Category Archives: Data retention

Una segnalazione inviata al Garante dei dati personali sulla presenza nei telefoni Android di un software che spia gli utenti

Signor Garante,

Apprendiamo dagli organi di informazione che un programmatore americano avrebbe scoperto, in milioni di smartphone Android, la presenza di un software sviluppato dalla società americana Carrier IQ che registra
segretamente la pressione dei tasti, la locazione geografica del terminale e i messaggi ricevuti dagli utenti.

Le chiediamo di verificare, presso gli operatori di telefonia mobile presenti in Italia e i produttori dei telefoni in questione, se la notizia della presenza occulta del software della Carrier IQ anche nei terminali venduti in Italia sia fondata, e, in caso positivo, il rispetto delle prescrizioni del Codice dei dati personali in materia di informativa e raccolta del consenso, nonchè di adozione delle prescritte misure di sicurezza a rotezione dei dati personali.

Chiediamo infine di accertare se i dati in questione vengano trattati solo in Italia o anche al di fuori dell’Unione Europea nel rispetto dei trattati internazionali e del Safe Harbour.

Il testo integrale della notizia è disponibile a questo indirizzo

Grazie per l’attenzione.

Comunicato ALCEI del 15 settembre 2006

Data retention e diritti fondamentali dei cittadini in Europa.

Sul problema della data retention e della sorveglianza di massa che alcuni governi stanno avallando grazie all’emanazione di leggi ad hoc, argomenti dei quali ALCEI si e’ gia’ occupata molte volte, si segnala un nuovo intervento a livello europeo. L’iniziativa di Digital Rights Ireland, che ha presentato un ricorso alla Corte di Giustizia Europea,e’ sostenuta da sedici organizzazioni internazionali, fra cui ALCEI.

Qui di seguito si pubblica una traduzione del comunicato diramato da Digital Rights Ireland.

Il gruppo irlandese impegnato sul fronte dei diritti civili digitali Digital Rights Ireland (DRI) ha avviato un’azione verso la Corte Suprema contro il governo irlandese, il quale sta sfidando le nuove leggi europee ed irlandesi adoperando sistemi di sorveglianza di massa. Il presidente di DRI ha avuto modo di notare che: “Queste leggi richiedono alle compagnie telefoniche ed ai provider di servizi internet di spiare tutti i loro clienti, tenendo traccia dei loro movimenti, delle loro telefonate, delle loro email e degli accessi verso la rete internet, e di conservare queste informazioni per almeno 3 anni. Si potra’ accedere a queste informazioni senza necessita’ di alcun provvedimento di un magistrato e senza alcuna rispetto di garantismo verso i cittadini. Noi siamo convinti che questo sia un pericolo per i diritti fondamentali. Abbiamo scritto al governo sottolineando le nostre preoccupazioni ma, dal momento che nessun’azione e’ stata intrapresa, siamo stati costretti ad adire la via giudiziaria”.

“Di conseguenza, abbiamo lanciato ora una sfida giuridica al potere del governo irlandese che vuol far passare queste leggi. Secondo noi esso e’ contrario sia alla costituzione irlandese sia alle leggi irlandesi ed europee sulla protezione di dati e la riservatezza”.

“Rivendichiamo, inoltre, l’affermazione che la Commissione europea e il Parlamento hanno il potere di emanare una direttiva sulla conservazione dei dati di traffico. Questo tipo di sorveglianza di massa e’ una violazione dei diritti umani, come indicato nella Convenzione europea su diritti umani e la Carta UE sui diritti fondamentali, che tutti gli stati membri dell’UE hanno firmato”.

“Se avremo successo, l’effetto sara’ quello di minare tutte le leggi sulla conservazione di dei dati di traffico nell’UE, non solo in Irlanda, e di rovesciare la Direttiva sulla data retention. Un precedente giurisprudenziale della Corte Europea di Giustizia che sancisca la contrarieta’ della conservazione dei dati di traffico rispetto ai diritti umani vincolera’ tutti gli Stati membri, le loro Corti e le loro istituzioni”.

Attacco alla vita privata

Il presidente di DRI prosegue: “Queste leggi sulla sorveglianza di massa sono un attacco diretto e deliberato avverso il nostro diritto ad avere una vita privata, senza indebite interferenze da parte del governo. Questo diritto e’ appoggiato anche nelle leggi nazionali degli Stati membri ed e’ anche esplicitamente stabilito nell’art. 8 della Convenzione europea sui diritti umani. Quest’articolo specifica che le autorità pubbliche possono interferire con questo diritto limitatamente e solo in circostanze ben definite”.

“Le informazioni verranno raccolte ed immagazzinate su chiunque, senza distinguere se si tratti di un criminale, di un poliziotto, di un giornalista, di un giudice, o di un cittadino ordinario. Una volta raccolte, queste informazioni sono completamente esposte ad utilizzi ed appropriazioni non consentite. Nessun argomento e’ stato speso per sostenere che leggi sulla conservazione dei dati di traffico faranno qualcosa per fermare il terrorismo o la criminalita’ organizzata”.

“Noi comprendiamo, naturalmente, che le agenzie governative dovrebbero avere accesso ad alcuni dati sulle chiamate telefoniche. Ma l’accesso deve essere proporzionato. In particolare, ci dovrebbero essere dei fondati motivi per andare oltre i sei mesi di conservazione dei dati di traffico gia’ previsti per motivi legati alla fatturazione. Ne’ la Commissione europea ne’ i corpi di polizia europei hanno previsto un caso per cui ci possa essere necessita’ di conservare i dati di traffico per anni”.

“La conservazione dei dati di traffico, per come viene disciplinata in Irlanda e strutturata dalla Direttiva sulla data retention e’ un’ingiustificata sorveglianza di massa. Il Governo sta deliberatamente registrando informazioni sui cittadini innocenti senza averne motivo”.

Questioni giuridiche sottese

Questa azione e’ rivolta verso la legge sulla conservazione dei dati di traffico contenuta nella Irish Criminal Justice (Terrorist Offences) Act del 2005 e nella Direttiva europea sulla data retention emanata nel 2006. Questa azione e’ stata istruita presso la Corte Suprema dal procuratore legale McGarr per conto di DRI, chiamando come imputati il Ministro per le Comunicazioni, Marittimo e Risorse Naturali, il Ministro della Giustizia, Uguaglianza e delle Riforme, il Garda Commissioner d’Irlanda e l’Avvocatura Generale dello Stato. DRI chiedera’ alle corti irlandesi di rinviare la Direttiva alla Corte Europea di Giustizia per ottenere una decisione circa la sua validità.

Supporto internazionale

Digital Rights Ireland e’ il solo gruppo che sfida a queste leggi, ma e’ sostenuto da molti gruppi interessati a questioni inerenti la privacy e i diritti civili.

