Category Archives: Open Source e Free Software

Cameron attaccando la crittografia ambisce a un potere senza controllo

Agendadigitale.eu pubblica un intervento di ALCEI sulle richieste dei governanti europei dirette all’indebolimento delle protezioni crittografiche.
Questo è il testo diffuso da ALCEI:

L’idea del premier inglese David Cameron di bloccare servizi di comunicazione che sfruttano la crittografia non deve sorprendere. Il dibattito sulla crittografia si trascina stancamente da oltre vent’anni sempre negli stessi termini, fin da quando nel 1991 Phil Zimmermann sfidò il governo americano esportando il codice sorgente di PGP, il “padre” dei sofwtare crittografici.

Da un lato, i protettori dell’ordine costituito non perdono occasione di creare allarme sostenendo che la crittografia forte (quella senza “passepartout” che consentono di aggirare le protezioni dei messaggi) aiuta delinquenti, terroristi e pedofili.

Dall’altro, i paladini dei diritti civili che rispondono evidenziando che la crittografia debole (quella con il passepartout) indebolisce la sicurezza degli individui e non impedisce ai malintenzionati di usarne di più forte.

In mezzo, spregiudicati venditori di olio di serpente escono periodicamente sul mercato proponendo l’ennesimo algoritmo “proprietario” che garantisce massima sicurezza (anche se nessuno lo può collaudare perchè è “segreto”), o un rivoluzionario sistema di crittografia che può essere violata solo dai governi.

Ogni occasione è buona per cercare di far pendere la bilancia a favore dell’una o dell’altra tesi. Le rivelazioni di Assange e Snowden hanno dato fiato ai sostenitori della crittografia, il massacro di Charlie Hebdo ha consentito ai governanti di rimettere sul tavolo proposte di messa al bando della crittografia forte, in un continuo di corsi e ricorsi (anzi, “cicli e ricicli” come disse in un’intervista televisiva una nota soubrette).

La realtà, tuttavia, è molto più magmatica di quanto le posizioni radicalizzate dei due schieramenti (pro e contro la crittografia) lascino o possano intendere.

La crittografia è una branca della matematica ed è fatta di algoritmi che devono essere “tradotti” in software e poi fatti funzionare da computer o da apparati specializzati.

In ciascuno di questi passaggi si annida la possibilità di compiere errori che potrebbero anche sovrapporsi. Basta pensare al fatto che non esistono software privi di difetti e quante più sono le linee di codice che li compongono, tanto più aumento la probabilità che ci siano degli errori. E’ ciò che rende possibile la tanto diffusa attività di bug-hunting che, di tanto in tanto, guadagna gli onori della cronaca generalista quando viene scoperta questa o quella vulnerabilità di una piattaforma online o di un software molto utilizzato. Anche se si tratta di PGP o di TrueCrypt.

La potenza di calcolo e i metodi di crittanalisi a disposizione di chi ha veramente necessità di “rompere” protezioni crittografiche sono cresciute oltre l’immaginabile e chiavi o passphrase che qualche anno fa garantivano “millenni” di inviolabilità ora sono relativamente fragili.

Dall’altro lato, è anche vero che in certi casi il tempo necessario a rompere la protezione di un testo cifrato con un algoritmo non particolarmente robusto potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte di un ostaggio o di una persona sequestrata e quindi sarebbe auspicabile che la crittografia non fosse così facilmente disponibile.

Ma seguendo questa linea di pensiero, allora dovremmo eliminare dalle nostre case trapani, martelli, coltelli da cucina e altri attrezzi pericolosi che spessissimo vengono utilizzati per commettere crimini efferati.

Stranamente, però, mentre sono disponibili i dati dei reati commessi utilizzando questi strumenti fisici, non ci sono ancora studi attendibili e imparziali che dimostrino se e in che modo la disponibilità di crittografia abbia impedito di individuare colpevoli oppure ostacolato indagini.

In tutti i convegni ai quali ho partecipato negli ultimi vent’anni, quando veniva fuori questo argomento, chi lo sosteneva non è mai stato in grado di “dare i numeri”, rifugiandosi dietro l’impossibilità di diffondere “informazioni riservate” o di “sicurezza nazionale”.

E’ evidente che le democrazie moderne che obbediscono a una logica di tipo hobbesiano secondo la quale il cittadino è un “nemico” e i totalitarismi di stampo kantiano basati sul concetto di Stato etico che “sa” cosa è bene per i propri cittadini sono infastiditi da una protezione difficile (attenzione, difficile, non impossibile) da aggirare.

Come è evidente che le prove storiche non consentono ai cittadini di “fidarsi” di chi dichiara di fare la “cosa giusta”.

Come se ne esce?

La soluzione è semplice ma impraticabile: rispondere alla antica domanda “Chi controlla i controllori?”

Il problema di Prism, Echelon e di tutte le varie incarnazioni dei progetti di sorveglianza globale che vedono nella libera disponibilità di crittografia forte il proprio nemico, è che partono dal presupposto di esercitare un potere senza alcuna forma di controllo efficace ed effettivo. Se, come diceva Spiderman, da un grande potere derivano grandi responsabilità, allora è semplicemente inaccettabile chiedere “atti di fede” ai cittadini, senza dare loro la possibilità di controllare in che modo sono stati utilizzati questi “poteri straordinari”.

E dunque, in attesa che gli Stati emanino leggi che oltre a dare loro poteri, attribuiscono i corrispondenti diritti ai cittadini, non resta che continuare a giocare alla solita, eterna rincorsa: da un lato si costruiscono algoritmi sempre più complessi, dall’altro si cercano metodi per violarli.

Così è stato, così è, così sarà sempre.

Comunicato ALCEI del 22 gennaio 2003

La sicurezza non deve diventare un pretesto per la invasività
La sicurezza dei sistemi informatici e telematici è un problema serio che merita un approfondimento meditato e concreto. Non giovano a soluzioni efficaci le notizie allarmistiche, i sensazionalismi e le informazioni sbagliate troppo spesso dilaganti sull’argomento – né le disattenzioni, purtroppo ancora diffuse, alle necessarie cautele.

In questo contesto disordinato giocano anche gli interessi privati di chi cerca di approfittare della situazione. Non è l?unico esempio, ma è particolarmente vistoso e pericoloso, il comportamento dell?impresa monopolista che controlla nove decimi del mercato mondiale del software. La bandiera del trustworthy computing, recentemente sventolata dalla Microsoft, non merita la fiducia che chiede. Senza ripetere qui cose note da molto tempo, la complessità e la “permeabilità” di molti sistemi (e in particolare di quelli della casa di Redmond) sono fra le cause più gravi dei diffusi problemi di sicurezza.

Mentre si fa poco o nulla per correggere quei difetti, la n uova proposta della Microsoft è afflitta da un vizio culturale ancora prima che tecnico. Quello di trasformare anche la gestione della sicurezza in un processo che priva l’utilizzatore (e, cosa più grave, l?amministratore di rete) del controllo sulla macchina e sulle applicazioni. Ciò che la Microsoft cerca di ottenere è una situazione in cui gli amministratori e gli utilizzatori perdono ogni ruolo o responsabilità e sono ridotti a semplici applicatori di patch – ed è la casa fornitrice l’unica a decidere quali “rattoppi” si debbano usare, propinandoli automaticamente in una continua serie di insidiosi service pack in cui può contrabbandare ogni sorta di complicazioni dettate dai suoi privati interessi.

Anche senza entrare nei dettagli tecnici, è evidente che il cosiddetto trustworthy computing è più uno strumento per aumentare il potere di controllo del monopolio che una risorsa per migliorare la sicurezza. Se nel quadro di un sistema che aumenta le complessità (e di conseguenza i rischi) invece di semplificare si aggiungono ulteriori automatismi fuori dal controllo degli utilizzatori e degli amministratori di sistema la più probabile conseguenza è un peggioramento dei problemi di sicurezza rispetto alla situazione, già preoccupante, di oggi.

