Category Archives: Libertà  di parola e censura

Una intervista dell’ANSA sulla questione Facebook-Tartaglia-Berlusconi

BERLUSCONI: WEB;ESPERTO,INTERVENTO INUTILE, NO SCERIFFI RETE
(ANSA) – ROMA, 15 DIC – ”E’ sperabile che non si ceda alla pressione del clamore suscitato dalla nota vicenda per imporre forme piu’ o meno indirette di responsabilita’ oggettiva dei fornitori di accesso all’internet, trasformandoli in ‘sceriffi della rete”’: e’ questo il parere di Andrea Monti, avvocato ed esperto di diritto della Rete, in merito alle nuove misure sul web che il governo sta valutando.

”Sottrarre al controllo della magistratura la verifica di cio’ che e’ lecito e cio’ che non lo e’ – aggiunge – significa legittimare forme di giustizia sommaria e in definitiva limitare gli spazi di democrazia per i cittadini onesti senza incidere sui comportamenti illeciti dei malintenzionati. Il codice penale gia’ punisce svariati reati che si possono commettere anche
online come la diffamazione, l’ingiuria, la violenza privata, le molestie, lo stalking, le interferenze illecite nella vita
privata, l’apologia di reato e l’istigazione a delinquere.
Quindi, non servono ‘nuovi’ reati per sanzionare fatti come quelli balzati agli onori della cronaca, se un magistrato li
ritenesse in violazione di legge.
Anche dal punto di vista degli strumenti investigativi la magistratura ha la possibilita’ di accedere ai dati di traffico e dunque di risalire al luogo dove si trovava il computer utilizzato per compiere l’atto illecito.
Un ipotetico intervento sul codice penale e su quello di procedura penale, dunque, sarebbe tecnicamente inutile”.
”Viceversa, ci sarebbero molti piu’ spazi di manovra intervenendo sulle componenti regolamentari del settore Tlc – sottolinea Monti – con la previsione dell’obbligatorieta’ dell’identificazione certa degli utenti di un servizio di comunicazione elettronica e, in parallelo, con il riconoscimento del cosidetto ‘anonimato protetto’, cioe’ della possibilita’ di usare la rete anonimamente, con il proprio fornitore di servizi che funge da garante dell’identita’ del soggetto, identita’ da comunicare solo alla magistratura in caso di commissione di reati. Si bilancerebbe, in questo modo, il diritto alla privacy
degli utenti con la necessita’ di poter individuare il responsabile di eventuali atti illeciti”

Comunicato del 9 marzo 2009

Nuove proposte di legge della maggioranza
scardinano i principi del diritto
e concentrano nelle mani dell’ esecutivo poteri
fino ad ora di competenza della magistratura

Si conferma la preoccupante tendenza normativa a reprimere la libertà di espressione in nome della “protezione degli artisti e dei minori, nelle persone di Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci (popolo delle libertà) che fra il gennaio 2009 e marzo dello stesso anno due proposte di legge accomunate dallo stesso inaccettabile approccio.

La proposta dell’on. Barbareschi vuole creare un “singolo punto di controllo culturale” attribuendo alla SIAE il ruolo di unico punto di contatto fra artisti e mercato. Inoltre, le formulazioni sulla responsabilità  degli internet provider sono talmente generiche da lasciare al governo, in fase di attuazione, praticamente “mano libera”.

Più pericolosa, se possibile, è la proposta dell’on. Carlucci che vuole eliminare tout-court l’anonimato online, rifiutandosi di prendere in considerazione persino forme intermedie – come l’anonimato protetto, garantito dagli ISP – da anni accettate e condivise dai maggiori giurisiti italiani.

Inoltre, l’on. Carlucci propone di istituire l’ennesimo “comitato” – questa volta presso l’Autorità delle comunicazioni – con potere di:

  • interpretare la normativa relativa all’internet,
  • ricevere informazioni, anche confidenziali, sulla commissione di violazioni di legge,
  • operare come “tribunale privato”,
  • dare consulenza ai magistrati sul modo di applicare le misure cautelari

Se questa proposta di legge dovesse essere approvata, si verificherebbe una mai vista concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo, pregiudicando nello stesso momento il diritto di una persona di difendersi in tribunale.

Le proposte di legge Barbareschi e Carlucci sono inaccettabili nella forma e nella sostanza, e pur destinate, probabilmente, a non essere mai approvate, rivelano una pericolosa deriva culturale verso l’abdicazione dei principi di funzionamento dello Stato e della tutela dei diritti individuali.

Stupida legge, perversa sentenza

Un articolo di Giancarlo Livraghi, pubblicato su Gandalf.it, e disponibile anche in Inglesecommenta la vicenda del sito informativo chiuso a seguito di una condanna per stampa clandestina.

Da sessantadue anni non c’è “censura” in Italia. Non solo la libertà  di stampa e di opinione è sancita dalla Costituzione, ma è radicata nel costume e nella coscienza civile. Ci sono, tuttavia, fenomeni preoccupanti. La concentrazione di gran parte del sistema informativo in poche mani. Una generale, “centralizzata” miopia della “cultura dominante” che in parte è volontaria manipolazione e in parte inconsapevole ignoranza. Una sorniona, apparentemente benevola, cultura della superficialità  e del pressapochismo che tende a inebetire, assopire e assoggettare.

Un elemento di disturbo, in questo contesto, è l’internet. Prima temuta, poi ambiguamente lodata, comunque mal capita, la rete rimane fastidiosa agli occhi di chi è abituato ad avere il controllo ed è irritato, se non preoccupato, da uno strumento che non riesce a “ingabbiare”.

Sarebbe lungo ripetere qui cose già  dette tante volte, da quando nel 1996 avevo pubblicato Cassandra alle molteplici vicende descritte in ottanta testi nella sezione “libertà  e censura” di questo sito. Ma un recente episodio merita qualche commento.

In questo ambiguo contesto ci sono varie norme mal concepite e peggio applicate. Una, in particolare, è la legge sulla “stampa clandestina” (1948) cui si è aggiunta, cinquantatre anni dopo, una bislacca interpretazione sulla “autorizzazione” di “pubblicazioni giornalistiche” in rete (2001).

Prima di proseguire, rileggiamo due articoli della Costituzione.

Nell’articolo 3 si dice che «Tutti i cittadini hanno pari dignità  sociale e sono eguali davanti alla legge». Invece no. Ci sono leggi che rendono alcuni cittadini “più uguali degli altri” e varie “corporazioni” che godono di ingiustificati privilegi. Oltre a ogni sorta di limitazioni alla libera attività , economica, sociale e culturale, che si è tante volte detto di voler abolire, ma di fatto rimangono – e, un po’ troppo spesso, peggiorano.

Nell’articolo 21 si dice che «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Invece no. Ci sono norme di “autorizzazione” (come altre di varia origine e conseguenza) che si traducono in violazioni della libertà  di informazione e comunicazione (generalmente definita “libertà  di stampa”, fin dai tempi dello “statuto albertino”, ma ovviamente estesa a ogni altro strumento o sistema).

“Ciò premesso”, veniamo all’episodio che ha giustamente suscitato scandalo e che è descritto in vari documenti online, come la notizia pubblicata da Punto Informatico il 19 giugno 2008 e la più dettagliata analisi di MCreporter il 9 settembre – e alle due balorde leggi che l’hanno reso possibile.

Si tratta di una sentenza del Tribunale di Modica, l’8 maggio 2008, che ha definito “stampa clandestina” il sito web dello storico siciliano Carlo Ruta (che era chiuso da quattro anni, perchè lo stesso tribunale ne aveva disposto il “sequestro” nel 2004).

Una delle grottesche “anomalie” in quella sentenza è che il sito era definito come “testata giornalistica” perchè aveva una “intestazione”. A questa stregua, potrebbe essere considerata “stampa clandestina” qualsiasi lettera pubblicamnente disponibile e scritta su “carta intestata”.

Lascio agli storici della legge, della politica e della cultura il compito di cercare di capire perchè, quando era finito il fascismo ed era stata abolita la censura, nel 1948 si fosse emanata una legge di fatto restrittiva della libertà  di stampa e in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione.

Mi “azzardo”, invece, a cercare di indovinare perchè nell’aprile 2001 sia uscita una mal concepita (e mai efficacemente emendata) legge che “estende” le norme sulla stampa alla comunicazione in rete.

(Alcune osservazioni su quella legge si trovano in Timeo Danaos e Una legge molto confusa –  aprile e maggio 2001).

Tutti i governi, e tutti i gruppi parlamentari, di ogni “parte” o tendenza politica, hanno sempre affermato che non hanno alcuna intenzione di limitare la libertà  di stampa – e in generale di opinione. Sulla profondità  e coerenza di quelle promesse possiamo avere qualche dubbio, ma “prendiamo per buona” l’ipotesi che l’intenzione, dietro la malpensata legge del 2001, fosse un’altra: estendere alle “testate” online quell’ambiguo sistema di sussidi, sovvenzioni e controlli che già  esisteva per la “carta stampata” (e che già  in quella sede ha prodotto parecchie distorsioni e manipolazioni).

In pratica, la legge del 2001 dice che un “giornale” online (quotidiano o periodico) deve essere registrato come testata – e che il “responsabile” deve essere iscritto a un’istituzione di cui molti, da molti anni, chiedono l’abolizione, ma che continua a sopravvivere come “casta privilegiata”: L’albo dei giornalisti. La conseguenza è che, interpretandola alla lettera, circa cinque milioni di siti web italiani (non solo “blog”) sarebbero fuori legge.

Sono passati sette anni e non c’è stato un “massacro” della rete. Ma la sciagurata sentenza del maggio 2008, di cui si parla in questi giorni, dimostra che “errori” sono possibili. Non è il primo “caso” di quel genere – e purtroppo è probabile che non sia l’ultimo.

Il “caso Modica” è “unico nel suo genere” – e perciò particolarmente preoccupante – per l’applicazione della legge 2001, cioè del concetto di “stampa clandestina” nell’internet. Ma ci sono parecchi esempi di abusi pretestuosamente “motivati” da altre storture delle norme e delle loro applicazioni.

Mi sembra un po’ miope che si “gridi allo scandalo” su questo episodio dopo aver poco badato, per sette anni, al fatto che c’è una legge sballata e non c’è mai stato alcun correttivo che la elimini o ne renda meno perversa l’interpretazione. Per non parlare di altre situazioni in cui, per svariati motivi, si sono “cancellati” o “sequestrati” o resi inaccessibili siti italiani e stranieri, con la troppo facilmente “volontaria” partecipazione degli internet provider, più preoccupati di difendere i loro interessi che di badare alla libertà  (e riservatezza) delle persone, organizzazioni o imprese che usano i loro servizi.

Perchè, fra tanti, ci si è accaniti proprio su quel sito? Non mi piace fare “dietrologia” o “processi alle intenzioni”, ma il fatto è che i contenuti “cancellati” e “condannati” trattano di collusioni fra politica e mafia – ed è probabile che l’argomento sia fastidioso per qualche centro di potere. Tuttavia “accontentiamoci” di pensare che sia un “errore” nell’interpretazione della legge. Il fatto rimane che “sbagli” di quel genere sono possibili e inaccettabili in un paese civile.

Sono molti i “trucchi” con cui è possibile limitare, anche se non abolire del tutto, la libertà  di opinione e di informazione.

C’è, fra l’altro, un “dettaglio tecnico” non irrilevante. Ci sono vari modi con cui un “sito sequestrato” può essere rimesso online – o i contenuti resi disponibili in modo diverso. I provvedimenti di “sequestro” o “cancellazione” hanno scarsissima efficacia nei confronti di criminali o malfattori di varia specie. L’accanimento repressivo è molto penalizzante per le persone perbene che esprimono opinioni scomode, sostanzialmente inefficace contro i malintenzionati, dall’estremo del terrorismo assassino o del crimine organizzato fino ai molteplici truffatori o diffusori di spam.

Nell’ipotesi (non “dimostrata”) che dietro un’assurda sentenza ci sia la longa manus di qualcuno che vuole sopprimere informazioni e opinioni sgradite, il supposto “censore” si è tirato la zappa sui piedi, perchè con l’indignazione e le proteste ottiene l’effetto contrario. Ma questo, ovviamente, non può “giustificare”, nè attenuare, la perversità  del provvedimento o le storture della legge.

Non è facile distinguere quanto pesi l’ignoranza di chi si ostina a non capire che cos’è la rete – e quanto l’insidiosa voglia di reprimere e controllare la libertà  di opinione. Ma rimane il fatto che le intenzioni repressive ci sono – e che la sorveglianza deve essere continua, con un’attenta osservazione di come le cose si evolvono nel tempo, non solo con estemporanee “indignazioni” su un singolo episodio, che purtroppo cadono rapidamente nel dimenticatoio e nella generale distrazione, lasciando il campo libero al ripetersi di ogni sorta di abusi. Senza mai dimenticare che ogni tentativo di censura non è solo perverso, è anche stupido.


Questo articolo è stato pubblicato
anche da MCreporter il 22 settembre 2008


Post scriptum

Anche rappresentanti della “categoria” giornalistica (che assurde leggi fingono di voler “proteggere”) esprimono forti perplessità  su questo “caso” nella sua specificità  come nel suo significato “generale”. Per esempio ci sono queste interessanti osservazioni di Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine del Giornalisti della Lombardia.

«Il testo della sentenza emessa dal giudice Patricia Di Marco, che per la prima volta in Italia e in Europa ha condannato per stampa clandestina il curatore di un blog, non solo legittima la preoccupazione e la protesta che si sono levati dalle rete e dal paese negli ultimi mesi, ma offre ulteriori motivi di allarme. Come attestano le carte processuali, la periodicità  regolare di “Accadeinsicilia” non è stata assolutamente provata. Il giudice conclude nondimeno che il sito citato non era soltanto un periodico: era addirittura un giornale quotidiano, condotto in clandestinità . Un assurdo, evidentemente».

«Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia, sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione».

«La gravità  della condanna di Modica va comunque ben oltre gli scenari di riferimento, recando un naturale riscontro nell’attuale situazione politica, che sempre più pone in discussione le libertà  sancite dall’articolo 21 della Costituzione. Lontana dai motivi di una vera democrazia, ma prossima alle logiche che vigono a Teheran e a Pechino, la sentenza siciliana apre di fatto un varco pericolosissimo, offrendo ai potentati italiani, sempre più timorosi della libertà  sul web, un precedente per poter colpire i blogger scomodi, i siti che fanno informazione libera, documentazione, inchiesta. àˆ quindi importante che la risposta a tale atto, già  imponente in rete e significativa in altri ambiti, si estenda ulteriormente».

Benchè “tardiva”, come tutte le “proteste” su questo e altri casi, la “presa di coscienza” dimostra che finalmente si comincia a capire come le molteplici forme di repressione della rete siano una seria minaccia per la generale libertà  di informazione e di opinione e come i tanti travestimenti non bastino a nascondere il fatto che si tratta di censura.

Comunicato ALCEI del 7 ottobre 2008

Caso Piratebay. Il tribunale del riesame di Bergamo annulla il sequestro ma fissa dei principi di diritto pericolosi per i diritti civili

Il 16 agosto 2008 ALCEI aveva segnalato al Garante dei dati personali le violazioni di legge contenute nel decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bergamo.
In quella segnalazione, ALCEI evidenziava:

  • l’estensione sbagliata e strumentale della norma che regola il sequestro preventivo fino a includere anche l’intercettazione di traffico telematico;
  • l’adozione di provvedimenti giudiziari al di fuori della giurisdizione italiana, fondati per di pi๠su nessun concreto reato, ma su ipotesi statistiche formulate su dati privi di valore scientifico;
  • l’abuso della Guardia di finanza di Bergamo che, senza nemmeno l’ordine di un magistrato, ordinava ai fornitori di accesso di indirzzare le richieste di collegamento al sito thepiratebay.org verso un altro sito, localizzato in Inghilterra e gestito da un’associazione afferente all’industria discografica.

In attesa della decisione del Garante dei dati personali (che speriamo arrivi quanto prima), il Tribunale del riesame di Bergamo ha annullato il sequestro disposto dal Giudice per le indagini preliminari con un’ordinanza che – invece di risolvere i problemi che si sono manifestati – ne crea anche di peggiori.

Il Tribunale del riesame di Bergamo, infatti, ha si annullato il sequestro, ma solo sul pressupposto – peraltro già evidenziato da ALCEI – che “sequestro” non equivale a “filtraggio del traffico”. Ma si è ben guardato, come avrebbe dovuto, dal valutare la sussistenza della giurisdizione italiana. Omettendo di decidere, il Tribunale di Bergamo ha creato un pericolosissimo precedente che – sulla base del principio di reciprocità – consente a qualsiasi giudice straniero di mettere sotto processo un cittadino italiano, perchè pur in assenza di prove certe che un reato sia stato commesso, basta un “calcolo statistico”.

Inoltre, confermando la validità dell’impostazione investigativa del pubblico ministero, ha di fatto affermato la responsabilità automatica dei gestori di motori di ricerca e la possibilità di usare, nelle indagini, dati e informazioni privi di riscontri.

Infine, stabilendo che il decreto di sequestro preventivo, pur sbagliato nella forma, è “astrattamente in linea con la previsione degli artt. 14 e ss. D.L.vo 70/03”, da un lato fornisce la “scusa” ai padroni delle idee per invocare l’ennesima modifica repressiva della legge sul diritto d’autore e/o del codice di procedura penale; mentre dall’altro consolida un palese errore di interpretazione della legge, perchè configura sui fornitori di accesso l’obbligo di diventare “sceriffi della rete”.

ALCEI esprime forti preoccupazioni per questo ennesimo provvedimento giudiziario che, lungi dal fornire punti di riferimento chiari per cittadini e imprese, aumenta la confusione e la percezione che in materia di diritto d’autore la legge non sia uguale per tutti.

Una segnalazione inviata al Garante per i dati personali sul caso “piratebay”

Questa è la segnalazione inviata al Garante per la protezione dei dati personali, a seguito delle notizie diffuse sul caso di intercettazione delle richieste di accesso degli utenti a un sito “sequestrato” dal Giudice per le indagini preliminari di Bergamo, che ha interpretato la nozione di “sequestro” in modo estremamente ampio e fortemente discutibile. Il risultato pratico è una seria minaccia per i diritti di cittadini e imprese del tutto estranei alle indagini.

Al Garante per la protezione dei dati personali
Piazza di Monte Citorio n. 121
00186 ROMA

Via fax al numero: 06.69677.785
Via e-mail all’indirizzo: garante@garanteprivacy.it

Oggetto: Segnalazione ex art. 141 c. I lett. b) DLGV 196/03 – procedimento penale n. 3277/08 Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo – Ord. GIP Tribunale di Bergamo 1 agosto 2008 – possibile trattamento illecito di dati personali a danno di terzi estranei al procedimento

Signor Garante,
Desideriamo portare alla sua attenzione i fatti che qui descriviamo, per chiederle di verificare se sia stata violata la normativa sul trattamento dei dati personali e – se si – di adottare i provvedimenti che riterrà più opportuni.
1 – L’antefatto
Nell’ambito di una indagine penale sollecitata da un’associazione rappresentativa dell’industria discografica italiana, e avente ad oggetto un sito internet localizzato presumibilmente in Svezia, “accusato” di contenere una raccolta di link a materiale illecitamente duplicato, con ordinanza del 1 agosto 2008 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo ha disposto il sequestro preventivo del sito thepiratebay.org tramite imposizione agli internet provider italiani di inibire l’accesso al sito in questione, al relativo dominio e al numero IP ad esso associato.

2 – Il fatto
Nella fase di attuazione, questo provvedimento sarebbe stato “messo in pratica”, eccedendo l’ordine del giudice e facendo in modo che i tentativi degli utenti di connettersi al dominio “sequestrato” vengano indirizzati sul numero IP 217.144.82.26, associato a server localizzati in Inghilterra, e apparentemente associato al dominio pro-music.org, un’associazione di discografici che ne tutela marchi e proprietà intellettuale.
Se quanto sopra corrispondesse al vero, allora un’associazione privata, estranea alla giurisdizione italiana, sta raccogliendo dati di navigazione che, una volta incrociati con quelli in possesso degli operatori di accesso, consentirebbero l’identificazione e la possibile denuncia penale di terzi del tutto estranei alle vicende del procedimento bergamasco. Siamo, in altri termini, di fronte a una “variazione sul tema” del “Caso Peppermint” di cui l’Autorità si è già occupata.

3 – Il fondamento di questa segnalazione
Non intendiamo, ovviamente, entrare nel merito dell’indagine penale, che seguirà il suo corso nei modi stabiliti dalla legge.
Ci domandiamo, tuttavia, se sia conforme alla normativa sul trattamento dei dati personali:
a – “sequestrare” una risorsa di rete imponendo a soggetti terzi – gli internet provider – di impedirvi l’accesso, considerato che nel codice di procedura penale non sembra rinvenirsi traccia di una norma che consenta di attuare il sequestro preventivo nei modi stabiliti dall’ordinanza del GIP di cui sopra, traducendosi tale modalità in una illegittima estensione del provvedimento a soggetti estrani al procedimento,
b – consentire che il filtraggio degli accessi a un dominio – quale che sia – possa essere eseguito dirottando gli accessi in questione verso una risorsa di rete al di fuori della giurisdizione italiana, gestita da soggetti privati con uno specifico interesse economico nel procedimento penale, consentendo a questo soggetto di “andare a pesca” di dati di traffico che potranno poi essere utilizzati nei modi più disparati.

4 – Implicazioni per il rispetto dei diritti civili
Lo stato di fatto che abbiamo segnalato – se si dimostrasse effettivamente tale – segnerebbe una gravissima lesione dei diritti civili di cittadini del tutto estranei a un’indagine penale, oltre a stabilire la legittimità di un inaccettabile metodo investigativo (il “sequestro” tramite intercettazione delle richieste di accesso a una risorsa di rete”) che si tradurrebbe in una vera e propria “pistola puntata alla tempia” di chiunque fornisca contenuti anche solo “sgraditi” tramite la rete internet.
Non abbiamo mai avallato forme di illegalità di qualsiasi specie, ma nello stesso tempo abbiamo sempre invocato la necessità del rispetto delle regole nell’applicazione della legge.
Siamo intransigenti sostenitori del principio stabilito dall’art. 27 comma II della Costituzione italiana, che stabilisce la personalità della responsabilità penale e riteniamo barbari e inaccettabili tutti i tentativi di superare questa norma di grande civiltà giuridica, in nome della tutela di interessi economici di parte, come quelli delle lobby del diritto d’autore, che non hanno e non possono avere una posizione di preminenza sui diritti della persona.

Milano, 16 agosto 2008

ALCEI – Il presidente
Andrea Monti

Comunicato ALCEI del 19 ottobre 2007

Il ritorno del MinCulPop?
In un disegno di legge governativo
di nuovo pretesti e ambiguità
per mascherare la censura di Stato

Come era già accaduto con l’infausta legge 62/2001, di nuovo il disegno di legge governativo del 3 agosto 2007 sul “riassetto dell’editoria” ha la dichiarata intenzione di imporre oneri burocratici, economici e sanzionatori anche a libere e private manifestazioni del pensiero compiute via internet da “normali cittadini”.

Il testo predisposto dal governo è deliberatamente confuso e ambiguo. Se passasse in questa formulazione creerebbe confusione e incertezza sulla possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero pur non appartenendo alla categoria dei giornalisti e non essendo editori di testate di alcuna specie.

Non si capisce perchè il governo voglia trattare da “giornalisti” anche coloro che non lo sono e che non vogliono esserlo – e per quale motivo abbia omesso di dire chiaramente che gli obblighi normativi di eventuale emanazione si applicano solo a chi esercita professionalmente o imprenditorialmente l’attività di produzione e diffusione di contenuti.

Se la preoccupazione è quella di sanzionare chi diffama, allora quella del governo è una non-soluzione: le leggi ci sono già , e chi pubblica online è perfettamente identificabile. Quindi questa non può essere la scusa per l’adozione di norme liberticide.

