
Via Paolini 96, 65122 Pescara

Oggetto: Segnalazione relativa a presunti comportamenti restrittivi della concorrenza in relazione allo standard di regionalizzazione dei DVD (DVD Regional Code Management/Enhancement), alla discriminazione avverso sistemi operativi diversi da Macintosh e Windows e al divieto di creazione di una copia di riserva per i DVD.

Con riferimento alla segnalazione di cui in oggetto, si comunica che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella sua adunanza del 13 novembre 2003, ha ritenuto che, stante gli accertamenti svolti, allo stato degli atti, non risultano emergere in relazione alla fattispecie segnalata elementi di fatto e di diritto sufficienti a giustificare un intervento ai sensi della legge 10 ottobre 1990, n.287, recante norme a tutela della concorrenza e del mercato, e ne ha, pertanto, disposto l’archiviazione.

In particolare lo standard in questione deriva da un accordo internazionale fra produttori di DVD e supporti audiovisivi che non appare avere un effetto significativo sul territorio italiano ai sensi della L.287/90. Infatti, in ragione dell’incidenza delle normative internazionali in tema di diritto d’autore e del limitato rilievo delle vendite di DVD “regionalizzati” in lingua originale su Internet, l’impatto di tali pratiche sul territorio nazionale appare comunque modesto. Si fa presente, comunque, che la fattispecie è in esame presso la Commissione Europea.

Per quanto attiene all’eventuale profilo discriminatorio nei confronti dei sistemi operativi linux e open source, non è emersa alcuna evidenza di specifici rifiuti a contrarre da parte dei produttori di DVD. Allo stato, peraltro, risultano commercializzati software di lettura dei DVD per sistemi operativi diversi da Windows e Macintosh.

Infine, quanto al presunto divieto di creazione di una copia di riserva dei DVD, non sembra potersi ravvisare una specifica violazione della normativa in materia di tutela della concorrenza, trattandosi di un problema di applicazione della legge sul diritto d’autore.

L’Autorità ringrazia per la collaborazione prestata allo svolgimento dei propri compiti istituzionali.

Il Segretario Generale

Documento del 9 gennaio 2002

Contro le ingiuste limitazioni dei diritti degli utenti DVD

Stampare, firmare, spedire – 09/01/02

All’Autorità  garante per la concorrenza ed il mercato
Via Liguria 26
00187 Roma

Raccomandata a\r anticipata via fax al n. 06/48162256

Pratiche distorsive della concorrenza nel mercato dei DVD e
pregiudizio per i diritti dei consumatori

Vi segnaliamo che l’attuale commercializzazione di DVD avviene in Italia ma anche nel resto del mondo – con modalità  distorsive della libera concorrenza. Pregiudicando sia i diritti delle imprese che operano nel settore della commercializzazione dei suddetti supporti (che non possono reperire film più recenti o a prezzi più vantaggiosi), sia i diritti dei consumatori (che sono totalmente esclusi dalla fruizione dei prodotti di un certo mercato, subiscono l’aggravio di maggiori prezzi e non sono liberi di effettuare copie di riserva di quanto da loro legittimamente acquistato, ex art. 64 ter L.633/41).
In conseguenza chiediamo di adottare tutti i provvedimenti per eliminare queste distorsioni commerciali e ripristinare i diritti dei consumatori.

Introduzione
I DVD sono dei supporti di memorizzazione ad alta capacità e per questa loro caratteristica sono utilizzati dall’industria del settore audiovisivo per la veicolazione di film, musica, concerti e quant’altro.
Per essere utilizzati i DVD richiedono l’impiego di un apposito apparato (analogo ad un videoregistratore) che ne riproduce i contenuti su un normale televisore o su un personal computer.
Tutti i produttori di apparati (Hitachi, Panasonic, Philips, Pioneer, Samsung, Sony, tanto per citarne alcuni) e di film (Warner Bros, Universal, Sony ecc.) impiegano un sistema che – per pure ragioni commerciali – fa si che un DVD legittimamente acquistato negli USA e nel Canada sia riproducibile solo ed esclusivamente da un lettore acquistato negli stessi paesi e non altrove.
Più nel dettaglio, il mondo è stato diviso in sei zone geografiche (1 per USA e Canada, 2 per l’Europa ecc.) realizzando i supporti e i lettori in modo da creare incompatibilità fra lettori e supporti acquistati in zone diverse.
Recentemente, per contrastare la diffusione di lettori DVD universali in grado di leggere supporti codificati in una qualsiasi delle sei zone alcune imprese come Warner Bros, New Line e Columbia hanno già  adottato degli ulteriori sistemi basati sulla tecnologia RCE (Region Control Enhancement) che impediscono l’impiego dei DVD Regione 1 su questi lettori (fonte: DVD Talk – http://www.dvdtalk.com/rce.html v.07/01/2002)

Perchè questo stato di fatto danneggia i consumatori

Necessità di acquistare più lettori DVD per utilizzare prodotti acquistati in altre zone. Questa strategia commerciale è un grave pregiudizio per i consumatori che sono costretti a comprare un lettore per ogni zona (posto poi di avere il televisore compatibile) o a modificare il proprio lettore, spendendo somme spesso consistenti, perdendo ogni garanzia sul prodotto e, in certi casi, violando anche involontariamente norme di legge.

Impossibilità di fruire del diritto alla copia di riserva di cui all’art. 64 ter L.633/41. I sistemi di codifica regionale e altri “presidi tecnologici” utilizzati dai produttori di lettori e DVD impediscono all’utente che ha legittimamente acquistato un’opera dell’ingegno di effettuare la cosiddetta copia di riserva così come garantito dall’art.64 ter l.633/41 e dalle sentenze n.1769/97 del 09/10/1997 Pretura di Pescara e n.1158/01 del 05/10/2001 Corte d’appello de L’Aquila (che hanno esteso analogicamente il vigore della norma dal software alle opere audiovisive).
Acquistando un film su DVD, infatti, non si diventa proprietari dell’opera ma – come ben evidenziato dalle schermate introduttive presenti su ogni supporto – si diventa titolari di un limitato diritto d’uso”. E’ evidente, quindi, che l’eventuale deperimento del supporto originale non fa venire meno il diritto a fruire dell’opera legittimamente acquistata.
Tuttavia, la presenza dei dispositivi di protezione inseriti dai produttori sia sui supporti sia sui lettori rendono impossibile l’esercizio del diritto in questione.

Impossibilità di accedere a condizioni di acquisto più vantaggiose
Nell’economia globale, è inaccettabile che un consumatore non possa scegliere il miglior prezzo per lo stesso prodotto. Con ciò attribuendo ingiustificati vantaggi commerciali ad alcuni operatori e a scapito degli altri.

Esclusione dall’accesso a contenuti importanti ma non economicamente utili da esportare.
Ma il rischio più grave è per la diffusione della cultura. Il DVD è uno strumento utilissimo per veicolare espressioni artistiche della più varia natura. Impedire – per mere questioni di interesse commerciale – di poter vedere un film o una rappresentazione teatrale realizzati in America, che mai sarebbero “tradotte” nella zona europea (o viceversa), significa tagliare fuori le persone da importanti esperienze di arricchimento culturale.