Danny O’Brien della Electronic Frontier Foundation ha commentato:

“La direttiva sulla conservazione dei dati di traffico nell’UE e’ un’invasione eccessiva del riserbo e della sicurezza di tutti i cittadini europei. La registrazione obbligatoria e la conservazione delle telefonate dei cittadini europei da parte dei gestori telefonici e dei comportamenti online da parte dei provider internet creano un precedente per sorveglianze di massa e con tutta probabilita’ portera’ a soffocare la libertà di espressione sulle questioni politiche e sociali, che sono proprio il centro di una democrazia efficiente. La sfida lanciata da Digital Rights Ireland aiutera’ a proteggere non solo i diritti fondamentali dei cittadini europei, ma anche quelli degli abitanti di altri Paesi che abbiano intrapreso lo stesso percorso”.

Altre organizzazioni che supportano l’iniziativa sono:

ALCEI (Electronic Frontiers Italy), Italia
Digital Rights, Danimarca
EDRI (European Digital Civil Rights), Europa
Electronic Frontier Finland, Finlandia
Electronic Frontier Foundation, Stati Uniti
FITUG (Förderverein Informationstechnik und Gesellschaft e.V.), Germania
Foundation for a Free Information Infrastructure, Europa
Internet Society, Bulgaria
IRIS (Imaginons un Réseau Internet Solidaire), Francia
Liga voor de Mensenrechten (League for Human Rights), Belgio
luridicum Remedium, Repubblica Ceca
Netzwerk Neue Medien, Germania
Open Rights Group, Gran Bretagna
Privacy International, Gran Bretagna
Quintessenz, Austria
VIBE!AT (Austrian Association for Internet Users), Austria

Contatti:

Telefono: TJ McIntyre on 087 2075919
Email: contact@digitalrights.ie
Web: www.digitalrights.ie

Background per la stampa:

The initial letter from DRI threatening legal action is outlined here:
www.digitalrights.ie/2006/07/29/dri-challenge-to-data-retention/#more-40

Media coverage of that letter is summarised here:
www.digitalrights.ie/2006/08/06/media-roundup-data-retention/

The Irish Times dealt with the letter in an editorial here:
www.digitalrights.ie/2006/08/08/irish-times-endorses-data-retention-case/

Per informazioni e approfondimenti:
02-40030031 335-5668996 02-867045 alcei@alcei.it

Comunicato ALCEI del 5 luglio 2006

 

Non contente del famigerato Patto di San Remo, le major dell’audiovisivo chiedono di fare ancora peggio: data retention e distacco immediato degli abbonamenti internet. Senza nemmeno il controllo di un magistrato. 

Non contente dell’approvazione del famigerato “Patto di San Remo”, il 16 giugno 2006 le maggiori associazioni del settore dell’audiovisivo hanno inviato ai ministeri per i beni e le attività culturali, comunicazioni e innovazione una lettera per esercitare ulteriori pressioni sul codice deontologico degli internet provider, predisposto in attuazione appunto del “Patto di San Remo”. Ritengono queste associazioni che il codice in questione – peraltro non ancora pubblicamente disponibile – si limiti a ripetere quanto già stabilito dalla legge vigente (già a loro sfacciatamente favorevole), senza fare “qualcosa in più” per la “lotta alla pirateria”. Ma il “qualcosa in più” al quale si riferiscono costoro si traduce, praticamente, nel fatto che gli internet provider dovrebbero costringere i propri utenti a sopportare: intercettazioni preventive, filtraggio dei contenuti, data retention e “taglio” della linea internet a fronte della semplice richiesta dei “titolari dei diritti” e prima che un giudice abbia stabilito l’eventuale violazione di legge.

Si tratta evidentemente di una pretesa inaccettabile e basata sull’arroganza di chi antepone la tutela dei propri interessi privati al rispetto dei più elmentari principi di civiltà del diritto. ALCEI è da dieci anni in prima linea nell’invocare il rispetto della legge, ma non può tollerare che vengano approvate norme di qualsiasi tipo (come la legge sul diritto d’autore e del Patto di San Remo) che con la scusa di proteggere “specifici interessi” pregiudicano i (già gravemente lesi) diritti garantiti dalla Costituzione a tutti i cittadini.

I “titolari dei diritti” hanno inspiegabilmente avuto accesso diretto a documenti di un gruppo di lavoro istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, intervenendo nella predisposizione del codice degli ISP (prova ne sia che nella loro lettera del 16 giugno, dimostrano chiaramente di essere stati “parte attiva” in tutto il processo lamentando addirittura che gli internet provider non avrebbero recepito, se non in minima parte, le loro indicazioni”. Ma nessun esponente della società civile – associazioni di utenti, consumantori e quant altri – ha avuto analoga possibilità. E’ stato approvato il principio della “legiferazione privata”?

I titolari dei diritti pretendono “ancorchè in assenza di un vincolo di legge” l’attuazione unilaterale da parte degli internet provider di forme di controllo sulle informazioni e sui dati trasmessi dagli utenti. Come detto in apertura di questo comunicato, si tratta di una pretesa inaccettabile e illegale.

Innanzi tutto, nel regime attuale, gli ISP devono necessariamente denunciare gli utenti che vengono segnalati come autori di transazioni P2P. L’attuale legge sul diritto d’autore prevede, infatti, la perseguibilità d’ufficio dei reati di duplicazione e diffusione di opere protette. Questo significa che l’internet provider, una volta ricevuta la segnalazione di un possibile illecito, deve obbligatoriamente segnalare il fatto all’autorità giudiziaria non potendo limitarsi a “rimproverare” l’utente dandogli una seconda possibilità.

Nemmeno è accettabile che gli ISP attivino unilateralmente sistemi di controllo dell’utilizzo dell’internet da parte degli utenti. Si tratta di una lesione insanabile del diritto alla segretezza delle comunicazioni e della riservatezza personale, non giustificato da esigenze di ordine pubblico (come nel caso delle leggi speciali emanate negli “anni di piombo”).

E’ un’opinione condivisa fra gli ISP che qualsiasi intervento sulle azioni degli utenti richiede una preventiva modifica della legge sul diritto d’autore e sulle parti del DLGV 70/2003 che si occupano della responsabilità dei provider. Se (come ALCEI propone da anni), venisse meno l’obbligo di denuncia a carico degli ISP, se ci fosse un’ampia decriminalizzazione dei reati attualmente previsti dalla legge sul diritto d’auore, e se i reati “supersititi” fossero perseguibili “a querela di parte” (cioè solo se i titolari dei diritti segnalano il fatto alla magistratura) si potrebbero forse adottare forme più flessibili di gestione dei rapporti fra utenti della rete, internet provider e titolari dei diritti. Ma questi ultimi non vogliono una modifica di questo tipo, perché altrimenti perderebbero il loro “esercito privatizzato” (le forze di polizia che, ad oggi, devono per forza procedere alle indagini ogni volta che ricevono una segnalazione).

Comunicato del 18 settembre 2005

Repressione dei diritti civili
con il pretesto del terrorismo

Di nuovo pericolose ambiguità
nelle norme italiane
e nella loro applicazione

Un esteso dibattito su scala mondiale ha messo ampiamente in evidenza la necessità di evitare che le misure per ostacolare i terrorismo si traducano in una repressione dei diritti civili.