Il dato di fatto è che questo disegno di legge prefigura la creazione dell’ennesima “spada di Damocle” da utilizzare nei confronti di chi pubblica opinioni o informazioni “scomode”. In altri termini: se questo disegno di legge venisse approvato, ci sarebbe comunque un gran numero di persone che non lo rispetterebbe per svariate ragioni – non conoscenza della legge, legittima “disobbiedienza civile”, difficile interpretazione delle norme. Il risultato pratico sarebbe la creazione un “reato artificiale” da perseguire a seconda delle “necessità ” o degli occasionali capricci di chi eserciterà questo potere.

C’è anche un danno per le imprese che usano la rete nonchè per gli internet provider. Questo disegno di legge sferra un colpo durissimo ai servizi di hosting e a quelli basati sulle comunità e sulla libera pubblicazione di contenuti di ampia utilità . Perciò, oltre a contrastare l’universale diritto di informazione e di opinione, penalizza anche un modello economico che si sta dimostrando sempre diffusamente di utilità sociale.

Cosa vogliamo: si deve stabilire chiaramente che gli obblighi – se davvero necessari – valgano solo per editori, servizi stampa e, in generale, per i soli imprenditori dell’informazione, che operano a fini di lucro e ottengono sovvenzioni pubbliche, escludendo chiaramente qualsiasi pubblicazione di privati o associazioni no profit che non “vendono” alcunchè.

Una “raccomandazione” del Consiglio d’Europa mette in pericolo la libertà  di espressione.

Un comunicato di EDRI del 10 ottobre 2007sulla Council of Europe Recommendation sul tema “promuovere la libertà di espressione e informazione nel nuovo ambiente di informazione e comunicazione”
EDRI (Digital Civil Rights Europe), la federazione europea di associazioni per i diritti civili e la libertà di opinione e comunicazione, il 10 ottobre 2007 ha diffuso un comunicato in cui esprime la sua preoccupazione per una dichiarazione del Consiglio d’Europa sul tema “promoting freedom of expression and information in the new information and communications environment”, che rischia di avere un effetto opposto a quello dichiarato. Questa preoccupazione è condivisa da numerose associazioni, in Europa e altrove.Â

Il testo è disponibile, oltre a questa versione italiana, in ceco, francese, inglese, macedone, spagnolo e tedesco – e probabilmente sarà pubblicato anche in altre lingue.


European Digital Rights (EDRI) vuole esprimere le sue serie preoccupazioni per l’adozione da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (CoE), il 26 settembre 2007, di una recommendation sul tema “promuovere la libertà di espressione e informazione nel nuovo ambiente di informazione e comunicazione” (Rec(2007)11).

Quel testo è stato preparato dal Council of Europe Group of Specialists on Human Rights in the Information Society (MC-S-IS) e discusso fra i membri del “gruppo di specialisti” dal dicembre 2005. Era originariamente inteso come strumento per una “ulteriore elaborazione dei princà¬pi e criteri per assicurare rispetto dei diritti umani e disciplina di legge nella società dell’informazione”. Il testo si è poi trasformato in una serie di “direttive sui ruoli etici e le responsabilità per i principali attori statali e non statali” da sviluppare per mezzo di questa recommendation del Consiglio d’Europa. La sua bozza finale è stata ulteriormente modificata dallo Steering Committee on the Media and New Communication Services (CDMC), sotto la cui autorità opera il MC-S-IS, e poi sottoposta al Comitato dei Ministri.

EDRI ha partecipato al dibattito nel suo ruolo di osservatore indipendente non governativo, senza diritto di voto. Tuttavia sono pochi i contributi di EDRI, durante le riunioni o in commenti scritti e proposte di modifica, che sono stati presi in considerazione nel documenti finale.

Riteniamo che il risultato promuova opache “auto-regolamentazioni” e altre forme “morbide” di normativa pilotate da interessi privati e attuate attraverso meccanismi tecnici. Ne deriva una forte preoccupazione che la recommendation non sosterrà il rispetto per la libertà di espressione e informazione nel mondo online.

La recommendation suscita anche specifiche preoccupazioni, in particolare nella sua parte II (“Standard comuni e strategie per l’informazione affidabile, la creazione di contenuti flessibili e la trasparenza nel processing dell’informazione”).

Si riferisce a “informazione affidabile” e questo è poco diverso dalla “informazione ufficiale” di un deplorevole passato. Non è compatibile con il sostegno della libertà di espressione e informazione, che è lo scopo dichiarato di questo documento.

Inoltre, questa sezione invoca l’intenzione di equilibrare la libertà di espressione con il diritto di altri di avere rispettati i loro “valori e sensibilità “. Poichè “valori e sensibilità ” variano non solo da momento a momento e da luogo a luogo, ma anche fra diverse parti della popolazione, questo è certamente contrario ai fondamenti generali del CoE – e comunque va molto oltre le restrizioni definite nell’Articolo 10 paragrafo 2 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, come ha messo in evidenza numerose volte la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani.

Va rilevato ulteriormente che, per ottenere un tale “equilibrio”, la sezione II della recommendation propone lo sviluppo, da parte del settore privato e degli Stati membri, di strumenti e standard per il rating e la “etichettatura” di contenuti e servizi.

EDRI si dispiace del fatto che il CoE incoraggi tali tendenze a scapito di pubblici orientamenti trasparenti ed affidabili e di una legislazione rispettosa dei diritti fondamentali, della democrazia e dello stato di diritto.

EDRI ritiene che questa recommendation sia dannosa e che sia un passo retrogrado per la libertà di espressione e la libertà di stampa. EDRI è profondamente preoccupata che tali strumenti saranno usati per legittimare forme insidiose di censura, attraverso censure privatizzate e misure per “proteggere” contro contenuti cosiddetti “dannosi”.

EDRI continuerà a partecipare al gruppo MC-S-I-S come osservatore attivo e indipendente, e continuerà a sollecitare l’interesse dell’opinione pubblica sui problemi inerenti al mandato di quel gruppo. Con altri strumenti che o stesso gruppo MC-S-I-S sta preparando, c’è il rischio che si confermi la tendenza indicata in questa recommendation. Per evitare un tale pericolo, EDRI chiede appoggio e sostegno.


Queste sono le associazioni che, finora,
hanno sottoscritto la dichiarazione di EDRI.

ADES – Association Dà©mocratie Ecologie Solidarità© – Francia

AEDH – Association Europà©enne pour la dà©fense des Droits de l’Homme – Europa

ALCEI – Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva – Italia

APTI – Asociatia pentru Tehnologie si Internet – Romania

BoF – Bits of Freedom – Olanda

Coopà©rative Ouvaton – Francia

Digital Rights Ireland – Irlanda

DK – Digital Rights – Danimarca

EFF – Electronic Frontier Foundation – Stati Uniti ed Europa

IP Justice – Stati Uniti

IRIS – Imaginons un rà©seau internet solidaire – Francia

ISOC – Internet Society Bulgaria – Bulgaria

IuRe – Iuridicum Remedium – Repubblica Ceca

LDH – Ligue des droits de l’homme – Francia

Pangea – Spagna

PI – Privacy International – Gran Bretagna

Public Library Krusevac – Serbia

Quintessenz – Austria

Servaux – Francia

SIUG – Swiss Internet User Group – Svizzera

SVEV – Souriez-Vous-àªtes-Filmà©-es! – Francia

VIBE!AT – Verein fà¼r Internet-Benutzer à–sterreichs – Austria

WPFC – World Press Freedom Committee – internazionale

La lista è aggiornata in
www.edri.org/coerec200711-signatories

La “frattinizzazione” non è l’unica minaccia

Traduzione italiana di un articolo in Edri-gram – 26 settembre 2007 (english text is available here).

Disponibile anche in pdf (migliore come testo stampabile)

E così c’è un nuovo verbo in Europa: frattinizzare. Apparso prima in Germania, subito dopo in Francia e in Italia, potrebbe circolare anche in altre lingue. O potrà essere sostituito da un altro, la prossima volta che qualcuno salterà su quell’immondo carro.

Il 10 settembre 2007 (intenzionalmente un giorno prima dell’anniversario dell'”undici settembre”) il commissario europeo Franco Frattini ha dichiarato a Reuters: «I do intend to carry out a clear exploring exercise with the private sector… on how it may be possible to use technology to prevent people from using or searching dangerous words like bomb, kill, genocide or terrorism».

Per quanto ho potuto vedere, quel proclama non ha avuto molta eco nei “grandi mezzi” di informazione. Ma c’è stata un’immediata reazione online, a partire dal comunicato ALCEI Repressione e censura. Lo spettro incombe ancora sull’Italia e sull’Europa. Una inquietante dichiarazione del commissario europeo Franco Frattini preannuncia l’arrivo della più devastante delle censure: quella sulle parole. La strada è aperta per punire chi “pensa” troppo.

La “minaccia” è così stupida che, in apparenza, si potrebbe trascurare come insensata sciocchezza. Il commissario Frattini non si è neppure accorto che, se si accettasse la sua proposta, il suo testo sarebbe censurato e cancellato da ogni fonte disponibile. Ma, purtroppo, non è uno scherzo.

Funzionerebbe? Ovviamente no. Migliaia o milioni di pagine del tutto legittime sarebbero tolte dalle reti, o rese introvabili dai motori di ricerca, solo perchè contengono una delle “parole proibite” (o qualsiasi altro contenuto considerato “pericoloso”). Mentre i criminali potrebbero facilmente evitare il problema non usando terminologia “rivelatrice”… è molto facile scrivere istruzioni per fabbricare un’arma e chiamarle “come aggiustare un aspirapolvere”. Ed è ancora più facile modificare le parole “incriminate” così che un sistema automatico non le possa riconoscere. Ancora una volta, “autorità ” di ogni genere non capiscono come funziona l’internet. O intenzionalmente scelgono di ignorare la realtà , per ottenere leve di controllo.

Ma… la prevenzione del crimine è il vero obiettivo?

Fin dal primo sviluppo delle reti, ci sono sempre stati tentativi di censurare, regolare, proibire, filtrare, profilare, spiare – eccetera. “Frattinizzare” è solo uno dei tanti modi per interferire con la libertà di opinione e di comunicazione, con ogni sorta di scuse e travestimenti.

Il problema del terrorismo e dei crimini violenti è sempre stato uno di quei pretesti. Naturalmente “come fare una bomba” si trova facilmente in qualsiasi manuale di chimica. Ma è facile giocare sulla paura e così avere appoggio politico, e consenso della “opinione pubblica”, per azioni che sono inutili a quello scopo, mentre “giustificano” ogni sorta di abusi. E, ovviamente, tutto ciò è peggiorato dopo la tragedia dell'”undici settembre” (vedi il testo sugli “sciacalli”).

Altre “scuse classiche” sono la “pornografia” (o una definizione ancora più vaga di ciò che è considerato “indecente”), le violenze contro i bambini (o, più estesamente, la “tutela dei minori”), il cosiddetto “diritto d’autore” – eccetera – oltre alle intenzionali deformità di interpretazione, da parte delle forze dell’ordine e delle attività investigative, dei diritti civili in relazione alla medicina legale (o “forense”) e ad altri strumenti di indagine, come le “banche dati” del DNA costruite con il presunto scopo di “prevenzione del crimine” (vedi il testo sulla Prum Convention).

Gli anni passano, è stato infinite volte dimostrato che la repressione della libertà non risolve questi problemi, mentre causa una proliferazione di abusi, ma gli stessi errori (o intenzionali distorsioni) continuano a ripetersi.

Un po’ di “storia”

ALCEI si è costituita nell’agosto 2004. Alcuni, a quell’epoca, pensavano che fosse una reazione al (tristemente) famoso “crackdown italiano”. Non era così. Fin dalla sua nascita, l’associazione ha sempre avuto lo scopo di essere una presenza continuativa e coerente nel tempo, non limitata alla momentanea ed effimera agitazione su singoli episodi.

Il crackdown del 1994 è stato, almeno in parte, male interpretato in un ambito internazionale. Fu descritto come “la più grande azione di repressione poliziesca contro la rete nella storia del mondo”. Ma non era diretto contro (mal capiti) hacker o (presunti) terroristi. Nasceva da un’indagine su software “non registrato”, estesa a dimensioni grottescamente esorbitanti dall’eccesso di zelo (e desiderio di protagonismo, unito a incompetenza tecnica) di alcuni magistrati.

Negli anni seguenti non ci furono altri singoli eventi di quelle smisurate dimensioni, ma infiniti casi di simili abusi, basati sulla legge italiana che considera perseguibile come “penale” l’uso di software non pienamente registrato (come la riproduzione “non autorizzata” di musica – eccetera).

La “protezione dei minori” fu usata come scusa per numerose ed estese “crociate” (vedi la serie di testi su questo argomento) di fatto scarsamente orientate ad arrestare i produttori di ignobili contenuti, e ancora meno a identificare i colpevoli di violenze – mentre hanno aggressivamente perseguitato migliaia di persone (e le loro famiglie) del tutto innocenti oppure colpevoli di “crimini” come aver visto immagini “provocanti” di ragazze di età (reale o apparente) inferiore ai 18 anni.

Naturalmente gli innocenti, alla fine, sono assolti in tribunale. Ma prima di arrivare alla conclusione dell’istruttoria sono sottoposti a persecuzione, diffamazione, gogna sociale, che non si rimediano quando alla fine risultano “non colpevoli”. In molti casi gli accusati hanno scelto di “patteggiare” una sentenza di “colpevolezza”, abdicando al loro diritto di difendersi in tribunale, in cambio di una sentenza più mite, non avendo la forza (in termini di denaro e di resistenza psicologica) necessaria per affrontare un lungo e incerto processo penale.

In molti casi l’interpretazione italiana di norme europee, oltre alla produzione di legislazione nazionale, è stata deformata dal desiderio dei politici di placare (reali o presunte) preoccupazioni dell’opinione pubblica (così proteggendo i loro privilegi) oltre a soddisfare le esigenze di specifiche lobby. Un esempio, fra tanti, è il recente “caso Peppermint”.

Che cosa c’è all’origine di tutto questo? Nel 1996 avevo scritto un breve articolo intitolato Cassandra, poco dopo “adottato” da ALCEI – e anche pubblicato dalla Electronic Frontier Foundation negli Stati Uniti come testo di valore internazionale. Undici anni più tardi, le cose non sono sostanzialmente cambiate.

Altri rapporti (in inglese) sulla situazione italiana sono due presentazioni al congresso internazionale Computers, Freedom and Privacy nel 2000 e un articolo in Cyberspace and Law.

Ci sono alcune insidiose parole nelle minacce del commissionario Frattini che meritano un’analisi specifica: «an exploring exercise with the private sector». Che cosa si propone una “analisi esplorativa con il settore privato”? Il trucco non è nuovo – ed è molto pericoloso. Alcune, variamente travestite, forme di repressione si possono ottenere in parlamento, “facendo passare” leggi quando i difensori della libertà e dei diritti non stanno abbastanza attenti, oppure ignorando le loro osservazioni – usando i soliti pretesti, come terrorismo, crimine, “protezione dei minori”, copyright eccetera. Ma c’è un modo più veloce e (purtroppo) più facile.

Sembra improbabile (o almeno speriamo) che si possano convincere i “motori di ricerca” a censurare le keyword per ostacolare l’accesso a testi che contengano le “parole incriminate”. Ma gli internet provider, cioè i fornitori di servizi, possono essere condizionati in molti modi. (Possono anche “volontariamente” adeguarsi, solo per “evitare grane” – e questo è già accaduto). Non solo singole pagine, ma interi siti possono essere fatti sparire con ogni sorta di pretesti – e anche questo è stato già fatto.

Qualche singolo caso può essere trascurabile. Possiamo vivere bene senza qualche offerta in più di gioco d’azzardo illegale, sesso bizzarro, magari “medicine miracolose” o altre patacche. Potremmo essere contenti se si riuscisse togliere di mezzo un po’ di spam e di truffe (ma poco o nulla è stato fatto in quella direzione). Il problema è che, una costa stabilito il principio che “qualcosa” può essere cancellato, reso inaccessibile, censurato o “filtrato”, per immediata esecuzione del “decreto” di qualche autorità o per cosiddetta “adesione volontaria” di un fornitore di servizi, quel concetto può essere applicato a qualsiasi informazione od opinione sgradita a qualche potere.

Perfino in paesi come l’Italia, e tutti i membri dell’Unione Europea, dove la libertà di opinione e di informazione è un indiscutibile diritto costituzionale, la manipolazione della paura, o del disgusto per contenuti riprovevoli, può portare alla censura e ad altri generi di repressione in molte forme travestite – ingannando la “pubblica opinione” fino a far credere che quegli abusi siano “accettabili”.

La “minaccia Frattini” è solo uno fra tanti pericoli. Ci sono stati per molti anni e continueranno a esserci. Per questo abbiamo bisogno di “cani da guardia”, come EDRI in Europa e ALCEI in Italia, che sappiano sorvegliare – e, quando occorre, mordere.

Non possiamo fermarli definitivamente, perchè qualsiasi cosa si faccia inventeranno qualche nuovo trucco. Ma possiamo evitare che prevalgano del tutto.

(Contributo di Giancarlo Livraghi per ALCEI)


In inglese Web search for bomb recipes should be blocked: EU (10.9.2007)
http://www.reuters.com/article/internetNews/idUSL1055133420070910

Comunicato ALCEI – 11 settembre 2007
http://www.alcei.it/?p=123

Frattini e il Grande Fratello: prove tecniche di neolingua (17.9.2007)
http://www.interlex.it/regole/corrado36.htm

Google ha bocciato la proposta di Frattini (14.9.2007)
http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scienza_e_tecnologia/google6/frattini-ricerche/frattini-ricerche.html

In inglese Prum Convention (7.7.2005)
http://www.ictlex.net/wp-content/Prum-ConventionEn.pdf

In inglese An update on the Peppermint affaire (15.5.2007)
http://blog.andreamonti.eu/?p=26

Cassandra (giugno 1996)
http://gandalf.it/free/cass.htm

La sindrome cinese (aprile 2006)
http://gandalf.it/nodi/azzardo.htm

Una serie di articoli sulle “crociate” (dal 1998 al 2006)
in http://gandalf.it/free/

Sciacalli, sciocchi e sciagurati (settembre 2001)
http://gandalf.it/arianna/sciagura.htm

In inglese The network society as seen from Italy (6.4.2000)
http://gandalf.it/free/cfp2000.htm http://gandalf.it/free/monticfp.htm

In inglese Internet freedom, privacy and culture in Italy (and the activity of NGOs) (febbraio 2000)
http://gandalf.it/free/ifp.htm

“Un’idea esplosiva”: frattinizzare.js

In italiano http://www.sclerosi.org/frattinizzare.php

In tedesco http://www.spreeblick.com/2007/09/15/bombenidee/

In francese http://www.spreeblick.com/2007/09/15/une-idee-de-bombe-frattinizerjs-a-telecharger/

Comunicato del 11 settembre 2007

Repressione e censura. Lo spettro incombe ancora sull’Italia e sull’Europa. Una inquietante dichiarazione del Commissario europeo Franco Frattini preannuncia l’arrivo della più devastante delle censure: quella sulle parole. La strada e’ aperta per punire chi “pensa” troppo.

Apprendiamo con sgomento – ma purtroppo senza stupore – della proposta avanzata dal commissario europeo Franco Frattini di imporre una censura selettiva sulle parole utilizzate in rete. “I do intend” – dichiara Frattini all’agenzia Reuters il 10 settembre 2007 – to carry out a clear exploring exercise with the private sector … on how it is possible to use technology to prevent people from using or searching dangerous words like bomb, kill, genocide or terrorism”.

La posizione espressa dal commissario Frattini e’ inaccettabile, gravissima e realmente liberticida. L’uso di pretesti come “sull’internet si impara come fare le bombe” e’ una bufala che risale agli albori della diffusione della rete e che insieme alle “violazioni” di copyright e alla strumentalizzazione della tutela dei minori ha costituito – come ALCEI denuncia continuamente da oltre dieci anni – la storica scusa per invocare censura e repressione.

E’ chiaro, e largamente dimostrato dai fatti, che ogni genere di “filtri” o divieti e’ inutile e inefficace nella repressione di attivtà criminali, mentre si trasforma inevtabilmente in uno strumento di censura e repressione dell’informazione, del dialogo e dalla liberta’ di espressione. Non e’ impedendo ai cittandini onesti di parlare di argomenti preoccupanti che si impedisce ai violenti, agli assassini e ai terroristi di continuare le loro perverse attivita’.

La posizione espressa dal commissario Frattini e’ tutt’altro che un evento isolato e si inserisce in un continuo e progressivo processo di compressione dei diritti individuali in nome di non meglio specificati “principi etici”. Come dimostra, per esempio, il gravissimo caso della richiesta – priva di fondamento legale, e di un provvedimento formale – avanzata dal ministero delle comunicazioni agli internet provider italiani di bloccare la raggiungibilita’ di un sito tedesco dai contenuti oggettivamente inaccettabili e culturalmente criminali, ma che si dovrebbero combattere con le armi della cultura e della critica, invece che con la repressione cieca e fanatica che serve solo a trasformare mostri in vittime.

Possiamo sperare che quelle incaute affermazioni trovino nell’Unione Europea, come nelle autorita’ italiane, qualche ostacolo di buon senso e di consepevolezza civile. Ma il solo fatto che di diffondano proposte di quella specie e’ un sintomo grave e preoccupante.

Ancora una volta si dimostra quanto siano fondati gli avvertimenti che ALCEI diffonde da tredici anni e che si stanno ripetutamente verificando.

La situazione che si e’ creata e aggravata nel corso del tempo – e che ora emerge all’attenzione del “grande pubblico” – dimostra come l’Italia sia in un vero e proprio stato di emergenza per le liberta’ civili.

Comunicato ALCEI del 26 novembre 2006

La violenza giovanile e il caso Google: ennesimo pretesto per invocare censura e repressione.

Alcuni minorenni si sono ripresi mentre vessavano un “disabile” e poi hanno pubblicato un filmato della vicenda su Youtube (il servizio, appena acquistato da Google, che consente agli utenti di pubblicare in autonomia i propri video).

Come e’ noto, quell’ignobile comportamento non e’ un “caso isolato”. Ma se il clamore suscitato da un particolare episodio ha portato, da un lato, ad affrontare un grave e diffuso problema di violenza e di malcostume (che non riguarda solo gli adolescenti) accade anche che, in una direzione del tutto diversa, diventi un enessimo pretesto di censura e repressione.

I commenti su questa sciagurata vicenda sono, in parte, indirizzati a temi seri: la responsabilita’ delle famiglie e degli educatori, la crisi dei valori, la diseducazione sociale. Ma, al tempo stesso, e’ stato colto il pretesto (come gia’ in molte altre situazioni nel passato) per invocare e attuare repressione e censura. Del misfatto si “incolpa” l’internet ­ mentre e’ chiaro che la disgustosa idea di mettere online un filmato ha portato all’identificazione dei fatti e dei colpevoli (che altrimenti potrebbero essere rimasti, come in troppi casi, ignoti e impuniti).

La vicenda ha fatto riemergere con prepotenza le richieste di stabilire la responsabilita’ oggettiva dell’internet provider (renderlo, cioe’, automaticamente responsabile delle azioni di chi utilizza i suoi servizi).

Esponenti politici hanno annunciato l’ennesimo disegno di legge (sembra, diretto a ottenere dal minore il “consenso scritto” dei genitori per l’uso della rete) con l’aggravante che, stavolta, e’ stato addirittura aperto un procedimento penale nei confronti dei rappresentanti italiani di Google Inc.

Sarebbe palesemente assurdo se (come interpretato in alcuni dibattiti, articoli di giornale e programmi televisivi) si considerasse “responsabile dei contenuti” un motore di ricerca. Ma, anche se il procedimento contro Google si basasse su fatto che ora e’ proprietaria di Youtube, si tratterebbe di una grave distorsione delle responsabilita’ e di un ennesimo tentativo di repressione che, da un episodio particolare, potrebbe facilmente allargarsi a forme estese di
censura.

Siamo di fronte alla solita inaccettabile ipocrisia di chi invoca (o annuncia di approvare) leggi repressive a “senso unico”, dimenticando che l’Unione Europea e l’Italia hanno gia’ affrontato e risolto il problema della responsabilita’ del fornitore di servizi internet. La direttiva 31/00 recepita in Italia dal decreto legislativo 70/2003 dice chiaramente che non esiste un obbligo generale di sorveglianza preventivo a carico del fornitore di servizi internet. Solo a fronte di un provvedimento esecutivo della pubblica autorita’ e’ possibile rimuovere o renderere indisponibili contenuti o servizi.