Discriminazione nella diffusione di software Open Source
La DVD Copy Control Association (DCCA) – titolare dei diritti sulla tecnologia di protezione CSS (Content Scrambling System – ha licenziato questa tecnologia anche ai produttori di software in ambiente Windows e Macintosh. Lo sviluppo indipendente e legittimo di software analoghi in ambiente Linux e Open Source, privi di questo sistema (non obbligatorio per legge, ma per mero contratto) ha scatenato una violenta reazione giudiziaria da parte della DCCA volta ad impedire che programmatori indipendenti realizzassero autonomamente questi programmi

Pericolo per la libertà di espressione e per i diritti civili
In particolare, l’azione della DCCA è diretta anche contro chi pubblica in rete i sorgenti dei suddetti software o li rende raggiungibili tramite un collegamento ipertestuale (link). Con ciò minacciando gravemente la lbertà  di espressione e di manfestazione del pensiero, oltre che la libertà  di ricerca scientifica.
Questa situazione era già  stata peraltro denunciata lo scorso anno in Italia da ALCEI (http://www.alcei.it/news/cs000128.html), insieme ad altre 19 associazioni internazionali senza che le pubbliche autorità prendessero in considerazione la cosa.

Conclusioni
In conseguenza di quanto sopra, ci rivolgiamo a quesa Autorità garante perchè voglia indurre sia i produttori di lettori DVD, sia quelli di opere audiovisive e quelli di software a distribuire sul mercato italiano solo prodotti che non recano danno ai diritti degli utenti e delle imprese.

Grazie per l’attenzione.

Luogo, data

Firma

Comunicato ALCEI del 25 luglio 2000

Va di male in peggio la legislazione italiana sul "diritto d’autore”"
Schedature, “pentiti” e sequestri di computer contro chi copia software. La futura legge sul diritto d’autore tratta chi usa programmi non licenziati allo stesso modo dei trafficanti di droga.

A più di un anno di distanza dal comunicato Alcei “Modifiche ingiuste e incivili alla legge sul diritto d’autore” (15 marzo 1999) non solo la situazione non sta migliorando ma sono in discussione al parlamento nuove norme che peggiorano gravemente il quadro normativo.

In tutto il mondo c’è un intenso dibattito sull’accettabilità di norme antiquate che favoriscono solo grandi imprese (editoriali, “discografiche”, di spettacolo o di software), non giovano agli autori e vanno contro l’interesse generale. Le leggi italiane, ancora più retrive e repressive, sono in fase di assurdo e ingiustificato inasprimento.

Un errore fondamentale sta nel fatto che comportamenti sostanzialmente definibili, al massimo, come violazioni di rapporti privati siano trattati come illeciti perseguibili penalmente. All’interno di questa fondamentale stortura c’è un problema terminologico che puo’ sembrare un oscuro dettaglio formale ma crea una rilevante differenza.

Secondo la legge in vigore, è penalmente perseguibile chi fa uso di software non registrato “per fini di lucro”. Alcune sentenze avevano determinato una interpretazione “intelligente” di quella norma: cioè per “fine di lucro” si intende il commercio ma non il semplice utilizzo del software. Le nuove proposte di legge contengono il termine “per trarne profitto”, con l’obiettivo di forzare una definizione più estesa e perversa: cioè la perseguibilità penale del semplice utilizzo.

Occorre ricordare che le pene indicate dalla legge, per fatti che al massimo potrebbero giustificare un risarcimento in denaro, sono assurdamente pesanti. Da sei mesi a tre anni di carcere – quando un omicidio colposo plurimo puo’ essere punito con sei mesi di reclusione.

Nella nuova legge potrebbe essere previsto qualche alleggerimento delle pene, ma comunque rimangono esagerate rispetto alla realtà dei fatti – e al fondamentale principio che non c’è alcun ragionevole motivo per sottoporre queste materie alla disciplina penale.

Occorre anche ricordare che queste assurde norme sono il pretesto più diffuso per quelle barbare ondate di sequestri di computer che resero infame l’Italia nel mondo nel 1994 e che, nonostante la dimostrata inutilità e perversità di quella procedura d’indagine, continuano a fare migliaia di vittime (spesso del tutto innocenti) anche sei anni più tardi.

È preoccupante che tutte le forze politiche, così sollecite nel mettersi al servizio delle lobby di grandi interessi privati, siano perennemente disattente nell’evitare ai cittadini inutili e ingiustificate persecuzioni.

********************

Approfondimento:

Background

Già un anno fa ALCEI aveva segnalato le storture contenute nel disegno di legge sulla riforma del diritto d?autore, una legge che molto poco si occupa della tutela degli autori e troppo degli interessi economic i di ben identificate categorie di soggetti (major dell’audiovisivo e del software), il tutto a scapito dei più elementari principi di civiltà giuridica.

In particolare aveva evidenziato la sostituzione, nell’art.171 bis della legge, dello scopo di “lucro” con quello di “profitto”, come elemento essenziale del reato di duplicazione abusiva. Una decisione che annulla le interpretazioni più equilibrate della giurisprudenza, che ha ravvisato il reato solo nel comportamento di chi “fa commercio” di copie illecitamente duplicate.

Veniva – e viene – inoltre sanzionato penalmente il mero scambio di informazioni tecniche sul funzionamento dei sistemi di decodificazione dei segnali televisivi e di protezione del software e la realizzazione, a puro scopo scientifico, di strumenti in grado di compiere queste azioni, invece di punire chi ne trae un ingiusto vantaggio economico.

Veniva – e viene – istituito un vero e proprio regime di pentitismo, promettendo sconti di pena a chi, coinvolto in attività illecite, consente alle autorità il mero sequestro di materiale presumibilmente illecito, a prescindere dall’esito finale del processo

Veniva – e viene – di fatto “legalizzata” la incivile prassi del sequestro di computer come strumento utilizzato per commettere il reato, e ciò a fronte degli illuminati comportamenti di alcune Procure della Repubblica che si sono limitate ad acquisire copia del contenuto dei computer, inibendo l’uso dei soli software di dubbia provenienza, e dell’orientamento espresso dal Tribunale del riesame di Torino, che ha chiaramente affermato la sufficienza “a fini istruttori” dell’acquisizione del contenuto delle memorie di massa, in luogo dell’asportazione dell?intero elaboratore.

Le modifiche peggiorative

Ma questo evidentemente non bastava, perché nel rimpallo fra Camera e Senato sono state aggiunte norme che hanno aggravato ancora di più l?inciviltà di questa futura legge che adotta per la tutela del diritto d?autore, metodi e strumenti utilizzati per la repressione del traffico di droga o armi, e per il contrasto alla cri minalità organizzata (schedature, pentiti, responsabilità presunta).