Intanto in Italia alcune recenti intercettazioni, riguardanti personalità note nel mondo politico e della finanza, hanno creato timori e preoccupazioni che si sono tradotte, fra l’altro, in pubbliche dichiarazioni a favore dei diritti di riservatezza e di libertà di tutti i cittadini. Ma alle parole non sono seguiti i fatti – e il sistema normativo, oltre alle attività pratiche, continuano a procedere in senso contrario.

Il “pacchetto sicurezza” (costituito dalla L.155/05, del Decreto del Ministero degli interni 16 agosto 2005 e della Circolare del Ministero degli interni 557/05 del 29 agosto 2005), emanato sull’onda emotiva provocata dall’attentato terroristico alla metropolitana di Londra ha poco a che vedere con la prevenzione del terrorismo e molto con l’ennesimo “giro di vite” a danno delle libertà civili di cittadini e imprese.

Invece – come sarebbe stato lecito aspettarsi – di potenziare il ruolo e i poteri dei servizi segreti (in modo che possano prevenire più efficacemente il verificarsi di stragi e altri crimini) il Parlamento ha creato un sistema che:

– sottopone l’uso pubblico dei servizi internet al rilascio di un’autorizzazione di polizia,

– vessa inutilmente tutte le organizzazioni, e in particolare le associazioni no-profit, imponendo complicati e onerosi obblighi di controllo sulle attività dei singoli soci,

– istituisce l’obbligo di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico relativi alle comunicazioni (e-mail, chat, instant-messaging, Voice over IP) a carico degli operatori e degli ISP fino al 31 dicembre 2007,

– stabilisce che i dati di traffico possono – di fatto – essere utilizzati per qualsiasi tipo di procedimento penale, anche non legato a fatti di terrorismo.

Come è facile capire, la scelta politica compiuta dal Parlamento è chiaramente orientata nel senso di un generale incremento dei poteri di polizia nei confronti dei cittadini senza che, a fronte di questo super potere, siano state previste maggiori responsabilità e sanzioni per chi ne abusa – né controlli preventivi e norme applicative che rendano tali abusi meno frequenti.

Per di più le limitazioni imposte ai cittadini sono tutt’altro che temporanee. L’obbligo di conservazione dei dati di traffico sussiste fino al 31 dicembre 2007, e ovviamente non è dato di sapere cosa accadrà alla scadenza (e, in particolare, che fine faranno i dati già archiviati fino a quella data). Ma tutto il resto (autorizzazioni di polizia e via discorrendo) è destinato a rimanere in vigore a tempo indeterminato – anche dopo che, in un ipotetico quanto desiderabile futuro, la minaccia del terrorismo sarà diventata meno incombente.

Non tutte le norme disposte sono inutili o sbagliate – come quelle che stabiliscono il dovere di conservare i dati di traffico in modo che non siano alterabili. Alcune potrebbero essere recepite in un impianto normativo più efficiente e ragionevole. Ma ciò non toglie che il “pacchetto sicurezza” sia stato emanato sulla base di una sostanziale confusione concettuale che non distingue fra prevenzione e repressione.

Le misure votate dal Parlamento e attuate dal Governo sono fondamentalmente misure repressive, che servono, cioè, quando il fatto è stato già commesso. Ma poco o nulla è stato fatto per adottare serie misure preventive – capaci, cioè, di scongiurare le tragedie prima che si verifichino.

La sostanza dei fatti, dunque, è che con la scusa del terrorismo – e del consenso che facilmente si ottiene “sventolando” quella bandiera – sono stati di fatto istituiti nuovi e più penetranti poteri di polizia, con un’applicazione estesa a ogni sorta di indagini che nulla hanno a che fare con la repressione e la prevenzione di attività criminali.

Comunicato ALCEI del 26 gennaio 2004

Ambiguita’ e pericoli della prevenzione
I difetti del decreto legge italiano sulla “data retention” erano stati segnalato da ALCEI nel suo comunicato del 23 dicembre 2003 – e hanno poi dato luogo a dibattiti e polemiche, anche in ambito internazionale, per problemi di “privacy”. Ma il il tema ha implicazioni molto piu’ ampie, come spiegato nel nuovo documento di ALCEI di cui riassumiamo qui alcuni punti.

Cresce la tendenza a trasformare il criterio di responsabilita’ dalla sanzione degli effetti di un comportamento a punizione di uno “status” considerato “a priori” come colpevole.

Cosi’ il concetto di prevenzione si trasforma in sanzione arbitraria contro categorie, reali o immaginarie, di “presunti trasgressori”. E’ evidente che queste definizioni, approssimate e arbitrarie, permettono a chiunque abbia poteri di controllo e sanzione di perseguitare, con un varieta’ di pretesti, chiunque sia sgradito, dissenziente o scomodo.

La “data retention” (con criteri arbitrari di analisi e classificazione dei contenuti) consente di creare tanti “modelli comportamentali” quante sono le necessita’ di chi indaga – come di chiunque, per qualsiasi motivo, ha accesso ai dati. Aprendo cosi’ la strada a indiscriminate schedature di massa.

Si sviluppano indagini e processi (e altre forme di persecuzione) contro “identita’ virtuali” che possono facilmente essere create “ad hoc” secondo ogni sorta di pregiudizi o di intenzioni persecutorie. E’ una forma di “neo lombrosismo” che permette di creare “ad libitum” categorie di presunti “criminali tendenziali” o “tipologie predisposte”. Una specie di pogrom istituzionalizzato e occulto, senza neppure la visibilita’ di un pregiudizio etnico o culturale pubblicamente dichiarato.

La difesa dei diritti civili e delle liberta’ individuali non riguarda solo la “privacy”. E va molto oltre il caso specifico di questo mal concepito decreto legge – solo un episodio in una serie che tende continuamente a peggiorare.

Comunicato ALCEI del 24 gennaio 2004

Ambiguità e pericoli della “prevenzione”
English text

C’è diffusa preoccupazione per le conseguenze del decreto legge 354 (emanato dal governo italiano il 24 dicembre 2003) che stabilisce, a carico dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica, l?obbligo di conservazione fino a cinque anni dei dati di traffico dei servizi telefonici e internet trattati per finalitˆ di fatturazione, ma utilizzabili per ispezione da parte di magistrati inquirenti, forze di polizia o altre funzioni di stato.

Il problema era stato segnalato da ALCEI nel suo comunicato del 23 dicembre 2003 La conservazione indiscriminata del traffico internet non serve ad arrestare i criminali e minaccia la libertà di imprese e cittadini e ha poi dato luogo a vari rilievi e molteplici discussioni non solo in Italia, ma anche in ambito internazionale, dove il tema della data retention è oggetto da tempo di dibattiti e polemiche, per lo più in relazione a problemi di privacy.

Il tema merita un ulteriore approfondimento e va collocato in una prospettiva più ampia, di cui questo è solo un episodio.