(In questo caso, lo staff di Google e’ stato addirittura “piu’ realista del re”, avendo rimosso il video in questione non appena si e’ reso conto della sua presenza e senza aspettare l’intervento delle autorita’).

E’ dunque incomprensibile (se la notizia sara’ confermata) a che titolo la Procura di Milano abbia aperto un provvedimento penale nei confronti dei rappresentanti di Google Italia.

Viceversa, politici e mezzi di informazione fanno finta di non sapere che esistono gia’ precisi obblighi normativi che impongono ai genitori il controllo sull’operato dei minori e stabiliscono la loro
responsabilita’ giuridica sul comportamento dei figli. Ma, con tutta evidenza, si preferisce sfruttare l’occasione per invocare provvedimenti dettati dall’emozione e sbagliati nella sostanza,
piuttosto che affrontare con serieta’ le vere radici del problema.

Fin dal 1996 ALCEI ha denunciato, anche in sede comunitaria, la volgare strumentalizzazione di un tema grave e delicato come quello della protezione dei minori, per fini di mera propaganda politica e interessi di bottega. Strumentalizzazione che si e’ tradotta in leggi che non garantiscono alcuna tutela reale alla persona abusata, ma che, al contrario, consentono abusi di potere e disinformazione. E, quel che e’ peggio, rinforzano pregiudizi culturali e oscurantisti non solo nei confronti delle tecnologie dell’informazione, ma anche, e soprattutto, della liberta’ di opinione e dello Stato di diritto.

ALCEI e’ a disposizione di chi volesse approfondire il tema
e-mail alcei@alcei.it
telefoni 02-867045 335-566899 347-8618164
fax 02-39195246

Comunicato ALCEI del 28 febbraio 2006

Attuato l’art. 536 della legge finanziaria 2005. Con la scusa di combattere il gambling online, l’internet italiana è “intercettata” per legge ma senza il controllo del magistrato.

Dal 24 febbraio 2006 internet provider e compagnie telefoniche devono “inibire” l’accesso ai siti che offrono giochi e scommesse online. Lo stabilisce un provvedimento dell’Azienda autonoma monopoli di Stato (AAMS) che attuando gli articoli 535, 536 e 537 dell’ultima legge finanziaria hanno dettato all’internet italiana le regole per impedire che gli utenti possano collegarsi a una “lista nera” di siti.
La finanziaria 2006 e il decreto AAAMS sono sostanzialmente illegittimi perché contrari alla normativa comunitaria e alle decisioni di molti magistrati penali giudicanti italiani (vedi A. Monti – P.Perri La concessione di giochi d’azzardo e del cosiddetto gioco lecito online in CIBERSPAZIO E DIRITTO – VOL. 6 N.4 DICEMBRE 2005) che hanno ritenuto ingiustificato il monopolio italiano sui giochi e sulle scommesse.
Ma – anche prescindendo dal merito – è gravissimo che nel giro di poco tempo dall’approvazione definitiva della legge Prestigiacomo (vedi il comunicato di ALCEI del 13 febbraio 2006) che impone filtri antipornografia, sia stato adottato un altro provvedimento normativo di schedatura e controllo generalizzato, questa volta con la scusa del gioco d’azzardo.
E’ evidente che, oramai, rotto l’argine di ragionevolezza che per anni si è cercato disperatamente di sostenere (basato sul concetto che ciascuno deve rispondere di quello che fa), parlamento e governo hanno prodotto una tracimazione normativa unilateralmente orientata a trasformare il provider un vero e proprio “sceriffo della rete” che, come gli emuli di certe storie di Tex Willer, portano la stella sul petto solo per essere meglio impallinati dal cattivo di turno.
Non è impensabile, poi, che fra poco anche i “soliti noti” del diritto d’autore si presenteranno a battere cassa, e con successo, per invocare la loro fetta di filtraggi e intercettazioni.
In attesa di sapere chi sarà il prossimo gigante che – in nome dio sa di quale diritto rivendicherà il proprio “diritto a occuparsi del diritto” sta di fatto che la vaghezza di queste specifiche norme antigambling è tale che potrebbe applicarsi, con qualche piccola e “innocua” acrobazia sintattica, fin al punto di far ritenere obbigatoria l’intercettazione telematica senza controllo del magistrato.
Nel frattempo, però, gli ISP sono trasformati in “siti civetta” perché chi prova ad andare su un sito di gioco online, vedrà che la sua richiesta di collegamento viene “scaricata” su una specifica pagina dei Monopoli, che quando si vedrà arrivare gli ignari navigatori, ne potrà loggare “dati esterni” e modalità di comportamento da girare poi alla Guardia di finanza per gli “accertamenti” di rito. Che probabilmente denuncerà un mare di persone. Ancora una volta, quando si parla di rete, il legislatore ha perso l’ennesima occasione per rispettare i diritti dei cittadini.

Documento del 18 settembre 2005

Pacchetto sicurezza e repressione dei diritti civili.
Un documento di approfondimento
del comunicato 18 settembre 2005
Repressione dei diritti civili
con il pretesto del terrorismo
.
Di nuovo pericolose ambiguità
nelle norme italiane
e nella loro applicazione.

Come ALCEI aveva evidenziato nel comunicato del 18 settembre 2005 – “Repressione dei diritti civili con il pretesto del terrorismo”, il “pacchetto Pisanu” emanato sull’onda emotiva provocata dall’attentato terroristico alla metropolitana di Londra ha poco a che vedere con la prevenzione del terrorismo e molto con l’ennesimo “giro di vite” a danno delle libertà civili di cittadini e imprese.
Questo documento – che completa il comunicato del 18 settembre 2005 – ne riprende i temi e ne approfondisce gli aspetti normativi, evidenziando come il “pacchetto Pisanu” sia afflitto da imprecisioni giuridiche, scarsa consapevolezza tecnico-informatica e ridondanze procedurali che, paradossalmente, rendono più complesso il lavoro degli investigatori e non aumentano la sicurezza del paese.

Venendo al merito della questione è possibile affermare che il meccanismo applicativo del “pacchetto sicurezza” ruota attorno a due cardini:
– l’imposizione dell’obbligo di conservazione dei dati di traffico “circostanziali”
– l’estensione spropositata di obblighi e controlli di “polizia amministrativa” anche alle associazioni e ai comitati – fenomeni associativi impropriamente definiti “circoli privati” – in modo da rendere praticamente applicabile l’obbligo di licenza anche ai singoli cittadini.

Cominciamo da questo secondo argomento: dal punto di vista dei soggetti destinatari dell’obbligo di conservazione e di messa a disposizione dei dati di traffico è abbastanza chiaro che l’art. 7 c. I DL 144/05 convertito in legge dalla L.155/05 si applica agli esercenti attività commerciali nel settore delle telecomunicazioni (e dunque: internet point, call center, internet café).
I problemi sorgono, invece, con l’estensione degli obblighi ai “circoli privati di qualsiasi specie”, “entità” che non rientrano fra i soggetti di diritto. Il codice civile, infatti, individua agli articoli da 36 a 42 delle realtà – associazioni non riconosciute e comitati – che pur non avendo personalità giuridica sono comunque, seppur con le note limitazioni, soggetti di diritto. Dunque, dove il decreto Pisanu parla di “circoli privati” si dovrebbe leggere, più correttamente, “associazioni non riconosciute” o, appunto, “comitati”; con le paradossali conseguenze che si evidenziano nelle prossime righe.
Un’associazione non riconosciuta – dice il codice civile – nasce senza bisogno di particolari formalità, per il solo fatto che due o più persone decidano di operare per il raggiungimento di un obiettivo. Ne deriva quindi che qualsiasi tipo di associazione non riconosciuta – anche quelle parrocchiali o sportive – che per qualsiasi ragione dovessero consentire ai propri aderenti l’uso di un computer collegato all’internet dovrebbero richiedere la licenza al questore e accettare che – senza mandato del magistrato – la polizia possa accedere al domicilio privato adibito a “sede” per eseguire “controlli amministrativi”.
Si tratta, evidentemente, di una limitazione irragionevole, ingiustificata e pericolosissima della libertà di associazione e della inviolabilità del domicilio. Il decreto Pisanu non collega la licenza di polizia – come nel caso della licenza amministrativa per la somministrazione di alimenti e bevande nei “circoli privati” – al particolare scopo associativo e alla particolare modalità con la quale questo scopo viene perseguito (e anche se questo facesse, nel caso dell’internet, ci sarebbe comunque da discutere). Ma limita indiscriminatamente la libertà di qualsiasi cittadino che si collega all’internet tanto da spingere a domandarsi se quella del “terrorismo” non sia altro che una “scusa”…

Veniamo ora alla questione “data-retention”. Anche qui le norme sono scritte in modo confuso e impreciso, lasciando spazio a interpretazioni differenti rispetto alla tipologia dei dati da conservare e ai servizi di cui si dovrebbero conservare le attività.
Va premesso che la data-retention è una soluzione culturalmente sbagliata e inefficiente dal punto di vista delle indagini perché trasmette agli investigatori una falsa sensazione di sicurezza ma non consente di rintracciare soggetti criminali adeguatamente motivati e tecnicamente preparati (cioè i più pericolosi). La realtà – come pure dice quasi “vergognandosi” il decreto Pisanu – è che i dati così conservati servono anche per le indagini che non riguardano i terroristi (non si può interpretare diversamente quella parte dell’art.6 comma I che recita: “i dati del traffico…possono essere utilizzati esclusivamente per le finalita’ del presente decreto-legge, salvo l’esercizio dell’azione penale per i reati comunque perseguibili.”).
Dunque, benché ci sia un ovvio, diffuso – e identificato – interesse a sostenere che l’obbligo di conservazione dei dati si applichi estensivamente a qualsiasi “servizio di comunicazione elettronica”, in realtà questo non è vero.
E’ infatti possibile affermare che i “dati circostanziali” da conservare obbligatoriamente sono soltanto quelli relativi ai servizi di comunicazione (e-mail, chat, instant-messaging), mentre restano fuori dalla “retention” quelli relativi alla consultazione passiva di risorse (navigazione e lettura di newsgroup) o di pubblicazione di contenuti (ftp).
Si giunge a questa conclusione considerando che l’art.6 della L.155/05 impone la data retention per “dati del traffico telefonico o telematico, anche se non soggetti a fatturazione, e gli stessi, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni, e limitatamente alle informazioni che consentono la tracciabilità degli accessi”. Questa interpretazione è confermata dal successivo decreto ministeriale 16 agosto 2005, il cui art. 1 dice chiaramente che gli obblighi valgono per “i titolari o gestori di un esercizio pubblico o di un circolo privato di qualsiasi specie nel quale sono poste a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci, apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche.” Ribadisce il concetto l’art.2 del decreto (Monitoraggio delle attività) che fa nuovamente riferimento alla “comunicazione” come oggetto degli obblighi di retention. Si legge infatti nella norma: ”I soggetti di cui all’art. 1 adottano le misure necessarie a memorizzare e mantenere i dati relativi alla data ed ora della comunicazione e alla tipologia del servizio utilizzato, abbinabili univocamente al terminale utilizzato dall’utente, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni.”.
Quindi il concetto è che andrebbero conservati solo i dati di quella tipologia di traffico che rientra nella categoria “comunicazione”, cioè – per semplificare – tutto ciò che è protetto dall’art.15 della Costituzione; mentre sarebbero esclusi tutti quei servizi – come la pubblicazione di file o la diffusione/messa a disposizione di contenuti – che rientrano nell’art.21 Cost.

Prendiamo atto con soddisfazione, invece, che l’art.2 del DM 16 agosto 2005 recepisce finalmente – seppur in piccola parte – la necessità di conservare i dati garantendone la non alterabilità e la non accessibilità a terzi non autorizzati. Da anni ALCEI si batte perché i tribunali riconoscano la dignità di “prova” processuale solo a dati e log di sistema generati, manipolati e custoditi con adeguate cautele e non a qualsiasi file di testo, magari stampato su un normale foglio di carta. Con l’entrata in vigore di questa norma, invece, si registra un primo, piccolo ma significativo cambio di rotta. E’ evidente, infatti, che ben difficilmente i dati circostanziali di traffico potranno avere un valore probatorio se non saranno conservati seguendo almeno le minime indicazioni del decreto ministeriale. Ben altro ci sarebbe da fare per realizzare compiutamente il sistema processuale della “prova informatica”, ma quantomeno cominciano a esserci delle norme che vanno nella direzione giusta.

E’, viceversa, grave il presupposto politico-giuridico su cui si basa il pacchetto Pisanu e che tramite l’eliminazione dell’anonimato, porterà alla messa al bando – o al sostanziale ridimensionamento – dell’utilizzo di sistemi crittografici.
Fin dalla sua costituzione, risalente al 1994, ALCEI si è fatta portatrice di un approccio sull’anonimato che, successivamente, è stato definito “anonimato protetto” (una formula per la quale il provider – e solo il provider – si fa garante della reale identità dell’abbonato e che comunicherà alla magistratura solo in caso di commissione di atti illeciti). Ma il pacchetto Pisanu sposa un approccio ciecamente repressivo che non tiene conto della decennale elaborazione giuridica sul tema e implica di fatto, la potenziale messa al bando di tutti quei servizi (anonymous remailer, anonymous surfing, ma anche VPN) che si basano sulla crittografia forte e che costituiscono, oltre che uno strumento per la tutela delle libertà civili, un importante componente per la protezione delle infrastrutture critiche di un paese.
Il pacchetto Pisanu potrebbe essere interpretato nel senso di vietare quei servizi che non consentono la conservazione dei dati circostanziali di traffico o che ne producono di inutili: ne conseguirebbe la messa fuori legge anche degli strumenti che consentono di realizzare il risultato e dunque, in ultima analisi, della crittografia.
Non sarebbe certo una novità, visto che si tentò senza successo il “colpo di mano” già con il famigerato “decreto Urbani” sul peer-to-peer (vedi http://www.alcei.org/index.php/archives/4). Ma ora – a differenza di allora – il Parlamento è riuscito a muovere il primo passo verso quello che sembra un obiettivo “segnato”: la sostanziale limitazione dei diritti civili nella società dell’informazione.

Convegno:
Cyberfreedom – Pescara
3 e 4 settembre 2005

Resistenza culturale contro la censura. Per maggiori informazioni, questo è il sito del convegno.

PROGRAMMA

3 SETTEMBRE

MATTINA: RETI IMBAVAGLIATE (h. 9:30 – 13:30)

Introduzione (a cura di Peacelink e MetroOlografix)
Carlo “Gubi” Gubitosa, segretario PeaceLink; Alessio “Isazi” Sclocco, presidente Metro Olografix; Stefano “Neuro” Chiccarelli, fondatore Metro Olografix.

Interventi:

Vecchie e nuove censure nella storia dell’informazione italiana (Luca Kocci, ass. PeaceLink – redattore agenzia Adista)
Antimafia imbavagliata: l’oscuramento di www.accadeinsicilia.net (Carlo Ruta)
Le vicende di Autistici/Inventati, Indymedia, Isole Nella Rete (Avv. Gilberto Pagani)
La Full Disclosure : cos’e’, a cosa serve, perche’ e’ proibita. (Stefano “raistlin” Zanero, s0ftpj)
Liberta’ di espressione e reti di “file sharing” (Avv. Andrea Monti, ALCEI)
La “Catena di San Libero” e l’esperienza di un giornalista scomodo (Riccardo Orioles)
Il caso della base di Sigonella (Marco Benanti)

Confronto e dibattito

POMERIGGIO: LE VOCI SCOMODE DI STAMPA E TV (h 14:30 – 19:00)

Interventi:

Storia di una censura color porpora (Rita Pennarola, condirettore “La voce della campania”)
Come sparisce un giornale: il caso de “La rivista del volontariato” (Paola Springhetti, direttrice “La rivista del volontariato”)
Discovolante Tv: storia di una Telestreet (Enea Discepoli, Discovolante Telestreet)
Come oscurare una Tv di quartiere (Guglielmo Goglia, Dream TV)
Come zittire una commissione d’inchiesta (Roberto di Nunzio, ex-consulente commissione d’inchiesta Ilaria Alpi)
Giornalismo d’inchiesta: il caso di Ilaria Alpi (Rappresentante premio giornalistico Ilaria Alpi)
Ma il sistema televisivo e’ democratico? (Mario Albanesi – Coordinamento Nazionale Nuove Antenne)
La censura nei fumetti e nei cartoni animati giapponesi in Italia. Breve cronistoria di pratiche, fenomeni e casi nell’adattamento delle produzioni nipponiche nel nostro paese (Nicola D’Agostino)
C’era una volta a Parigi: una breve storia della Olympia Press (Anna Battista)

[Ospiti a sorpresa]

Confronto e dibattito

UN CONVEGNO APERTO: RACCOLTA CONTRIBUTI

Chiunque abbia delle esperienze di censura o di informazione negata da raccontare, può liberamente partecipare ai lavori del convegno inviando a cyberfreedom@olografix.org inviando una breve presentazione dell’esperienza che si vuole descrivere.

Gli atti del convegno (sbobinature degli interventi non riviste dagli autori) verranno pubblicati sui siti www.peacelink.it e www.olografix.org nel corso del mese di ottobre.

Comunicato ALCEI del 21 giugno 2005

Abusi e connivenze: non si tratta solo del “caso Aruba”

Il 21 giugno 2004 è venuto alla luce un fatto preoccupante, che purtroppo è tutt’altro che un caso isolato. Si è scoperto che un server, collocato presso la webfarm di Aruba, è stato sottoposto per un anno (all’insaputa dei suoi proprietari) al controllo della polizia postale, che è in grado di verificare, copiare e conservare tutti i suoi contenuti – nell’ambito di un’indagine che riguarda una sola casella di posta. Il server appartiene dell’associazione Autistici/Inventati – uno dei punti di riferimento telematici dell’opinione antagonista italiana – e i fatti sono riassunti in un suo comunicato stampa.

Più che il fatto specifico (già ampiamente documentato in informazioni disponibili online) è importante osservare il fenomeno in una prospettiva più generale. Per ogni caso singolo che viene messo in evidenza, ce ne sono migliaia che sfuggono a ogni “onore delle cronache”, o rimangono chiusi in difficilmente accessibili documentazioni istruttorie o archivi riservati delle forze dell’ordine.
Un’analisi più dettagliata degli aspetti tecnici, giuridici e normativi si trova in un allegato. Qui ci limitiamo a una sintesi dei punti più rilevanti.
Il problema è tutt’altro che nuovo. Infatti da dieci anni ALCEI chiede che durante le indagini di polizia vengano rispettati i diritti di chi non è nemmeno indagato e tuttavia subisce il sequestro della propria corrispondenza (nonché, in troppi casi, persecuzioni di varia specie, fra cui l’illegale e inaccettabile sequestro di computer e altri strumenti tecnici).
Fin dalle origini dell’internet ipotesi di violenze e altre illegalità sono state il pretesto per ogni sorta di censure, invadenze e illegittimi controlli che vanno molto al di là dei reali obiettivi di repressione del crimine. Con la crescente minaccia del terrorismo la situazione si è, ovviamente, aggravata.

Il fatto è semplice, nella sua evidente gravità. Si approfitta dell’occasione offerta da qualche ipotesi riguardante attività illegali (anche se spesso molto meno gravi e pericolose dei crimini terroristici) per allargare l’indagine a cittadini e organizzazioni non solo innocenti, ma anche del tutto estranee a qualsiasi attività o comportamento che possa suscitare sospetti.
Ogni notizia di attività odiose e pericolose viene sistematicamente sfruttata per chiedere “maggiori poteri”, che spesso si traducono in indiscriminate e incontrollate “licenze di spiare” anche in direzioni che non hanno alcun rapporto, reale o plausibile, con la repressione del crimine. Non è raro che ciò avvenga con il passivo consenso, se non la volontaria connivenza, di imprese private che non esitano a violare in diritti di chi si serve delle loro risorse.

È ovvio, quanto grave, che la continua proliferazione di questi abusi (che non hanno alcuna utilità per il contrasto al terrorismo o ad altre attività criminali) è una grave violazione non solo dei diritti di chi usa la rete, ma in generale della libertà di opinione e di comunicazione, della società civile e di fondamentali diritti dei cittadini.

Documento del 12 maggio 2004

Italian Crackdown, dieci anni dopo

Passato praticamente nel silenzio il decennale della operazione di polizia che nel 1994 distrusse, ingiustamente, la telematica amatoriale italiana con la scusa di proteggere il diritto d’autore. – 12/05/2004

La lezione dell’Italian Crackdown. Un articolo di Andrea Monti su Interlex.

1994, 2004…”1984″ la storia continua. Un articolo di Giancarlo Livraghi pubblicato su Interlex e ripreso da Punto Informatico.

Quando sequestrarono i tappetini dei mouse. Un articolo di Daniele Coliva pubblicato su Interlex.

Comunicato ALCEI del 24 gennaio 2004

Ambiguità e pericoli della “prevenzione”
English text

C’è diffusa preoccupazione per le conseguenze del decreto legge 354 (emanato dal governo italiano il 24 dicembre 2003) che stabilisce, a carico dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica, l?obbligo di conservazione fino a cinque anni dei dati di traffico dei servizi telefonici e internet trattati per finalitˆ di fatturazione, ma utilizzabili per ispezione da parte di magistrati inquirenti, forze di polizia o altre funzioni di stato.

Il problema era stato segnalato da ALCEI nel suo comunicato del 23 dicembre 2003 La conservazione indiscriminata del traffico internet non serve ad arrestare i criminali e minaccia la libertà di imprese e cittadini e ha poi dato luogo a vari rilievi e molteplici discussioni non solo in Italia, ma anche in ambito internazionale, dove il tema della data retention è oggetto da tempo di dibattiti e polemiche, per lo più in relazione a problemi di privacy.

Il tema merita un ulteriore approfondimento e va collocato in una prospettiva più ampia, di cui questo è solo un episodio.

Quel decreto legge è nato, quasi casualmente, per l’affrettata decisione di modificare le conseguenze di un precedente decreto legislativo (il 196 del luglio 2003 – Testo Unico sul trattamento dei dati personali) che, per motivi di privacy, aveva disposto (peraltro con varie eccezioni) l’eliminazione dei dati archiviati dopo trenta mesi.

Il testo del nuovo decreto legge ̬ confuso, disordinato e poco chiaro Рma nella sostanza non modifica lo stato di fatto precedente, se non per un allungamento obbligatorio del tempo di conservazione dei dati.

Il decreto legge, preso in sè, (e nell’ipotesi che rimanga tal quale e sia applicato con “buone intenzioni”) non è più preoccupante o vessatorio di altri provvedimenti emanati o in corso di emanazione sulle attività in rete. Ma se lo si osserva nel contesto, cioè nel processo di continua erosione dei diritti civili da tempo in atto, si rivela come ennesimo sintomo di un problema più generale – che non riguarda solo l’Italia.

Quando si parla di data retention i termini del dibattito si riassumono quasi sempre nel contrasto fra sostenitori della privacy e organismi investigativi. Se ci si limita a questo tema (importante, ma non l’unico nè il principale) si perdono di vista sia i pericoli per altri, e non meno rilevanti, diritti individuali, sia il quadro pi� generale del rapporto fra dovere di protezione da parte dello Stato e rispetto dei diritti civili.

In particolare, sta emergendo prepotentemente la tendenza (già da molto tempo sviluppata in pratica, ma non ancora formalmente codificata) a trasformare il criterio di responsabilità dalla sanzione degli effetti di un comportamento a punizione di uno “status” considerato a priori come colpevole.

Cioè il concetto, in sè legittimo e corretto, di prevenzione si trasforma in sanzione arbitraria contro categorie, reali o immaginarie, di “presunti trasgressori”.

Non c’è dunque, il responsabile di un furto, ma “il ladro”. Non l’autore di un accesso abusivo a una rete, ma “il pirata” (definizione impropria e bizzarramente applicata anche ad attività, illecite o non, che nulla hanno a che vedere con omicidi, ladrocini ed estorsioni). Non c’è il soggetto che detiene immagini pornografiche prodotte mediante lo sfruttamento sessuale dei minori, ma “il pedofilo”.

In altri termini, si creano “modelli criminali” che vanno puniti non per quello che fanno, ma per quello che sono, o, meglio, che potrebbero essere. Senza nemmeno bisogno che il “modello” compia concretamente un atto illecito.