Gli ulteriori inasprimenti:

– Istituiscono (art. 8) una registrazione presso la Questura (da rinnovarsi annualmente) per tutti coloro che producono, duplicano, riproducono, vendono, noleggiano o cedono a scopo di lucro supporti (nastri, dischi, videocassette, cd ecc.) o semplicemente detengono tale materiale ai fini dello svolgimento delle suddette attività. Il che si traduce in una gigantesca operazione di schedatura di tutti coloro che “hanno a che fare” con “opere dell’ingegno” di chi “lavora” con le opere dell’ingegno

– con l’indiscriminata perseguibilità d?ufficio dei fatti di duplicazione abusiva, trasformano gli uffici giudiziari penali – già oberati di procedimenti da smaltire – in “fabbriche di processi” anche per ipotesi minori e di scarsa rilevanza (non a caso, tutte le sentenze penali emanate dai Tribunali italiani riguardano privati cittadini o fatti di minima entità)

– ampliano (art. 10) i già enormi poteri della SIAE che avrà “voce in capitolo” anche nei confronti di autori e programmatori che non sono – e non vogliono – iscriversi. In questo articolo in particolare, ma anche nei seguenti (inclusa la parte dedicata alle disposizioni penali) si esalta in maniera inaccettabile il contrassegno apposto dalla SIAE (il famoso “bollino”) che non solo viene imposto a tutti (e quindi anche per i supporti contenenti materiale di pubblico dominio o autoprodotto da soggetti non iscritti nè rappresentati dalla SIAE) ma addirittura viene ad essere elevato (comma 8) a “segno distintivo di opera dell’ingegno”. Da notare che nel recente passato spesso il contrassegno è stato utilizzato da soggetti spregiudicati per dare patina di “legalità” a prodotti dei quali non si detenevano i diritti di sfruttamento.

– istituiscono nuove funzioni di vigilanza (art.11) all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ed alla SIAE funzioni di vigilanza sulle attività di riproduzione e duplicazione, ma anche di proiezione cinematografica, distribuzione, vendita, noleggio, emissione e utilizzazione in qualsiasi forma dei supporti contenenti le opere. Dall?elenco non sono escluse nemmeno le copisterie…

– creano (art.19) un Comitato per la tutela della proprietà intellettuale, (del quale fa parte – guarda caso- anche un membro indicato dalla SIAE) con non ben definite funzioni di verifica che finiscono per sconfinare nella delazione.

Le richieste di ALCEI
A fronte di tutto questo, ALCEI torna a chiedere delle modifiche normative che rendano la futura legge più flessibile e in grado di incidere effettivamente sui comportamenti veramente illeciti, evitando di limitare ingiustamente i diritti della persona.

Siamo convinti che una misura fondamentale sia l?abolizione della sanzionabilità penale di queste fattispecie, ma in via subordinata, sarebbe ragionevole almeno stabilire:

– la sanzionabilità penale solo per le ipotesi di duplicazione a scopo di lucro (cioè punire chi vende le copie)

– la perseguibilità del reato di duplicazione abusiva a querela (vale a dire consentire le indagini penali solo su istanza di parte e non automaticamente

– la possibilità di accedere all’oblazione (e quindi estinguere il reato con il pagamento di una somma)

– la depenalizzazione delle ipotesi minori di duplicazione a fine di lucro (punire con una sanzione amministrativa i fatti di minore rilevanza)

– la decriminalizzazione dello scambio di informazioni tecniche e di apparati non diretti alla commissione di atti illeciti. (non considerare illecito penale il semplice interesse culturale per il funzionamento di apparati tecnici e sistemi software)

– l’esplicito divieto di sequestrare computer

– la limitazione dei poteri della SIAE alle sole opere prodotte da operatori che ne fanno parte

– l’obbligo di applicazione del bollino SIAE soltanto per le opere prodotte da operatori che ne fanno parte

– l’eliminazione di qualsiasi forma di “schedatura preventiva”

Documento del 15 marzo 1999

Diritti d’autore e sequestri di computer
L’ambito di applicazione dell’art.171 bis lda
A seguito dell’emanazione del d.lgs. 518/92 che recepisce la direttiva europea 250/91, il software e’ considerato “opera dell’ingegno” e quindi assoggettato alla legge sul diritto d’autore (lda). Siccome le opere dell’ingegno godono anche di una tutela penale e dato che sono state previste delle sanzioni penali per i casi di duplicazione abusiva.

L’attuale formulazione dell’articolo nell’art.171 bis l.d.a. punisce
“Chiunque abusivamente duplica a fini di lucro, programmi per elaboratore, o, ai medesimi fini e sapendo o avendo motivo di sapere che si tratta di copie non autorizzate, importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale, o concede in locazione i medesimi programmi.”

Il proliferare di indagini penali derivate dall’emanazione della legge e culminate in centinaia e centinaia di sequestri di computer anche nei confronti di persone che si limitavano a collezionare (senza usare) i programmi, o che se li scambiavano senza richiedere alcun corrispettivo ha posto immediatamente problemi di interpretazione sul significato da attribuire alla dizione “scopo di lucro”, argomento oggetto di una fondamentale sentenza emanata sul finire del 1996 dal Pretore di Cagliari.
Molto schematicamente il contenuto del provvedimento si può sintetizzare come segue: non ogni duplicazione priva di licenza – ancorchè illecita sotto il profilo civile – integra gli estremi della fattispecie penale di cuiall’art.171bis l.d.a.; ciò perché la soglia del penalmente rilevante sarebbe oltrepassata dall’esistenza del dolo specifico di lucrare dalla duplicazione, cioè dal conseguire un accrescimento patrimoniale come effetto diretto della cessione a terzi dell’opera abusivamente riprodotta. Il fatto – diverso – dell’utilizzare l’applicazione senza licenza sarebbe di mero interesse civilistico, in quanto, al più, concretizzante un profitto che sarebbe altro dal lucro di cui parla la norma.
Il dato centrale del provvedimento sta nel fatto che per la prima volta si afferma che la duplicazione di un software senza essere in possesso della relativa licenza non comporta automaticamente ed indefettibilmente l’esercizio dell’azione penale, ponendo così un primo limite alla barbarie del dover vedere tutelata con una norma penale un rapporto – licenziante/licenziatario – di rilevanza fondamentalmente civilistica.

Il punto è ora vedere se all’interno del “fine di lucro” possa rientrare anche l’impiego dei programmi per l’esercizio della propria attività e cioè – in altri termini – il fatto che tali programmi siano impiegati per produrre reddito.
Il reato di cui all’art.171 bis l.d.a. è un reato plurioffensivo che lede oltre i diritti patrimoniali dell’autore anche l’economia pubblica; su scala globale, infatti, il volume d’affari generato da questo tipo di illecito è tale da alterare significativamente gli equilibri si un sistema economico. Del resto la ratio della norma sta propri o nel colpire chi fa commercio di programmi duplicati abusivamente perché è proprio la commercializzazione a provocare il danno economico e non l’impiego della copia abusiva in ambito privato o professionale .
Stando così le cose, allora, il “fine di lucro” si deve intendere come direttamente collegato alla cessione di copie dell’opera tutelata, dietro corrispettivo; dal che ne deriva l’impossibilità di considerare l’impiego del programma duplicato abusivamente nell’ambito della propria attività professionale, come parte costitutiva dell’elemento soggettivo rilevante ai fini della sussistenza del reato.

Il rapporto con l’art.171 lda
Residua – in ipotesi – la possibilità di contestare per i fatti anteriori al dicembre 1992 il reato di cui all’art.171 l.d.a.
Ciò non è possibile perché l’art.171 bis l.d.a. (introdotto dal d.lgs.518/92) si configura chiaramente come norma speciale rispetto al precedente art.171 l.d.a. Quest’ultimo si apre infatti con le parole: salvo quanto previsto dall’art.171 bis, con ciò a significare che la volontà del legislatore è quella di operare una distinzione fra il regime giuridico penale delle opere d’ingegno in generale e i programmi per elaboratore in particolare. Risalenti pronunce (vedi ad es. Pretura di Monza 26/07/85; Pretura di Milano 01/06/82; Pretura di Padova 15/12/83) hanno in tempi non sospetti escluso tout court l’applicabilità al software delle sanzioni penali previste dalla legge sul diritto d’autore legittimando ex post la tesi qui rappresentata.