Quel decreto legge è nato, quasi casualmente, per l’affrettata decisione di modificare le conseguenze di un precedente decreto legislativo (il 196 del luglio 2003 – Testo Unico sul trattamento dei dati personali) che, per motivi di privacy, aveva disposto (peraltro con varie eccezioni) l’eliminazione dei dati archiviati dopo trenta mesi.

Il testo del nuovo decreto legge ̬ confuso, disordinato e poco chiaro Рma nella sostanza non modifica lo stato di fatto precedente, se non per un allungamento obbligatorio del tempo di conservazione dei dati.

Il decreto legge, preso in sè, (e nell’ipotesi che rimanga tal quale e sia applicato con “buone intenzioni”) non è più preoccupante o vessatorio di altri provvedimenti emanati o in corso di emanazione sulle attività in rete. Ma se lo si osserva nel contesto, cioè nel processo di continua erosione dei diritti civili da tempo in atto, si rivela come ennesimo sintomo di un problema più generale – che non riguarda solo l’Italia.

Quando si parla di data retention i termini del dibattito si riassumono quasi sempre nel contrasto fra sostenitori della privacy e organismi investigativi. Se ci si limita a questo tema (importante, ma non l’unico nè il principale) si perdono di vista sia i pericoli per altri, e non meno rilevanti, diritti individuali, sia il quadro pi� generale del rapporto fra dovere di protezione da parte dello Stato e rispetto dei diritti civili.

In particolare, sta emergendo prepotentemente la tendenza (già da molto tempo sviluppata in pratica, ma non ancora formalmente codificata) a trasformare il criterio di responsabilità dalla sanzione degli effetti di un comportamento a punizione di uno “status” considerato a priori come colpevole.

Cioè il concetto, in sè legittimo e corretto, di prevenzione si trasforma in sanzione arbitraria contro categorie, reali o immaginarie, di “presunti trasgressori”.

Non c’è dunque, il responsabile di un furto, ma “il ladro”. Non l’autore di un accesso abusivo a una rete, ma “il pirata” (definizione impropria e bizzarramente applicata anche ad attività, illecite o non, che nulla hanno a che vedere con omicidi, ladrocini ed estorsioni). Non c’è il soggetto che detiene immagini pornografiche prodotte mediante lo sfruttamento sessuale dei minori, ma “il pedofilo”.

In altri termini, si creano “modelli criminali” che vanno puniti non per quello che fanno, ma per quello che sono, o, meglio, che potrebbero essere. Senza nemmeno bisogno che il “modello” compia concretamente un atto illecito.

E’ evidente che queste definizioni, sostanzialmente vaghe, approssimate e arbitrarie, permettono a chiunque abbia poteri di controllo e sanzione di perseguitare, con una varietà di pretesti, chiunque sia sgradito, dissenziente o scomodo.

Il quadro, ovviamente, si aggrava in presenza di un problema drammatico e preoccupante come il terrorismo. Che mette in evidenza la necessità di una intelligente prevenzione – quanto la necessità (funzionale oltre che etica) di non scatenare arbitrarie e pericolose cacce alle streghe, di non cadere in “categorizzazioni” improprie – e di non intaccare, con il pretesto della minaccia terrorista, quei diritti umani e civili, e quelle libertà personali, di cui ci si dichiara difensori.

In questo contesto, la data retention (insieme ai criteri, inevitabilmente arbitrari, di analisi e classificazione dei contenuti) gioca un ruolo essenziale perchè consente di creare tanti “modelli comportamentali” quante sono le necessità di chi indaga – come di chiunque altro, per qualsiasi altro motivo, ha accesso ai dati. E per di più, considerato che una conservazione generalizzata dei dati di traffico è estremamente onerosa sia dal punto di vista tecnico, sia da quello economico-gestionale, non è improbabile che si debba operare una scelta sui soggetti il cui traffico dovrà essere conservato. Aprendo così la strada a schedature di massa delle persone “sgradite” al potere. Che già esiste ma con più massicce risorse tecniche non solo può essere enormemente potenziata, ma può anche creare infinite complicazioni per le inevitabili imperfezioni e arbitrarietà degli automatismi.

Sappiamo, per esperienza pratica, che la “profilazione” a fini commerciali funziona malissimo ed è molto meno efficace di altre, più civili, forme di dialogo e scelta degli interlocutori. Ma la leggenda, diffusa ad arte dai mercanti di dati, della sua efficacia ha prodotto non solo un comprensibile allarme, ma un esagerato allarmismo – per cui se da un lato si tenta di limitare la “profilazione” come strumento commerciale, dall’altro si immagina che sia uno strumento utile per le indagini – o per altri controlli e manipolazioni, tutt’altro che trasparenti e legittime, da parte dei centri di potere.

Con l’uso di strumenti inaffidabili quanto manipolabili si sviluppano indagini e processi (oltre a molte forme non giudiziarie di persecuzione) contro “identità virtuali” che possono facilmente essere create ad hoc secondo ogni sorta di pregiudizi o di intenzioni persecutorie. Con l’aggravante che le vittime non sanno come difendersi perchè l’indagine è “fatta con il computer” e perchè non c’è modo di sapere come siano stati generati i dati.

Così il mito di “infallibilità della macchina” si incrocia con una forma di “neo lombrosismo” che permette di creare ad libitum categorie di presunti “criminali tendenziali” o “tipologie predisposte” a qualsiasi persona, o categoria di persone, sia considerata scomoda o fastidiosa. Una specie di pogrom istituzionalizzato, senza neppure la trasparenza e la visibilitˆ di un pregiudizio etnico o culturale pubblicamente dichiarato.

Inoltre, in ogni indagine “automatizzata” possono nascondersi pericoli di varia specie. Criteri impropri o arbitrari possono essere inseriti nel sistema in modo occulto e difficilmente rilevabile – e altrettanto “invisibili” distorsioni possono derivare dall?imperizia, o dall?intenzionale deformazione, di un operatore.

Una somma di intenzionali persecuzioni e di involontari errori (e con infinite complicazioni derivanti dalla “convergenza” dei due fattori) può produrre conseguenze così vaste e complesse che è preoccupante anche solo immaginarle.

Su questo tema dovremo ritornare, in una prospettiva piùestesa. Ma intanto, e come provvisoria conclusione, ritorniamo al caso specifico di questo decreto legge. E’ vero che si parla, nel decreto, di procedure “garantiste” sulla conservazione sull?accesso ai dati di traffico, ma senza alcuna chiara indicazione di come debbano essere realizzate. Per di più, se la creazione dei dati di traffico è intenzionalmente truccata, o casualmente inesatta, conservarli “correttamente” significa solo conservare sistematicamente dati sbagliati. E chiunque abbia un po’ di competenza in fatto di elaborazione elettronica sa che questo non è solo possibile, ma piuttosto frequente.

Insomma la necessitˆ di sorveglianza per la difesa dei diritti civili e delle libertˆ individuali non riguarda solo la privacy. E va molto oltre il caso specifico di questo mal concepito decreto legge, che � solo un episodio di una serie lunga nel tempo, che tende continuamente a peggiorare.