Un’altra notizia recente, che contribuisce a peggiorare il quadro, è l’offerta della Microsoft di rendere disponibile agli Stati (per esempio ai membri della Comunità Europea) il codice sorgente delle piattaforme Windows nel quadro del suo govermnent secutity program. Questa apparente “apertura” nasconde trappole pericolose. Non solo si propone ai governi (come ai privati) di “affidarsi alla sicurezza Microsoft” (cioè di dare a un’impresa privata un’impensabile “delega” sui propri sistemi e controlli) ma gli stati che incautamente lo accettano sono costretti a sottoscrivere un contratto che, naturalmente, li imprigiona in una serie di obblighi nei confronti della Microsoft – fra l’altro – con clausole inaccettabili che vietano di modificare i codici e di utilizzare il know how per sviluppare software proprio. Per non parlare delle invasività che già nella situazione attuale sono concesse alla Microsoft (e a tanti altri che approfittano della permeabilità dei suoi sistemi) e che in quella situazione potrebbero solo aggravarsi.

L’analisi delle trappole nascoste nella filosofia trustworthy computing e in contratti-capestro come quello del government secutity program può essere complessa e meriterà ulteriori approfondimenti. Ma i termini fondamentali della questione sono chiari. Ancora una volta (e con crescenti motivi di attenzione) è evidente che la responsabilità della sicurezza e della qualità dei sistemi non possono e non devono essere ciecamente “delegate” agli interessi privati di un?imp resa commerciale. Né dai cittadini, né dalle imprese, né dagli amministratori di sistema – e tantomeno dagli Stati, dalla pubblica amministrazione e dai servizi (comunque amministrati o gestiti) di pubblica utilità. L’allarme sulla “schiavitù elettronica“, che ALCEI aveva lanciato chiaramente nel 1998, si propone con ancor maggiore gravità nella situazione di oggi.

È più che mai necessario che i governi nazionali e l’Unione Europea affermino con la massima energia la loro capacità di gestire questi problemi senza assoggettarsi in alcun modo a condizionamenti estranei. E, nello stesso tempo, è necessario che le risorse e i metodi di sicurezza non siano “centralizzati” e occulti, ma sia diffusa la conoscenza, il più ampiamente possibile, fra gli utilizzatori e gestori di sistemi – e in generale fra i cittadini. Senza esagerazioni a falsi allarmi che spargono paure insensate e invece con chiarezza, trasparenza e concretezza sui problemi reali e sui modi per risolverli.

Per approfondire:
Dovresti fidarti del tuo venditore di software?
articolo di A. Monti dal sito Ictlex.net

Trustworthy Computing – White Paper
Microsoft PressPass – Craig Mundie –

Anti-Trustworthy computing
Articolo di Paul Boutin su Salon

Wired News – Bill Gates Trustworthy Computing

E’ compito delle istituzioni liberarci dalla schiavitù elettronica – ALCEI

Libertà, trasparenza e compatibilità: non è solo un problema di software

(Sintesi della relazione presentata per ALCEI al convegno AICA “Conoscere per Scegliere
promuovere una cultura del software” – Milano, 18 aprile 2002)

Il ruolo fondamentale nella scuola nel definire una cultura – soprattutto umana – nell’uso dei sistemi di informazione e comunicazione

Il tema che va genericamente sotto il nome di “opensource” o “software libero” non riguarda solo i sistemi operativi o i programmi software, ma più estesamente tutti i sistemi di gestione dell’informazione e della comunicazione.

Non si tratta solo del “codice sorgente” ma anche più in generale di trasparenza, compatibilità e libertà dell’informazione, del dialogo, della comunicazione in tutte le sue forme.

1. Non si tratta di una semplice contrapposizione fra Windows e Linux. È vero che il monopolio Microsoft occupa oltre l’80 % del mercato mondiale e che l’alternativa più diffusamente disponibile (per quanto riguarda i sistemi operativi) è Linux. Ma al di là di questa specifica situazione è essenziale definire criteri generali e sostanziali che riguardino ogni genere di software, o soluzione tecnica, disponibile oggi o proponibile domani.

2. È illusorio pensare che questo problema possa essere risolto dal “mercato”. I fatti dimostrano che il mercato è profondamente distorto e non è stato capace di sviluppare anticorpi efficaci. Perché il mercato possa funzionare in un regime di reale concorrenza occorrono interventi forti.Da parte delle autorità politiche, dei servizi pubblici e del mondo scientifico. Per la soluzione di questo problema non sono sufficienti le procedure antitrust in corso da anni negli Stati Uniti. A parte il fatto che finora non hanno ottenuto alcun risultato… anche se avessero un esito positivo risolverebbero solo in parte il problema.

3. Non si tratta solo di un problema tecnico. Attraverso il monopolio dei sistemi operativi si può arrivare al controllo dei sistemi di rete e di conseguenza al controllo dell’informazione.Questa non è un’ipotesi ma un fatto concreto. Ed è esattamente ciò che il monopolista del software vuol fare (e anche altri che, con vari sistemi e metodi, cercano di “centralizzare” e dominare i sistemi di comunicazione). Finora (nel caso dell’internet) con successo solo parziale. Ma con la dichiarata intenzione di fare molto peggio.

Per esempio un “linguaggio” usato per la comunicazione in rete non è un sistema operativo. Non è, in senso stretto, un software. Non ha (o non sembra che abbia) problemi di “codice sorgente”. Ma anche questi sistemi, nati per essere totalmente aperti, trasparenti e compatibili, si stanno deformando. Per esempio se un singolo soggetto riesce a imporre un suo browser, un suo sistema di posta elettronica, eccetera, e a integrarli con il sistema operativo, acquista una indiscriminata e poco controllabile possibilità di “pilotare” i sistemi di comunicazione, e le attività di singole persone, imprese e organizzazioni, senza che queste se ne rendano conto. Senza entrare in dettagli tecnici, che sarebbero complessi, non è affatto esagerato dire che ci stiamo avvicinando al modello del “grande fratello” di Orwell.

4. Dal punto di vista della privacy il problema non è meno grave. Un sistema operativo gremito di funzioni occulte, integrato con le applicazioni software e i sistemi di comunicazione, apre inaudite possibilità di invasione, controllo e manipolazione, che nessuno (neppure le autorità pubbliche) può controllare.

5. Questo problema, per molti anni, è stato capito e dibattuto solo in un mondo relativamente ristretto di tecnici, accademici, “addetti ai lavori” – e da un numero abbastanza piccolo di persone attente agli aspetti culturali, sociali e civili.Da qualche anno se ne parla un po’ più diffusamente, ma secondo l’impostazione limitata di cui al punto 2: “competizione” fra due sistemi operativi. Solo recentemente ha cominciato a diffondersi una visione più sostanziale: cioè la necessità di usare soluzioni “aperte”, specialmente nei servizi pubblici. Un “movimento” diffuso in varie parti del mondo (dall’Europa all’America Latina) e che comincia ad arrivare anche all’attenzione dell’Unione Europea.
Vedi il documento online Libertà di software: un movimento mondiale?
È significativo che in alcuni paesi (ma purtroppo non in Italia) il sistema scolastico – a tutti i livelli – sia il settore prioritario per cui si considera fondamentale l’uso di sistemi compatibili, aperti e trasparenti.

Il ruolo della scuola

Occorre, purtroppo, affrontare una realtà. La diffusione di sistemi “proprietari” e incompatibili (come Windows) è così estesa che non si può evitare di tenerne conto. Gli allievi si trovano e si troveranno, nella famiglia, nella vita di relazione e poi nel lavoro, a dover usare e capire le soluzioni software più abitualmente diffuse. Non è praticamente possibile insegnare solo l’uso di altre risorse. Ma ciò non significa che non sia opportuno, anzi necessario, dare una formazione aperta che comprenda chiare nozioni sulle esigenze e sul potenziale dei sistemi a di là di specifiche soluzioni tecniche.

Le possibilità sono molte. In sintesi, ecco alcuni criteri che spero possano essere praticamente utili.