La configurabilità della ricettazione
Poiché la ricettazione prevede l’esistenza di un reato presupposto, dato che la duplicazione del programma è avvenuta quando il fatto non era previsto dalla legge come reato è evidente che in difetto del reato presupposto non sia possibile contestare quello di cui all’art.648 c.p.
Poiché il software esso viene assimilato ex lege alle opere d’ingegno e – in particolare – a quelle letterarie coerentemente l’oggetto della norma è stato individuato – sic et simpliciter – nel programma per elaboratore, in qualsiasi forma espresso svalutando in conseguenza la rilevanza dei supporti che lo veicolano.
Il riflesso concreto di questa scelta, peraltro anticipata da una prassi contrattuale generalizzata, sta nel fatto che ad essere trasferita – e quindi TUTELATA – non è la titolarità del programma ma solo la licenza di utilizzarlo.
Nel caso della ricettazione il comportamento illecito dell’agente deve attingere …denaro o cose provenienti da qualsiasi delitto… mentre è di tutta evidenza che un programma informatico non può essere in alcun modo considerato denaro nè tantomeno res. Del resto la stessa legge 547/93 che ha introdotto nel codice penale i c.d. “reati informatici” non prevede l’equiparazione indifferenziata fra “programmi” e “cosa mobile”. Al contrario, solo ed esclusivamente in specifiche e tassative ipotesi (art.392 – esercizio arbitrario delle proprie ragioni, art.635 bis danneggiamento informatico), vengono indicati, come oggetto della condotta, il dato o il programma
Nè vale obiettare l’esistenza di un legame fra programma e supporto fisico, estendendo, così, analogicamente il ragionamento di quella giurisprudenza che ha riconosciuto la configurabilità della ricettazione di beni immateriali quando riferibili ad una “cosa”. Tali esempi, infatti, riguardano il caso di diritti di credito che, “incorporati” in un documento rappresentativo o dichiarativo della loro esistenza, diventano da questi indivisibili: e.g. l’assegno. Questo ragionamento non può applicarsi ad un programma (per cui ricettare il supporto equivale a ricettare il diritto di utilizzo) perché tale diritto prescinde in modo assoluto dal mezzo tramite il quale esso viene esercitato. Per fare un esempio pratico, nell’ipotesi in cui la duplicazione avvenga per il tramite di una rete telematica e il programma venga memorizzato su un supporto di proprietà del duplicatore è evidente che non c’è alcun trasferimento di oggetti materiali o di energia elettrica, ma solo di segnali telefonici che pure la giurisprudenza non equipara all’energia elettrica.
La conclusione paradossale del ragionamento sarebbe dunque che la duplicazione attraverso supporti fisici configuri anche la ricettazione, quella commessa attraverso strumenti telematici soltanto – in ipotesi – il reato di cui all’art.171 bis l.d.a.
La copia del software dà, invece, origine ad una situazione totalmente diversa. L’abusività della riproduzione sta’ infatti nel creare una situazione di fatto che consente a terzi l’utilizzo abusivo di un’opera d’ingegno; cioè nel ledere il diritto d’autore senza che il titolare dello stesso ne abbia il corrispettivo economico.

Il regime sanzionatorio
A fronte di pene detentive che (se viene contestata anche la ricettazione) possono arrivare anche a otto anni di reclusione non c’è alcuna graduazione della gravità dei fatti. In altri termini – se non si accoglie la tesi del Pretore di Cagliari – persino il semplice scambiarsi un videogioco magari vecchio d i qualche anno è un fatto punibile con una sanzione penale. Se proprio ogni duplicazione abusiva deve essere considerata penalmente rilevante, sarebbe quantomeno stato auspicabile – nei casi di minore rilevanza – prevedere la possibilità di estinguere il reato con il pagamento di una sanzione che non incida sulla “fedina penale”

Le modifiche in discussione al Senato
La proposta di legge n.4953 (link) attualmente in discussione al Senato interviene drasticamente sul punto con l’art. 18

1. Al comma 1 dell’articolo 171-bis della legge 22 aprile 1941, n.633, le parole: “a fini di lucro” sono sostituite dalle seguenti: “per trarne profitto” e dopo le parole: “a scopo commerciale” sono inserite le seguenti: “o imprenditoriale”.

Questo significa che se fino ad ora la duplicazione di software era considerata penalmente rilevante solo in presenza di un “traffico”, ora anche il semplice scambio fra privati, anche solo per “dare un’occhiata” al programma. Ciò si applica persino alla collezione di programmi non più in commercio (ma comunque protetti) e quindi la cui duplicazione non può arrecare danno alcuno.

Un altra previsione dai contenuti fortemente discutibili è contenuta nell’art. 19 della proposta che interviene sull’articolo 171-ter della legge sul diritto d’autore, sostituendolo con il seguente:
“Art. 171-ter. – 1. E’ punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da due ad otto milioni di lire chiunque a fini di lucro:

a) omissis
b) omissis
c) omissis
d) omissis
e) omissis
f) introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita o la distribuzione, distribuisce, vende, concede in noleggio, cede a qualsiasi titolo, promuove commercialmente, installa dispositivi o elementi di decodificazione speciale che consentono l’accesso ad un servizio criptato senza il pagamento del canone dovuto.”

La norma si coordina con il futuro art. 171-octies che punirà “con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni chiunque a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza per uso pubblico e privato apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condiz ionato effettuate via etere, via satellite, via cavo, in forma sia analogica sia digitale. Si intendono ad accesso condizionato tutti i segnali audiovisivi trasmessi da emittenti italiane o estere in forma tale da rendere gli stessi visibili esclusivamente a gruppi chiusi di utenti selezionati dal soggetto che effettua l’emissione del segnale, indipendentemente dalla imposizione di un canone per la fruizione di tale servizio.
2. La pena non è inferiore a due anni di reclusione e la multa a lire trenta milioni se il fatto è di rilevante gravità.”