Comunicato ALCEI del 23 dicembre 2003

La conservazione indiscriminata del traffico internet non serve ad arrestare i criminali e minaccia la libertà di imprese e cittadini
Un articolo pubblicato a pagina 8 de Il Corriere della sera di oggi, 23 dicembre 2003, annuncia l’emanazione di un provvedimento normativo che imporrà la conservazione per cinque anni del traffico internet.

E’ una decisione inutile dal punto di vista investigativo, impraticabile tecnicamente e pericolosa per i diritti dei cittadini innocenti e delle imprese.

Il terrorismo – non da oggi – è una minaccia grave e reale e va sicuramente accettato quanto consente di combatterlo nel modo più efficace. Ma non al prezzo di ledere indiscriminatamente il rispetto dei diritti fondamentali instaurando un sistema di schedatura preventiva di massa. Sistema, che, per di più, mette a rischio interi comparti economici del Paese, come banche, assicurazioni e, in generale, tutti quei settori che trattano informazioni personali.

Siamo, ancora una volta, di fronte all?ennesimo tentativo di imporre censura e repressione approfittando dei pretesti più vari (e drammatici, come in questo caso) per legittimare norme palesemente contrarie alla Costituzione.

In realtà l’accumulazione preventiva del traffico internet ha una scarsissima efficacia investigativa e non aggiunge sostanziale valore all’operato della polizia giudiziaria. Le attuali tecniche di indagine di cui dispone la magistratura, insieme alla cooperazione offerta dagli internet provider e dagli operatori telefonici già consentono, infatti, di svolgere investigazioni di polizia senza bisogno di emanare norme pericolose che, a parte la discutibilità tecnica, dànno “licenza di spiare” tutto e tutti.

Si faccia tutto ciò che serve per reprimere gli illeciti, ma non per questo si conceda licenza di invasività.

Comunicato del 18 ottobre 2000

ALCEI insieme ad altre 27 associazioni internazionali ha presentato un documento alla Commissione Europea che sta discutendo sul’adozione diuna Convenzione internazionale sui reati informatici.

Il documento evidenzia i rischi contenuti nei principi che ispirano la futura regolamentazione dei rapporti internazionali in materia di criminalità informatica. Vengono indiscriminatamente ampliati i poteri di intercettazione e monitoraggio delle attività delle persone, oltre ad imporre inutili (e soprattutto non giuridicamente ccettabili) forme di responsabilità oggettiva. Dall’altro lato, il testo della Convenzione non si occupa minimamente di regolamentare le procedure di investigazone con particolare riferimento alla barbara prassi dei sequestri di computre.

ALCEI insieme alle altre associazioni firmatarie del documento ribadisce la sua piu’assoluta contrarieta’ all’imposizione di sistemi inefficaci, inutili e pericolosi come sostituti di un’efficace attivita’ culturale ed educativa

Documento del 18 ottobre 2000

Global Internet Liberty Campaign – Lettera sulla futura convenzione internazionale sui reati informatici inviata alla Commissione Europea

18 ottobre 2000

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Egregi
Comitato di Esperti sulla Criminalità Informatica, Comitato dei Ministri e Assemblea Parlamentare

Vi scriviamo per conto di un gran numero di organizzazioni rappresentanti la società civile in Nord America ed Europa per opporci alla proposta di Convenzione sulla Criminalità Informatica (Convention on Cyber-Crime).

Crediamo che la bozza di trattato sia contraria a norme -ormai costituite- a tutela dell?individuo, che esso estenda in maniera impropria l?autorità di polizia dei governi nazionali, e che ridurrà in futuro gli obblighi del governo di render conto in ambito giuridico.

Specificamente, facciamo obiezione alle norme che richiedono agli Internet Service Provider la conservazione di registrazioni relative alle attività dei loro clienti. (Articoli 17, 18, 24, 25). Tali norme mettono fortemente a rischio la riservatezza ed i diritti umani degli utenti Internet e sono in contrasto con principi ormai radicati di protezione dei dati come la Direttiva sulla Protezione dei Dati personali dell?Unione Europea.

Simili informazioni sulla trasmissione di comunicazioni sono state usate in passato per identificare i dissidenti politici e perseguitare le minoranze. Vi chiediamo di non imporre tale richiesta in una moderna rete di comunicazioni. A nostro parere, l?intero Articolo 18 è incompatibile con l?Articolo 8 della Convenzione Europea sui Diritti Umani (ECHR) e con la giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani.

Ci opponiamo inoltre al concetto di ?Dispositivi illegali? stabilito nell?Articolo 6. Crediamo che tale concetto manchi della specificità sufficiente ad assicurare che non diverrà uno strumento multifunzionale per porre sotto indagine gli individui impegnati in attività completamente legali che implicano l?utilizzo del computer. Come messo in evidenza da esperti del settore, questa norma scor aggerà anche lo sviluppo di nuovi strumenti di sicurezza e darà al governo un ruolo improprio nella regolamentazione delle innovazioni scientifiche.

Ci opponiamo anche alla drammatica estensione dei reati legati al copyright nel proposto Articolo 10. Le sanzioni penali non sono mai state ritenute un rimedio appropriato alle infrazioni di copyright, né i sottostanti trattati a cui si fa riferimento impongono la necessità di tali pene. L?istituzione di nuovi reati penali non dovrebbe avvenire per mezzo di una convenzione internazionale in un?area in cui le leggi nazionali sono talmente incerte.

Più in generale, siamo in disaccordo con iniziative che consentono assistenza reciproca senza presenza dello stesso crimine in due posti diversi.

Tale richiesta è proritaria per preservare l?autorità sovrana delle nazioni.

In aggiunta, riteniamo che si debbano stabilire procedure trasparenti nelle investigazioni internazionali, e che nessuna agenzia di polizia proveniente da una giurisizione differente possa agire per conto di un altro paese senza delle chiare procedure investigative all?interno della propria giurisdizione. Paesi di versi hanno procedure diverse, normalmente, ma ora abbiamo l?opportunitò di armonizzarle, a condizione di assicurare un alto livello di coerenza in merito alla protezione dei diritti dell?individuo.

Le sanzioni penali degli Articoli 9 e 11 potrebbero avere come effetto il congelamento della libera circolazione di informazioni ed idee. Imporre una responsabilità sugli Internet Service Provider per contenuti realizzati da terze parti pone un irragionevole costo sui fornitori di nuovi servizi di rete ed incoraggerà un controllo non appropriato delle comunicazioni private.

L?Articolo 14, che stabilisce i requisiti per la perquisizione ed il sequestro di dati immagazzinati elettronicamente manca della necessaria tutela procedurale per salvaguardare i diritti degli individui e per assicurare il diritto alla difesa.

In particolare, non si fa alcuno sforzso per assicurare che un controllo giurisdizionale indipendente, che garantisca il rispetto delle libertà e dei diritti essenziali, avvegna prima che si intraprenda una perquisizione da parte dello stato.