E’ evidente che queste definizioni, sostanzialmente vaghe, approssimate e arbitrarie, permettono a chiunque abbia poteri di controllo e sanzione di perseguitare, con una varietà di pretesti, chiunque sia sgradito, dissenziente o scomodo.

Il quadro, ovviamente, si aggrava in presenza di un problema drammatico e preoccupante come il terrorismo. Che mette in evidenza la necessità di una intelligente prevenzione – quanto la necessità (funzionale oltre che etica) di non scatenare arbitrarie e pericolose cacce alle streghe, di non cadere in “categorizzazioni” improprie – e di non intaccare, con il pretesto della minaccia terrorista, quei diritti umani e civili, e quelle libertà personali, di cui ci si dichiara difensori.

In questo contesto, la data retention (insieme ai criteri, inevitabilmente arbitrari, di analisi e classificazione dei contenuti) gioca un ruolo essenziale perchè consente di creare tanti “modelli comportamentali” quante sono le necessità di chi indaga – come di chiunque altro, per qualsiasi altro motivo, ha accesso ai dati. E per di più, considerato che una conservazione generalizzata dei dati di traffico è estremamente onerosa sia dal punto di vista tecnico, sia da quello economico-gestionale, non è improbabile che si debba operare una scelta sui soggetti il cui traffico dovrà essere conservato. Aprendo così la strada a schedature di massa delle persone “sgradite” al potere. Che già esiste ma con più massicce risorse tecniche non solo può essere enormemente potenziata, ma può anche creare infinite complicazioni per le inevitabili imperfezioni e arbitrarietà degli automatismi.

Sappiamo, per esperienza pratica, che la “profilazione” a fini commerciali funziona malissimo ed è molto meno efficace di altre, più civili, forme di dialogo e scelta degli interlocutori. Ma la leggenda, diffusa ad arte dai mercanti di dati, della sua efficacia ha prodotto non solo un comprensibile allarme, ma un esagerato allarmismo – per cui se da un lato si tenta di limitare la “profilazione” come strumento commerciale, dall’altro si immagina che sia uno strumento utile per le indagini – o per altri controlli e manipolazioni, tutt’altro che trasparenti e legittime, da parte dei centri di potere.

Con l’uso di strumenti inaffidabili quanto manipolabili si sviluppano indagini e processi (oltre a molte forme non giudiziarie di persecuzione) contro “identità virtuali” che possono facilmente essere create ad hoc secondo ogni sorta di pregiudizi o di intenzioni persecutorie. Con l’aggravante che le vittime non sanno come difendersi perchè l’indagine è “fatta con il computer” e perchè non c’è modo di sapere come siano stati generati i dati.

Così il mito di “infallibilità della macchina” si incrocia con una forma di “neo lombrosismo” che permette di creare ad libitum categorie di presunti “criminali tendenziali” o “tipologie predisposte” a qualsiasi persona, o categoria di persone, sia considerata scomoda o fastidiosa. Una specie di pogrom istituzionalizzato, senza neppure la trasparenza e la visibilitˆ di un pregiudizio etnico o culturale pubblicamente dichiarato.

Inoltre, in ogni indagine “automatizzata” possono nascondersi pericoli di varia specie. Criteri impropri o arbitrari possono essere inseriti nel sistema in modo occulto e difficilmente rilevabile – e altrettanto “invisibili” distorsioni possono derivare dall?imperizia, o dall?intenzionale deformazione, di un operatore.

Una somma di intenzionali persecuzioni e di involontari errori (e con infinite complicazioni derivanti dalla “convergenza” dei due fattori) può produrre conseguenze così vaste e complesse che è preoccupante anche solo immaginarle.

Su questo tema dovremo ritornare, in una prospettiva piùestesa. Ma intanto, e come provvisoria conclusione, ritorniamo al caso specifico di questo decreto legge. E’ vero che si parla, nel decreto, di procedure “garantiste” sulla conservazione sull?accesso ai dati di traffico, ma senza alcuna chiara indicazione di come debbano essere realizzate. Per di più, se la creazione dei dati di traffico è intenzionalmente truccata, o casualmente inesatta, conservarli “correttamente” significa solo conservare sistematicamente dati sbagliati. E chiunque abbia un po’ di competenza in fatto di elaborazione elettronica sa che questo non è solo possibile, ma piuttosto frequente.

Insomma la necessitˆ di sorveglianza per la difesa dei diritti civili e delle libertˆ individuali non riguarda solo la privacy. E va molto oltre il caso specifico di questo mal concepito decreto legge, che � solo un episodio di una serie lunga nel tempo, che tende continuamente a peggiorare.

Dossier – La strumentalizzazione dell’attentato agli USA da parte di politici e giornalisti a danno delle libertà civili. Intollerabile e vergognoso caso sciacallaggio

Dopo l’undici settembre
Sciacalli, sciocchi e sciagurati. Un articolo di Giancarlo Livraghi pubblicato su Media Forum
La democrazia alla prova del terrore. Un articolo di Robert Rubin su MyTech
Luciano. E ora meno libertà sulla rete. Un articolo su Punto Informatico che riporta le preoccupanti affermazioni del Commissario dell’Autorità per le TLC
– Un messaggio dalla lista soci di ALCEI:
15 settembre 2001

Agli esempi indicati da Andrea e Stefano se ne stanno aggiungendo molti altri. E’ impossibile star dietro a tutto… ma ecco, per esempio, due casi colti in una sola sera e in due sole trasmissioni televisive.

14 settembre, Rai 1, nel programma di Bruno Vespa. C’e’ un ambiguo personaggio che si presenta come un prete cattolico. Dice cose allucinanti. “Rivela” una cosa ovvia (e di pubblico dominio): le organizzazioni terroriste hanno diramazioni in trenta (o piu’) paesi, collegate fra loro ma in grado di agire anche indipendentemente.

Dice, con aria minacciosa, che cio’ che e’ accaduto e’ solo un piccolo assaggio e che “sono in grado di sterminare tutto l’occidente”. La definizione di “occidente” puo’ essere imprecisa… ma vuol dire che intendono massacrare un miliardo o piu’ di persone? Dice anche che sapeva che avrebbero usato aeroplani passeggeri come bombe. L’ha saputo per qualche imperscrutabile canale segreto? No. Secondo lui se ne parlava qua e la’, nei bar e nei salotti dei paesi arabi.

Come mai nessuno se n’e’ accorto? E se lui lo sapeva perche’ non l’ha detto prima? Difficile capire quanto quel personaggio sia vero o finto; e perche’ sia stato portato in televisione a dire quelle cose. Ma sapete come ha concluso il suo allucinante discorso? Dicendo che per reclutare nuovi terroristi usano l’internet.

Poco dopo… Canale 5, Maurizio Costanzo. Abbondantemente recidivo nella “demonizzazione” della rete. Si sbizzarrisce in una varieta’ di argomenti. “Hanno usato l’internet per addestrare i piloti” (a parte il fatto che e’ un’idiozia, sappiamo che avevano accesso ad addestramenti veri e a veri simulatori di volo). Poi presenta in pompa magna un tale del telegiornale 5 che “rivela” l’esistenza di siti web che offrono, per pochi soldi, documenti falsi (lo sanno anche le pecore da anni… ed e’ ovvio che chiunque puo’ “falsificare” qualsiasi cosa a casa sua con uno scanner, un buon programma di grafica e una stampante – basta che poi chi controlla quei “documenti” non lo faccia con molta attenzione).

Ad abundantiam ci sono indagini, gia’ di pubblico dominio, da cui risulta che (come e’ ovvio) non sono stati quelli i metodi usati per preparare la strage. Ma tutti gli astanti “prendono per buona” quella “straordinaria rivelazione”.

Eccetera… si ammucchiano altre velenose sciocchezze dello stesso genere. Come “esperto” dell’internet e’ presente il solito giuggiolo Beppe Severgnini… che sta sul vago e non dice una parol a su quanto quei discorsi siano insensati. Neppure quando un altro dei presenti (che si attribuisce, chissa’ come e perche’, la qualifica di “esperto in terrorismo”) tira fuori, piu’ che mai a sproposito, vecchie panzane a proposito di hacker e di “aggressioni” al Pentagono. La malafede e’, ancora una volta, evidente. L’insensatezza delle cose dette… anche.

Questi sono solo due fra tanti esempi. Vi risparmio i commenti… ma vorrei dire una cosa. Qui non si tratta solo dell’internet. Se mentono e strumentalizzano spietatamente su un argomento che conosciamo, quante altre balle e imbrogli ci stanno propinando su un’infinita’ di altre faccende? E quanti sciacalli non si fermano neanche davanti a una tragedia, ma dopo aver pianto qualche ipocrita lagrimuccia cercano di approfittarne per qualche loro egoistico motivo? Chi, per esempio, ha guadagnato miliardi in borsa giocando al ribasso? Parecchi pesci grossi. Compresi, molto probabilmente, i finanziatori degli assassini – magari avvantaggiati dal fatto di sapere in anticipo che cosa sarebbe successo. Ingenuamente, credevo che avessero chiuso Wall Street per mettere un freno alle speculazioni. Pare di no… nel disastro si erano guastati alcuni sistemi di rete… stanno lavorando a pieno regime per rimetterli in piedi il piu’ presto possibile.

Perdonatemi la lunghezza. E mi scuso se sono andato un po’ off topic. Ma non credo che si possa parlare di cio’ che ri guarda la rete senza dare un’occhiata a tutto il resto.

Giancarlo Livraghi

Anti-Attacks Feds Push Carnivore. Un articolo su Wired secondo il quale agenti federali avrebbero cercato di convincere gli ISP ad installare Carnivore (il sistema di intercettazione per l’internet)
Senate OKs FBI Net Spying. Un articolo su Wired secondo il quale il FBI è ora autorizzato ad usare Carnivore

Documento del 18 ottobre 2000

Global Internet Liberty Campaign – Lettera sulla futura convenzione internazionale sui reati informatici inviata alla Commissione Europea

18 ottobre 2000

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Egregi
Comitato di Esperti sulla Criminalità Informatica, Comitato dei Ministri e Assemblea Parlamentare

Vi scriviamo per conto di un gran numero di organizzazioni rappresentanti la società civile in Nord America ed Europa per opporci alla proposta di Convenzione sulla Criminalità Informatica (Convention on Cyber-Crime).

Crediamo che la bozza di trattato sia contraria a norme -ormai costituite- a tutela dell?individuo, che esso estenda in maniera impropria l?autorità di polizia dei governi nazionali, e che ridurrà in futuro gli obblighi del governo di render conto in ambito giuridico.

Specificamente, facciamo obiezione alle norme che richiedono agli Internet Service Provider la conservazione di registrazioni relative alle attività dei loro clienti. (Articoli 17, 18, 24, 25). Tali norme mettono fortemente a rischio la riservatezza ed i diritti umani degli utenti Internet e sono in contrasto con principi ormai radicati di protezione dei dati come la Direttiva sulla Protezione dei Dati personali dell?Unione Europea.

Simili informazioni sulla trasmissione di comunicazioni sono state usate in passato per identificare i dissidenti politici e perseguitare le minoranze. Vi chiediamo di non imporre tale richiesta in una moderna rete di comunicazioni. A nostro parere, l?intero Articolo 18 è incompatibile con l?Articolo 8 della Convenzione Europea sui Diritti Umani (ECHR) e con la giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani.

Ci opponiamo inoltre al concetto di ?Dispositivi illegali? stabilito nell?Articolo 6. Crediamo che tale concetto manchi della specificità sufficiente ad assicurare che non diverrà uno strumento multifunzionale per porre sotto indagine gli individui impegnati in attività completamente legali che implicano l?utilizzo del computer. Come messo in evidenza da esperti del settore, questa norma scor aggerà anche lo sviluppo di nuovi strumenti di sicurezza e darà al governo un ruolo improprio nella regolamentazione delle innovazioni scientifiche.

Ci opponiamo anche alla drammatica estensione dei reati legati al copyright nel proposto Articolo 10. Le sanzioni penali non sono mai state ritenute un rimedio appropriato alle infrazioni di copyright, né i sottostanti trattati a cui si fa riferimento impongono la necessità di tali pene. L?istituzione di nuovi reati penali non dovrebbe avvenire per mezzo di una convenzione internazionale in un?area in cui le leggi nazionali sono talmente incerte.

Più in generale, siamo in disaccordo con iniziative che consentono assistenza reciproca senza presenza dello stesso crimine in due posti diversi.

Tale richiesta è proritaria per preservare l?autorità sovrana delle nazioni.

In aggiunta, riteniamo che si debbano stabilire procedure trasparenti nelle investigazioni internazionali, e che nessuna agenzia di polizia proveniente da una giurisizione differente possa agire per conto di un altro paese senza delle chiare procedure investigative all?interno della propria giurisdizione. Paesi di versi hanno procedure diverse, normalmente, ma ora abbiamo l?opportunitò di armonizzarle, a condizione di assicurare un alto livello di coerenza in merito alla protezione dei diritti dell?individuo.

Le sanzioni penali degli Articoli 9 e 11 potrebbero avere come effetto il congelamento della libera circolazione di informazioni ed idee. Imporre una responsabilità sugli Internet Service Provider per contenuti realizzati da terze parti pone un irragionevole costo sui fornitori di nuovi servizi di rete ed incoraggerà un controllo non appropriato delle comunicazioni private.

L?Articolo 14, che stabilisce i requisiti per la perquisizione ed il sequestro di dati immagazzinati elettronicamente manca della necessaria tutela procedurale per salvaguardare i diritti degli individui e per assicurare il diritto alla difesa.

In particolare, non si fa alcuno sforzso per assicurare che un controllo giurisdizionale indipendente, che garantisca il rispetto delle libertà e dei diritti essenziali, avvegna prima che si intraprenda una perquisizione da parte dello stato.

Tali perquisizioni costituirebbero una ?interferenza arbitraria? secondo le norme del diritto internazionale.

Gli Articoli 14 e 15 potrebbero istituire la necessità di un accesso da parte del governo a chiavi di cifratura che obbligherebbero gli individui ad incriminare se stessi, il che sarebbe incompatibile con l?Articolo 6 della Convenzione Europea sui Diritti Umani e con la giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani. Ci opponiamo anche all?ambiguità che si rileva nello stesso articolo in merito all?accesso da parte del governo alle chiavi di decifratura. Il Ocncilio d?Europa dovrebbe chiarire tale norma in modo che i paesi membri non si prendano la convenzione come un mandato ad approvare legislazioni che consentono l?autoincriminazione.

Facciamo obiezione in termini molto forti al modo in cui tale proposta è stata sviluppata. Agenzie di polizia e potenti interessi privati che agiscono al di fuori dei mezzi democratici di controllo hanno cercato di utilizzare un procedimento chiuso per stabilire regole che avranno l?effetto di diritto con valore vincolante.

Riteniamo che tale procedimento violi i requisiti di trasparenza e sia in contrasto con i metodi democratici di decisione.

Gli esperti in materia di riservatezza hanno chiaramente espresso la loro opposizione a tale proposta.

Un esperto ha fatto notare che gli sforzi per sviluppare una convenzione internazionale sul ?Crimine informatico? potrebbero condurre ?gravissime restizioni alla privacy, all?anonimato e alla cifratura?.

Gli addetti allla Protezione dei dati hanno chiaramente espresso la loro opposizione a tale proposta. Una lettera da noti esperti di sicurezza, educatori e rivenditori afferma che ?la proposta di trattato potrebbe inavvertitamente risultare nella criminalizzazione di tecniche e di software normalmente utilizzati per rendere i sistemi informatici resistenti agli attacchi? e che tale trattato ?avrà impatto negativo su esperti di sicurezza, ricercatori ed educatori?.

Ora un grande numero di organizzazioni rappresentanti la società civile in tutto il mondo ribadiscono con noi l?opposizione a tale proposta.

Riteniamo che ogni proposta di creare nuove autorità investigative ed accusatorie debba comprendere un?attenta considerazione degli Articoli 8 e 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani e la relativa giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani. Non crediamo che a tali strumenti sia stata data adeguata considerazione nello sviluppo di questa proposta. Inoltre, riteniamo che le OECD Cryptography Policy Guidelines e le OECD Guidelines for the Security of Information Systems riflettano una visione più equa e lungimirante del bisogno di promuovere tecniche di maggiore sicurezza per ridurre il rischio di crimini informatici , rispetto alla proposta attualmente in considerazione.

Infine, La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fa riferimento direttamente agli obblighi del governo di proteggere la riservatezza delle comunicazioni e la libertà di esperessione con nuovi mezzi di comunicazione.

L?Articolo 12 afferma che ?Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza.?

L?Articolo 19 stabilisce inoltre che ?Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.?

Vi chiediamo di non approvare la proposta di trattato in questo momento. Noi sottoscritti siamo pronti a supportare il Comitato di Esperti con persone esperte del settore per fornire una migliore stesura del documento, diretta non solo alla punizione, ma anche alla prevenzione dei crimini informatici.

Firmato da,

American Civil Liberties Union (US)
http://www.aclu.org/

Associazione per la Libertà nella Comunicazione
Elettronica Interattiva – ALCEI (IT)
http://www.alcei.it/

Bits of Freedom (NL)

Home

Canadian Journalists for Free Expression (CA)
http://www.cjfe.org/

Center for Democracy and Technology (US)

Home

Computer Professional for Social Responsibility (US)
http://www.cpsr.org/

Cyber-Rights & Cyber-Liberties (UK)
http://www.cyber-rights.org

Derechos Human Rights and Equipo Nizkor (US)
http://www.derechos.org/

Digital Freedom Network (US)
http://www.dfn.org/

Electronic Frontier Foundation (US)
http://www.eff.org/

Electronic Frontiers Australia (AU)
http://www.efa.org.au

Electronic Privacy Informatio n Center (US)
http://www.epic.org/

Feminists Against Censorship (UK)
http://fiawol.demon.co.uk/FAC/

Internet Freedom (UK)
http://www.netfreedom.org/

Internet Society – Bulgaria (BG)
http://www.isoc.bg/

Internet Society
http://www.isoc.org/

IRIS – Imaginons un r?seau Internet solidaire (FR)
http://www.iris.sgdg.org

Kript opolis (ES)
http://www.kristopolis.org/

LINK Centre, Wits University, Johannesburg (ZA)

NetAction (US)
http://www.netaction.org/

Opennet
http://www.opennet.org/

Privacy International (UK)
http://www.privacyinternational.org/

quintessenz (AT)
http://www.quintessenz.at/

Verein f?r Internet Benutzer (AT)
http://www.vibe.at/

XS4ALL (NL)
http://www.xs4all.nl/

Documenti di riferimento

COE Convention on Cyber-Crime (draft)
http://conventions.coe.int/treaty/EN/projets/cybercrime.doc

COE Convention for the Protection of Human Rights
and Fundamental Freedoms
http://www.coe.fr/eng/legaltxt/5e.htm

COE Conventions – Background
http://conventions.coe.int/treaty/EN/cadreintro.htm

IAB/IESG Statement on Wassenaar Arrangement
http://www.iab.org/iab/121898.txt

IETF Policy on Wiretapping (RFC 2804)
ftp://ftp.isi.edu/in-notes/rfc2804.txt

OECD Cryptography Policy Guidelines (1997)
http://www.oecd.org//dsti/sti/it/secur/prod/e-crypto.htm

OECD Guidelines for the Security of Information Systems (1992)
http://www.oecd.org//dsti/sti/it/secur/prod/e_secur.htm

Security Focus Commentary on COE Convention
http://www.securityfocus.com/news/39

Statement of Concern from Technology Professionals
on Proposed COE Convention on Cyber-Crime
http://www.cerias.purdue.edu/homes/spaf/coe/TREATY_LETTER.html

Universal Declaration of Human Rights
http://www.un.org/Overview/rights.html

Documento del 1 marzo 1999

Far crescere la rete al servizio dei cittadini – Intervento di ALCEI al convegno “Internet: i diritti telematici”
Vorremmo prima di tutto ringraziare gli organizzatori di questo convegno per il fatto di averlo voluto e per la chiara intenzione di vedere la rete nella sua realtà e nei suoi valori, come uno strumento per la società civile, per l’economia, per la cultura, anziché (come troppo spesso accade) come una specie di “oggetto estraneo” da reprimere, controllare, censurare prima ancora di averne capito la natura e le potenzialità.

Il tema principale di questo intervento è la recente proposta di ALCEI sulla compatibilità e trasparenza delle tecnologie; ma ci sono alcuni altri argomenti cui ci sembra necessario accennare, come o problemi fondamentali di libertà e cultura della rete, la discussa e discutibile questione delle tariffe e degli incentivi e alcuni fenomeni gravi che sembrano sfuggire all’attenzione dei grandi mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, come gli illegittimi e ingiustificabili sequestri di computer.

L’Italia, purtroppo, è ancora molto arretrata nell’uso dei nuovi sistemi di comunicazione. L’uso della rete sta gradualmente crescendo, ma siamo ancora molto lontani da un livello di diffusione e di attività adeguato al ruolo della nostra cultura e della nostra economia.
L’Italia ha oltre il 12 per cento del prodotto interno lordo in Europa, il 14 % delle automobili, oltre il 17 % dei telefoni cellulari – e il 7 % della rete. Per numero di host internet rispetto al reddito siamo all’ultimo posto nell’Unione Europea – e su scala mondiale siamo dietro a molti paesi dell’Europa orientale e dell’America latina. Lontanissimi dai livelli dei paesi più avanzati, come gli Stati Uniti, i paesi scandinavi, l’Olanda, il Belgio, la Svizzera, l’Austria, eccetera.

Uno dei problemi fondamentali nella diffusione globale della rete è stato segnalato nella “Dichiarazione di Bonn” http://gandalf.it/net/bonn.htm dell’Unione Europea del 9 luglio 1997: quello dei have not, cioè dei “non abbienti” di informazione. Non solo sono esclusi dal circuito informativo molti paesi “in via di sviluppo” (compresi non pochi dell’area Europa-Mediterraneo) ma anche gran parte della popolazione in paesi come l’Italia. Non potremo avere una vera civiltà della rete finche le nuove tecnologie saranno considerate “un giocattolo per i ricchi” anziché uno strumento di vita e di partecipazione per tutti e in particolare per quelle categorie sociali che oggi sono “emarginate”. Alle “buone intenzioni” espresse in quella dichiarazione (e anche in altre circostanze) non sono, finora, seguiti i fatti; né in Europa né, in particolare, in Italia.

Trasparenza e compatibilità: liberarci dalla “schiavitù elettronica”
L’importanza dei sistemi operativi freeware, cioè open source, da qualche tempo è salita “all’onore delle cronache”. Non è più un argomento riservato a pochi esperti di tecnologia, ma un tema che si pone con sempre maggiore intensità anche nei grandi mezzi di informazione e nel mondo delle imprese.

Ciò che ci sembra importante notare è che non si tratta solo di un problema tecnico ma di un fatto rilevante per l’economia e per la società civile. Cioè di un tema politico nel senso più serio e alto della parola.

Non si tratta soltanto di software ma anche di linguaggi e “protocolli”; cioè di tutto ciò che riguarda non solo l’informatica ma anche la telematica e i sistemi di comunicazione.

Il tema può apparire tecnicamente complesso ma nella sostanza è estremamente semplice. I sistemi di comunicazione del nostro paese (come di tutte le nazioni del mondo) non debbono essere asserviti a tecnologie di cui non ci è neppure consentito conoscere la natura e il funzionamento. Inutilmente complesse, inutilmente costose, spesso inefficienti. Se nessuno può “dettare” le scelte tecniche alle imprese private, si può e si deve stabilire che tutto ciò che è pubblico (cioè la Pubblica Amministrazione e tutti i servizi al pubblico, da chiunque gestiti) debba essere pienamente compatibile e trasparente .
Per non rendere troppo lungo questo intervento preghiamo i partecipanti a questo convegno, e tutte le persone interessate, di leggere i documenti che abbiamo preparato. (I documenti sono stati dist ribuiti ai partecipanti al convegno e sono reperibili su questo sito: il comunicato del 28 gennaio 1999 e il documento che esamina alcuni altri aspetti del problema e fornisce una serie di fonti per ulteriori approfondimenti).