A tal proposito è opportuno evidenziare quanto segue. “La televisione e tutti gli altri servizi a pagamento – come dice la parola stessa – si basano sul principio che il cliente sceglie (e paga) soltanto ciò che preferisce; ovviamente ciò implica che le trasmissioni non siano comprensibili se non a chi ha provveduto a pagare il dovuto. Questo risultato si raggiunge appunto trasmettendo i programmi in forma critptata, programmi che poi verranno decodificati dal cliente, in possesso di un decoder e di una smart card che, usati insieme, consentono di usufruire del servizio. Intorno a questi sistemi, come era facile immaginare, sono proliferati traffici più o meno clandestini di smart card contraffatte o apparati per decifrare le comunicazioni senza essere clienti di questa o quella emittente.
La crittografia è dunque uno strumento essenziale per il successo economico di queste attività ed è sembrato quindi ovvio (?) preoccuparsi dell’eccessiva facilità con la quale è possibile trovare (specie su Internet) informazioni sul funzionamento dei sistemi di trasmissione cifrata e sul modo di aggirarli. Il rimedio più immediato – poco rispettoso dei diritti dei cittadini e ispirato chiaramente dall’arroganza di chi ha risorse e contatti… potere, in altri termini – è stato quello di cercare di far approvare leggi che punissero addirittura la circolazione di informazioni sugli apparati di decodifica e sugli algoritmi di cifratura a prescindere dallo scopo per ciò avvenga..
“Una lobby di industriali” scrive Marcus Khun “ha fatto in modo di convincere la Commissione Europea a introdurre una legislazione radicalmente nuova per proteggere le emittenti di pay-TV dalla ricezione non autorizzata. In questa prospettiva, oltre al divieto di pubblicizzare e commercializzare attrezzature pirata, vengono altresì inibiti il possesso privato o l’uso di decoder clonati e ogni privato scambio di informazioni sulle caratteristiche di sicurezza dei sistemi crittografici delle pay-TV… Inoltre, si intende vietare l’uso di programmi non commerciali attualmente disponibili su Internet per ricevere – poniamo – trasmissioni televisive britanniche in Europa Centrale, per le quali non sono disponibili abbonamenti al di fuori dei confini inglesi e la cui ricezione non costituisce direttamente un furto di servizi.
Il risultato degli sforzi di questa lobby si concretizza il 6 marzo 1996 con la diffusione da parte della Commissione Europea del famigerato “Libro Verde” intitolato Legal Protection for Encrypted Services in the Internal Market, che poi si traduce in una proposta di direttiva a esso ampiamente ispirata. Se la direttiva fosse stata adottata nella formulazione della proposta di cui sopra, avrebbe potuto avere effetti devastanti per la libertà di espressione e per la libertà di ricerca, oltre a stabilire dei confini difficilmente modificabili in materia di uso di sistemi crittografici. In sintesi ciò che veniva chiesto agli Stati non era soltanto di punire i traffici commerciali di smart card clonate o di strumenti per realizzarle ma anche di vietare la semplice diffusione di informazioni (come quella che avviene nei newsgroup tecnici) e l’autocostruzione, l’analisi o qualsiasi attività a scopo di ricerca sulle tecnologie di cifratura. In pratica questo significava stabilire una sorta di mono\oligopolio su certi tipi di tecnologie la cui analisi sarebbe stata consentita soltanto a determinati soggetti e non ad altri.
Sorprendentemente – almeno per le lobby in questione – le autorità dell’Unione Europea non sposarono acriticamente i risultati del libro verde ed emanarono la direttiva 98/84/EC (pubblicata il 20 novembre 1998) sulla protezione dei servizi basati sull’accesso condizionato che all’art. 4 invita gli Stati a sanzionare quando i fatti si verificano sul proprio territorio:

  • * la fabbricazione, l’importazione, la distribuzione, la vendita, il noleggio o il possesso a scopi commerciali di apparecchiature illegali;
  • l’installazione, la manutenzione o la sostituzione a scopo commerciale di apparecchiature illegali;
  • l’uso di comunicazioni commerciali per promuovere apparecchiature illegali…

Rispetto alla proposta di direttiva dunque si registrano notevoli differenze, in particolare rispetto al fatto che vengono sanzionate soltanto le attività compiute a scopo commerciale, mentre sono fatte salve altre, come la semplice discussione teorica (a prescindere se avvenga in ambito accademico o fra “appassionati” del settore) e l’autocostruzione di apparecchiature non finalizzata alla commercializzazione.” (tratto da C.Giustozzi, A.Monti E. Zimuel Segreti Spie, e codici cifrati Apogeo 199 9)

Altri rilievi critici possono essere formulati all’art. 22 della riforma, che interviene sulla delicata e spinosa questione dei sequestri hardware:

” Dopo l’articolo 171-quinquies della legge 22 aprile 1941, n.633, inserito dell’articolo 20 della presente legge, sono inseriti i seguenti:

“Art. 171-sexies. – 1. Quando il materiale sequestrato è, per entità, di difficile custodia, l’autorità giudiziaria può ordinarne la distruzione, osservate le disposizioni di cui all’articolo 83 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n.271.
2. E’ sempre ordinata la confisca degli strumenti e dei materiali serviti o destinati a commettere i reati di cui agli articoli 171-bis, 171-ter e 171-quater nonché delle videocassette, degli altri supporti audiovisivi o fonografici o informatici o multimediali abusivamente duplicati, riprodotti, ceduti, commerciati, detenuti o introdotti sul territorio nazionale, ovvero non provvisti di contrassegno SIAE, ove richiesto, o provvisti di contrassegno SIAE contraffatto o alterato, o destinato ad opera diversa. La confisca è ordinata anche nel caso di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale.
3. Le disposizioni di cui ai precedenti commi si applicano anche se i beni appartengono ad un soggetto giuridico diverso, nel cui interesse abbia agito uno dei partecipanti al reato.”

Da molti anni si perpetua nell’indifferenza pressocchè totale l’abuso dei sequestri di hardware per i motivi più sv ariati. Si tratta di una misura superflua tecnicamente (perché basta fare la copia del disco rigido) e inutilmente vessatoria (perché priva una persona – o più, nel caso di server o BBS – di un importante strumento di lavoro). Dopo molto tempo qualcosa comincia finalmente a cambiare e diversi magistrati hanno cominciato ad adottare rimedi alternativi al sequestro di hardware, ma ancora una volta la legge va in una direzione diametralmente opposta.
Ne consegue che non solo si possono squestrare i computer, ma che questi saranno indefettibilmente destinati alla confisca perch̩ sono Рcome dice la legge Рmateriali serviti o destinati a commettere i reati. In pratica questo vuol dire equiparare anche il PC di casa ad uno strumento da criminale, quando invece si tratta di un apparato privo di qualsiasi attitudine criminogena.

L’apoteosi della repressione arriva però con l’art. 171-nonies che istituisce un vero e proprio regime da “pentitismo elettronico”: “La pena principale per i reati di cui agli articoli 171-bis, 171-ter e 171-quater è diminuita da un terzo alla metà e non si applicano le pene accessorie a colui che, prima che la violazione gli sia stata specificatamente contestata in un atto dell’autorità giudiziaria, la denuncia spontaneamente o, fornendo tutte le informazioni in suo possesso, consente l’individuazione del promotore o organizzatore dell’attività illecita di cui agli articoli 171-ter e 171-quater, di altro duplicatore o di altro distributore, ovvero il sequestro di notevoli quantità di supporti audiovisivi e fonografici o di strumenti o materiali serviti o destinati alla commissione dei reati.”