  • Valori umani prima delle tecnologie
    Ogni “alfabetizzazione” tecnica è secondaria rispetto alla comprensione culturale dei valori intrinseci offerti dalle risorse di formazione e di comunicazione. Le tecnologie sono e devono essere al servizio delle persone, della cultura e della società – mai viceversa.
  • Insegnare le funzionalità, non le funzioni
    Anche nella specificità dell’insegnamento tecnico la didattica è troppo spesso basata su un insegnamento “a pappagallo” delle applicazioni senza capirne la natura e la funzionalità. Occorre rovesciare radicalmente questa prospettiva così che gli studenti comprendano i valori di funzionalità indipendentemente dalle logiche apparenti (spesso bizzarre) delle specifiche applicazioni – e così sappiano come adattarle alle proprie esigenze e come orientarsi quando avranno il desiderio, o la necessità, di usare soluzioni tecniche diverse.
  • Insegnare (e praticare) un ruolo attivo
    È troppo diffusa la tendenza ad accettare “passivamente” ciò che la tecnologia propone o ciò che viene offerto online. Con il rischio non solo di “asservimento” culturale e tecnico ma anche di subire, senza neppure rendersene conto, ogni sorta di invadenze e manipolazioni. Un compito essenziale della scuola, come di ogni forma di educazione, è insegnare e praticare un costante impegno a svolgere un ruolo attivo, di scelta e di proposta, così che ognuno sia in grado non solo di interpretare, ma anche di modificare e adattare i sistemi alle proprie esigenze e a un costante desiderio di allargare i propri orizzonti.
  • Scegliere le applicazioni più efficienti
    Anche quando sfortunatamente si è costretti a usare un sistema operativo “chiuso”, ciò non significa che se ne debbano utilizzare tutte le applicazioni. È importante far capire agli studenti che non sono “obbligati” a usare tutte le soluzioni così come le trovano installate, ma che possono modificarle per renderle più funzionali e adattarle alle loro esigenze. E anche che possono scegliere per specifiche applicazioni software diversi, spesso disponibili gratuitamente o a prezzi molto più bassi del software monopolistico e dei suoi “aggiornamenti forzati”. Per esempio ci sono sistemi di posta elettronica molto migliori di Outlook (e anche meno rischiosi dal punto di vista dei virus e di altre invadenze).
  • Potenziare a basso costo le risorse tecniche
    È abbastanza facile trovare sul mercato, o farsi “regalare” dalle aziende, computer “dismessi” con capacità più che adeguate. Ed evitare totalmente il costo del software dotandoli di un sistema operativo opensource – come Linux.
  • Usare sistemi opensource nei server
    Se la scuola è dotata di un sistema centrale, o se ha un sito web, è molto più efficiente basare il server su sistemi aperti (come Unix e in particolare Linux, come Apache, eccetera). Questo permette, fra l’altro, di avere una buona funzionalità con macchine meno potenti e meno costose.
  • Usare l’opensource come “chiave di volta” didattica
    Le “soluzioni aperte” (nella definizione più estesa del concetto) sono anche una “piattaforma didattica” per l’insegnamento, la formazione, l’apprendimento e l’approfondimento di qualsiasi materia – che sia arte o letteratura, storia o filosofia, fisica o scienze, diritto o economia. L’informatica e la telematica non dovrebbero essere concepite come un settore didattico separato, ma come strumenti al servizio di tutte le discipline e di ogni forma di sviluppo cognitivo e culturale.

Documento del 1 marzo 1999

Far crescere la rete al servizio dei cittadini – Intervento di ALCEI al convegno “Internet: i diritti telematici”
Vorremmo prima di tutto ringraziare gli organizzatori di questo convegno per il fatto di averlo voluto e per la chiara intenzione di vedere la rete nella sua realtà e nei suoi valori, come uno strumento per la società civile, per l’economia, per la cultura, anziché (come troppo spesso accade) come una specie di “oggetto estraneo” da reprimere, controllare, censurare prima ancora di averne capito la natura e le potenzialità.

Il tema principale di questo intervento è la recente proposta di ALCEI sulla compatibilità e trasparenza delle tecnologie; ma ci sono alcuni altri argomenti cui ci sembra necessario accennare, come o problemi fondamentali di libertà e cultura della rete, la discussa e discutibile questione delle tariffe e degli incentivi e alcuni fenomeni gravi che sembrano sfuggire all’attenzione dei grandi mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, come gli illegittimi e ingiustificabili sequestri di computer.

L’Italia, purtroppo, è ancora molto arretrata nell’uso dei nuovi sistemi di comunicazione. L’uso della rete sta gradualmente crescendo, ma siamo ancora molto lontani da un livello di diffusione e di attività adeguato al ruolo della nostra cultura e della nostra economia.
L’Italia ha oltre il 12 per cento del prodotto interno lordo in Europa, il 14 % delle automobili, oltre il 17 % dei telefoni cellulari – e il 7 % della rete. Per numero di host internet rispetto al reddito siamo all’ultimo posto nell’Unione Europea – e su scala mondiale siamo dietro a molti paesi dell’Europa orientale e dell’America latina. Lontanissimi dai livelli dei paesi più avanzati, come gli Stati Uniti, i paesi scandinavi, l’Olanda, il Belgio, la Svizzera, l’Austria, eccetera.

Uno dei problemi fondamentali nella diffusione globale della rete è stato segnalato nella “Dichiarazione di Bonn” http://gandalf.it/net/bonn.htm dell’Unione Europea del 9 luglio 1997: quello dei have not, cioè dei “non abbienti” di informazione. Non solo sono esclusi dal circuito informativo molti paesi “in via di sviluppo” (compresi non pochi dell’area Europa-Mediterraneo) ma anche gran parte della popolazione in paesi come l’Italia. Non potremo avere una vera civiltà della rete finche le nuove tecnologie saranno considerate “un giocattolo per i ricchi” anziché uno strumento di vita e di partecipazione per tutti e in particolare per quelle categorie sociali che oggi sono “emarginate”. Alle “buone intenzioni” espresse in quella dichiarazione (e anche in altre circostanze) non sono, finora, seguiti i fatti; né in Europa né, in particolare, in Italia.

Trasparenza e compatibilità: liberarci dalla “schiavitù elettronica”
L’importanza dei sistemi operativi freeware, cioè open source, da qualche tempo è salita “all’onore delle cronache”. Non è più un argomento riservato a pochi esperti di tecnologia, ma un tema che si pone con sempre maggiore intensità anche nei grandi mezzi di informazione e nel mondo delle imprese.

Ciò che ci sembra importante notare è che non si tratta solo di un problema tecnico ma di un fatto rilevante per l’economia e per la società civile. Cioè di un tema politico nel senso più serio e alto della parola.

Non si tratta soltanto di software ma anche di linguaggi e “protocolli”; cioè di tutto ciò che riguarda non solo l’informatica ma anche la telematica e i sistemi di comunicazione.

Il tema può apparire tecnicamente complesso ma nella sostanza è estremamente semplice. I sistemi di comunicazione del nostro paese (come di tutte le nazioni del mondo) non debbono essere asserviti a tecnologie di cui non ci è neppure consentito conoscere la natura e il funzionamento. Inutilmente complesse, inutilmente costose, spesso inefficienti. Se nessuno può “dettare” le scelte tecniche alle imprese private, si può e si deve stabilire che tutto ciò che è pubblico (cioè la Pubblica Amministrazione e tutti i servizi al pubblico, da chiunque gestiti) debba essere pienamente compatibile e trasparente .
Per non rendere troppo lungo questo intervento preghiamo i partecipanti a questo convegno, e tutte le persone interessate, di leggere i documenti che abbiamo preparato. (I documenti sono stati dist ribuiti ai partecipanti al convegno e sono reperibili su questo sito: il comunicato del 28 gennaio 1999 e il documento che esamina alcuni altri aspetti del problema e fornisce una serie di fonti per ulteriori approfondimenti).

Vorremmo solo sottolineare che all’asservimento tecnico segue l’asservimento culturale ed economico. Non è esagerazione o fantasia, ma è un fatto reale, che al monopolio delle tecnologie segue il dominio dei contenuti. È insensato consentire che leve di controllo come queste siano gestite da chiunque, in modo arbitrario e impenetrabile. Sarebbe come affidare la gestione acquedotti a qualcuno che non ci consente neppure un’analisi chimica dell’acqua potabile.

Si tratta di un problema che, ovviamente, non può essere completamente risolto in un solo paese. Intendiamo infatti proporlo anche su scala internazionale. Ma abbiamo preferito definirlo prima di tutto in Italia, perché questo è il nostro paese e perché ci sembra un’occasione importante per i nostri rappresentanti nell’Unione Europea e nella comunità internazionale. Per una volta le autorità e le forze politiche italiane, anziché solo “recepire” (non sempre in modo eccellente) le direttive e uropee su questi temi, potrebbero prendere l’iniziativa e assumere un ruolo propositivo su un tema che non è meno importante della “piattaforma digitale” per la televisione o dei sistemi di telecomunicazioni, anche se finora sembra essere sfuggito all’attenzione dei grandi interessi economici e del mondo politico.

Libertà e cultura
Accenniamo solo brevemente a questo tema perché ci sembra che finalmente, almeno in questa sede, ci sia consenso su alcuni punti fondamentali.