Vorremmo solo sottolineare che all’asservimento tecnico segue l’asservimento culturale ed economico. Non è esagerazione o fantasia, ma è un fatto reale, che al monopolio delle tecnologie segue il dominio dei contenuti. È insensato consentire che leve di controllo come queste siano gestite da chiunque, in modo arbitrario e impenetrabile. Sarebbe come affidare la gestione acquedotti a qualcuno che non ci consente neppure un’analisi chimica dell’acqua potabile.

Si tratta di un problema che, ovviamente, non può essere completamente risolto in un solo paese. Intendiamo infatti proporlo anche su scala internazionale. Ma abbiamo preferito definirlo prima di tutto in Italia, perché questo è il nostro paese e perché ci sembra un’occasione importante per i nostri rappresentanti nell’Unione Europea e nella comunità internazionale. Per una volta le autorità e le forze politiche italiane, anziché solo “recepire” (non sempre in modo eccellente) le direttive e uropee su questi temi, potrebbero prendere l’iniziativa e assumere un ruolo propositivo su un tema che non è meno importante della “piattaforma digitale” per la televisione o dei sistemi di telecomunicazioni, anche se finora sembra essere sfuggito all’attenzione dei grandi interessi economici e del mondo politico.

Libertà e cultura
Accenniamo solo brevemente a questo tema perché ci sembra che finalmente, almeno in questa sede, ci sia consenso su alcuni punti fondamentali.

È venuto il momento di mettere fine alle insistenti campagne di “criminalizzazione” e “demonizzazione” della rete, che sono uno dei motivi del nostro sottosviluppo e del disagio dei cittadini nei confronti delle nuove tecnologie. Come di ogni tentativo di censura, comunque travestita, o di classificazione o “filtraggio” sei contenuti.

Secondo noi è anche importante correggere quella grossa parte del sistema informativo che pone troppa attenzione alle forme più spinte e bizzarre dell’avanzamento tecnologico, a usi marginali e poco rilevanti della rete, creando una diffusa percezione dei sistemi telematici come qualcosa di difficile, costoso, complesso, “estremo” e quindi interessante solo per pochi tecnomani e di nessun rilievo per la vita e la cultura delle persone e delle famiglie. Molti cittadini pensano “questa cosa a me non serve” e hanno ragione, perché la “cosa” che si sentono proporre e raccontare non è la rete nella sua realtà e utilità concreta ma un arruffato mondo di presunte “innovazioni” spesso inutili ed effimere. Ha ragione chi dice che la rete crescerà davvero in Italia quando i cittadini si troveranno davanti a servizi semplici e utili, offerti dalle imprese private come dalla pubblica amministrazione. Su questa strada siamo appena agli inizi in tutto il mondo – e particolarmente arretrati in Italia.

Tariffe e “incentivi”
Senza alcun desiderio di polemica, vorremmo dire che non condividiamo gli entusiasmi di chi pensa che l’abolizione della “tariffa urbana a tempo” sia una bacchetta magica capace di risolvere tutti i problemi della rete in Italia. Siamo d’accordo sull’utilità di agevolazioni anche tariffarie per facilitare l’accesso alla rete, ma crediamo che il problema debba essere visto nel quadro più esteso dei molti fattori che influiscono sulla situazione.

Altri interventi in questo convegno hanno già indicato alcuni motivi per cui il problema delle tariffe non è cosi’ semplice come può sembrare. Vogliamo qui limitarci a dire che se fosse davvero possibile abolire, sic et simpliciter, la “tariffa a tempo” (come negli Stati Uniti) questo potrebbe non solo eliminare un costo nell’uso del telefono (e-o della rete) ma anche molti trucchi e trucchetti più o meno palesi con cui si genera una moltiplicazione di “scatti” e quindi di spesa. Ma non ci sembra che questa sia una possibilità concreta.

Finora le campagne per l’abolizione della “tut” hanno portato ad aumenti delle tariffe o a “manovre” che giovano solo ai venditori di telefonia (in particolare la Telecom) a danno degli utenti. Ci sembra quindi importante verificare ogni attuale o possibile manovra sulle tariffe per capire dove si nascondono gli aumenti di costo; per cui ciò che (in apparenza) “agevola” qualcuno in realtà è pagato da qualcun altro (o dalla stessa persona o impresa sotto una “voce” diversa).

Per esempio ci preoccupa l’idea che si pensi a manovre tariffarie mirate solo ad agevolare collegamenti lunghi e continuati. Quel tipo di utilizzo (che sia per motivi di lavoro o di studio o per divertimento, come le chat line) è senza dubbio legittimo e non dev’e ssere ostacolato o penalizzato. Ma il rischio è che per favorire un tipo di utilizzo della rete se ne penalizzino altri (per esempio con un aumento del canone o con il mantenimento dei gravami sul “primo scatto”) e quindi, ancora una volta, la manovra tariffaria, sotto le “mentite spoglie” dell’agevolazione, si traduca in un danno per i cittadini e per le imprese.

Soprattutto, non dobbiamo illuderci che una riduzione, o anche un’ipotetica (quanto poco probabile) eliminazione totale dalla “tut”, possa miracolosamente farci uscire dalla nostra arretratezza. Questa ipotesi è ampiamente smentita dai fatti. La diffusione della rete è enormemente maggiore che da noi anche in paesi dove c’è la “tariffa a tempo”. E anche senza guardare fuori dai nostri confini basta osservare la smisurata crescita in Italia della telefonia cellulare, nonostante le tariffe molto più alte della telefonia “urbana”.

I problemi sono altri, e vanno esaminati con serietà. Tecnologie inutilmente costose e complesse. La percezione, artatamente diffusa quanto totalmente falsa, che per collegarsi alla rete occorrano computer di alte prestazioni e prezzo esorbitante. La mancata diffusione di nozioni elementari come il fatto che la “posta elettronica”, anche ai costi attuali , può far risparmiare molto rispetto al telefono interurbano (o cellulare), al fax e perfino alla posta ordinaria. Eccetera…

Se solo si facesse meglio conoscere a tutte le famiglie e imprese che già hanno un computer il semplice fatto che possono collegarsi con le macchine che hanno, senza acquistare altro che un modem; e incoraggiare la diffusione, per chi ancora non ha un computer, di macchine
efficienti a prezzo basso (anziché pensare all’assurda ipotesi di una “rottamazione” che incoraggerebbe solo il passaggio da macchine perfettamente adeguate ad altre inutilmente più costose) avremmo probabilmente dato l’avvio a una più seria e solida diffusione dell’uso della rete in Italia.

Il problema dei sequestri
Ci sono molti altri temi che secondo noi meritano di essere approfonditi; per esempio l’affollamento di norme e pastoie che, anche se motivate da “buone intenzioni”, si traducono spesso in abusi, restrizioni ingiustificate, complicazioni burocratiche e altri danni. È noto che l’ipertrofia normativa è uno dei freni più gravi allo sviluppo del nostro paese e che tende ad assumere forme particolarmente perverse quando si tratta di materie nuove e spesso non ben cap ite né da chi detta le norme, né da chi le applica.

Ma per oggi ci limitiamo a segnalare un problema, molto grave e quasi totalmente ignorato dall’opinione pubblica e dai grandi mezzi di i formazione. I sequestri di computer.

Questo incredibile abuso continua a ripetersi da almeno cinque anni. Il famigerato crackdown italiano del 1994 è noto nel mondo come la più estesa e violenta operazione del genere mai avvenuta in un paese democratico. Le proteste di allora (vedi il comunicato del 31 marzo 1995) hanno ottenuto qualche risultato. Infatti ci sono molte indagini condotte correttamente; come ci sono sentenze che definiscono con chiarezza la non perseguibilità penale del possesso di software non registrato (uno dei più diffusi pretesti, anche se non l’unico, per ripetute “ondate” di perquisizioni e sequestri).

Ma l’abuso continua. Anche in tempi recenti sono centinaia, se non migliaia, i casi di computer (talvolta addirittura server) arbitrariamente sequestrati. Per esempio un’indagine molto estesa nel 1998 (e tuttora non conclusa) riguarda il possesso di giochi “copiati”. Ci sono casi (e non sono rari) di persone che hanno acquistato un gioco elettronico sul mercato, in buona fede (almeno “fino a prova contraria”) e quindi non sono accusabili né di “ricettazione” né di “incauto acquisto”. Eppure si sono viste sequestrare un computer, che dopo molti mesi non è stato restituito.

La coltre di nebbia che circonda questi abusi è dovuta in gran parte dal silenzio delle vittime, che temono “ritorsioni”- e spesso si sentono consigliare dai loro avvocati di tacere per evitare “guai peggiori”. Questa diffusa e barbarica paura la dice lunga sul modo in cui sono condotte le indagini.

Senza entrare nei dettagli, né fare un elenco dei molti abusi di ogni specie perpetrati nel corso di queste indagini, basta qui ribadire due fatti fondamentali.

Privare una persona di un computer vuol dire togliere a quella persona uno strumento di lavoro e di vita culturale; e spesso anche danneggiare altre persone od organizzazioni che non sono in alcun modo coinvolte nell’indagine. Oltre che un intollerabile abuso, questo è anche un atto contrario alle leggi del nostro paese (a cominciare dalla Costituzione) e ai fondamentali “diritti dell’uomo”.

Il sequestro di computer (e spesso, assurdamente, anche di “periferiche” o altre attrezzature) è del tutto inutile ai fini dell’indagine; ci sono altri metodi, di provata efficacia, che possono dare agli inquirenti tutto ciò che occorre senza sequestrare né un computer, né un “disco rigido”.

(Fin dalle sue origini ALCEI si è sempre impegnata contro ogni forma di repressione; nei prossimi giorni diffonderà un nuovo comunicato sul tema specifico dei sequestri).

Queste operazioni inutilmente terroristiche e repressive sono un abuso intollerabile. Oggi più che mai è necessario portarle alla luce e porre fine un comportamento, da parte di alcuni magistrati e di una parte delle “forze dell’ordine”, che è vergognoso e inaccettabile in un paese civile.

Questa è anche una prova di quanta ignoranza, e ingiustificata ostilità, sia ancora diffusa nel nostro paese nei confronti delle nuove tecnologie e delle persone che ne fanno uso.

Documento del 27 novembre 1998

L’intervento di ALCEI al convegno AIIP “Emergenza Internet”

A nome di tutti noi di ALCEI ringrazio l’AIIP per l’invito a partecipare a questo convegno. E’ noto che ALCEI ha l’abitudine di esprimere le sue opinioni con molta franchezza – e continueremo a farlo, ogni volta che ci troveremo davanti a un rischio di repressione o censura o a qualsiasi fatto o progetto che possa ostacolare la libera e civile crescita delle reti telematiche, la libertà di opinione e la libertà di scambio di idee e di informazioni. Ma non credo che questo ci ponga in contrastocon gli obiettivi dell’AIIP e con il tema di questo convegno.

Al contrario, credo che ci sia una naturale e precisa convergenza di intenti.

Ricordiamo, per esempio, che fin dalle sue origini ALCEI si è sempre opposta rigorosamente al concetto di “responsabilità oggettiva” degli internet provider; e che fin dalle sue origini ha espresso la sua preoccupazione per i pericoli di ogni formadi monopolio, a cominciare da quello della Telecom. (Non è questa la sede per parlare di monopolio del software, e di come si estenda al controllo della rete; ma non possiamo dimenticare che anche quello è un problema serio).

Alcuni credono che ci sia un contrasto insanabile fra le attività d’impresa “con fini di lucro” e le libertà individuali.

Noi non ne siamo affatto convinti. Lavorare, produrre, vendere e guadagnare sono fattori essenziali di ogni società umana.

Anche lo sviluppo dei sistemi di comunicazione ne trae un necessario e utile nutrimento. Altri forse pensano che si possano sviluppare attività economiche in rete senza badare alla cultura e alla libertà di comunicazione; ma anche questo,secondo noi, è un errore di prospettiva. Le attività commerciali si sviluppano molto meglio in un clima aperto,in una cultura libera e umanamente viva.

Il ruolo degli IS P è fondamentale per lo sviluppo della rete.

La libertà competitiva di questo settore dev’essere promossa e difesa. L’intera comunità dei “cittadini della rete” dev’essere, secondo noi, solidale con i provider nel contrastare ogni monopolio o distorsione del mercato.

Dobbiamo anche, credo, preoccuparci dell’arretratezza italiana.

Siamo all’ultimo posto nella Comunità Europea per attività in rete in confronto al PIL. Per densità rispetto alla popolazione non solo siamo lontanissimi dagli Stati Uniti, dai paesi scandinavi, dall’Olanda, dalla Svizzera o dalla Gran Bretagna, ma siamo dietro la l’Estonia, Slovenia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria. E’ vero che la rete sta crescendo in Italia, specialmente quest’anno; ma siamo ancora lontani da un tasso di crescita che ci porti a più che raddoppiare (come sarebbe necessario) la nostra “quota” rispetto al resto dell’Europa.

Sono sicuramente da appoggiare le iniziative dei provider per allargare e facilitare gli accessi. Secondo noi questo &egr ave; “necessario ma non sufficiente”. Occorre anche abbattere le barriere culturali, diffondere una più concreta e umana cultura della rete (non basta per questo una banale “alfabetizzazione” tecnica). Occorre combattere ogni restrizione, ogni inopportuna “regolamentazione”, ogni legislazione che, anche partendo da “buone intenzioni”, si traduca in repressione o restrizione della libertà. Occorre combattere con energia le frequenti “demonizzazioni” o “criminalizzazioni” dell’internet; ma anche le esagerate elucubrazioni tecnologiche che la fanno percepire come estranea e remota a molte persone (e imprese) che potrebbero ricavarne notevoli vantaggi.

Occorre dare alle nostre imprese quegli strumenti e quelle conoscenze che le aiutino a usare questi strumenti per essere competitive sul mercato internazionale. Che non sono basate sulla tecnologia, ma sulla cultura di mercato e d’impresa.

Nella “Dichiarazione di Bonn” (7 luglio 1997) l’Unione Europea ha messo in grande evidenza l’importanza delle “reti elettroniche globali” per lo sviluppo delle imprese europee e soprattutto delle “piccole e medie imprese”. Un tema particolarmente importante per l’Italia. Lo sviluppo economico, quindi la creazione di nuovi posti di lavoro, non riguarda solo l’attività nel campo specifico (tecnologia dell’informazione e comunicazione in rete) ma tutte le attività di impresa di ogni specie, che possono usare la rete per crescere e per diffondere i loro prodot ti e servizi – specialmente all’esportazione.

Nella stessa Dichiarazione, l’Unione Europea ha messo in evidenza il problema dei “non abbienti di informazione”, cioè delle persone o categorie sociali oggi “emarginate” per motivi economici e culturali. Anche questo è un tema importante, che richiede fra l’altro la diffusione di tecnologie più semplici e meno costose – e più aperte e compatibili. (Un altro argomento di grande rilievo che non è possibile approfondire nel breve spazio di questo intervento).

Finora si è parlato molto, ma si è fatto poco. Credo che l’impegno comune di tutti, dai cittadini alle imprese, dalla comunità sociale agli operatori del settore, dalle autorità pubbliche alla scuola, sia far crescere la presenza italiana in rete. Per la nostra economia e per la nostra cultura.

Per quanto riguarda le “regole”, puo essere utile ricordare che ALCEI fu la prima, già nel 1994, a parlare di “autoregolamentazione”.

Ci trovammo allora, e molte volte negli anni successivi, davanti a tre forme di opposizione.

Di chi vuole a tutti i costi imporre “dall’alto” regole e discipline. Di chi si oppone in modo estremo a qualsiasi regola, anche alle più elementari consuetudini della convivenza civile. E di chi, con una certa miopia, bada solo al suo “particulare” (cioe a interessi di settore o addirittura di singola impresa). Avevamo proposto allora quelli che forse un pò troppo solennemente chiamavamo “gli stati generali della telematica”, cioè un incontro aperto e chiaro fra tutti i settori e i “mondi” della comunicazione interattiva per cercare un’intesa sui principi fondamentali. Se quell’idea non si e realizzata dipende in parte da un’insufficiente aggressivita di ALCEI; ma molto dal disinteresse di tutti gli altri. Sarebbe stato meglio agire in anticipo, come noi allora proponevamo; ma “non è troppo tardi” e rimane aperta la nostra disponibilita al dialogo.

Un punto però rimane fermo nella nostra posizione: siamo contrari a ogni forma di repressione o censura, comunque travestita; e crediamo che lo sviluppo della società civile debba basarsi sull’informazione e la formazione culturale dei cittadini, non sulla “tutela”. perché se si trattano i cittadini come bambini stupidi e incapaci è troppo facile che i bavaglini si trasformano in bavagli.

Comunicato ALCEI del 15 novembre 1998

Il ritorno di ALCEI

ALCEI (Electronic Frontiers Italy) è la libera associazione di cittadini che ha per scopo la difesa della libertà di opinione, lo sviluppo culturale della comunicazione interattiva, l’affermazione dei diritti del "cittadino elettronico".

ALCEI sostiene il diritto per ciascun cittadino di esprimere il proprio pensiero in completa libertà, come di avere il controllo della sua privacy personale; e si oppone con forza a ogni tentativo di limitare questi diritti.

Nata nel 1994, ALCEI ha messo in atto una serie di iniziative volte a comunicare e ad informare, nonché a segnalare e denunciare ogni abuso.
Benchè negli ultimi due anni sia stata molto meno visibile e meno presente sui grandi mezzi di informazione tradizionali, non ha mai smesso di porsi nella realtà italiana come punto di riferimento per le tematiche riferite alla libertà, alla privacy, alla crittografia e per la difesa contro abusi e restrizioni di ogni specie contro gli utilizzatori dell’internet; né di mantenere dialogo e collaborazione continua con altre organizzazioni nel mondo che hanno le stesse finalità.

Ora sta ritrovando la forza per riportare il suo nome e la sua presenza nella posizione di visibilità che meritano tutte le iniziative basate sul volontariato di persone serie e motivate che portano avanti battaglie per i diritti civili e per la libertà di espressione, anche nella comunicazione elettronica.

Si sta riorganizzando, con l’importante apporto di nuove iscrizioni e di nuove persone attivamente impegnate. Si è tenuta in gennaio l’assemblea degli iscritti, che ha riaffermato l’impegno di ALCEI e ha definire le linee di attività per il prossimo anno.

Il sito è in corso di ristrutturazione, per rispondere ancora meglio alle esigenze dei pubblici di riferimento; è comunque disponibile la documentazione sui principi ispiratori, sugli obiettivi che si propone, sulle attività svolte in passato, nonché sulle modalità di iscrizione; cui man mano si aggiungono notizie sulle nuove iniziative.

Documento del 20 ottobre 1998

Lettera aperta al presidente degli Stati Uniti
Traduzione italiana a cura di ALCEI
GILC invia una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti sulla nuova versione del Communications Decency Act

Signor Presidente,
Internet non ha frontiere e i comportamenti dei singoli governi e organizzazioni internazionali possono avere un effetto profondo sui diritti dei cittadini di tutto il mondo. Per questo motivo i sottoscritti membri della Global Internet Liberty Campaign presentano rispettosamente questo documento dove esprimono le proprie preoccupazioni sulla legislazione promossa da Congresso degli Stati Uniti, idonea a colpire seriamente la libertà di espressione su Internet.

La Global Internet Liberty Campaign è una coalizione di organizzazioni internazionali fondata nell’1996 per difendere le libertà civili e i diritti umani su Internet che conta oltre 40 membri in tutto il mondo, accomunate dalla convinzione che Internet sia un positivo e potente mezzo per la libera espressione che non è limitato dai confini nazionali. é il luogo dove – come già ha osservato la Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Reno vs ACLU “ogni persona può diventare un banditore pubblico con una voce che risuona più lontano di quanto potrebbe da una qualsiasi scatola di sapone ”

Noi come componenti che aderiscono a GILC condividiamo insieme agli utenti di Internet, editori online, gruppi accademici e organizzazioni per la libertà di parola dei diritti umani e di tutto il mondo l
’interesse comune nell’opporci all’adozione di leggi, tecniche o standard che possono limitare la vitalità e l’apertura di internet come mezzo di comunicazione internazionale

Il ” Child Online Protection Act” (H.R. 3783)” emanato dal congresso degli Stati Uniti come parte dell’ Omnibus Appropriations Bill intende punire la distribuzione commerciale online di materiale e considerato “pericoloso per i minori” con una pena detentiva fino a sei mesi e una pena pecuniaria di 50 mila dollari.

Noi condividiamo la preoccupazione di coloro che hanno promosso l’adozione di questa legge secondo la quale Internet deve rimanere un mezzo sicuro per la gioventù. Ciò non ostante riteniamo fermamente che questa legge adotti un approccio — criminalizzazione– che viola i principi della libertà di espressione di cui è all’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani oltre ad essere priva di efficacia concreta nel fornire ai ragazzi delle positive esperienze nell’utilizzo della Rete.

Il “Child Online Protection Act” deve essere rigettato sulla base del fatto che contiene molte delle più preoccupanti norme proprie del Communications Decency Act , sconfessato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Reno vs ACLU. Come il vecchio “Communications Decency Act” (CDA), legge attuale avrebbe l’effetto di criminalizzare le conversazioni (protette per legge) fra adulti. Qualsiasi interesse statale possa esistere nella protezione dei ragazzi da materiale pericoloso, esso non giustifica la generale soppressione della libertà di parola fra adulti.

Proibire a chiunque l’offerta di contenuti offensivi su internet soltanto per proteggere i ragazzi sarebbe come “bruciare la casa per arrostire il maiale” come affermato dalla Corte Suprema nel caso Sable Communications v. Federal Communications Commission.

La difesa della legge basata sul criterio della verificazione dell’et& agrave; – esattamente quella adotatta per sostenere il CDA – ignora la conclusione contenuta in Reno vs ACLU secondo la quale non c’è modo di verificare l’età su Internet.

Come ha rilevato la Corte Suprema, la grande maggioranza dei siti web non è finanziariamente o tecnicamente capace di richiedere una carta di credito o altre forme di identificazione dell’utente.

Nessun governo dovrebbe promuovere l’applicazione di uno standard giuridico a Internet – a prescindere dalla definizione di cosa sia “indecenza” o comunicazione “pericolosa per i minori”- che richiede a coloro che parlano di distinguere tra adulti e minori quando questa distinzione non può essere fatta.

La Corte Europea dei diritti umani nella sua pronuncia sul caso Handyside v UK,(App. no. 5493/72, Ser A vol.24, (1976) 1 EHRR 737) ha stabilito che i passi necessari per la protezione della morale di una società democratica dipendono dal tipo di morale alla quale la società si conforma; quindi “dannoso” è un ‘crit erio e basato sulle differenze culturali. Ogni azione restrittiva adottata dal governo degli Stati Uniti non solo fallisce l’obiettivo di prevenire la distribuzione di materiale agli utenti che vivono nella sua giurisdizione, ma costituiscono una aggressione fron tale ai diritti e agli interessi degli utenti di Internet, consumatori e produttori di contenuti sottoposti ad altre giurisdizione, ai quali non si applica il “Child Online Protection Act.” Crediamo quindi che sia giunta l’ora per tutti i governi di riconoscere che Internet non è un mezzo locale o nazionale ma un mezzo globale nel quale le prosepttive regionali sono di poca utilità

Inoltre la fondamentale responsabilità nell’assicurare un ambiente moralmente consono per i ragazzi non spetta ai fornitori di contenuti o ad un service provider. Genitori e insegnanti dovrebbero invece essere responsabili della protezione dei ragazzi dall’accesso a materiale di natura sessuale o di qualsiasi altro tipo che possa essere o no dannoso per la loro crescita.

L’applicazione del “Child Protection Act” produrrà standard eccessivamente ampi o troppo poco definiti. In sostanza il “Child Online Protection Act” non riuscirà a tenere lontano i minori dai materiali che potrebbero essere non appropriati per loro. Nessuna sanzione penale sarà più efficiente e degli sforzi per educare i genitori ed i minori sull’uso sicuro di Internet e sul corretto impiego delle risorse online

Ribadiamo inoltre che Internet è un mezzo globale. Malgrado ogni sforzo tentato per l’applicazione di una legge nazionale censoria, non si potrebbero proteggere i ragazzi dai contenuti che saranno sempre e comunque reperibili accedendo a fonti esterne agli Stati Uniti.