La posizione dell’Unione Europea
Mentre il Senato discute questa proposta, alcuni emendamenti proposti alla direttiva europa nella stessa materia evidenziano gravi limitazioni dei diritti individuali.
Come si evince chiaramente ad esempio dalla lettura dei “considerando” 2bis 3 6 9 9bis 10bis 12bis 16bis 23 26 29 ter 33bis sono stati compiuti significativi rimaneggiamenti del testo di questa proposta di direttiva, volti a stabilire il principio che la tutela della proprietà intellettuale è un’esigenza prevalente sul rispetto dei diritti fondamentali della persona.
La formulazione dei “considerando” poi è strutturata subdolamente in modo tale da garantire questo risultato anche in sede di interpretazione e applicazione della legge. Durante un processo, infatti, l’eventuale dubbio sul significato di un certo articolo viene risolto dal giudice cercando di capire cosa intedesse dire il legislatore quando ha emanato quella specifica norma. E’ chiaro che trovandosi di fronte ad una direttiva europea che ad ogni pie’ sospinto si preoccupa di ribadire che la proprietà intellettuale prevale su ogni cosa, persino il più intellettualmente onesto dei giudici potrebbe essere indotto ad interpretare lenorme in senso più restrittivo.
In sintesi lo scenario disegnato dalla proposta di direttiva è il seguente:
* prevalenza di fatto della proprietà intellettuale sugli altri diritti
* limitazione del diritto alla copia privata digitale
* applicazione su larga scala di sistemi di protezione hardware e software
* divieto d i circolazione di qualsiasi apparato e\o informazione tecnica sul
* funzionamento dei sistemi di cui al punto precedente
* limitazioni sulla circolazione degli apparati di duplicazione
* aumento generalizzato dei costi di apparati che consentono la copia e delle memorie di massa
* potenziamento dei controlli sugli utenti finali
* aggravamento indiscriminato delle sanzioni

Le proposte di ALCEI
ALCEI è ben conscia dei problemi legati alla duplicazione abusiva di software e più in generale delle opere protette dal diritto d’autore, e proprio per questo auspica la revisione della normativa vigente in modo da renderla più efficace nei confronti di chi effettivamente arreca danno. Ma questa tutela non può legittimare l’adozione di leggi illiberali e vessatorie che inseriscono margini di eccessiva discrezionalità nell’esercizio dell’azione penale.
Ampliando eccessivamente la portata della legge attuale – come si evince dalla lettura della proposta in discus sione al Senato e dalle proposte comunitarie – si limitano ingustamente gli spazi di libertà dei cittadini, a vantaggio della tutela degli interessi economici di enormi potentati.

ALCEI ritiene necessario – per un equo contemperamento degli interessi delle aziende e degli utenti – che vengano adottate almeno queste modifiche alla legge sul diritto d’autore:

* Sanzionabilità penale solo per le ipotesi di duplicazione a scopo di lucro (cioè punire chi vende le copie)
* Perseguibilità del reato di duplicazione abusiva a querela (vale a dire consentire le indagini penali solo su istanza di parte e non automaticamente
* Possibilità di accedere all’oblazione (e quindi estinguere il reato con il pagamento di una somma)
* Depenalizzazione delle ipotesi minori di duplicazione a fine di lucro (punire con una sanzione amministrativa i fatti di minore rilevanza)
* Decriminalizzazione dello scambio di informazioni tecniche e di apparati non diretti alla commissione di atti illeciti. (non considerare illecito penale il semplice interesse culturale per il f unzionamento di apparati tecnici e sistemi software)

Link

Il diritto di copiare
http://gandalf.it/garbugli/garb23.htm

Shareware, freeware & Co.
http://www.spaghettihacker.it/art005.html

La licenza di distribuzione
http://www.spaghettihacker.it/art007.html

Le banche-dati hanno un valore estetico? Il parere dell’Unione Europea
http://www.spaghettihacker.it/art011.html

I casi celebri
http://www.spaghettihacker.it/art016.html

La legge sul software sitruzioni per l’uso
http://www3.mondadori.com/miol/dina/SchedaArticoloFromAsp.asp?
CodiceArticolo=118168&CodiceTestata=1
< /a>

Il ruolo di BSA nella lotta alla pirateria
http://www3.mondadori.com/miol/dina/SchedaArticoloFromAsp.asp?
CodiceArticolo=118169&CodiceTestata=1

No Theft Electronic Act – Una legge di altri tempi http://www3.mondadori.com/miol/dina/SchedaArticoloFromAsp.asp?
CodiceArticolo=113146&CodiceTestata=1

Brevi note sulla recente giurisprudenza di diritto delle tecnologie
http://www.interlex.com/conv97/amonti12.htm

Le proposte europee per un diritto d’autore delle opere digitali su Internet
http://www.interlex.com/conv97/gattei.htm

Tutela giuri dica delle basi di dati: la privativa sul contenuto nella proposta di direttiva comunitaria
http://www.interlex.com/inforum/borrello.htm

No copyright nell’era digitale?
http://www.interlex.com/inforum/parrell2.htm

Opere multimediali e tutela del diritto d’autore
http://www.interlex.com/inforum/daffarra.htm

La responsabilità per i danni da software (colposamente) difettoso
http://www.interlex.com/inforum/daietti.htm

Diritto d’autore e nuove tecnologie di Sandro Di Minco
http://www.interlex.com/inforum/sdmin.htm

Il Senato
http://www.senato.it

Il sito della Business Software Alliance
http://www.bsa.org/

WIPO (World Intellectual Property Organization)
http://www.wipo.int

OECD – Organization for Economic Cooperation and Development
http://www.oecd.org

Un estratto dal libro “Spaghetti Hacker” http://www.andreamonti.net/sphackseq.pdf

Piccola cronologia dei carackdown italiani
http://www.andreamonti.net/cronocrack.pdf

Pericolo sequestratori in agguato
http://gandalf.it/free/sequest.htm

Perquisizioni e sequestri di materiale informatico
http://www.interlex.com/inforum/coliva1.htm

Perquisizioni e sequestri: continua la saga di Daniele Coliva http://www.interlex.com/inforum/coliva2.htm

Per un ripensamento sui “computer crimes” di Dani ele Minotti
http://www.interlex.com/inforum/minotti.htm

Comunicato ALCEI del 15 marzo 1999

Modifiche ingiuste e incivili alla legge sul diritto d’autore
E’ in discussione in Parlamento una modifica della legge 633/41 (“Legge sul diritto d’autore”) che inasprisce gravemente il contenuto delle norme vigenti.

La stortura più evidente (ma non l’unica) e’ la sostituzione nell’art.171 bis (che sanziona penalmente la duplicazione di software) della dizione “fine di lucro” con quella “per trarne profitto”. Questo significa che è penalmente perseguibile non solo il commercio, ma anche il semplicie possesso di software non registrato.

Recenti sentenze hanno affermato che la duplicazione di software e’ penalmente rilevante solo se fatta a scopo di lucro, cioe’ per ottenere un guadagno economico derivante dalla duplicazione (in pratica: vendere copie).
In assenza di questo requisito, la duplicazione non autorizzata e’ una semplice violazione contrattuale o extra-contrattuale: quindi e’ materia dicompetenza civile e va risolta come contesa fra le “parti”.
La modifica proposta elimina questa distinzione e trasforma in illecito penale (perseguibile d’ufficio) qualsiasi tipo di duplicazione.

In questo modo non solo perdura, ma viene rafforzato un equivoco culturale e giuridico: considerare come reato quella che in realta’ e’ solo una violazione civilistica – che dovrebbe tutt’al piu’ dar luogo a un risarcimento in denaro. E’ assolutamente inaccettabile che un cittadino, per il semplice possesso di un programma non registrato, rischi da due a otto anni di carcere, quando l’omicidio colposo plurimo puo’ essre punito anche solo con sei mesi di reclusione. Questo e’ solo un esempio degli obbrobri giuridici contenuti nell testo attualmente in discussione nei rami del Parlamento, e auspichiamo – mettendoci a disposizione di chiunque voglia approfondire il tema – che non si vari una legge dai c ontenuti illiberali, incivili e vessatori.