È venuto il momento di mettere fine alle insistenti campagne di “criminalizzazione” e “demonizzazione” della rete, che sono uno dei motivi del nostro sottosviluppo e del disagio dei cittadini nei confronti delle nuove tecnologie. Come di ogni tentativo di censura, comunque travestita, o di classificazione o “filtraggio” sei contenuti.

Secondo noi è anche importante correggere quella grossa parte del sistema informativo che pone troppa attenzione alle forme più spinte e bizzarre dell’avanzamento tecnologico, a usi marginali e poco rilevanti della rete, creando una diffusa percezione dei sistemi telematici come qualcosa di difficile, costoso, complesso, “estremo” e quindi interessante solo per pochi tecnomani e di nessun rilievo per la vita e la cultura delle persone e delle famiglie. Molti cittadini pensano “questa cosa a me non serve” e hanno ragione, perché la “cosa” che si sentono proporre e raccontare non è la rete nella sua realtà e utilità concreta ma un arruffato mondo di presunte “innovazioni” spesso inutili ed effimere. Ha ragione chi dice che la rete crescerà davvero in Italia quando i cittadini si troveranno davanti a servizi semplici e utili, offerti dalle imprese private come dalla pubblica amministrazione. Su questa strada siamo appena agli inizi in tutto il mondo – e particolarmente arretrati in Italia.

Tariffe e “incentivi”
Senza alcun desiderio di polemica, vorremmo dire che non condividiamo gli entusiasmi di chi pensa che l’abolizione della “tariffa urbana a tempo” sia una bacchetta magica capace di risolvere tutti i problemi della rete in Italia. Siamo d’accordo sull’utilità di agevolazioni anche tariffarie per facilitare l’accesso alla rete, ma crediamo che il problema debba essere visto nel quadro più esteso dei molti fattori che influiscono sulla situazione.

Altri interventi in questo convegno hanno già indicato alcuni motivi per cui il problema delle tariffe non è cosi’ semplice come può sembrare. Vogliamo qui limitarci a dire che se fosse davvero possibile abolire, sic et simpliciter, la “tariffa a tempo” (come negli Stati Uniti) questo potrebbe non solo eliminare un costo nell’uso del telefono (e-o della rete) ma anche molti trucchi e trucchetti più o meno palesi con cui si genera una moltiplicazione di “scatti” e quindi di spesa. Ma non ci sembra che questa sia una possibilità concreta.

Finora le campagne per l’abolizione della “tut” hanno portato ad aumenti delle tariffe o a “manovre” che giovano solo ai venditori di telefonia (in particolare la Telecom) a danno degli utenti. Ci sembra quindi importante verificare ogni attuale o possibile manovra sulle tariffe per capire dove si nascondono gli aumenti di costo; per cui ciò che (in apparenza) “agevola” qualcuno in realtà è pagato da qualcun altro (o dalla stessa persona o impresa sotto una “voce” diversa).

Per esempio ci preoccupa l’idea che si pensi a manovre tariffarie mirate solo ad agevolare collegamenti lunghi e continuati. Quel tipo di utilizzo (che sia per motivi di lavoro o di studio o per divertimento, come le chat line) è senza dubbio legittimo e non dev’e ssere ostacolato o penalizzato. Ma il rischio è che per favorire un tipo di utilizzo della rete se ne penalizzino altri (per esempio con un aumento del canone o con il mantenimento dei gravami sul “primo scatto”) e quindi, ancora una volta, la manovra tariffaria, sotto le “mentite spoglie” dell’agevolazione, si traduca in un danno per i cittadini e per le imprese.

Soprattutto, non dobbiamo illuderci che una riduzione, o anche un’ipotetica (quanto poco probabile) eliminazione totale dalla “tut”, possa miracolosamente farci uscire dalla nostra arretratezza. Questa ipotesi è ampiamente smentita dai fatti. La diffusione della rete è enormemente maggiore che da noi anche in paesi dove c’è la “tariffa a tempo”. E anche senza guardare fuori dai nostri confini basta osservare la smisurata crescita in Italia della telefonia cellulare, nonostante le tariffe molto più alte della telefonia “urbana”.

I problemi sono altri, e vanno esaminati con serietà. Tecnologie inutilmente costose e complesse. La percezione, artatamente diffusa quanto totalmente falsa, che per collegarsi alla rete occorrano computer di alte prestazioni e prezzo esorbitante. La mancata diffusione di nozioni elementari come il fatto che la “posta elettronica”, anche ai costi attuali , può far risparmiare molto rispetto al telefono interurbano (o cellulare), al fax e perfino alla posta ordinaria. Eccetera…

Se solo si facesse meglio conoscere a tutte le famiglie e imprese che già hanno un computer il semplice fatto che possono collegarsi con le macchine che hanno, senza acquistare altro che un modem; e incoraggiare la diffusione, per chi ancora non ha un computer, di macchine
efficienti a prezzo basso (anziché pensare all’assurda ipotesi di una “rottamazione” che incoraggerebbe solo il passaggio da macchine perfettamente adeguate ad altre inutilmente più costose) avremmo probabilmente dato l’avvio a una più seria e solida diffusione dell’uso della rete in Italia.

Il problema dei sequestri
Ci sono molti altri temi che secondo noi meritano di essere approfonditi; per esempio l’affollamento di norme e pastoie che, anche se motivate da “buone intenzioni”, si traducono spesso in abusi, restrizioni ingiustificate, complicazioni burocratiche e altri danni. È noto che l’ipertrofia normativa è uno dei freni più gravi allo sviluppo del nostro paese e che tende ad assumere forme particolarmente perverse quando si tratta di materie nuove e spesso non ben cap ite né da chi detta le norme, né da chi le applica.

Ma per oggi ci limitiamo a segnalare un problema, molto grave e quasi totalmente ignorato dall’opinione pubblica e dai grandi mezzi di i formazione. I sequestri di computer.

Questo incredibile abuso continua a ripetersi da almeno cinque anni. Il famigerato crackdown italiano del 1994 è noto nel mondo come la più estesa e violenta operazione del genere mai avvenuta in un paese democratico. Le proteste di allora (vedi il comunicato del 31 marzo 1995) hanno ottenuto qualche risultato. Infatti ci sono molte indagini condotte correttamente; come ci sono sentenze che definiscono con chiarezza la non perseguibilità penale del possesso di software non registrato (uno dei più diffusi pretesti, anche se non l’unico, per ripetute “ondate” di perquisizioni e sequestri).

Ma l’abuso continua. Anche in tempi recenti sono centinaia, se non migliaia, i casi di computer (talvolta addirittura server) arbitrariamente sequestrati. Per esempio un’indagine molto estesa nel 1998 (e tuttora non conclusa) riguarda il possesso di giochi “copiati”. Ci sono casi (e non sono rari) di persone che hanno acquistato un gioco elettronico sul mercato, in buona fede (almeno “fino a prova contraria”) e quindi non sono accusabili né di “ricettazione” né di “incauto acquisto”. Eppure si sono viste sequestrare un computer, che dopo molti mesi non è stato restituito.

La coltre di nebbia che circonda questi abusi è dovuta in gran parte dal silenzio delle vittime, che temono “ritorsioni”- e spesso si sentono consigliare dai loro avvocati di tacere per evitare “guai peggiori”. Questa diffusa e barbarica paura la dice lunga sul modo in cui sono condotte le indagini.

Senza entrare nei dettagli, né fare un elenco dei molti abusi di ogni specie perpetrati nel corso di queste indagini, basta qui ribadire due fatti fondamentali.

Privare una persona di un computer vuol dire togliere a quella persona uno strumento di lavoro e di vita culturale; e spesso anche danneggiare altre persone od organizzazioni che non sono in alcun modo coinvolte nell’indagine. Oltre che un intollerabile abuso, questo è anche un atto contrario alle leggi del nostro paese (a cominciare dalla Costituzione) e ai fondamentali “diritti dell’uomo”.

Il sequestro di computer (e spesso, assurdamente, anche di “periferiche” o altre attrezzature) è del tutto inutile ai fini dell’indagine; ci sono altri metodi, di provata efficacia, che possono dare agli inquirenti tutto ciò che occorre senza sequestrare né un computer, né un “disco rigido”.

(Fin dalle sue origini ALCEI si è sempre impegnata contro ogni forma di repressione; nei prossimi giorni diffonderà un nuovo comunicato sul tema specifico dei sequestri).