Tali perquisizioni costituirebbero una ?interferenza arbitraria? secondo le norme del diritto internazionale.

Gli Articoli 14 e 15 potrebbero istituire la necessità di un accesso da parte del governo a chiavi di cifratura che obbligherebbero gli individui ad incriminare se stessi, il che sarebbe incompatibile con l?Articolo 6 della Convenzione Europea sui Diritti Umani e con la giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani. Ci opponiamo anche all?ambiguità che si rileva nello stesso articolo in merito all?accesso da parte del governo alle chiavi di decifratura. Il Ocncilio d?Europa dovrebbe chiarire tale norma in modo che i paesi membri non si prendano la convenzione come un mandato ad approvare legislazioni che consentono l?autoincriminazione.

Facciamo obiezione in termini molto forti al modo in cui tale proposta è stata sviluppata. Agenzie di polizia e potenti interessi privati che agiscono al di fuori dei mezzi democratici di controllo hanno cercato di utilizzare un procedimento chiuso per stabilire regole che avranno l?effetto di diritto con valore vincolante.

Riteniamo che tale procedimento violi i requisiti di trasparenza e sia in contrasto con i metodi democratici di decisione.

Gli esperti in materia di riservatezza hanno chiaramente espresso la loro opposizione a tale proposta.

Un esperto ha fatto notare che gli sforzi per sviluppare una convenzione internazionale sul ?Crimine informatico? potrebbero condurre ?gravissime restizioni alla privacy, all?anonimato e alla cifratura?.

Gli addetti allla Protezione dei dati hanno chiaramente espresso la loro opposizione a tale proposta. Una lettera da noti esperti di sicurezza, educatori e rivenditori afferma che ?la proposta di trattato potrebbe inavvertitamente risultare nella criminalizzazione di tecniche e di software normalmente utilizzati per rendere i sistemi informatici resistenti agli attacchi? e che tale trattato ?avrà impatto negativo su esperti di sicurezza, ricercatori ed educatori?.

Ora un grande numero di organizzazioni rappresentanti la società civile in tutto il mondo ribadiscono con noi l?opposizione a tale proposta.

Riteniamo che ogni proposta di creare nuove autorità investigative ed accusatorie debba comprendere un?attenta considerazione degli Articoli 8 e 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani e la relativa giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani. Non crediamo che a tali strumenti sia stata data adeguata considerazione nello sviluppo di questa proposta. Inoltre, riteniamo che le OECD Cryptography Policy Guidelines e le OECD Guidelines for the Security of Information Systems riflettano una visione più equa e lungimirante del bisogno di promuovere tecniche di maggiore sicurezza per ridurre il rischio di crimini informatici , rispetto alla proposta attualmente in considerazione.

Infine, La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fa riferimento direttamente agli obblighi del governo di proteggere la riservatezza delle comunicazioni e la libertà di esperessione con nuovi mezzi di comunicazione.

L?Articolo 12 afferma che ?Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza.?

L?Articolo 19 stabilisce inoltre che ?Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.?

Vi chiediamo di non approvare la proposta di trattato in questo momento. Noi sottoscritti siamo pronti a supportare il Comitato di Esperti con persone esperte del settore per fornire una migliore stesura del documento, diretta non solo alla punizione, ma anche alla prevenzione dei crimini informatici.

Firmato da,

American Civil Liberties Union (US)
http://www.aclu.org/

Associazione per la Libertà nella Comunicazione
Elettronica Interattiva – ALCEI (IT)
http://www.alcei.it/

Bits of Freedom (NL)

Home

Canadian Journalists for Free Expression (CA)
http://www.cjfe.org/

Center for Democracy and Technology (US)

Home

Computer Professional for Social Responsibility (US)
http://www.cpsr.org/

Cyber-Rights & Cyber-Liberties (UK)
http://www.cyber-rights.org

Derechos Human Rights and Equipo Nizkor (US)
http://www.derechos.org/

Digital Freedom Network (US)
http://www.dfn.org/

Electronic Frontier Foundation (US)
http://www.eff.org/

Electronic Frontiers Australia (AU)
http://www.efa.org.au

Electronic Privacy Informatio n Center (US)
http://www.epic.org/

Feminists Against Censorship (UK)
http://fiawol.demon.co.uk/FAC/

Internet Freedom (UK)
http://www.netfreedom.org/

Internet Society – Bulgaria (BG)
http://www.isoc.bg/

Internet Society
http://www.isoc.org/

IRIS – Imaginons un r?seau Internet solidaire (FR)
http://www.iris.sgdg.org

Kript opolis (ES)
http://www.kristopolis.org/

LINK Centre, Wits University, Johannesburg (ZA)

NetAction (US)
http://www.netaction.org/

Opennet
http://www.opennet.org/

Privacy International (UK)
http://www.privacyinternational.org/

quintessenz (AT)
http://www.quintessenz.at/

Verein f?r Internet Benutzer (AT)
http://www.vibe.at/

XS4ALL (NL)
http://www.xs4all.nl/

Documenti di riferimento

COE Convention on Cyber-Crime (draft)
http://conventions.coe.int/treaty/EN/projets/cybercrime.doc

COE Convention for the Protection of Human Rights
and Fundamental Freedoms
http://www.coe.fr/eng/legaltxt/5e.htm

COE Conventions – Background
http://conventions.coe.int/treaty/EN/cadreintro.htm

IAB/IESG Statement on Wassenaar Arrangement
http://www.iab.org/iab/121898.txt

IETF Policy on Wiretapping (RFC 2804)
ftp://ftp.isi.edu/in-notes/rfc2804.txt

OECD Cryptography Policy Guidelines (1997)
http://www.oecd.org//dsti/sti/it/secur/prod/e-crypto.htm

OECD Guidelines for the Security of Information Systems (1992)
http://www.oecd.org//dsti/sti/it/secur/prod/e_secur.htm

Security Focus Commentary on COE Convention
http://www.securityfocus.com/news/39

Statement of Concern from Technology Professionals
on Proposed COE Convention on Cyber-Crime
http://www.cerias.purdue.edu/homes/spaf/coe/TREATY_LETTER.html

Universal Declaration of Human Rights
http://www.un.org/Overview/rights.html

Documento del 1 marzo 1999

Far crescere la rete al servizio dei cittadini – Intervento di ALCEI al convegno “Internet: i diritti telematici”
Vorremmo prima di tutto ringraziare gli organizzatori di questo convegno per il fatto di averlo voluto e per la chiara intenzione di vedere la rete nella sua realtà e nei suoi valori, come uno strumento per la società civile, per l’economia, per la cultura, anziché (come troppo spesso accade) come una specie di “oggetto estraneo” da reprimere, controllare, censurare prima ancora di averne capito la natura e le potenzialità.

Il tema principale di questo intervento è la recente proposta di ALCEI sulla compatibilità e trasparenza delle tecnologie; ma ci sono alcuni altri argomenti cui ci sembra necessario accennare, come o problemi fondamentali di libertà e cultura della rete, la discussa e discutibile questione delle tariffe e degli incentivi e alcuni fenomeni gravi che sembrano sfuggire all’attenzione dei grandi mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, come gli illegittimi e ingiustificabili sequestri di computer.