Crediamo che il grande fascino di Internet sia la sua apertura e gli sforzi di restringere il libero flusso delle informazioni come quelli di restringere ciò che può essere detto tramite un telefono porrebbero imporre delle limitazioni irragionevoli sui principi consolidati della privacy e della libertà di parola.

Cinquanta anni fa le nazioni del secondo dopo guerra si riunivano per affermare il diritto fondamentale di tutti i cittadini alla protezione dei fondamentali diritti umani. Oggi i cittadini della nuova comunità online devono affermare insieme la protezione di questi diritti umani fondamentali e l’accesso pubblico alle informazioni.

La dichiarazione universale dei diritti umani adottato dall’assemblea generale delle nazioni unite il 10 dicembre 1948 afferma all’articolo 19 che:

“Ognuno ha il diritto alla libertà di opinione e espressione; questo diritto include la libertà di esprimere opinioni senza interferenze e quello di cercare ricevere e trasmettere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo senza nessuna limitazione di confini”

La convenzione sui diritti civili e politici stabilisce all’articolo 19 che:

1) ognuno deve avere il diritto di manifestare le proprie opinioni senza interferenze

2) ognuno deve avere il diritto alla libertà di espressione, questo diritto dovrà includere la libertà di cercare, ricevere e impartire informazioni e ideali di qualsiasi tipo senza ha riguardo a limiti di frontiera, sia oralmente che per iscritto o tramite la stampa, forme di arte o attraverso qualsiasi altro mezzo di propria scelta

In riferimento all’articolo 19 comma secondo della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici, consideriamo quindi illegale ogni tentativo di restringere la libertà di parola su Internet.

Riteniamo inoltre fortemente discutibile la validità del tentativo di bandire contenuti che ogni governo che possa trovare offensivi sulla base di un accordo globale.

La risposta corretta alle espressioni offensive non è la censura ma una migliore comunicazione.

Per tutte queste ragioni la invitiamo ad opporsi fortemente ad ogni misura che possa attenuare il potenziale di questo mezzo. Speriamo che lei concordi con il nostro punto di vista secondo il quale l’approccio educativo sia il miglior modo di affrontare il problema di come i ragazzi utilizzano la Rete, in opposizione a quello che propone l’adozione di nuove leggi penali.

Comunicato ALCEI del 3 settembre 1998

Un’ennesima, clamorosa campagna  di terrorismo e disinformazione sull’Internet

La notizia dell’indagine a carico di alcune persone accusate di possedere materiale "pornografico" ha offerto il pretesto per un’ennesima, e questa volta massiccia, campagna contro la libera comunicazione in rete; che ha invaso oggi le prime pagine dei quotidiani, per non parlare dell’evidenza con cui (ancora una volta) questo tema è ripreso dalle emittenti televisive pubbliche e private.

Come sa chiunque abbia approfondito l’argomento, la "pedofilia" (e più in generale la violenza, sessuale o non, contro bambini e adolescenti) è un male antico e complesso, profondamente penetrato nel tessuto della società, che non si guarisce né si intacca con campagne come questa, né con provvedimenti ipocriti e repressivi come la recente legge per la "tutela dei minori".

Non da oggi (ma oggi con particolare intensità e clamore) i grandi mezzi di informazione si accaniscono nel ripetere un’affermazione senzazionale quanto falsa: che esista un qualsiasi rapporto strutturale fra la circolazione di materiale più o meno proibito e illegale e le reti telematiche.

La diffusione clandestina di videocassette con contenuti talvolta orribili esiste da molti decenni (e per le fotografie da più di un secolo) e non è certo l’internet lo strumento più adatto per questo scopo, perché è troppo trasparente e permette un pò troppo facilmente di rintracciare i colpevoli (come di perseguitare innocenti, cosa che è già accaduta fin troppo spesso).

Queste campagne (come leggi e disposizioni repressive basate sugli stessi pregiudizi) non hanno efficacia alcuna nel reprimere il maltrattamento dei minori, mentre producono un danno enorme alla nostra cultura e alla nostra economia.

L’Italia è molto arretrata, nell’uso delle moderne tecnologie di comunicazione, rispetto a paesi di comparabile sviluppo economico e sociale.  La continua diffusione di notizie deformate e terrorizzanti non ha altro effetto che rallentare lo sviluppo della rete nel nostro paese, con danno per tutta la società civile e in particolare per le nuove generazioni.

Queste vergognose manipolazioni hanno un altro pernicioso effetto: favorire forme di censura e controllo della rete che, qualunque sia il pretesto, inevitabilmente si traducono in una repressione della libertà di parola. In breve, censura.  Sono il prodotto di due cose perniciose: ignoranza e ipocrisia.  Se non di una deliberata intenzione repressiva da parte di chi teme un troppo libero scambio di informazioni e di idee.

ALCEI – Electronic Frontiers Italy, l’associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva, chiede a tutti i cittadini della rete di diffondere il più possibile la protesta e di intervenire con la mssima energia possibile su tutti i mezzi di informazione, perché si cominci a capire che non siamo disposti a subire passivamente queste minacce alla nostra libertà.

Documento del 3 settembre 1998

Storia della crociata infame

Questa è la raccolta di alcuni messaggi diffusi il 3 settembre 1998 in alcune liste sull’internet

Giancarlo Livraghi gian@gandalf.it

Siamo all’ennesima (e questa volta clamorosa) “crociata” della stampa e della televisione contro l’internet.

Il vero contenuto delle notizie sarà da approfondire… ma a prima vista sembra che si tratti dell’incriminazione di alcune (poche) persone in Italia che sarebbero “consumatori” di materiale “pornografico” in cui compaiono adolescenti e bambini; e due (due di numero) ne sarebbero anche “produttori”.

Se dopo anni di indagini a tappeto, con tanto di “leggi speciali”, ci sono così pochi indiziati, mi sembra palese che il fenomeno non abbia quelle dimensioni gigantesche che i “grandi mezzi” di informazione si sono affannati a dipingere.

Nessuno pensa che sia perdonabile il maltrattamento (sessuale o non) di “minorenni”. Il problema è millenario, cercare di eliminarlo o controllarlo non è una cosa facile. Questa repressione è un piccolo dettaglio fra migliaia di interventi che possono essere necessari per cercare di intaccare “loschi commerci” (che sono solo un aspetto del problema, e non il principale).

Il fracasso che circonda questa notizia, sostanzialmente secondaria, è impressionante (il massimo di evidenza in prima pagina su quasi tutti i giornali – e nei notiziari “di massimo ascolto” in televisione) condita di commenti che, per l’ennesima volta, tendono a descrivere l’internet come la causa o l’origine di un fenomeno che ha tutt’altre radici.

Non mi piace fare “dietrologia”. Ma mi sembra palese che il disegno è un altro: perseguitare, e per quanto possibile censurare, un sistema di comunicazione che è un pò troppo libero e quindi dà fastidio ai “padroni del vapore”. Un’operazione sistematica e continua, che dura da anni, con ogni sorta di pretesti, compresi i più assurdi – e con le conseguenze che ben conosciamo.

Non è bello che una decina di persone faccia collezione di materiale di quella specie e che due professionisti, a Napoli e a Catanzaro, siano sospettati di insidiare bambini (anche se è noto che ci sono molte più persone, un pò dovunque, che fanno cose orribili e non hanno l’imprudenza di andare a dirlo nell’internet, dove è facile essere acchiappati). Ma è molto più grave che la cosiddetta “informazione” proposta dai “grandi mezzi” a senso unico (non solo in Italia) sia così deformata e deformante – e non solo su questo argomento.

L’internet, usata bene, può essere uno strumento per aprire qualche fessura nella barriera della disinformazione e della manipolazione. Perciò ogni pretesto è buono per cercare di reprimerla.

Fra i tanti commenti, proviamo a sceglierne uno (non “a caso”, perché è in prima pagina sul Corriere della Sera, quindi in una delle posizioni più evidenti di tutta la stampa italiana).

Isabella Bossi Fedrigotti scrive cose, in complesso, abbastanza equilibrate (ma naturalmente deformate dal clamore dei titoli). Per esempio che mettendo queste cose sull’internet i malandrini si fanno acchiappare. Ma c’è in quell’articolo, come in quasi tutti i commenti (e, viste le leggi che fanno, nella mente di politici e legislatori) una madornale bugia. Dice che “& egrave; colpa dell’internet” perché senza internet queste decine di spregevoli personaggi nemmeno se le sognavano tutte le foto, le notizie, gli indirizzi…

Molto semplicemente, non è vero. Non ho mai visto i materiali di cui si parla (né in rete né altrove) quindi non so quanto devo davvero inorridire o quanto si tratti di qualcuno che ha fotografato la sua bambina nuda sulla spiaggia. Sicuramente c’è in giro una mistura di cose innocentissime, che dispiacciono ai bigotti, e di cose davvero orribili.

Ma chi ha passato una vita a occuparsi di sistemi informativi non può non sapere che decenni fa, quando l’internet non c’era o era usata solo da pochi professori universitari, circolavano in un mercato clandestino videocassette con contenuti di tutti i generi, di cui alcuni allucinanti (come persone torturate e uccise). E che fotografie di ogni genere “proibito” erano in circolazione già nel secolo scorso (non parlo della collezione di fotografie di Charles Dodgson, cioè Lewis Carroll, l’autore di “Alic e nel paese delle meraviglie”, che non è mai stata diffusa o “commerciata” e alla sua morte è stata distrutta per sua disposizione testamentaria). C’era allora, come c’è oggi, un mercato per quelle cose; e se c’è chi produce quel genere di materiale dev’esserci più di “qualche decina” di compratori. Che probabilmente evitano di usare uno strumento un pò troppo trasparente come l’internet – oltretutto messi in guardia da pubbliche campagne sul tema che rimbombano in tutto il mondo da anni. Il fracasso non serve a raggiungere i colpevoli, ma solo a farli stare rifugiati e nascosti in quei mezzi poco visibili o controllabili che usano da più di cent’anni.

Il comportamento dei “grandi mezzi di informazione” e dei “pubblici poteri” in queste cose ha tre nomi: ignoranza, ipocrisia e repressione (anche, anzi soprattutto, di chi nulla ha a che fare con il commercio di materiale più o meno “osceno”).

So che è già stato detto, sa me e da altri, molte volte. Ma finché lo sconcio della falsa informazione continuerà saremo costretti a ripeterlo.

Non sempre condivido le posizioni dei radicali (o “lista Pannella” o “riformatori” che dir si voglia) ma questa volta meritano un sincero applauso. Ecco il loro comunicato.

Comunicato della Lista Pannella

Roma, 3 settembre 1998 – L’azione di polizia internazionale compiuta ieri per colpire presunti pedofili che utilizzavano la rete Internet, sta determinando in Italia un clima da caccia alle streghe che va denunciato con forza. La spettacolarizzazione dell’inchiesta, il rilievo che essa ha avuto soprattutto nel nostro Paese, ha il sapore dell’Inquisizione e avrà conseguenze rilevanti sulle libertà individuali e sul diritto alla privacy

Si assiste a una inconsulta ed emotiva demonizzazione di Internet dipinto nell’immaginario degli italiani come strumento di perversione. Stupisce che nessuno lanci l’allarme sul modo caricaturale con il quale viene trattata l’inchiesta, che da un lato produrrà l’effetto di ritardare lo sviluppo in Italia del più potente e irrinunciabile mezzo di comunicazione, e dall’altro di scatenare morbose curiosità. Se preoccupa la legge dagli accenti illiberali sul rapporto internet-pedofili è carico di presagi nefasti il fatto che l’inchiesta napoletana sia affidata a quel pm, Diego Marmo, che inventò il “mostro” Tortora.

Contro ogni attacco alla libertà in rete invitiamo i navigatori telematici italiani a organizzare con noi una vasta mobilitazione.

Scusatemi se ritorno ancora sul tema, ma (a parte il fatto che sono furibondo) mi sembra che meriti un altro approfondimento.

Non sono in grado di fare una “rassegna stampa” esauriente, ma anche da un esame affrettato è evidente che non tutti i giornali italiani hanno trattato la faccenda “pedofili incriminati” (e internet) con la stessa evidenza.

Pochi l’hanno messa in prima pagina. Fra questi La Stampa e La Nazione, con titoli non molto vistosi e non lunghi svolgimenti (La Stampa dedica una pagina interna all’argomento, con toni un pò meno catastrofici di altri giornali).

Solo due (fra parecchi che ho visto) l’hanno “sparata” come la notizia più importante del giorno – ma sono i due quotidiani più diffusi in Italia: La Repubblica e il Corriere della Sera.

Il Corriere, oltre a un titolo su cinque colonne in prima pagina, nella posizione di massima evidenza, dedica una pagina all’argomento. Ma se dovessimo assegnare il premio per il massimo di isteria e mistificazione va a Repubblica, che non solo spara un titolo fortissimo in prima pagina ma sviluppa il tema in altre due melodrammatiche pagine. (Sarebbe interessante capire perché c’è una notevole differenza fra il modo in cui questi argomenti sono trattati nell’edizione online di Repubblica rispetto all’edizione “cartacea”… come se ci fosse un conflitto fra le due redazioni)

Insomma in questo stridulo coro le due voci più acute (e stonate) sono quelle dei nostri due maggiori quotidiani. Chissà perché.

Per altri scritti sullo stesso argomento:
http://gandalf.it/free/

Comunicato ALCEI del 28 giugno 1998

Sequestrato un server per un presunto messaggio diffamatorio
Apprendiamo con preoccupazione, sorpresa e indignazione la notizia del sequestro, avvenuto a Bologna il 27 giugno 1998, del server internet di Isole nella Rete (un’associazione no-profit che fornisce spazio e comunicazione a centri sociali, organizzazioni e radio di movimento, associazioni di volontariato sociale) su ordine del Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Vicenza, dott. Paolo Pecori, a causa della presenza su quel sito di un messaggio che qualcuno considera diffamatorio.

Se la notizia dovesse trovare conferma in questi termini si tratterebbe di un atto gravissimo che non può passare sotto silenzio. A prescindere infatti dal merito della vicenda, ALCEI non può che ribadire – come fa fin dai tempi dell’Italian Crackdown del 1994 – che il sequestro di un computer (peggio ancora quando si tratta di un server) potrebbe essere ammissibile se si trattasse di una macchina rubata, ma è un inaccettabile quanto inutile abuso quando si è alla ricerca di semplici informazioni (messaggi, file o quant’altro).

Oltre ad essere tecnicamente inutile è un atto gravemente lesivo dei diritti fondamentali della persona (perché in violazione degli artt. 15 e 21 della Costituzione e della Convenzione Universale dei . diritti dell’uomo). Un computer o un server sono di per sé neutri e privi di qualsiasi specificità criminale, per cui nulla può legittimarne il sequestro, specie perché così facendo si ledono i diritti di tutti gli altri utenti (persone e organizzazioni) estranei alle indagini o comunque non coinvolti nella vicenda.

Atti come questo sequestro (dove sarebbe bastato fare una copia del messaggio incriminato, o al massimo – con la riserva che ogni atto di censura è di per sè un arbitrio – chiederne la rimozione “cautelativa” dal sito) sono chiari tentativi di introdurre surrettiziamente il concetto di responsabilità oggettiva del provider, altra posizione che ALCEI da sempre combatte decisamente.

ALCEI esprime disappunto e profonda preoccupazione per l’ennesimo caso di mancanza di sensibilità e preparazione dei soggetti istituzionali che hanno consentito questo abuso e auspica che fatti del genere non abbiano più a ripetersi in futuro.

Documento del 6 giugno 1997

Lettera alle nazioni ASEAN contro la repressione della rete

   Noi, le sottoscritte organizzazioni, scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione riguardo alla decisione annunciata dalle nazioni appartenenti all’ASEAN di regolare collettivamente le comunicazioni sull’Internet. L’accordo fu annunciato a Singapore alla fine di un incontro di delegati delle nazioni ASEAN organizzato dalla Singapore Broadcasting Authority.

   Vorremmo rispettosamente ricordare alle nazioni ASEAN che restrizioni basate sul contenuto della comunicazione "online" sono in violazione dei diritti di libertà di espressione garantiti internazionalmente. Come affermato nell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo:

   Ognuno ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione: questo diritto comprende la libertà di avere opinioni senza interferenza e di cercare, ricevere e impartire informazioni e idee con qualsiasi mezzo e indipendentemente dalle frontiere.

   L’accordo non comprendeva l’adozione di un sistema di regolamentazione comune da parte delle nazioni ASEAN. Ma ci preoccupa che, a quanto sembra, alcuni delegati a quell’incontro abbiano espresso opinioni favorevoli all’Internet Code of Practice adottato a Singapore. Human Rights Watch/Asia ha scritto al governo di Singapore per opporsi a questa regolamentazione, che impone ampie restrizioni al contenuto, comprese le opinioni politiche. Certamente queste regole produranno una riduzione della libertà di parola in rete a Singapore e, come dimostrato dalla decisione ASEAN, avranno un effetto negativo sulla libertà di espressione in tutta l’area.

   é stato riferito che uno dei motivi dell’accordo ASEAN è il desiderio di preservare valori culturali. Mentre riconosciamo l’importanza di vedere rapresentate tutte le culture sull’Internet, ci opponiamo alla censura come strumento per garantirte il rispetto delle norme culturali. Pensiamo che lo strumento più efficace per opporsi a contenuti indesiderabili sia la diffusione di altri contenuti. La censura di materiali indesiderabili non li eliminerà dall’Internet, ma al contrario avrà l’effetto di farli riprodurre in un maggior numero di siti.

   Pensiamo che la mancanza di intesa fra le nazioni appartenenti all’ASEAN su una strategia di regolamentazione comune dimostri la futilità dei tentativi, da parte di nazioni o gruppi di nazioni, di introdurre sistemi di regolamentazione della rete. All’interno dello stesso gruppo ASEAN, per esempio, i valori culturali del Vietnam sono significativamente diversi da quelli delle Filippine.

   é improbabile che il gruppo di diverse nazioni appartenenti all’ASEAN trovi un’intesa su che cosa debba essere censurato e come tale censura debba essere esercitata. Inoltre, poiché l’Internet è un mezzo di comunicazione globale, azioni intese a reprimere il contenuto darebbero luogo a battaglie su scala mondiale fra i diversi valori culturali in conflittto fra loro.

   In conclusione, vorremmo aggiungere che il tentativo di censurare le comunicazioni Internet andrebbe a danno dei molti benefici che la comunicazione elettronica sta portando alla regione. Ci auguriamo che le nazioni ASEAN vogliano riesaminare la loro sfortunata decisione e concentrarsi invece sulle nuove possibilità che l’Internet può offrire ai cittadini dei loro paesi.

   Human Rights Watch/Asia, USA


ALCEI-Electronic Frontiers Italy

(http://www.alcei.it)

CITADEL-Electronic Frontier France

(http://www.imaginet.fr/~mose/citadel)

Les Chroniques de Cyberie, Canada

(http://www.citadeleff.org/)

Electronic Privacy Information Center, USA

(http://www.epic.org)

American Civil Liberties Union, USA

(http://www.aclu.org)

cyberPOLIS, USA

(http://www.cyberpolis.org/cyberPOLIS/)

Digital Citizens Foundation Netherlands-DBNL

(http://www.xs4all.nl/~db.nl)

Electronic Frontiers Foundation, USA

(http://www.eff.org)

Electronic Frontiers Austin, Texas USA

(http://www.eff.-austin.org)

Fronteras Electronicas Espa—a (FrEE)–Electronic Frontiers Spain

(http://www.lander.es/~jlmartin/)

Association des Utilisateurs d’Internet (AUI), France

(http://www.aui.fr)

Article 19

33 Islington High Street,

London N1 9LH, UK

PEN American Center

568 Broadway,

NY, USA

CommUnity, UK

(http://www.community.org.uk/)

Documento del 22 maggio 1997

Bozza di codice di autoregolamentazione diffusa dal Ministero delle poste e telecomunicazioni il 22 maggio 1997

ALCEI ha partecipato al tavolo di lavoro in qualità di osservatore e ha espresso forti riserve sulla formulazione del presente codice


Nel corso dell’incontro tenutosi presso il Ministero delle Poste e Telecom. il 22 Maggio, alla presenza dei rappresentanti di:

  • ALCEI
  • ANEE
  • ANFOV
  • ASCII
  • COSTEB
  • LILLIPUT
  • METRO OLOGRAFIX
  • OLIVETTI

è stato diffusa una bozza del codice di autoregolamentazione dei contenuti di Internet.

 

Introduzione

Internet è una rete mondiale in cui tutti i contenuti e i servizi presenti sono accessibili da qualsiasi utente ovunque esso si trovi, senza alcun vincolo di tipo geografico. Questa caratteristica della Rete è estremamente positiva, ma rende difficilmente realizzabile una regolamentazione dei contenuti e dei servizi presenti attraverso una normativa comune, stanti le differenze culturali, politiche e normative tra i diversi Paesi.

Internet è un sistema di comunicazione interattivo che, rispetto ai media di massa tradizionali, ha alla base, e come peculiare ricchezza, il coinvolgimento diretto degli utenti nella creazione, oltre che nella fruizione, dei contenuti e dei servizi.

Internet è uno strumento flessibile che permette di comunicare a molteplici livelli e con diverse modalità: si va dal modello della "pubblicazione" a quello dell’interazione pubblica o privata, dallo specifico testuale puro, alla comunicazione multimediale, dalla trasmissione di messaggi a quella di programmi per elaboratore.

In questo flusso di informazioni e atti, che già oggi supera largamente ogni altra forma di comunicazione tradizionale per volume di scambi comunicativi, può nascondersi il comportamento illecito in base a taluni o tutti gli ordinamenti giuridici o il contenuto potenzialmente offensivo per alcune categorie di utenti. E’ dunque opportuno che siano prese misure per limitare eventuali effetti dannosi che questi contenuti e comportamenti possono arrecare.

Per questo motivo gli operatori del settore sentono la necessità di adottare un codice di condotta che, in coerenza con le caratteristiche peculiari della rete Internet:

  • tenga presente le esperienze internazionali e le soluzioni individuate in tema di autoregolamentazione del settore negli altri paesi – con particolare riferimento agli Stati Membri dell’Unione Europea -, in modo da accrescerne l’efficacia in un contesto necessariamente internazionale;
  • si fondi sul diritto alla libertà di espressione e di comunicazione;
  • sia studiato in modo da evolversi nel tempo coerentemente con l’elevato tasso di innovazione che caratterizza le tecnologie legate al mondo Internet.

Il presente codice tiene conto tra l’altro delle indicazioni in materia del Consiglio e della Commissione dell’Unione Europea (Green Paper on the Protection of Minors and Human Dignity in Audiovisual and Info
rmation Services del 16 ottobre 1996, Risoluzione del Consiglio del 17 febbraio 1997).

Titolo I – Disposizioni preliminari e principi generali

    1. Definizioni.

Ai fini del presente Codice valgono le seguenti definizioni:

  • Internet (di seguito indicata anche come Rete): insieme di reti di computer interconnessi tra loro tramite linee di telecomunicazione e comunicanti utilizzando protocolli della famiglia TCP/IP.
  • TCP/IP: protocollo (linguaggio di comunicazione) utilizzato per la trasmissione dei dati in Internet.
  • Infrastrutture: linee di telecomunicazione e apparati necessari al funzionamento della Rete.
  • Accesso: connessione alla Rete, necessaria al fine di utilizzarne le risorse.
  • Hosting: messa a disposizione

    di un
    a parte delle risorse di un server al fine di distribuire contenuti o servizi attraverso la Rete.