Queste operazioni inutilmente terroristiche e repressive sono un abuso intollerabile. Oggi più che mai è necessario portarle alla luce e porre fine un comportamento, da parte di alcuni magistrati e di una parte delle “forze dell’ordine”, che è vergognoso e inaccettabile in un paese civile.

Questa è anche una prova di quanta ignoranza, e ingiustificata ostilità, sia ancora diffusa nel nostro paese nei confronti delle nuove tecnologie e delle persone che ne fanno uso.

Documento del 23 febbraio 1999

Freeware e altre nuove iniziative per il rilancio della tecnologia e dell’industria italiana dell’informazione

Questo e` un resoconto sul convegno CNR che circola in alcune mailing list. L’autore autorizza a diffonderlo alle condizioni riportate in http://www.fsf.org/copyleft/copyleft.html
Aula Convegni CNR – Roma

Martedì 23 Febbraio si è svolto presso l’Aula Convegni del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) il convegno Freeware e altre iniziative per il rilancio della tecnologia e dell’industria italiana dell’informazione promosso dalla Presidenza del CNR. La giornata incentrata, appunto, sul rivoluzionario modello di sviluppo Open Source, che ha dato vita al sistema operativo Linux, è stata fitta di interventi di altissimo livello del mondo scientifico, politico e industriale.

Il presidente del CNR Bianco, in apertura della giornata, dando le cifre del deficit italiano nel mondo dell’Information Technology e della sua sudditanza dalle importazioni, vede nel Free Sofware una valida idea di rilancio per l’industria italiana del software. Bianco dice “ I commenti, le speranze, le proposte, gli obiettivi del Freeware si moltiplicano. Tutti mettono in evidenza il risultato impressionante di una azione collettiva a livello planetario, che costa pochissimo ma soprattutto è aperta al contributo dei gruppi più agguerriti dei paesi tecnologicamente evoluti, ma anche a quello di studiosi isolati in paesi a modesto sviluppo, è cioè aperta e disponibile ai ricchi ma anche ai poveri”.

Cuffaro, sottosegretario al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, assicura che il governo si impegnerà a sostenere il movimento Open Source. Ma è l’intervento del Prof. Meo del Centro Elaborazione Numerale dei Segnali CNR e organizzatore dell’evento, che riesce a catturare l’attenzione della numerosa platea, andando ad analizzare la realtà dell’informatica italiana.

Il rilancio di una grande azienda italiana nel settore che facesse aumentare l’esportazione è del tutto impraticabile a causa dello sforzo finanziario necessario. La possibilità, spiega Meo, di utilizzare il Free Software è l’unica strada praticabile per diminuire le importazioni. Con uno sforzo finanziario esiguo si potrebbero avere tangibili risultati a patto che gli enti pubblici si attivassero nei seguenti campi:

* certificazione: le aziende non installano software Open Source poiché non risulta essere certificato
* documentazione: spesso il Free Software è poco documentato o non è nazionalizzato nella nostra lingua
* formazione: l’uso del Free Software deve avere le stesse possibilità di fruizione che ha il software proprietario presso la scuola secondaria superiore e le università
* privilegiare i prodotti Open Source nelle gare d’appalto della pubblica amministrazione, in modo tale che la soluzione realizzata possa essere riutilizzata efficacemente da altri enti. In questo modo si eliminerebbero tutte quelle quotidiane incompatibilità nello scambio dei dati.
* incentivi alle imprese per l’u so di prodotti open source e per la produzione di nuovo software Open Source.

Naturalmente l’impatto sulla bilancia dei pagamenti, sul controllo del know-how e sullo sviluppo della piccola impresa sarebbe effettivo.

Il Prof. Meo ha, dunque, posto le basi per un progetto reale, non solo con una ampia documentazione, ma invitando a parlare un nutrito numero di professionisti, concentrati nella sezione Freeware: Esperienze in atto, che hanno portato la loro esperienza nello svolgere le proprie attività secondo il modello Open Source.

Anche se l’Ing. Gianoglio, responsabile dei Sistemi Informativi FIAT, durante il suo intervento è stato piuttosto scettico, durante la tavola rotonda ha espresso il desiderio di approfondire la conoscenza del Free Software.

La tavola rotonda ha segnato la conclusione della giornata. Introdotta dall’Ing. Bravi, Coordinatore del Linux User Group Roma e rappresentante del progetto Pluto, che ha portato l’esperienza di chi raggruppa e coordina alcuni importanti progetti Linux italiani. È ; sta ta moderata dal Prof. Giuseppe Biorci.

L’atmosfera si è fatta subito accesa tra chi sosteneva che il movimento Open Source potesse essere solamente un veicolo e chi vedeva nel Free Software un vero e proprio modello di sviluppo per l’Information Technology italiana. Veicolo o modello, il movimento Freeware grazie a questa iniziativa si è fatto conoscere e apprezzare a livelli che fino a qualche mese fa era impensabile arrivare. Grazie al Prof. Meo il sasso è stato gettato, stiamo a vedere che onde produrrà!

Gabriele Paciucci – Linux User Group Roma – con la collaborazione del Dott. A. Celli

Comunicato ALCEI del 28 gennaio 1999

Il problema e’ grave e sta peggiorando. C’e’ una soluzione: sistemi aperti, trasparenti e compatibili in tutti i servizi pubblici. Occorre una decisione chiara delle autorita’  italiane ed europee.
L’uso delle tecnologie informatiche e telematiche non riguarda soltanto particolari settori ma diventa sempre piu’ un elemento portante di tutte le attivita’  economiche, culturali e sociali. Garantirne un uso libero ed efficiente e’ percio’ una necessita’  fondamentale della societa’  civile.

La meditata opinione di ALCEI E’ che ci sia un problema grave: l’asservimento dell’intero sistema di comunicazione, pubblica e privata, nel nostro Paese (come in tutto il mondo) a sistemi chiusi e non verificabili, governati da interessi privati che esercitano un controllo monopolistico – e che per di pia’¹ risiedono fuori dai nostri confini e non sono governati dalle nostre leggi.
Cio’ puo’ avere conseguenze molto negative per la nostra economia, per la nostra cultura e per la liberta’  di opinione e di dialogo, pubblico e privato, nel nostro Paese.
Il problema E’ complesso e riguarda tutte le tecnologie impiegate, siano software (programmi, protocolli, linguaggi) o hardware (computer e altre attrezzature). Ma un passo sostanziale verso la soluzione puo’ essere fatto con una soluzione semplice. Proponiamo una norma che stabilisca due inderogabili criteri:
1. Che i servizi di pubblica utilita’  usino programmi informatici e telematici totalmente trasparenti e aperti: cioE’ di cui sia noto e liberamente modificabile il “codice sorgente”.

2. Che in nessuna comunicazione con la Pubblica Amministrazione (o con qualsiasi altro servizio di pubblica utilita’ ) i cittadini siano mai costretti a usare programmi non universalmente compatibili; o, nel caso che si t ratti di programmi definiti ad hoc, questi siano sempre liberamente e gratuitamente disponibili a tutti.
Inoltre proponiamo che non ci si limiti a risolvere il problema nel nostro Paese, ma che il Governo italiano e i nostri rappresentanti presso le organizzazioni internazionali (in primo luogo l’Unione Europea) si impegnino energicamente perche’ analoghe disposizioni siano adottate in Europa e nel mondo.
Premessa

In generale, non siamo favorevoli a un eccesso di norme e discipline, perche’ la liberta’  di ognuno (cittadini e imprese) di agire e scegliere come preferisce, dal punto di vista culturale, economico o tecnico, E’ un valore che va difeso contro ogni tentativo di restrizione. Ma in questo caso si tratta di difendere, non di comprimere, la liberta’  di tutti.
Percio’ pensiamo che un intervento del Governo o del Parlamento sia giustificato e necessario; lasciando le singole persone o imprese private libere di scegliere le soluzioni che preferiscono, ma stabilendo che almeno nella Pubblica Amministrazione e in tutti i servizi pubblici (con particolare rilievo alle scuole di ogni ordine e grado) siano introdotte le garanzie necessarie per proteggere i cittadini dalle costrizioni, non solo ec onomiche, cui sono sottoposti a causa dell’uso di sistemi chiusi, non compatibili e governati dai capricci di chi li produce.
Il problema riguarda l’intera societa’  civile e tutta l’economia; perche’ queste tecnologie sono e saranno un elemento strutturale della nostra societa’ . a’ˆ un dovere garantirne il libero e agevole accesso cosa’¬ come E’ un dovere garantire la disponibilita’  a tutti dei “beni sociali”- come educazione, strade, trasporti, sicurezza, giustizia – e delle fondamentali liberta’  di espressione e di opinione. Lasciarne il controllo nelle mani di chiunque (che non sia il Governo o il Parlamento del nostro Paese), con strumenti di cui non ci E’ consentito verificare la natura e il funzionamento, equivale a consegnare la gestione degli acquedotti a qualcuno che non ci permette neppure di fare un controllo chimico dell’acqua potabile.