L’Italia, purtroppo, è ancora molto arretrata nell’uso dei nuovi sistemi di comunicazione. L’uso della rete sta gradualmente crescendo, ma siamo ancora molto lontani da un livello di diffusione e di attività adeguato al ruolo della nostra cultura e della nostra economia.
L’Italia ha oltre il 12 per cento del prodotto interno lordo in Europa, il 14 % delle automobili, oltre il 17 % dei telefoni cellulari – e il 7 % della rete. Per numero di host internet rispetto al reddito siamo all’ultimo posto nell’Unione Europea – e su scala mondiale siamo dietro a molti paesi dell’Europa orientale e dell’America latina. Lontanissimi dai livelli dei paesi più avanzati, come gli Stati Uniti, i paesi scandinavi, l’Olanda, il Belgio, la Svizzera, l’Austria, eccetera.

Uno dei problemi fondamentali nella diffusione globale della rete è stato segnalato nella “Dichiarazione di Bonn” http://gandalf.it/net/bonn.htm dell’Unione Europea del 9 luglio 1997: quello dei have not, cioè dei “non abbienti” di informazione. Non solo sono esclusi dal circuito informativo molti paesi “in via di sviluppo” (compresi non pochi dell’area Europa-Mediterraneo) ma anche gran parte della popolazione in paesi come l’Italia. Non potremo avere una vera civiltà della rete finche le nuove tecnologie saranno considerate “un giocattolo per i ricchi” anziché uno strumento di vita e di partecipazione per tutti e in particolare per quelle categorie sociali che oggi sono “emarginate”. Alle “buone intenzioni” espresse in quella dichiarazione (e anche in altre circostanze) non sono, finora, seguiti i fatti; né in Europa né, in particolare, in Italia.

Trasparenza e compatibilità: liberarci dalla “schiavitù elettronica”
L’importanza dei sistemi operativi freeware, cioè open source, da qualche tempo è salita “all’onore delle cronache”. Non è più un argomento riservato a pochi esperti di tecnologia, ma un tema che si pone con sempre maggiore intensità anche nei grandi mezzi di informazione e nel mondo delle imprese.

Ciò che ci sembra importante notare è che non si tratta solo di un problema tecnico ma di un fatto rilevante per l’economia e per la società civile. Cioè di un tema politico nel senso più serio e alto della parola.

Non si tratta soltanto di software ma anche di linguaggi e “protocolli”; cioè di tutto ciò che riguarda non solo l’informatica ma anche la telematica e i sistemi di comunicazione.

Il tema può apparire tecnicamente complesso ma nella sostanza è estremamente semplice. I sistemi di comunicazione del nostro paese (come di tutte le nazioni del mondo) non debbono essere asserviti a tecnologie di cui non ci è neppure consentito conoscere la natura e il funzionamento. Inutilmente complesse, inutilmente costose, spesso inefficienti. Se nessuno può “dettare” le scelte tecniche alle imprese private, si può e si deve stabilire che tutto ciò che è pubblico (cioè la Pubblica Amministrazione e tutti i servizi al pubblico, da chiunque gestiti) debba essere pienamente compatibile e trasparente .
Per non rendere troppo lungo questo intervento preghiamo i partecipanti a questo convegno, e tutte le persone interessate, di leggere i documenti che abbiamo preparato. (I documenti sono stati dist ribuiti ai partecipanti al convegno e sono reperibili su questo sito: il comunicato del 28 gennaio 1999 e il documento che esamina alcuni altri aspetti del problema e fornisce una serie di fonti per ulteriori approfondimenti).

Vorremmo solo sottolineare che all’asservimento tecnico segue l’asservimento culturale ed economico. Non è esagerazione o fantasia, ma è un fatto reale, che al monopolio delle tecnologie segue il dominio dei contenuti. È insensato consentire che leve di controllo come queste siano gestite da chiunque, in modo arbitrario e impenetrabile. Sarebbe come affidare la gestione acquedotti a qualcuno che non ci consente neppure un’analisi chimica dell’acqua potabile.

Si tratta di un problema che, ovviamente, non può essere completamente risolto in un solo paese. Intendiamo infatti proporlo anche su scala internazionale. Ma abbiamo preferito definirlo prima di tutto in Italia, perché questo è il nostro paese e perché ci sembra un’occasione importante per i nostri rappresentanti nell’Unione Europea e nella comunità internazionale. Per una volta le autorità e le forze politiche italiane, anziché solo “recepire” (non sempre in modo eccellente) le direttive e uropee su questi temi, potrebbero prendere l’iniziativa e assumere un ruolo propositivo su un tema che non è meno importante della “piattaforma digitale” per la televisione o dei sistemi di telecomunicazioni, anche se finora sembra essere sfuggito all’attenzione dei grandi interessi economici e del mondo politico.

Libertà e cultura
Accenniamo solo brevemente a questo tema perché ci sembra che finalmente, almeno in questa sede, ci sia consenso su alcuni punti fondamentali.

È venuto il momento di mettere fine alle insistenti campagne di “criminalizzazione” e “demonizzazione” della rete, che sono uno dei motivi del nostro sottosviluppo e del disagio dei cittadini nei confronti delle nuove tecnologie. Come di ogni tentativo di censura, comunque travestita, o di classificazione o “filtraggio” sei contenuti.

Secondo noi è anche importante correggere quella grossa parte del sistema informativo che pone troppa attenzione alle forme più spinte e bizzarre dell’avanzamento tecnologico, a usi marginali e poco rilevanti della rete, creando una diffusa percezione dei sistemi telematici come qualcosa di difficile, costoso, complesso, “estremo” e quindi interessante solo per pochi tecnomani e di nessun rilievo per la vita e la cultura delle persone e delle famiglie. Molti cittadini pensano “questa cosa a me non serve” e hanno ragione, perché la “cosa” che si sentono proporre e raccontare non è la rete nella sua realtà e utilità concreta ma un arruffato mondo di presunte “innovazioni” spesso inutili ed effimere. Ha ragione chi dice che la rete crescerà davvero in Italia quando i cittadini si troveranno davanti a servizi semplici e utili, offerti dalle imprese private come dalla pubblica amministrazione. Su questa strada siamo appena agli inizi in tutto il mondo – e particolarmente arretrati in Italia.

Tariffe e “incentivi”
Senza alcun desiderio di polemica, vorremmo dire che non condividiamo gli entusiasmi di chi pensa che l’abolizione della “tariffa urbana a tempo” sia una bacchetta magica capace di risolvere tutti i problemi della rete in Italia. Siamo d’accordo sull’utilità di agevolazioni anche tariffarie per facilitare l’accesso alla rete, ma crediamo che il problema debba essere visto nel quadro più esteso dei molti fattori che influiscono sulla situazione.