  • Server: computer connesso alla Rete atto alla erogazione di servizi.
  • contenuto: qualsiasi informazione messa a disposizione del pubblico attraverso la Rete costituita, in forma unitaria o separata, da testo, suono, grafica, immagini fisse o in movimento, programmi per elaboratore e qualsiasi altro specifico di comunicazione.
  • comportamento: atto o insieme di atti posti in essere attraverso la Rete o riguardanti l’utilizzo della Rete.
  • contenuto o comportamento illecito: si tratta di contenuto o comportamento contrario alle normative vigenti in Italia.
  • contenuto o comportamento potenzialmente offensivo: si tratta di contenuto o comportamento che pur non contrastando con le normative vigenti, e quindi lecito, può risultare offensivo per talune categorie di utenti; particolare rilevanza ha il tema della tutela dei minori.
  • Soggetti di Internet: tutti i soggetti (persone fisiche o giuridiche) che utilizzano Internet.
  • Utente: chiunque acceda ad Internet.
  • Fornitore di infrastrutture: chiunque offra infrastrutture per Internet.
  • Fornitore di accesso: chiunque offra accesso a Internet.
  • Fornitore di "hosting": chiunque offra hosting su server connesso a Internet.
  • Fornitore di contenuto: chiunque immetta contenuto su Internet.
  • World Wide Web: insieme dei contenuti presenti su Internet e identificati da un indirizzo univoco (URL).
  • Forum/gruppi di discussione/newsgroup: spazio di discussione a carattere tematico con comunicazione differita e costituito da messaggi propagati attraverso la rete su tutti i server che ospitano tale spazio di discussione.
  • Chat/IRC (Internet Relay Chat): spazio di discussione con comunicazione in tempo reale.
  • Posta elettronica (e-mail): sistema telematico che consente l’invio di documenti a carattere privato ad uno o più destinatari determinati dal mittente.
  • Commercio elettronico: attività di compravendita di beni e servizi svolta completamente o in parte attraverso la Rete.
  • Crittografia: metodo di codifica dei dati che ne impedisce la fruizione ai soggetti non autorizzati (che non posseggono la chiave per decrittare i dati); tecnica utile, ad esempio, per incrementare la privacy della corrispondenza via posta elettronica.
  • Comunicazione privata: una comunicazione è considerata privata quando è indirizzata esclusivamente ad uno o più destinatari determinati dal mittente.
  • Comunicazione pubblica (messa a disposizione del pubblico di contenuti): una comunicazione di contenuti rivolta a destinatari non determinati individualmente dal fornitore di contenuti.
  • Connessione ipertestuale o link: funzione che consente, selezionando all’interno di un contenuto una determinata parte di testo o di elemento grafico, di passare istantaneamente ad un’altro contenuto o server in qualunque punto della rete.

Le definizioni precedenti sono suscettibili di cambiamento ad opera degli organismi previsti da questo Codice sulla base dei mutamenti nello stato delle tecnologie e nella pratica ed uso della rete Internet.

2. Finalità del Codice

Il Codice di autoregolamentazione per Internet (di seguito Codice) ha l’obiettivo di prevenire l’utilizzo illecito o potenzialmente offensivo della Rete attraverso la diffusione di una corretta cultura della responsabilità da parte di tutti i soggetti attivi sulla Rete.

In particolare è obiettivo del Codice

  • fornire a tutti i soggetti della Rete regole di comportamento;
  • fornire agli utenti della Rete strumenti informativi e tecnici per utilizzare più consapevolmente servizi e contenuti;
  • fornire a tutti i soggetti di Internet un interlocutore cui rivolgersi per riportare eventuali casi di violazione del presente Codice;

Il Codice definisce le regole cui devono attenersi i soggetti obbligati.

3. Campo di applicazione

    3a. Soggetti obbligati

L’adesione al presente Codice è volontaria e aperta a tutti i soggetti di Internet operanti in Italia o in lingua Italiana.

I soggetti obbligati all’osservanza del presente Codice sono coloro che lo abbiano sottoscritto.

    3b. Clausola di estensione

I soggetti firmatari del Codice si obbligano ad estendere ai terzi l’obbligatorietà del Codice stesso attraverso la previsione di un’apposita clausola in tutti i contratti di fornitura di accesso a Internet e di hosting che verranno stipulati.

4. Principi generali del Codice di Autoregolamentazione di Internet:

    4a. Principi generali di identificazione e di diritto all’anonimato.

  • Tutti i soggetti di Internet devono essere identificabili
  • Qualsiasi soggetto di Internet, una volta identificato, ha diritto a mantenere l’anonimato nell’utilizzo della Rete al fine della tutela della propria sfera privata.

    4b. Principi generali di responsabilità:

  • Il fornitore di contenuti è responsabile delle informazioni che mette a disposizione del pubblico.
  • Ogni soggetto di Internet può esercitare, contemporaneamente o separatamente, più funzioni distinte e coprire diversi ruoli. Al fine di definire i diritti e le responsabilità individuali in rete, occorre distinguere i soggetti di Internet sulla base delle funzioni e dei ruoli esercitati in ciascun momento (e dunque indipendentemente dal fatto che il ruolo sia ricoperto in forma continuativa o occasionale, professionale o privata, a fine commerciale o meno).
  • Nessun altro soggetto di Internet può essere ritenuto responsabile, salvo che sia dimostrata la sua partecipazione attiva. Per partecipazione attiva si intende qualsiasi partecipazione diretta all’elaborazione di un contenuto.
  • La fornitura di prestazioni tecniche senza conoscenza del contenuto non può presumere la responsabilità dell’attore che ha fornito tali prestazioni.

    4c. Principi di tutela dell
    a digni
    tà umana, dei minori e dell’ordine pubblico:

  • Il rispetto della dignità umana comporta la tutela della vita umana e il rifiuto di ogni forma di discriminazione riferita all’origine, appartenenza, effettiva o presunta, etnica, sociale, religiosa, sessuale, allo stato di salute o ad una forma di handicap o a causa delle idee professate.
  • La protezione dei minori impone il rifiuto di tutte le forme di sfruttamento, in
    particolare quelle di carattere sessuale, e di tutte le comunicazioni ed informazioni che possono sfruttare la loro credulità; il rispetto della sensibilità dei minori impone inoltre cautela particolare nella diffusione al pubblico di contenuti potenzialmente nocivi.

  • L’utilizzo della Rete Internet impone il rispetto dei principi che regolano l’ordine pubblico e la sicurezza sociale. La Rete non deve essere veicolo di messaggi che incoraggino il compimento di reati e, in particolare, l’incitamento all’uso della violenza e di ogni forma di partecipazione o collaborazione ad attività delinquenziali.

    4d. Libertà fondamentali e protezione della vita privata:

  • L’utilizzo corretto di Internet richiede il rispetto dei diritti e le libertà fondamentali e, in particolare, della libertà individuale, del diritto di accedere all’informazione, della libertà di riunirsi, della tutela della vita privata, della tutela dei dati personali, del segreto epistolare.

    4e. Principi di tutela dei diritti di proprietà intellettuale e industriale:

  • Tutte le creazioni intellettuali originali, i segni distintivi e le invenzioni sono tutelate rispetto all’autore e ai suoi aventi diritto, in conformità alle leggi italiane, alla normativa comunitaria e ai trattati internazionali che regolano la proprietà intellettuale ed industriale.

    4f. Principi di tutela dei consumatori nel quadro del commercio elettronico:

  • Le attività con finalità commerciale e/o professionale su Internet si svolgono in base ai principi di correttezza e trasparenza e sono soggette alla normativa italiana e comunitaria in materia di tutela dei consumatori, di vendita a distanza e in materia di pubblicità.

    4g. Principi per l’applicazione del Codice di Autoregolamentazione di Internet:

  • I soggetti di Internet si impegnano a promuovere l’uso del Codice e a collaborare tra di loro per trovare i modi migliori per la sua applicazione.
  • Si impegnano, inoltre, ad accettare e a proporre testi contrattuali che facciano riferimento al Codice di Internet.
  • I soggetti firmatari del Codice si impegnano a dare diffusione alle decisioni dell’organo giudicante e a far rispettare le decisioni dello stesso organo adottando, eventualmente, gli opportuni provvedimenti.
  • I soggetti di Internet si impegnano, nel mettere contenuti a disposizione del pubblico, a fare figurare in modo chiaro un’indicazione relativa alla loro adesione alle disposizioni del Codice. Questa indicazione può prendere, quando ciò è ragionevolmente fattibile, la forma di un’icona (secondo il modello allegato). Questa indicazione comporterà un link verso il testo del Codice, nonché dei link a siti direttamente o indirettamente coinvolti nel processo di autoregolazione (servizi di allarme e di reclamo).

 

Titolo II – Regole generali di comportamento

5. Obblighi relativi all’identificazione dell’utente

  • I soggetti devono consentire l’acquisizione dei propri dati personali a chi fornisca loro accesso e/o hosting. I fornitori di detti servizi sono tenuti a registrare i dati per renderli disponibili all’autorità giudiziaria nei termini previsti dalla legge.
  • Una volta identificato, l’utente può chiedere al suo fornitore di accesso e hosting di avere un identificativo diverso dal suo nome (pseudonimo) con cui operare in Rete (anonimato protetto).

6. Obblighi relativi alla tutela della dignità umana, dei minori e dell’ordine pubblico:

  • Qualunque soggetto di Internet venga direttamente a conoscenza dell’esistenza di contenuti accessibili al pubblico di carattere illecito, provvede ad informare direttamente l’autorità giudiziaria.
  • Qualunque soggetto di Internet venga direttamente a conoscenza dell’esistenza di contenuti accessibili al pubblico in contrasto con le disposizioni del presente Codice, provvede ad informare l’organo di autodisciplina.
  • I fornitori di accesso e di hosting sono tenuti a rendere facilmente accessibili in linea con ogni mezzo idoneo, compresa la posta elettronica, le informazioni circa le modalità di segnalazione alle autorità competenti dei contenuti illegali o potenzialmente dannosi dei quali vengano a conoscenza.
  • I fornitori di contenuto utilizzano strumenti atti ad informare, attraverso la visualizzazione di appositi segnali, gli utenti finali della presenza di argomenti potenzialmente offensivi, in modo da impedire la visione involontaria di questi contenuti.
  • I fornitori di contenuto si obbligano:
  1. a rendere facilmente accessibili in linea con ogni mezzo idoneo, compresa la posta elettronica, le informazioni circa le
    caratteristiche tecniche, le modalità di funzionamento e gli strumenti per l’utilizzazione dei programmi di filtraggio.

  2. ad eseguire una autoclassificazione dei propri contenuti in base al sistema di classificazione riconosciuto come standard dal Codice e ad accettare le variazioni alle proprie classificazioni evntualmente richieste da parte dell’organismo di autodisciplina. La selezione del sistema standard di classificazione dei contenuti è affidata al Comitato Attuativo del Codice, tenendo in considerazione lo stato dell’arte tecnologico, la diffusione dei sistemi in ambito internazionale e, in particolar modo, la coerenza con le scelte effettuate in materia dagli altri Paesi Membri dell’Unione Europea.

7. Obblighi relativi a tutela delle libertà fondamentali e della vita privata.

  • Il fornitore d’accesso provvederà ad informare i propri clienti sui limiti tecnici nella protezione della segretezza della corrispondenza e dei dati nominativi e personali, esistenti in Rete.
  • Il fornitore d’accesso provvederà a fornire ai suoi clienti indicazioni sulle misure e sui prodotti – che non violino le vigenti normative – destinati ad assicurare la riservatezza e l’integrità della loro corrispondenza e dei loro dati, in particolare per ciò che riguarda gli strumenti di crittografia e/o firma elettronica.

(***Cancellazione ***)

    7a. Segretezza della corrispondenza:

  • Lo scambio della corrispondenza privata in Internet è fondata sulle disposizioni di legge che regolano il segreto epistolare. Al dovere generale d
    i riservat
    ezza e di vigilanza sulla riservatezza sono tenuti, con particolare rigore, i soggetti che svolgono attività commerciali e/o professionali in Rete.

  • Le aziende che impiegano personale con facoltà di accesso – per motivi professionali – alla corrispondenza privata si obbligano al rispetto della segretezza e a richiamare l’attenzione dei loro collaboratori circa la responsabilità penale che potrebbe derivare dalla violazione di tale segretezza.

    7b. Dati nominativi e personali:

  • Le informazioni di carattere nominativo e personale trasmesse volontariamente dall’abbonato o involontariamente durante la connessione tra elaboratori in Rete devono essere raccolte ed utilizzate nel rispetto dei diritti del soggetto a cui si rif
    eriscono e, soprattutto, nel rispetto della normativa vigente in materia di trattamento dei dati personali.

  • I fornitori di accesso attraverso collegamenti temporanei della rete telefonica pubblica sono tenuti a conservare la data, gli orari e il numero di IP assegnato delle connessioni effettuate da ciascuno dei propri utilizzatori per un termine di 24 mesi dalla connessione. I fornitori di accesso attraverso collegamenti dedicati sono tenuti a mantenere un registro degli indirizzi di rete assegnati ai propri clienti.

8. Obblighi relativi alla tutela dei diritti di proprietà intellettuale e industriale:

  • Tutte le creazioni intellettuali originali sono tutelate rispetto all’autore e ai suoi aventi diritto, in conformità alla legge italiana sul diritto d’autore, alla normativa comunitaria e ai trattati internazionali.
  • Le basi di dati sono soggette a tutela a favore dei loro autori ed aventi diritto, in base alla legge sul diritto d’autore e alle norme specifiche che regolano i diritti sulle basi di dati.
  • Un’opera non può essere riprodotta o essere messa a disposizione del pubblico senza l’autorizzazione del titolare dei diritti.

  • Le indicazioni relative all’autore dell’opera, al titolare dei diritti e all’identificazione numerica dell’opera non possono essere eliminate o modificate senza il consenso delle persone interessate.

  • La trasmissione automatizzata delle opere per l’inserimento sulla rete non è considerata una forma di riproduzione dell’opera.
  • La citazione dell’opera attraverso collegamenti ipertestuali con altri siti è lecita.
  • Ogni forma di citazione implicante la riproduzione dell’opera deve essere effettuata nel rispetto delle norme specifiche.
  • La citazione dell’opera soggetta a tutela, in particolare, deve:
    • indicare il nome dell’autore, la fonte e non deve alterare gli elementi che permettono l’identificazione numerica;
    • essere breve;
    • essere incorporata in un’altra opera;
    • essere giustificata dalla natura dell’opera in cui essa è incorporata.
  • Le norme che regolano il marchio sono applicabili ai soggetti di Internet.
  • I soggetti di Internet si astengono dalla riproduzione sostanziale dei contenuti di un sito altrui senza autorizzazione, anche se questi non sono soggetti alla tutela del diritto d’autore. In particolare, i fornitori di contenuto, prima di qualunque utilizzo di opere soggette a tutela, devono assicurarsi di avere ottenuto i relativi diritti ed autorizzazioni dagli aventi diritto.
  • I fornitori di hosting devono prevedere nei contratti con i clienti una clausola che richiama tale principio.
  • Nel momento in cui termina il mantenimento del contenuto su un sito o su un server, per conclusione del rapporto contrattuale o per altra causa, il fornitore del servizio, in conformità alle disposizioni contrattuali, cessa di conservare i dati forniti dal suo cliente.
  • Prima di compiere qualunque utilizzazione su Internet di un segno destinato a distinguere un prodotto o un servizio o ad indicare l’indirizzo di un sito, il fornitore di contenuto che intende utilizzare tale segno deve verificare la disponibilità di esso.

9. Obblighi generali relativi ad attività commerciali e/o professionali particolari:

    9a. Consulenze

I servizi che offrono informazioni o consulenze citando opinioni devono indicare chiara
mente l’identità, la qualifica professionale, l’eventuale carica ricoperta dall’esperto o specialista. Tale indicazione deve comunque essere fornita nel rispetto delle norme deontologiche che vietano, per alcune categorie di professionisti, qualsiasi forme di pubblicità.

Ogni servizio deve essere fornito in termini e con modalità che riflettano la serietà della disciplina oggetto della consulenza, soprattutto nel caso di servizi di consulenza medica.

    9b. Servizi informativi

I servizi che offrono informazioni su dati, fatti o circostanze suscettibili di subire variazioni nel corso del tempo devono contenere anche l’indicazione della data e dell’ora a cui risale l’aggiornamento della informazione fornita.

    9c. Manifestazioni a premio

Qualsiasi servizio che istituisca una manifestazione a premio potrà essere attivato solo dopo che sia stato emesso il relativo decreto di autorizzazione da parte del Ministero delle Finanze o, nel caso di operazioni a premio limitate ad una sola provincia, della competente Intendenza di Finanza, ai sensi della disciplina dettata dal R.D.L: 29.10.1938 n. 1933 e succ. mod., c
onvertito in legge 27.11.1989 n.384, e dal R.D. 25.7.1940 n.1077.

    9d. Opportunità di lavoro

Un fornitore di contenuto, prima di attivare un servizio di promozione delle opportunità di lavoro, deve assicurarsi che la fornitura del servizio non implichi una violazione della disciplina sull’intermediazione e/o sull’interposizione dei lavoratori.

I servizi che offrono corsi d’addestramento professionale o altri corsi d’istruzione hanno l’obbligo di non formulare irragionevoli promesse o previsioni di futuro impiego o di futura remunerazione nei confronti degli utenti.

    9e. Pubblicità

Il fornitore di contenuti si impegna a rispettare la normativa di cui al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, sia per la pubblicità a favore dei servizi offerti, veicolata attraverso gli stessi servizi o attraverso altri mezzi, sia per la pubblicità volta a promuovere altri servizi o prodotti, in cui il servizio rappresenta unicamente il veicolo di diffusione.

Il fornitore di contenuti si impegna a offrire a particolari condizioni spazi pubblicitari per la comunicazione di rilevanza
sociale, in base alle stesse norme previste per la pubblicità radio televisiva.

 

Titolo III – Applicazione del Codice


10. Premessa

Gli operatori che hanno sentito l’esigenza di darsi regole di comportamento nell’utilizzo di Internet, facendosi promotori del presente Codice, nelle persone dell’Associazione Italiana Internet Providers e dell’Associazione Nazionale Editoria Elettronica, ritengono opportuno riunirsi volontariamente in un Comitato Attuativo che si prefigge, tra gli altri sottoindicati, l’obiettivo di nominare i membri di un Giurì preposto alla tutela del presente Codice. Il Comitato Attuativo potrà anche rendersi promotore della creazione di una struttura associativa stabile finalizzata alla diffusione ed al sostegno del presente Codice, dotata di statuto e di appositi organi amministrativi. In tale evenienza, le disposizioni che seguono avranno carattere transitorio.

11. Comitato Attuativo

    Costituzione e composizione

I promotori del presente Codice costituiscono volontariamente, ai sensi degli artt. 36 e seguenti del Codice Civile , un Comitato Attuativo del Codice medesimo ed eleggono domicilio presso : ……………………..

Il Comitato Attuativo è composto da tre rappresentanti per ogni promotore.

Nella prima seduta il Comitato Attuativo elegge tra i suoi membri un Presidente ed un Vice Presidente e costituisce un fondo comune, ai sensi dell’art.37 del Codice Civile, destinato al finanziamento delle attività a cui il Comitato ed il Giurì sono preposti.

    Funzioni e compiti

Le funzioni del Comitato Attuativo sono l’informazione, la prevenzione e la regolamentazione.

I compiti affidati al Comitato Attuativo sono:

  • l’attuazione e l’evoluzione del presente codice attraverso raccomandazioni ed emendamenti;
  • la nomina dei membri del Giurì di Autotutela;
  • l’esame, in seconda istanza, dei ricorsi su decisioni prese dal Giurì
  • un ruolo di informazione e di consultazione per gli utenti ed i soggetti di Internet;
  • la conciliazione (attraverso forme di mediazi
    one ed arbitrato) tra i soggetti di Internet;

  • la realizzazione e gestione di un sito Internet con funzione di diffusione dei principi del Codice, di informazione per tutti i soggetti di Internet sull’autoregolamentazione, di supporto per l’attività del Giurì;
  • lo sviluppo dei rapporti con le autorità pubbliche, le autorità indipendenti e le associazioni di categoria a livello nazionale e internazionale;
  • lo sviluppo dei rapporti con organismi corrispondenti di altri paesi;
  • attività di studio e di ricerca.

    Riunioni

Il Presidente, d’intesa con il Vice Presidente, convoca le riunioni del Comitato Attuativo, stabilendo l’ordine del giorno dei lavori. Il Comitato si riunisce in via ordinaria almeno 2 volte all’anno e in via straordinaria quando richiesto dal Presidente o da almeno un terzo dei componenti. In tale caso la riunione deve svolgersi entro 15 giorni dalla presentazione della richiesta.

12. Giurì di Autotutela

    Costituzione e composizione

Il Giur&igr

ave; di Autotutela è costituito ad opera del Comitato Attuativo, è composto da cinque membri designati e nominati dal Comitato Attuativo ed è domiciliato presso:…………………….

    Durata

I membri del Giurì di Autotutela restano in carica un anno, con possibilità di riconferma per i suoi membri da parte del Comitato Attuativo.

    Presidente e Vicepresidente

Nella prima seduta il Giurì di Autotutela elegge tra i suoi membri un Presidente ed un Vice Presidente.

    Funzioni

Le funzioni del Giurì di Autotutela sono: la tutela del rispetto del presente Codice, l’intervento in caso di segnalazione di infrazioni da parte di soggetti Internet, di consumatori o di chiunque vi abbia interesse, l’accertamento e la pronuncia su eventuali infrazioni e l’applicazione di sanzioni nei confronti dei soggetti ritenuti responsabili.

Inoltre il Giurì può inoltre esprimere pareri preventivi sulla conformità al Codice di informazioni da mettere a disposiz
ione del pubblico, sulla congruità ai principi del rating di particolari contenuti e sui criteri di autocertificazione.

13. Procedure.

    Segnalazione e istruttoria

La segnalazione di infrazioni deve essere effettuata da parte dei soggetti indicati nel capitolo precedente (Giurì di autotutela) attraverso una istanza, da inviarsi via posta elettronica (oppure via servizio postale o via fax), contenente la descrizione dell’infrazione, l’indicazione dell’URL del sito relativo all’infrazione denunciata.

Ricevuta la denuncia, il Presidente del Giurì apre un procedimento istruttorio, fissa un termine per la decisione e sceglie all’interno del Giurì un membro istruttore incaricato di:

    (a) notificare alle parti interessate l’apertura del procedimento istruttorio, la convocazione per la discussione, concedendo loro un termine di 3 giorni per il deposito di eventuali deduzioni e/o documenti;

    (b) esaminare l’istanza segnalata e di preparare una relazione sulla fattispecie denunciata, con potere di interpellare le parti interessate.

Allo scadere
di tale termine, il Presidente convoca il Giurì, che ha l’obbligo di assumere una decisione in merito al procedimento, sulla base della relazione dell’istruttore e delle deduzioni e/o documenti depositati dalle parti interessate.

Al Giurì è data, peraltro, facoltà di prorogare il termine per la decisione qualora il procedimento non risulti sufficientemente istruito o sia necessario acquisire ulteriori elementi ai fini della decisione, dandone comunicazione alle parti.

    Decisione e sanzioni.

La decisione del Giurì viene immediatamente notificata alle parti e deve contenere il provvedimento che sarà conseguentemente adottato, con relativa motivazione.

In caso di pronunciamento negativo, ovvero se la decisione stabilisce l’insussistenza dell’infrazione segnalata, il Giurì provvede a chiudere il procedimento.

In caso di pronunciamento positivo, ovvero se la decisione stabilisce che sussiste l’infrazione segnalata, il Giurì adotterà i seguenti provvedimenti:

    1. comunicazione di diffida, c
    ontenente l’invito a
    conformarsi al pronunciamento del Giurì entro il ter
    mine di 2 giorni.

    2. in caso di inosservanza del provvedimento di cui al punto 1, formale ammonimento da pubblicarsi sul sito relativo all’organismo di autoregolamentazione Internet, con sollecito ad adempiere alla diffida di cui al punto 1;

Le decisioni ed i conseguenti provvedimenti sono vincolanti nei confronti di tutti i soggetti aderenti al presente Codice.

Le parti possono presentare opposizione entro il termine di 3 giorni al Comitato Attuativo, il quale, (a) ove ritenga fondate le ragioni dell’opponente, ha facoltà di modificare o annullare, con atto motivato, la decisione del Giurì; (b) in caso contrario, il Comitato Attuativo conferma, con atto motivato, la decisione presa dal Giurì.

14. Contenuti e azioni illecite

Nel caso di segnalazione di contenuti o comportamenti che risultino, oltre che in violazione del presente Codice, pure illeciti, il Giurì si rivolge direttamente all’Autorità giudiziaria garantendo la massima collaborazione per il proseguo delle indagini.

I fornitori di servizi informano i loro clienti della loro facoltà di sospendere e bloccare la diffusione dei contenuti illeciti in applicazione degl
i avvisi dell’Autorità giudiziaria .