Software privato, software pubblico e compatibilita’

Per chi desideri approfondire, abbiamo predisposto un documento (con la citazione di fonti per ulteriori dettagli). Siamo comunque sempre disponibili alcei@alcei.it per ogni chiarimento o spiegazione.
Riassumiamo qui alcuni punti essenziali.
a) La compatibilita’ , la trasparenza e la modificabilita’  non escludono la proprieta’  dei programmi; ognuno puo’ e deve essere libero di sviluppare, usare e vendere tecnologia come vuole. L’importante E’ che i sistemi siano compatibili, cioE’ non siano di ostacolo alla comunicazione con chi usa sistemi diversi.
b) Il software “libero” (freeware) non E’ sempre “gratuito”. Puo’ essere liberamente disponibile come puo’ essere di proprieta’  privata. Cio’ che lo caratterizza E’ la trasparenza: cioE’ la pubblica disponibilita’  del “codice sorgente” (source code), che permette a ognuno di conoscere tutto il contenuto del programma e di modificarlo come vuole; e permette all’intera comunita’  tecnica di contribuire al miglioramento del software e di adattarlo, secondo il caso, a specifiche esigenze.
c) a’ˆ ammissibile che un’organizzazione privata scelga di usare programmi non compatibili (anche se questo E’ quasi sempre contro il suo interesse). Non E’ ammissibile, invec e, che cosa’¬ faccia un servizio pubblico.
d) L’internet E’ efficiente e accessibile a tutti perche’ E’ basata su sistemi liberi (freeware) trasparenti e totalmente compatibili che in buona parte sono sostanzialmente invariati da vent’anni.
e) Nell’informatica sembrava che fra i due mondi (freeware e software “proprietario”) ci fosse un conflitto. Ma si sta sempre pia’¹ diffondendo la nozione che le due realta’  possono e devono convivere e che l’uso di soluzioni open code E’ vantaggioso anche nel mondo delle imprese e delle grandi organizzazioni. Percio’ un intervento normativo potrebbe appoggiarsi su una tendenza significativa e su buone risorse tecniche e professionali.
f) Uno dei compiti delle autorita’  nel nostro Paese (come in tutto il mondo) dovrebbe essere quello di agevolare l’accesso alle reti telematiche (e ai servizi informatici) di tutti i cittadini, e in particolare di quelli che per motivi economici o di isolamento culturale ne sono esclusi. La disponibilita’  di software libero e compatibile (open code) e di servizi accessibili con quel tipo di programmi (e con linguaggi e protocolli facilmente disponibili a tutti) puo’ ridurre enormemente il costo e la complessita’  dei computer e delle applicazioni tecniche, quindi allargare l’accesso a molto pia’¹ ampie categorie di cittadini.
Siamo convinti che la base strutturale (sistema operativo) debba essere un “bene comune” (di proprieta’  di tutti e dominato da nessuno) cosa’¬ come lo sono i sistemi su cui si basano le reti telematiche; e che anche nella struttura fisica delle macchine ci si debba evolvere verso una maggiore compatibilita’  e standard condivisi. Raggiungere questi obiettivi richiede tempi relativamente lunghi; nel frattempo a nostro avviso, un passo fondamentale: cioE’ l’uso nei servizi pubblici di sistemi aperti, trasparenti e compatibili; e gratuiti per tutti i cittadini che accedono a quei servizi, compreso ovviamente l’intero sistema scolastico.
Perche’ e’dannosa la schiavitu’ elettronica

Oggi i sistemi elettronici entrano in ogni aspetto della nostra vita. a’ˆ impensabile che le leve di controllo siano nelle mani di qualsiasi organizzazione che ne modifica gli strumenti fondamentali, come e quando vuole, in modo del tutto arbitrario, senza il nostro consenso e senza neppure permetterci di rendercene conto; introduce a suo piacimento funzioni “occulte” che non ci E’ consentito verificare e che possono interferire con la nostra attivita’  mentre non ce ne accorgiamo; impone quando vuole costose quanto inutili “innovazioni”, che rendono incompatibili e “obsoleti” i sistemi esistenti, senza alcun motivo se non il suo privato interesse; promuove una falsa “educazione” che assoggetta persone e imprese all’uso di sistemi non compatibili e inutilmente complessi e costosi.
I pericoli sono gravi – e possono andare al di la’  della piu’ perversa immaginazione. Non E’ un’ipotesi, ma una realta’  in atto, che dal dominio della tecnologia si passi al controllo delle reti di comunicazione; e da quello al controllo dei contenuti. La “convergenza” fra fornitori di sistemi di connessione e fornitori di contenuti E’ una strategia dichiarata e in corso di attuazione.
E’ pensabile che sia concesso a qualsiasi impresa od organizzazione, che potrebbe in qualsiasi momento passare sotto il controllo di chiunque, o allearsi con qualsiasi gruppo ideologico o politico, il controllo dei nostri canali di comunicazione e delle nostre scuole? Eppure e’ questa la situazione in cui stiamo rischiando di scivolare.
E’  inaccettabile che questa “riduzione in schiavitu’” della nostra cultura e della nostra economia non solo non sia ostacolata dalle nostre autorita’ , ma sia incoraggiata e favorita l’adozione, anche nei servizi pubblici, di strumenti non trasparenti e non compatibili. Eppure E’ questa la situazione in cui ci troviamo.
Ci sono azioni legali in corso, negli Stati Uniti come in Italia, per cercare di arginare o controllare il monopolio di una singola impresa. Dobbiamo augurarci che ottengano risultati significativi.& nbsp; Ma anche il pia’¹ grande successo nella rottura del monopolio non basterebbe; perche’ se le leve di controllo passassero da un’impresa a un’altra, o a due o tre oligopolisti, la sostanza del problema non sarebbe risolta.
La soluzione, percio’, E’ una. Basare i sistemi di informatica e telematica su programmi, procedure e protocolli totalmente aperti, compatibili e trasparenti, di cui nessuno, se non le leggi e la societa’  civile, possa avere il controllo.
Le soluzioni tecniche sono disponibili; o possono essere sviluppate senza particolari difficolta’ . Cio’ che occorre e’ una scelta politica, chiara, precisa e senza possibilita’  di equivoci. Da parte dell’Italia, dell’Unione Europea e dei governanti e legislatori di tutto il mondo.
Il problema e’ urgente. I danni sono gia’  gravi oggi e la situazione puo’ peggiorare velocemente nel prossimo futuro.

Documento del 23 gennaio 1999

Tecnologie, trasparenza e compatibilita’

La struttura e l’evoluzione delle tecnologie possono essere molto complesse. Non e’ questa la sede per entrare nei dettagli, ma ci sembra necessario inquadrare alcuni aspetti fondamentali.
Non tutte le tecnologie rilevanti nell’informatica, e specialmente nella telematica, sono “programmi”. Anche se possono rientrare nel concetto generale di software, possono essere cose di natura diversa, come “linguaggi” o “protocolli”. Per questi non si pone il problema del “codice sorgente”, perche’ non contengono parti o funzioni inaccessibili o inesplorabili; ma cio’ nonostante possono sorgere problemi di trasparenza e di compatibilita’ .
Per esempio cose semplici, come il linguaggio HTML (usato nell’oggi diffusissimo sistema World Wide Web) si sono progressivamente complicate fino al punto che non tutte le pagine sono leggibili con tutti i browser e non tutti i siti sono utilizzabili se non con complessita’  che richiedono l’uso di software ad hoc. Ci sembra assai discutibile questo percorso anche nell’uso privato, dove tuttavia non puo’ essere condizionata la liberta’  di ciascuno di gestire come vuole la sua comunicazione; ma in relazione ai principi generali espressi nel nostro comunicato crediamo che nel caso della Pubblica Amministrazione e di tutti i servizi di pubblica utilita’  debba essere sempre garantita, indipendentemente dal tipo di tecnologia utilizzata, la totale trasparenza e compatibilita’ .
E’ importante, inoltre, garantire ai cittadini la massima liberta’  possibile di accesso alle informazioni, senza costringerli a usare tecnologie costose o inutilmente complesse.
Inoltre non si tratta solo di software, ma anche di hardware, perche’ elementi di incompatibilita’  possono esistere anche nel hardware, cioe’ nella struttura dei computer e perfino dei processori.
In questo quadro, puo’ accadere che neppure la disponibilita’  del codice sorgente sia una sufficiente garanzia nel caso di programmi particolarmente complessi e difficilmente analizzabili; il concetto di trasparenza e compatibilita’  puo’, in pratica, andare anche oltre questa specifica esigenza tecnica.
Insomma ogni ostacolo alla compatibilita’  e alla trasparenza deve essere evitato o rimosso, indipendentemente dal tipo di tecnologia, strumento o applicazione in cui possa trovarsi.