Documento del 1 marzo 1999

Far crescere la rete al servizio dei cittadini – Intervento di ALCEI al convegno “Internet: i diritti telematici”
Vorremmo prima di tutto ringraziare gli organizzatori di questo convegno per il fatto di averlo voluto e per la chiara intenzione di vedere la rete nella sua realtà e nei suoi valori, come uno strumento per la società civile, per l’economia, per la cultura, anziché (come troppo spesso accade) come una specie di “oggetto estraneo” da reprimere, controllare, censurare prima ancora di averne capito la natura e le potenzialità.

Il tema principale di questo intervento è la recente proposta di ALCEI sulla compatibilità e trasparenza delle tecnologie; ma ci sono alcuni altri argomenti cui ci sembra necessario accennare, come o problemi fondamentali di libertà e cultura della rete, la discussa e discutibile questione delle tariffe e degli incentivi e alcuni fenomeni gravi che sembrano sfuggire all’attenzione dei grandi mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, come gli illegittimi e ingiustificabili sequestri di computer.

L’Italia, purtroppo, è ancora molto arretrata nell’uso dei nuovi sistemi di comunicazione. L’uso della rete sta gradualmente crescendo, ma siamo ancora molto lontani da un livello di diffusione e di attività adeguato al ruolo della nostra cultura e della nostra economia.
L’Italia ha oltre il 12 per cento del prodotto interno lordo in Europa, il 14 % delle automobili, oltre il 17 % dei telefoni cellulari – e il 7 % della rete. Per numero di host internet rispetto al reddito siamo all’ultimo posto nell’Unione Europea – e su scala mondiale siamo dietro a molti paesi dell’Europa orientale e dell’America latina. Lontanissimi dai livelli dei paesi più avanzati, come gli Stati Uniti, i paesi scandinavi, l’Olanda, il Belgio, la Svizzera, l’Austria, eccetera.

Uno dei problemi fondamentali nella diffusione globale della rete è stato segnalato nella “Dichiarazione di Bonn” http://gandalf.it/net/bonn.htm dell’Unione Europea del 9 luglio 1997: quello dei have not, cioè dei “non abbienti” di informazione. Non solo sono esclusi dal circuito informativo molti paesi “in via di sviluppo” (compresi non pochi dell’area Europa-Mediterraneo) ma anche gran parte della popolazione in paesi come l’Italia. Non potremo avere una vera civiltà della rete finche le nuove tecnologie saranno considerate “un giocattolo per i ricchi” anziché uno strumento di vita e di partecipazione per tutti e in particolare per quelle categorie sociali che oggi sono “emarginate”. Alle “buone intenzioni” espresse in quella dichiarazione (e anche in altre circostanze) non sono, finora, seguiti i fatti; né in Europa né, in particolare, in Italia.

Trasparenza e compatibilità: liberarci dalla “schiavitù elettronica”
L’importanza dei sistemi operativi freeware, cioè open source, da qualche tempo è salita “all’onore delle cronache”. Non è più un argomento riservato a pochi esperti di tecnologia, ma un tema che si pone con sempre maggiore intensità anche nei grandi mezzi di informazione e nel mondo delle imprese.

Ciò che ci sembra importante notare è che non si tratta solo di un problema tecnico ma di un fatto rilevante per l’economia e per la società civile. Cioè di un tema politico nel senso più serio e alto della parola.

Non si tratta soltanto di software ma anche di linguaggi e “protocolli”; cioè di tutto ciò che riguarda non solo l’informatica ma anche la telematica e i sistemi di comunicazione.

Il tema può apparire tecnicamente complesso ma nella sostanza è estremamente semplice. I sistemi di comunicazione del nostro paese (come di tutte le nazioni del mondo) non debbono essere asserviti a tecnologie di cui non ci è neppure consentito conoscere la natura e il funzionamento. Inutilmente complesse, inutilmente costose, spesso inefficienti. Se nessuno può “dettare” le scelte tecniche alle imprese private, si può e si deve stabilire che tutto ciò che è pubblico (cioè la Pubblica Amministrazione e tutti i servizi al pubblico, da chiunque gestiti) debba essere pienamente compatibile e trasparente .
Per non rendere troppo lungo questo intervento preghiamo i partecipanti a questo convegno, e tutte le persone interessate, di leggere i documenti che abbiamo preparato. (I documenti sono stati dist ribuiti ai partecipanti al convegno e sono reperibili su questo sito: il comunicato del 28 gennaio 1999 e il documento che esamina alcuni altri aspetti del problema e fornisce una serie di fonti per ulteriori approfondimenti).

Vorremmo solo sottolineare che all’asservimento tecnico segue l’asservimento culturale ed economico. Non è esagerazione o fantasia, ma è un fatto reale, che al monopolio delle tecnologie segue il dominio dei contenuti. È insensato consentire che leve di controllo come queste siano gestite da chiunque, in modo arbitrario e impenetrabile. Sarebbe come affidare la gestione acquedotti a qualcuno che non ci consente neppure un’analisi chimica dell’acqua potabile.

Si tratta di un problema che, ovviamente, non può essere completamente risolto in un solo paese. Intendiamo infatti proporlo anche su scala internazionale. Ma abbiamo preferito definirlo prima di tutto in Italia, perché questo è il nostro paese e perché ci sembra un’occasione importante per i nostri rappresentanti nell’Unione Europea e nella comunità internazionale. Per una volta le autorità e le forze politiche italiane, anziché solo “recepire” (non sempre in modo eccellente) le direttive e uropee su questi temi, potrebbero prendere l’iniziativa e assumere un ruolo propositivo su un tema che non è meno importante della “piattaforma digitale” per la televisione o dei sistemi di telecomunicazioni, anche se finora sembra essere sfuggito all’attenzione dei grandi interessi economici e del mondo politico.

Libertà e cultura
Accenniamo solo brevemente a questo tema perché ci sembra che finalmente, almeno in questa sede, ci sia consenso su alcuni punti fondamentali.

È venuto il momento di mettere fine alle insistenti campagne di “criminalizzazione” e “demonizzazione” della rete, che sono uno dei motivi del nostro sottosviluppo e del disagio dei cittadini nei confronti delle nuove tecnologie. Come di ogni tentativo di censura, comunque travestita, o di classificazione o “filtraggio” sei contenuti.

Secondo noi è anche importante correggere quella grossa parte del sistema informativo che pone troppa attenzione alle forme più spinte e bizzarre dell’avanzamento tecnologico, a usi marginali e poco rilevanti della rete, creando una diffusa percezione dei sistemi telematici come qualcosa di difficile, costoso, complesso, “estremo” e quindi interessante solo per pochi tecnomani e di nessun rilievo per la vita e la cultura delle persone e delle famiglie. Molti cittadini pensano “questa cosa a me non serve” e hanno ragione, perché la “cosa” che si sentono proporre e raccontare non è la rete nella sua realtà e utilità concreta ma un arruffato mondo di presunte “innovazioni” spesso inutili ed effimere. Ha ragione chi dice che la rete crescerà davvero in Italia quando i cittadini si troveranno davanti a servizi semplici e utili, offerti dalle imprese private come dalla pubblica amministrazione. Su questa strada siamo appena agli inizi in tutto il mondo – e particolarmente arretrati in Italia.