Altri interventi in questo convegno hanno già indicato alcuni motivi per cui il problema delle tariffe non è cosi’ semplice come può sembrare. Vogliamo qui limitarci a dire che se fosse davvero possibile abolire, sic et simpliciter, la “tariffa a tempo” (come negli Stati Uniti) questo potrebbe non solo eliminare un costo nell’uso del telefono (e-o della rete) ma anche molti trucchi e trucchetti più o meno palesi con cui si genera una moltiplicazione di “scatti” e quindi di spesa. Ma non ci sembra che questa sia una possibilità concreta.

Finora le campagne per l’abolizione della “tut” hanno portato ad aumenti delle tariffe o a “manovre” che giovano solo ai venditori di telefonia (in particolare la Telecom) a danno degli utenti. Ci sembra quindi importante verificare ogni attuale o possibile manovra sulle tariffe per capire dove si nascondono gli aumenti di costo; per cui ciò che (in apparenza) “agevola” qualcuno in realtà è pagato da qualcun altro (o dalla stessa persona o impresa sotto una “voce” diversa).

Per esempio ci preoccupa l’idea che si pensi a manovre tariffarie mirate solo ad agevolare collegamenti lunghi e continuati. Quel tipo di utilizzo (che sia per motivi di lavoro o di studio o per divertimento, come le chat line) è senza dubbio legittimo e non dev’e ssere ostacolato o penalizzato. Ma il rischio è che per favorire un tipo di utilizzo della rete se ne penalizzino altri (per esempio con un aumento del canone o con il mantenimento dei gravami sul “primo scatto”) e quindi, ancora una volta, la manovra tariffaria, sotto le “mentite spoglie” dell’agevolazione, si traduca in un danno per i cittadini e per le imprese.

Soprattutto, non dobbiamo illuderci che una riduzione, o anche un’ipotetica (quanto poco probabile) eliminazione totale dalla “tut”, possa miracolosamente farci uscire dalla nostra arretratezza. Questa ipotesi è ampiamente smentita dai fatti. La diffusione della rete è enormemente maggiore che da noi anche in paesi dove c’è la “tariffa a tempo”. E anche senza guardare fuori dai nostri confini basta osservare la smisurata crescita in Italia della telefonia cellulare, nonostante le tariffe molto più alte della telefonia “urbana”.

I problemi sono altri, e vanno esaminati con serietà. Tecnologie inutilmente costose e complesse. La percezione, artatamente diffusa quanto totalmente falsa, che per collegarsi alla rete occorrano computer di alte prestazioni e prezzo esorbitante. La mancata diffusione di nozioni elementari come il fatto che la “posta elettronica”, anche ai costi attuali , può far risparmiare molto rispetto al telefono interurbano (o cellulare), al fax e perfino alla posta ordinaria. Eccetera…

Se solo si facesse meglio conoscere a tutte le famiglie e imprese che già hanno un computer il semplice fatto che possono collegarsi con le macchine che hanno, senza acquistare altro che un modem; e incoraggiare la diffusione, per chi ancora non ha un computer, di macchine
efficienti a prezzo basso (anziché pensare all’assurda ipotesi di una “rottamazione” che incoraggerebbe solo il passaggio da macchine perfettamente adeguate ad altre inutilmente più costose) avremmo probabilmente dato l’avvio a una più seria e solida diffusione dell’uso della rete in Italia.

Il problema dei sequestri
Ci sono molti altri temi che secondo noi meritano di essere approfonditi; per esempio l’affollamento di norme e pastoie che, anche se motivate da “buone intenzioni”, si traducono spesso in abusi, restrizioni ingiustificate, complicazioni burocratiche e altri danni. È noto che l’ipertrofia normativa è uno dei freni più gravi allo sviluppo del nostro paese e che tende ad assumere forme particolarmente perverse quando si tratta di materie nuove e spesso non ben cap ite né da chi detta le norme, né da chi le applica.

Ma per oggi ci limitiamo a segnalare un problema, molto grave e quasi totalmente ignorato dall’opinione pubblica e dai grandi mezzi di i formazione. I sequestri di computer.

Questo incredibile abuso continua a ripetersi da almeno cinque anni. Il famigerato crackdown italiano del 1994 è noto nel mondo come la più estesa e violenta operazione del genere mai avvenuta in un paese democratico. Le proteste di allora (vedi il comunicato del 31 marzo 1995) hanno ottenuto qualche risultato. Infatti ci sono molte indagini condotte correttamente; come ci sono sentenze che definiscono con chiarezza la non perseguibilità penale del possesso di software non registrato (uno dei più diffusi pretesti, anche se non l’unico, per ripetute “ondate” di perquisizioni e sequestri).

Ma l’abuso continua. Anche in tempi recenti sono centinaia, se non migliaia, i casi di computer (talvolta addirittura server) arbitrariamente sequestrati. Per esempio un’indagine molto estesa nel 1998 (e tuttora non conclusa) riguarda il possesso di giochi “copiati”. Ci sono casi (e non sono rari) di persone che hanno acquistato un gioco elettronico sul mercato, in buona fede (almeno “fino a prova contraria”) e quindi non sono accusabili né di “ricettazione” né di “incauto acquisto”. Eppure si sono viste sequestrare un computer, che dopo molti mesi non è stato restituito.

La coltre di nebbia che circonda questi abusi è dovuta in gran parte dal silenzio delle vittime, che temono “ritorsioni”- e spesso si sentono consigliare dai loro avvocati di tacere per evitare “guai peggiori”. Questa diffusa e barbarica paura la dice lunga sul modo in cui sono condotte le indagini.

Senza entrare nei dettagli, né fare un elenco dei molti abusi di ogni specie perpetrati nel corso di queste indagini, basta qui ribadire due fatti fondamentali.

Privare una persona di un computer vuol dire togliere a quella persona uno strumento di lavoro e di vita culturale; e spesso anche danneggiare altre persone od organizzazioni che non sono in alcun modo coinvolte nell’indagine. Oltre che un intollerabile abuso, questo è anche un atto contrario alle leggi del nostro paese (a cominciare dalla Costituzione) e ai fondamentali “diritti dell’uomo”.

Il sequestro di computer (e spesso, assurdamente, anche di “periferiche” o altre attrezzature) è del tutto inutile ai fini dell’indagine; ci sono altri metodi, di provata efficacia, che possono dare agli inquirenti tutto ciò che occorre senza sequestrare né un computer, né un “disco rigido”.

(Fin dalle sue origini ALCEI si è sempre impegnata contro ogni forma di repressione; nei prossimi giorni diffonderà un nuovo comunicato sul tema specifico dei sequestri).

Queste operazioni inutilmente terroristiche e repressive sono un abuso intollerabile. Oggi più che mai è necessario portarle alla luce e porre fine un comportamento, da parte di alcuni magistrati e di una parte delle “forze dell’ordine”, che è vergognoso e inaccettabile in un paese civile.

Questa è anche una prova di quanta ignoranza, e ingiustificata ostilità, sia ancora diffusa nel nostro paese nei confronti delle nuove tecnologie e delle persone che ne fanno uso.