Monopoli e ostacoli alla liberta’

Il tema che stiamo trattando e’ diverso da quello, molto dibattuto e certamente rilevante, delle concentrazioni e dei monopoli. Anche se ovviamente c’e’ qualche attinenza fra le due prospettive.
Vorremmo qui ribadire che siamo contrari a ogni forma di monopolio o restrizione della concorrenza, sia che si tratti di software o di telecomunicazioni.
Nell’area del software sono particolarmente rilevanti i problemi causati dal monopolio Microsoft. Vedi le varie azioni “antitrust” in corso negli Stati Uniti; e in Italia il ricorso presentato il 20 ottobre 1998 all’Autorita’  garante della concorrenza e del mercato dal capitolo italiano della IACT International Alliance for Compatible Technology. Siamo solidali con queste iniziative, anche se restiamo convinti che anche la rottura del monopolio non sarebbe una soluzione sufficiente se al monopolio di uno si sostituisse l’oligopolio di pochi. Solo una totale apertura, trasparenza e compatibilita’  puo’ consentire la necessaria liberta’  di mercato e le fondamentali liberta’  di opinione, di informazione e di dialogo.
Occorre del resto altrettanta sorveglianza ed incisivita’  nel contrastare i danni gia’  oggi provocati da posizioni monopolistiche, oligopolistiche o “dominanti” nel campo delle telecomunicazioni, come le molte inaccettabili situazioni create in molti paesi europei, e in particolare in Italia, dalle pratiche e comportamenti di quelle compagnie che ormai e’ restrittivo chiamare “telefoniche”; nel nostro caso soprattutto, ma non solo, Telecom Italia. Di questo problema la nostra associazione si sta occupando, e continuera’  a occuparsi, anche indipendentemente dal tema di cui stiamo trattando in questo documento.
Cio’ che ci sembra importante ribadire e’ che concentrazioni e “posizioni dominanti” non sono soltanto un ostacolo alla liberta’  del mercato ma, quando si tratta di sistemi di comunicazione di ogni genere e specie, una restrizione inaccettabile della liberta’  di informazione, opinione e comunicazione di tutti i cittadini.
Non solo due sistemi

La nostra posizione non e’ e non vuole essere riferita a specifici sistemi operativi. E’ fin troppo evidente che oggi il mondo del software vede contrapposti due protagonisti di due impostazioni radicalmente diverse; ci sembra percio’ necessario, per chiarezza, dedicare qualche parola a questa ampiamente dibattuta situazione. Nell’area dei “personal computer” (se si escludono sistemi di limitata diffusione, come Apple) si tratta di Windows (Microsoft) e Linux.
La crescita dei sistemi Unix freeware (o piu’ precisamente general pubblic license) come Linux ha finora intaccato solo marginalmente il dominio di sistemi chiusi e non trasparenti come le varie versioni di Windows della Microsoft. Ma si sta sempre piu’ diffondendo, anche la percezione del fatto che le soluzioni freeware sono molto spesso piu’ efficienti di quelle piu’ diffusamente in uso.
Su questo interessante tema offriamo, alla fine di questo documento, una serie di indirizzi web dove si trova ampia documentazione.
Vediamo, ovviamente, con simpatia la crescita di Linux e in generale dei sistemi operativi aperti e trasparenti; e anche le aperture da parte di alcune imprese private, per esempio Netscape che ha deciso difendere pubblicamente disponibili i “codici sorgenti” del suo browser a partire dalla versione 4. Ma questi sviluppi, per quanto importanti, sono solo una parte della soluzione.

Non sono privi di interesse anche gli sviluppi nell’uso di soluzioni che favoriscono la semplicita’  strutturale e la compatibilita’ , come le tecnologie a “oggetti” di cui la piu’ nota e’ Java della Sun. Ma anche questa non la “pietra filosofale”, non e’ la definitiva ne’ l’unica soluzione. E’ solo uno dei molti sistemi, esistenti oggi o che si potranno sviluppare domani, che possono piu’ o meno utilmente contribuire a una soluzione piu’ generale e sostanziale come quella che stiamo proponendo: trasparenza e compatibilita’  totale e accessibile a tutti.
E’ interessante notare che le tecnologie aperte e liberamente disponibili (in particolare Linux) stanno ottenendo una sempre piu’ diffusa attenzione, non piu’ solo in ambienti tecnicamente esperti ma anche nei grandi mezzi di informazione e da parte del mondo delle imprese. Sono sempre piu’ frequenti i casi di grandi imprese internazionali dell’informatica che “prendono le distanze” dai sistemi proprietari e aprono un dialogo sempre piu’ attento con chi sviluppa e distribuisce sistemi aperti.


I problemi della Pubblica Amministrazione

Non ci proponiamo di entrare nel complesso problema della Pubblica Amministrazione, nel nostro Paese e in Europa. Ci rendiamo conto delle molteplici difficolta’  e delle differenze che esistono nelle esigenze e nei modelli di sviluppo tecnologico e amministrativo dei vari settori della Pubblica Amministrazione; per non parlare dei molti altri servizi di pubblica utilita’  che non sono direttamente gestiti dallo Stato, dalle amministrazioni regionali e locali o da altre funzioni pubbliche.
Le applicazioni pratiche possono essere complesse, ma la sostanza dei principi e’ semplice. In quelle parti della Pubblica Amministrazione (o in generale dei servizi di pubblica utilita’ ) dove finora si usano sistemi aperti, compatibili e trasparenti ci sembra importante evitare che l’innovazione porti verso sistemi chiusi e incompatibili (il che, giova ripetere, non e’ affatto necessario). Laddove invece siano gia’  state introdotte tecnologie, sistemi o linguaggi non compatibili, l’inversione di percorso puo’ sembrare difficile; ma pur con necessari tempi tecnici crediamo che si debba procedere decisamente verso soluzioni piu’ aperte ed efficienti.
Le complessita’  tecniche sono spesso piu’ apparenti che reali; causate non da esigenze concrete ma dall’abitudine (o dall’accettazione acritica e passiva ci cio’ che sembra “convenzionale”). Le soluzioni esistono, o possono essere sviluppate senza grandi difficolta’ . Cio’ che occorre e’ soprattutto la volonta’  politica di risolvere i problemi e adottare soluzioni efficienti, compatibili e trasparenti. Ogni passo compiuto oggi nella direzione sbagliata non puo’ far altro che creare complicazioni e difficolta’  assai maggiori in futuro.
In alcuni paesi questo problema e’ gia’  stato affrontato con rigore. Per esempio Israele non ha accettato per l’amministrazione pubblica il sistema Windows, benche’ fossero stati forniti i sorgenti; perche’ la complessita’  del sistema e’ tale da non permettere di rendere comprensibile cio’ che il software fa e da consentire la presenza di funzioni “occulte” che talvolta possono essere piu’ o meno innocenti (per esempio giochi) ma in altri possono avere caratteristiche pericolosamente intrusive.


Un’occasione per imprese e professionisti italiani

Il nostro obiettivo non e’ creare una situazione di “protezionismo” o di art ificiale favore per le imprese italiane di tecnologia o per i nostri programmatori e professionisti informatici. Comprendiamo che il mercato deve rimanere aperto a tutti e che non si possono, ne’ si devono, mettere limiti alla libera concorrenza.
Ma se si rimuovono gli ostacoli oggi esistenti alla liberta’  del mercato e dell’innovazione, questo apre un maggiore spazio per tutte le imprese e i professionisti di tutto il mondo – compresi gli italiani.
Infatti si e’ aperto recentemente un dibattito nel CNR, per iniziativa del Politecnico di Torino, sull’ipotesi che “lo sviluppo del software libero (o open source software) sia la chiave per un possibile rilancio dell’informatica italiana”.