Tariffe e “incentivi”
Senza alcun desiderio di polemica, vorremmo dire che non condividiamo gli entusiasmi di chi pensa che l’abolizione della “tariffa urbana a tempo” sia una bacchetta magica capace di risolvere tutti i problemi della rete in Italia. Siamo d’accordo sull’utilità di agevolazioni anche tariffarie per facilitare l’accesso alla rete, ma crediamo che il problema debba essere visto nel quadro più esteso dei molti fattori che influiscono sulla situazione.

Altri interventi in questo convegno hanno già indicato alcuni motivi per cui il problema delle tariffe non è cosi’ semplice come può sembrare. Vogliamo qui limitarci a dire che se fosse davvero possibile abolire, sic et simpliciter, la “tariffa a tempo” (come negli Stati Uniti) questo potrebbe non solo eliminare un costo nell’uso del telefono (e-o della rete) ma anche molti trucchi e trucchetti più o meno palesi con cui si genera una moltiplicazione di “scatti” e quindi di spesa. Ma non ci sembra che questa sia una possibilità concreta.

Finora le campagne per l’abolizione della “tut” hanno portato ad aumenti delle tariffe o a “manovre” che giovano solo ai venditori di telefonia (in particolare la Telecom) a danno degli utenti. Ci sembra quindi importante verificare ogni attuale o possibile manovra sulle tariffe per capire dove si nascondono gli aumenti di costo; per cui ciò che (in apparenza) “agevola” qualcuno in realtà è pagato da qualcun altro (o dalla stessa persona o impresa sotto una “voce” diversa).

Per esempio ci preoccupa l’idea che si pensi a manovre tariffarie mirate solo ad agevolare collegamenti lunghi e continuati. Quel tipo di utilizzo (che sia per motivi di lavoro o di studio o per divertimento, come le chat line) è senza dubbio legittimo e non dev’e ssere ostacolato o penalizzato. Ma il rischio è che per favorire un tipo di utilizzo della rete se ne penalizzino altri (per esempio con un aumento del canone o con il mantenimento dei gravami sul “primo scatto”) e quindi, ancora una volta, la manovra tariffaria, sotto le “mentite spoglie” dell’agevolazione, si traduca in un danno per i cittadini e per le imprese.

Soprattutto, non dobbiamo illuderci che una riduzione, o anche un’ipotetica (quanto poco probabile) eliminazione totale dalla “tut”, possa miracolosamente farci uscire dalla nostra arretratezza. Questa ipotesi è ampiamente smentita dai fatti. La diffusione della rete è enormemente maggiore che da noi anche in paesi dove c’è la “tariffa a tempo”. E anche senza guardare fuori dai nostri confini basta osservare la smisurata crescita in Italia della telefonia cellulare, nonostante le tariffe molto più alte della telefonia “urbana”.

I problemi sono altri, e vanno esaminati con serietà. Tecnologie inutilmente costose e complesse. La percezione, artatamente diffusa quanto totalmente falsa, che per collegarsi alla rete occorrano computer di alte prestazioni e prezzo esorbitante. La mancata diffusione di nozioni elementari come il fatto che la “posta elettronica”, anche ai costi attuali , può far risparmiare molto rispetto al telefono interurbano (o cellulare), al fax e perfino alla posta ordinaria. Eccetera…

Se solo si facesse meglio conoscere a tutte le famiglie e imprese che già hanno un computer il semplice fatto che possono collegarsi con le macchine che hanno, senza acquistare altro che un modem; e incoraggiare la diffusione, per chi ancora non ha un computer, di macchine
efficienti a prezzo basso (anziché pensare all’assurda ipotesi di una “rottamazione” che incoraggerebbe solo il passaggio da macchine perfettamente adeguate ad altre inutilmente più costose) avremmo probabilmente dato l’avvio a una più seria e solida diffusione dell’uso della rete in Italia.

Il problema dei sequestri
Ci sono molti altri temi che secondo noi meritano di essere approfonditi; per esempio l’affollamento di norme e pastoie che, anche se motivate da “buone intenzioni”, si traducono spesso in abusi, restrizioni ingiustificate, complicazioni burocratiche e altri danni. È noto che l’ipertrofia normativa è uno dei freni più gravi allo sviluppo del nostro paese e che tende ad assumere forme particolarmente perverse quando si tratta di materie nuove e spesso non ben cap ite né da chi detta le norme, né da chi le applica.

Ma per oggi ci limitiamo a segnalare un problema, molto grave e quasi totalmente ignorato dall’opinione pubblica e dai grandi mezzi di i formazione. I sequestri di computer.

Questo incredibile abuso continua a ripetersi da almeno cinque anni. Il famigerato crackdown italiano del 1994 è noto nel mondo come la più estesa e violenta operazione del genere mai avvenuta in un paese democratico. Le proteste di allora (vedi il comunicato del 31 marzo 1995) hanno ottenuto qualche risultato. Infatti ci sono molte indagini condotte correttamente; come ci sono sentenze che definiscono con chiarezza la non perseguibilità penale del possesso di software non registrato (uno dei più diffusi pretesti, anche se non l’unico, per ripetute “ondate” di perquisizioni e sequestri).

Ma l’abuso continua. Anche in tempi recenti sono centinaia, se non migliaia, i casi di computer (talvolta addirittura server) arbitrariamente sequestrati. Per esempio un’indagine molto estesa nel 1998 (e tuttora non conclusa) riguarda il possesso di giochi “copiati”. Ci sono casi (e non sono rari) di persone che hanno acquistato un gioco elettronico sul mercato, in buona fede (almeno “fino a prova contraria”) e quindi non sono accusabili né di “ricettazione” né di “incauto acquisto”. Eppure si sono viste sequestrare un computer, che dopo molti mesi non è stato restituito.

La coltre di nebbia che circonda questi abusi è dovuta in gran parte dal silenzio delle vittime, che temono “ritorsioni”- e spesso si sentono consigliare dai loro avvocati di tacere per evitare “guai peggiori”. Questa diffusa e barbarica paura la dice lunga sul modo in cui sono condotte le indagini.

Senza entrare nei dettagli, né fare un elenco dei molti abusi di ogni specie perpetrati nel corso di queste indagini, basta qui ribadire due fatti fondamentali.

Privare una persona di un computer vuol dire togliere a quella persona uno strumento di lavoro e di vita culturale; e spesso anche danneggiare altre persone od organizzazioni che non sono in alcun modo coinvolte nell’indagine. Oltre che un intollerabile abuso, questo è anche un atto contrario alle leggi del nostro paese (a cominciare dalla Costituzione) e ai fondamentali “diritti dell’uomo”.

Il sequestro di computer (e spesso, assurdamente, anche di “periferiche” o altre attrezzature) è del tutto inutile ai fini dell’indagine; ci sono altri metodi, di provata efficacia, che possono dare agli inquirenti tutto ciò che occorre senza sequestrare né un computer, né un “disco rigido”.

(Fin dalle sue origini ALCEI si è sempre impegnata contro ogni forma di repressione; nei prossimi giorni diffonderà un nuovo comunicato sul tema specifico dei sequestri).

Queste operazioni inutilmente terroristiche e repressive sono un abuso intollerabile. Oggi più che mai è necessario portarle alla luce e porre fine un comportamento, da parte di alcuni magistrati e di una parte delle “forze dell’ordine”, che è vergognoso e inaccettabile in un paese civile.

Questa è anche una prova di quanta ignoranza, e ingiustificata ostilità, sia ancora diffusa nel nostro paese nei confronti delle nuove tecnologie e delle persone che ne fanno uso.