Osservazioni e fonti di approfondimento sul tema “liberarci dalla schiavitù elettronica”

(Allegato al Comunicato ALCEI del 28 gennaio 1999)

Trappola nel “ciberspazio”

http://www.apogeonline.com/riflessi/art_44.html

Ricorso all’autorità antitrust

http://www.ogcs.com/iact-italia/sources/iact-ric.html

La nuova economia: Il “mondo connesso” http://www.gandalf.it/mercante/merca9.htm#heading02

Software a sorgente aperta (Halloween) http://se.4net.com/ARCHIVIO/microsoft/halloween1-9it.html

Linux

http://www.linux.it/

Le distribuzioni di Linux

http://www.apogeonline.com/informaz/art_127.html

Rassegna stampa su Linux

http://ilp.linux.it/

Associazione italiana utenti Linux

http://www.linux.it/ILS/

Perché Linux?

http://eru.aleph.it/linux.html

Un Ente Pubblico italiano che usa Linux

http://www.nts.it/lgtp/lgei9710/lgei9710_13.html

“Gli Stati” vs. Microsoft Corp.

http://www.ogcs.com/iact-italia/sources/states.html

Dept. of Justice vs. Microsoft Corp.

http://www.ogcs.com/iact-italia/sources/doj.html

Hans Reiser vs. Microsoft Corp.

http://www.ogcs.com/iact-italia/sources/reiser.html

Caldera Inc. vs. Microsoft Corp

http://www.ogcs.com/iact-italia/sources/caldera.html

IACT Italia contro Microsoft

http://www.idg.it/computerworld/notizia.asp?IDNews=723

Quando il mercato non è libero: bassa qualità e alti prezzi

http://www.interlex.com/attualit/mcgates1.htm

Software libero e made in Italy

http://www.ilsole24ore.it/24oreinformatica/speciale_3d.19990305/

INFORMATICA/Informatica/A.htm

Prende il via il 2 marzo il primo Linux World Show

http://www.apogeonline.com/news/1999_03_01c.html

Il Ministero delle Finanze non ama i Macintosh

http://www.apogeonline.com/informaz/art_126.html

Licenza Pubblica Generale GNU

http://animal.unipv.it/gnu/gpl.txt

La “tassa Microsoft” si può evadere

http://www.apogeonline.com/informaz/art_113.html

Combatti Microsoft

http://www.tmcrew.org/csa/l38/multi/microsoft/index1.htm

Il codice sorgente di Windows in licenza?

http://www.apogeonline.com/informaz/art_117.html

Come potrebbe essere il software

http://gandalf.it/garbugli/garb18.htm

e Non è un sogno

http://gandalf.it/mercante/allegati/alle11c2.htm

Il pendolo di Ermete e l’arte della leggerezza

http://www.gandalf.it/garbugli/garb04.htm

Il computer a manovella e la crisi del millennio

http://gandalf.it/garbugli/garb16.htm

Il valore del “gratuito”

http://www.gandalf.it/mercante/merca11.htm#heading03

Ci vorrebbe un colpo di vento

http://www.gandalf.it/mercante/merca17.htm#heading01

Nuovi sviluppi delle tecnologie “leggere”

http://www.gandalf.it/mercante/merca18.htm#heading06

Il caso Microsoft: molto rumore per (quasi) nulla

http://www.gandalf.it/mercante/merca19.htm#heading01

I codici segreti

http://www.gandalf.it/mercante/merca25.htm#heading04

Gli Stati Uniti d’America contro Microsoft Corporation

http://www.interlex.com/attualit/coliva8.htm

IACT Italia contro Microsoft

http://www.idg.it/computerworld/notizia.asp?IDNews=723

Quando il mercato non è libero: bassa qualità e alti prezzi

http://www.interlex.com/attualit/mcgates1.htm

Informatica: l’Italia è da terzo mondo, la soluzione è nel freeware

http://www.apogeonline.com/riflessi/art_62.html

Le grandi fusioni hanno un nemico invisibile: l’incompatibiltà.

documenti/9809_incompatibilita.htm

Compaq Tru64: scocca l’ora di Unix

http://www.idg.it/computerworld/CWI/cwi06_99.htm#Compaq

Linux diventerà l’unico Unix?

http://www.idg.it/computerworld/CWI/cwi44_98.htm#Linux

Qualche problema per l’impero Microsoft

http://www.gandalf.it/mercante/merca10.htm#heading05

In inglese

Free Software Foundation

http://www.gnu.or
g/fsf/fsf.html

What is free software?

http://www.gnu.org/philosophy/free-sw.html

Information Wants to be Valuable

http://www.netaction.org/articles/freesoft.html

The Cathedral and the Bazaar

http://www.tuxedo.org/~esr/writings/cathedral-bazaar/

Homesteading the Noosphere

http://www.tuxedo.org/~esr/writings/homesteading/

Open Source: the Future is Here

http://www.opensource.org/

History of the Open Source effort

http://www.opensource.org/history.html

The Open Source Definition

http://www.opensource.org/osd.html

“Social Contract” with the Free Software Community

http://www.debian.org/social_contract.html

New Rules for the New Economy

http://www.wired.com/wired/5.09/newrules.html

The Economic Benefits of Open Source Software

http://www.netaction.org/monitor/mon38.html

Linux

http://www.linux.org/

Big Blue will throw its blanket over Linux

http://www.news-observer.com/daily/1999/02/18/biz02.html

Linux set for Sun hardware, software

http://www.infoworld.com/cgi-bin/displayArchive.pl?/98/50/t16-50.14.htm

Compaq Embraces Linux Groundswell

http://www.zdnet.com/sr/stories/news/0,4538,2144990,00.html

Linux diffusion analysis

http://www.WebCMO.com/linux/report/report2.htm

An Italian Public Administration Using Linux


http://www.ssc.com/lg/issue23/successtory.html

Open source gathering steam

http://www.zdnet.com/zdnn/stories/news/0,4586,2173057,00.html

Unix vs NT organization

http://www.unix-vs-nt.or

The Halloween Documents

http://www.opensource.org/halloween.html

Microsoft on trial

http://www.zdnet.com/zdnn/special/msdojtrial.html

Source Code Secrecy and Microsoft’s Copyright Monopoly

http://www.netaction.org/monitor/mon34.html#secrets

Micro$oft monitor

http://www.netaction.org/monitor/index.html

Appraising Microsoft

http://www.appraising-microsoft.org/

Is your PC too friend
ly?

http://www.zdnet.com/zdnn/stories/comment
/0,5859,2202250,00.html

Microsoft to Alter Software in Response to Privacy Concerns

http://jya.com/ms-spy.htm

Open Source: the Future is Here

http://www.opensource.org/

Documento del 2 novembre 1998

Le grandi fusioni hanno un nemico invisibile: l’incompatibilità

Purtroppo non è disponibile online l’articolo di Stan Lepeak pubblicato da Computerworld Italia il 2 novembre 1998 con il titolo “Le grandi fusioni hanno un nemico invisibile: l’incompatibilità“. L’articolo osserva che, nei casi sempre più frequenti di fusioni e acquisizioni, troppe aziende sottovalutano le difficoltà di fondere i sistemi e le organizzazioni IT, difficoltà che risulta ingigantita quando le aziende interessate sono multinazionali o di Paesi diversi.

Un gran numero di multinazionali si è imbarcato in fusioni che promettevano un aumento del valore azionario maggiore vicinanza con gli utenti, economie di scala o interessanti servizi globali. … Eppure i ritardi nell’integrazione IT hanno provocato alcuni noti buchi nell’acqua. Sistemi IT diversi sono un ostacolo anche per le società di telecomunicazioni e di servizi finanziari che sperano di ampliare la propria offerta con una fusione.

Potremmo aggiungere che situazioni di non compatibilità dei sistemi informatici o telematici creano problemi gravi anche nel caso di alleanze, partnership, accordi di collaborazione, nonché dei rapporti fra le imprese e i loro interlocutori abituali, come fornitori, distributori, intermediari e clienti.