Il Comitato Attuativo provvede, a titolo informativo, a rendere note ai suoi membri le decisioni a carattere giudiziario implicanti l’interdizione di un contenuto .

Comunicato ALCEI del 2 aprile 1997

Zucconi & zucconi

Il 28 marzo su RAI UNO nel corso del rotocalco TV7 è stato trasmesso l’ennesimo servizio su INTERNET. Ancora una volta si è trattato di un’accozzaglia di imprecisioni e luoghi comuni di inesitente contenuto informativo.

Questo “servizio” si accoda agli altri gravi esempi di disinformazione che i media – e la stampa in particolare – hanno recentemente fornito in relazione ai suicidi collettivi verificatisi in America.
Nonostante qualche voce fuori dal coro (V.Zucconi di Repubblica) anche in questo caso si è voluto a tutti i costi infilare la telematica in un caso nel quale non aveva nessuna ragione per essere coinvolta (i suicidi usavano internet solo per autofinanziarsi).
Se un’informazione superficiale e tendenziosa poteva essere comprensibile (ma non accettabile) tre anni fa quando della rete si sapeva poco o niente, non è tollerabile che oggi, dopo anni di discussione, sviluppo e riflessione, si continui su questo tono.
ALCEI invita i responsabili dei mezzi di informazione a non consentire che questo opera di de-culturazione continui senza alcun freno.

Documento del 26 ottobre 1996

Il saluto di ALCEI al 2° Convegno Nazionale di PEACELINK

Statte (TA) 26-27 ottobre 1996

Cari Amici,
ALCEI vuol portare un augurio affettuoso alla grande festa di Statte. Un saluto e un omaggio a tutti coloro che, con i piccoli quotidiani gesti, con il continuo impegno civile, hanno reso PEACELINK il primo fra i community network italiani.

Primo nei fatti concreti; primo per la capacità di essere, oltre le tecnologie, una rete di persone unite dalla loro umanità. La telematica di PEACELINK è la tecnologia al servizio dell’umano, rivoluzionaria nella sua semplicità, strumento dei valori, nell’azione concreta come nello spirito che la anima.

E’ finita da tempo l’epoca della pioneristica, è maturata la necessità di dare una voce comune, potente e democratica alle varie realtà dalle molte diversità, ma i tempi si preannunciano lunghi e non facili.

Il rischio è rimanere esposti, isolati e deboli a difesa di questi spazi immateriali, a maggior ragione quando da essi prendono corpo azioni concrete non più circoscritte a pochi, quando da essi si tenta di “dare voce a chi non ce l’ha” e non solo all’interno dei nostri elaboratori.

ALCEI è grata a PEACELINK anche per la collaborazione concreta e amichevole che ha avuto fin dalla sua nascita. E’ bello ricordare l’apertura e la fiducia con cui PEACELINK ha messo a disposizione la sua rete quando abbiamo aperto il primo spazio di dialogo inter-reti, quel Forum ALCEI che continua a funzionare e che vorremmo vedere più spesso frequentato anche da Voi. Vorremmo che questa collaborazione continuasse a diventasse sempre più forte.

Ci sono due compiti da svolgere, due obiettivi condivisi fra voi e noi:

Uno è la cultura.
Far meglio conoscere, oltre il confuso e deviante rumore della fanfare commerciali intorno alle “nuove tecnologie”, quei valori umani e di servizio civile che la rete può e deve portare. Le tecnologie cambiano e passano, l’umanità resta; ciò che conta è il valore del dialogo, dello scambio e del comune impegno perchè tutte le reti, nella loro ricca molteplicità, siano al servizio dei valori umani.

Dobbiamo rompere lo schermo della falsa informazione. Non solo quella negativa, che presenta le reti come covi di pirati e terroristi (soprattutto di quello che più il potere teme, l’opinione libera e incontrollabile) ma anche quella falsamente glorificatrice delle apparenze, che la fa sembrare uno stupido giocattolo per lo snobismo dei ricchi annoiati.

L’altro è la difesa.
Ciò che vediamo accadere negli altri paesi conferma che i pericoli ci sono, e sono seri. Possiamo dirci che i paesi in cui chi si collega alla rete, o tenta di esprimere un’opinione non “approvata”, rischia anni di galera sono geograficamente lontani. Ma nel mondo in cui viviamo, e specialmente sulla rete, tutto è vicino. Gravi fenomeni di censura manifesta o velata sono già accaduti o stanno avendo luogo, e alcuni in nazioni vicine alla nostra, per cultura ma anche geograficamente: la Francia, la Germania, la Spagna…

E’ illusorio pensare che l’Italia sia “indenne” da questi pericoli. Censure, repressioni, pastoie burocratiche… con la scusa di proteggerci stanno cercando di imbrigliarci. Sono molti gli interessi, pubblici quanto privati, politici e amministrativi quanto economici, che vogliono al tempo stesso reprimere la nostra libertà e impadronirsi del nostro mondo per assoggettarlo alle loro regole.

Senza grandi sforzi di fantasia, qui e oggi, in questa grande festa, il testimone della nostra illusione infranta. Una testimonianza, quella di Giovanni Pugliese che non può essere perduta nella memoria e deve continuare ad appartenere al bagaglio di esperienze di ciascuno di noi. Per questo, ma anche per rendere il nostro riconoscimento al lungo impegno personale, ben noto a tutti i presenti, ALCEI compie, qui e oggi, un piccolo, piccolo gesto concreto, annunciandoVi di aver accolto Giovanni Pugliese tra i soci onorari dell’Associazione.

Contro tutte le forze e gli interessi che vogliono legarci le mani e tapparci la bocca, e per t utti quei valori umani che la telematica può e deve servire, perchè c’è ancora molto che possiamo fare insieme. Con quotidiano impegno; e con quell’amicizia che ci avete sempre dimostrato e che vi ricambiamo, di cuore.

Il Presidente
Vittorio U. Orefice

Documento del 6 giugno 1996

Cassandra
di Giancarlo Livraghi

È proprio vero che possiamo stare tranquilli?
Piccolo catalogo di chi non ha voglia di lasciarci in pace

di Giancarlo Livraghi gian@gandalf.it – 1996- 1997

C’è una diffusa percezione, fra chi usa le reti telematiche, che tutto sommato non ci siano motivi di preoccupazione. La rete è libera, anarchica, caotica, complessa, nessuno riuscirà a dominarla o a restringerne la libertà

Le iniziative di censura basate sulla "pornografia" o sulla "pedofilia" sono talmente ridicole che moriranno da sole. I vari dispositivi di "filtro" non funzioneranno mai, e comunque possiamo vivere benissimo anche se ci tolgono l’accesso a qualche sito di "sesso spinto".

Il decency act americano è già stato dichiarato incostituzionale, il resto del mondo dovrà trarne le debite conseguenze.

Ci sono ancora casi di abusi e sequestri, ma sono meno frequenti; non ci sono più state "ondate" come il crackdown americano del 1990 o quello italiano del 1994.

Le varie ipotesi di norme o leggi repressive, di appesantimenti burocratici, di strangolamento amministrativo della telematica indipendente, finora non si sono trasformate in realtà; o meglio, leggi potenzialmente pericolose ci sono, ma nessuno le ha applicate, finora, in modo distruttivo.

Gli scandali sugli hacker si risolvono in bolle di sapone.

Il monopolio Telecom, presto o tardi, finirà. La Microsoft non riuscirà a impadronirsi della rete; e anche se ci riuscisse non potrebbe toglierci la libertà.

Insomma: tutto va bene, madama la Marchesa?

Prima di proseguire, vorrei parlare di Cassandra.

È passata alla storia (o alla leggenda) come una strega, una fattucchiera, l’uccello del malaugurio.

Era solo una ragazza intelligente che disse "per favore, prima di tirarci in casa un regalo di quei furbastri degli Achei, perché non proviamo a vedere che sorpresa c’è dentro?" Non la ascoltarono; e poi diedero la colpa a lei.

Ci provò anche Laocoonte, ma lo ammazzarono subito e dissero che erano stati gli Dei. Cassandra in quel momento fu risparmiata (anche perché era figlia del re); ma poi finì prigioniera ad Argo, disse di nuovo qualche verità scomoda e fu assassinata da Clitennestra.

Mi è capitato varie volte nella vita di trovarmi nel ruolo di Cassandra, oppure in quello del troiano stupido.

Ci vanno sempre di mezzo tutti e due; quindi spero proprio, questa volta, di non essere né l’una, né l’altro.

Ma ci sono molti motivi per non stare tranquilli. Timeo Danaos, et dona ferentes.

È vero, per fortuna, che il famigerato decency act negli Stati Uniti è stato dichiarato incostituzionale. Ma la partita non è chiusa. Ci sono ancora tentativi di imbrigliare la rete, con vari pretesti; e c’è chi da Washington briga a Bruxelles, per creare un "esempio" che possa essere re-importato. E ci sono, in America come in Europa, ricorrenti proposte di censura e controllo, compresa una recente ñ basata sul vecchio pretesto "terrorismo e bombe".

È vero che in solenni dichiarazioni l’Unione Europea ha promesso di proteggere e favorire la libertà della rete. Ma perfino nelle pieghe della Dichiarazione di Bonn si nascondono punti ambigui in fatto di libertà; e certe pressioni per una presunta "autoregolamentazione" (che non è affatto "auto", ma imposta dalle autorità politiche e amministrative, con la complicità di chi vuole compiacerle) nascondono trucchi pericolosi.

Siamo attenti ai "filtri", alle premurose "tate elettroniche" che vogliono proteggerci dalle possibili infezioni di una troppo libera navigazione nella pullulante biologia della rete. Se ognuno fosse libero di scegliere il software "protettivo" che vuole, secondo la sua cultura e le sue esigenze, sarebbero innocui (o quasi). Ma se (come si propone) saranno decisi da qualche "superiore autorità" e imposti tramite i provider, dalla "tutela degli indifesi" alla repressione di opinioni sgradite… il passo è breve.

È vero, infine, che non viviamo in uno di quei paesi (che sono tanti, e non tutti lontani) in cui per il solo fatto di collegarsi alla rete si rischia la galera, o peggio; e che una persona tecnicamente esperta potrà sempre trovare il modo per "bucare" i controlli, magari collegandosi dalla Moldavia con un’identità marziana. Ma non mi sembra ragionevole che la libertà nella rete sia il privilegio di pochi hacker (nel senso originario della parola) e che la stragrande maggioranza dell’umanità sia ricondotta all’ovile dell’informazione controllata e condizionata.

Proviamo a chiederci: chi ha voglia di reprimere?

Per cominciare: tutti i partiti politici, nessuno escluso, perché vedono male uno scambio di opinioni fuori dai canali noti e controllabili (e forse non hanno capito che nessuna forma di "democrazia elettronica" potrà mai sostituire la struttura necessaria della delega, che semmai è minata dalla meccanica superficiale del "comizio televisivo").

Non è il caso di fidarsi di chi parla di aiutarci o proteggerci. Grazie, no: non abbiamo alcun bisogno della loro protezione.

La tendenza di tutti i Poteri, e in particolare di quello politico, è trattare i cittadini come bambini sbrodoloni incapaci di gestirsi da soli.

Il rischio è che con la scusa di metterci il bavaglino finiscano col metterci il bavaglio.

E non si tratta solo dei Partiti… ho avuto modo di constatare che anche i Sindacati, nonostante alcuni interessanti tentativi di apertura, sono frenati da correnti interne incapaci di capire i valori della flessibilità e del telelavoro o di uscire dal tradizionale verticismo "tayloristico", impreparate a capire concretamente che cosa voglia dire mettere la telematica al servizio dei cittadini.

Poi… gli apparati e la burocrazia, perché non sopportano qualcosa che non sia assoggettato ai loro moduli, timbri, controlli, inghippi e vessazioni (compreso il baraccone di pseudo-garanzia nato dalla mal concepita legge sulla privacy , che può facilmente trasformarsi in uno strumento di repressione burocratica).

È vero che si parla di riforma dell’Amministrazione, di burocrazia al servizio dei cittadini e non viceversa; è vero che ci sono esempi positivi, come alcune Camere di Commercio e alcune amministrazioni locali; ma in generale, anche se queste "buone intenzioni" si realizzeranno, ci vorranno parecchi anni. Intanto rimane il pericolo che i peggiori comportamenti della burocrazia vengano a rendere la vita difficile non solo ai gestori di servizi in rete (specialmente i più piccoli e indipendenti) ma anche a tutti gli utenti.

C’è anche chi "vende sicurezza" , e ha tutto il diritto di fare il suo lavoro, ma spesso esagera nella diffusione di percezioni ossessive e terrificanti.

Credo che sia ovvio a tutti il livello di disinformazione, di "analfabetismo culturale", che spesso dimostrano ancora i "grandi mezzi" tradizionali (giornali, televisione, eccetera, per non parlare dei libri) quando si occupano della rete.

Proviamo a chiederci perché.

I proprietari di questi mezzi tradizionali temono che ci sia informazione fuori dal loro controllo e che il loro potere si indebolisca.

Si è scoperto anche che temono (assurdamente) di perdere denaro per la "concorrenza" della rete.

Alcuni di loro (su scala mondiale) stanno cercando di entrare nella rete e di ottenere posizioni di egemonia. Molti altri sanno che non riusciranno a farlo. I primi, se avessero una visione lucida, dovrebbero essere schierati dalla parte della libertà; ma anche a loro costa poco "accontentare" gli spaventati permettendo "lacci e lacciuoli" che poco nuocerebbero ai grandi operatori ma ingabbierebbero i piccoli.

Anche il mondo della "cultura" tradizionale, e tuttora imperante, dà spesso segni di oscurantismo. Molti "intellettuali", temono di perdere i loro privilegi come "maestri del pensare", come "emanatori" di conoscenza e di informazione.

Chi ha vera maestria e cultura non ha nulla da temere, perché anche in un incontro "da pari a pari" con chiunque di noi saprebbe guad
agnarsi il nostro rispetto e affermare la sua meritata autorità. Ma quanti, che imperversano dai talk show alle cattedre universitarie, saprebbero cavarsela davvero se scendessero dai loro scranni privilegiati e si mescolassero al "volgo"?

Provate ad ascoltare le cose che dicono personaggi "autorevoli" di ogni specie, che si erigono a esperti mentre se li si ascolta ci si accorge che non conoscono la differenza fra l’e-mail e un cd-rom.

I giornalisti… alcuni, è vero, conoscono bene la rete, non la temono e ne parlano in modo intelligente. Ma sono ancora una piccola minoranza.

Ricordo di aver partecipato a un convegno di giornalisti, al Circolo della Stampa a Milano, in cui si parlava della rete. Il terrore diffuso era palpabile.

Come sopravvivere in un mondo in cui i miei lettori possono controllare le mie fonti? Perderò il mio privilegio di "mediatore" dell’informazione? Dovrò ri-imparare daccapo il mio mestiere? Spero di svegliarmi domattina e scoprire che era solo un incubo.

Quei giornalisti che hanno capito, e quelli che capiranno, potranno non solo continuare a fare il loro mestiere, ma farlo molto meglio. Ma sono ancora molti quelli che hanno paura.

L’Unione Europea (nonostante le sue "dichiarazioni" in senso contrario) sta lavorando su una pazzesca congerie di norme, regole, controlli e censure.

Conosciamo almeno alcuni dei campi in cui intendono agire, dal controllo dei pagamenti tramite la rete (come se non fosse un problema già risolto) alla difesa del copyright (leggi interessi dei grossi produttori di software) alla lotta contro il "terrorismo in rete" (che sappiamo non essere un problema reale) alla "pornografia" (che abbiamo visto essere un pretesto per la c
ensura) alla difesa della privacy dei dati… quest’ultima una tesi sacrosanta, ma già abbiamo visto come sotto quella giusta bandiera si infilino meccanismi di burocratizzazione repressiva. Eccetera…

Ogni tanto si parla di "interessi economici". Secondo me è sbagliato pensare che tutti gli interessi economici e commerciali siano "nemici" della rete. Ci possono essere business che aiutano e sostengono la libertà della rete invece di ostacolarla.

Ma i "nemici" ci sono, e possono essere pericolosi. Alcuni grandi interessi economici (non tutti) temono di vedere il mercato aprirsi a piccoli operatori e temono di perdere le leve di controllo privilegiato che hanno attraverso i grandi canali di distribuzione, promozione e comunicazione.

Ho sentito "portavoce" di questi interessi dichiarare pubblicamente che la rete va imbrigliata, regolata, irreggimentata, prima che dia spazio (temibile ipotesi) a piccoli operatori che possano competere alla pari coi grandi, magari offrendo gli stessi prodotti a prezzi più bassi o con un servizio migliore.

Uno di loro, due anni fa, disse sogghignando "tanto entro sei mesi internet collasserà, e avrete bisogno di noi per rimetterla in piedi". Per fortuna, almeno finora, i fatti gli hanno dato torto. Se la rete ogni tanto si ingorga, non è certo per l’aumento della sua diffusione, ma per la congestione prodotta da un sovraccarico di cose inutili, come un eccesso di immagini e di animazioni. A salvarla potrà essere solo un progressivo ritorno di buon senso, sotto la pressione di chi della rete ha bisogno; comprese quelle grandi imprese che oggi la snobbano o la temono, ma presto o tardi ne scopriranno l’utilità.

Ci sono altri fenomeni che possono sembrare bizzarri ma non sono da sottovalutare.

Per esempio, i "vettori" tradizionali di informazioni e beni hanno tentato, in vari paesi, di far tassare la rete per renderla meno competitiva. Finora non ci sono riusciti, ma non è detto che non ci riprovino.

E poi… ci sono i "normomani".

Una certa specie di giuristi e legislatori, che in un paese già afflitto da 100.000 leggi più di quante ne servono vogliono continuamente accrescere l’intrico indecifrabile di leggi e norme (e carrozzoni vari che con la scusa di "controllare" fabbricano solo privilegi e corruzione) per un loro esclusivo quanto perverso interesse. Sono già riusciti a produrre alcune mostruosità giuridiche e temo che non abbiano finito.

Parte spesso da costoro il concetto di una società in pericolo, di una rete affollata di hacker e pirati, o peggio ancora (che cosa terribile!) di opinioni liberamente diffuse che danno voce anche alle minoranze, al dissenso, o comunque a quel "profano volgo" cui finora era solo consentito di inchinarsi tremante davanti al potere di chi tiene le chiavi della Legge (e dell’informazione).

Stiamo attenti… in tutto il mondo, ma specialmente in Italia, ci sono moltissime leggi che enunciano un principio e prescrivono tutt’altro. Come se la legge per la difesa dei bambini e dei deboli all’articolo 47/bis contenesse oscuri riferimenti che, una volta decodificati, prescrivono quante frustate deve ricevere un disobbediente. (Avevo scritto questo esempio, un anno fa, pensando che fosse del tutto immaginario; ma se guardiamo certe norme proposte per la "tutela dei minori" ci accorgiamo che la realtà supera la fantasia).

Ci sono anche, naturalmente, i grandi produttori di software, che furono gli ispiratori del demenziale crackdown del 1994 in Italia. Ma pare che abbiano capito l’inutilità di quelle operazioni intimidatorie, che alla fine si rivolgono a loro danno, e quindi oggi siano un po’ meno pericolosi, almeno per quanto riguarda sequestri e persecuzioni poliziesche; ma non sono certo finiti i loro tentativi di monopolizzare la rete e controllarne anche i contenuti.

Molti grandi ope
ratori stanno cercando di trasformare la rete in un grande spettacolo, una specie di Hollywood o Disneyland, piena di orpelli e scarsa di informazioni. Questo riporterebbe la rete, o parte di essa, a una brutta copia dei mezzi tradizionali, con tanti saluti all’interattività e al libero scambio di opinioni. Con un grande abuso di paroline di moda, come "multimediale" o "virtuale" o ciberchissàche, ci stanno rifilando cultura vecchia con un vestitino nuovo, spesso abbastanza goffo.

Trovo francamente insopportabili trasmissioni televisive, film dell’orrore o del "fumettismo" di basso livello fantascientifico, e tante altre forme di pseudocultura e culto dell’apparenza, che infestano giornali, riviste e libri, allontanando la percezione dai valori reali, umani, civili, sociali della rete.

E anche tutto questo straparlare di "Internet" (inteso come un repertorio di testi e immagini da "esplorare" con un browser) quando una realtà portante del sistema sono, e soprattutto saranno, le comunità umane in tutte le loro forme, compresi i BBS e i community network .

Stranamente quelle che temo meno (spero di non sbagliarmi) sono le "Forze dell’Ordine", perché è "di pubblico dominio" che la Polizia ha la rete sotto controllo da anni, la conosce benissimo e non la teme; quindi non ha alcun interesse a "reprimerla" se non riceve qualche direttiva pilotata da altri interessi. O almeno così credevo. Ma ora si sta scatenando una specie di "gara" fra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, con una tendenza a vedere o inventare pericoli un po’ dovunque per dimostrare la propria capacità nella scoperta e repressione di "crimini" così moderni, affascinanti e incomprensibili a gran parte dell’opinione pubblica e delle "autorità costituite".

E, anche qui, ci sono pressioni internazionali; compresi sistemi già funzionanti (ma di cui si parla poco) capaci non solo di intercettare le comunicazioni in rete senza bisogno di alcuna autorizzazione della magistratura, ma anche di pilotare le intercettazioni in base ai contenuti. Sarebbe veramente stupido un criminale, un terrorista o una spia che usasse per i suoi maneggi un mezzo così facilmente controllabile dalle polizie e dai servizi segreti di mezzo mondo; che fanno tutto il possibile per bloccare l’uso della crittografia, non perché se ne servano i criminali (che hanno altri metodi per non farsi intercettare) ma perché potrebbe ostacolare la &quo
t;sorveglianza" su cittadini incensurati e insospettabili.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica, non facciamoci illusioni. Con la disinformazione che c’è in giro, la maggior parte dei cittadini potrebbe vedere di buon occhio qualche "controllo" su questa misteriosa macchina divoratrice di cervelli che manda in paranoia i bambini e diffonde pornografia, pedofilia, anomalia, pirateria, indisciplina, criminalità, disumanizzazione, alienazione, ossessione, e chissà quali diavolerie tecnologico-fantascientifiche.

Forse nessuna di queste "forze ostili", da sola, è in grado di limitare davvero la libertà delle reti, così molteplici e proteiformi; e anche (speriamo) difese da interessi più lungimiranti, che della loro autonomia capiscono il valore e il potenziale.

Ma le varie spinte repressive possono allearsi e combinarsi, anche in modi imprevedibili. E possono trovare un "collante" nella più spaventosa forza distruttiva che sia mai esistita: lo smisurato potere della stupidità umana.

In conclusione… è meglio stare in guardia. La strada per arrivare a un’autentica cultura e libertà delle reti (al plurale: più sono, meglio stiamo) è ancora lunga e piena di ostacoli.

Per altri scritti sullo stesso argomento:
http://gandalf.it/free/

Comunicato ALCEI del 5 giugno 1996

ADN KRONOS e Falange Armata

Un anno fa vi fu un grande clamore intorno alla presunta aggressione telematica ai danni dell’agenzia ADN Kronos e che, alla luce dei fatti, si era poi rivelato essere un episodio privo di consistenza. Tra l’altro, in quell’occasione, nessuno si era preoccupato di rendere note all’opinione pubblica le conclusioni degli inquirenti. Adesso giunge la notizia dell’individuazione di “IceMc”, uno studente di diciassette anni, quale presunto responsabile di una serie imprecisata di accessi abusivi perpetrati in punti isolati e mal protetti delle reti telematiche

Soliti titoli a pagina intera, informazione scarsa, la notizia, così come presentata risulta risibile.

Il fatto, che poteva costituire l’occasione per una riflessione seria sui temi della libertà nella rete, ha purtroppo ceduto il passo ancora una volta alla “vena” sensazionalistica e superficiale che ha caratterizzato trasversalmente la quasi totalità dei mezzi di informazione.

Vi sono giornalisti seri e competenti che con pazienza scrivono articoli validi e pur avendo una ottima conoscenza delle problematiche reali delle reti di calclatori e della comunicazione elettronica continuano ad essere relegati sulla stampa specializzata o entro spazi ridottissimi.

Non manca dunque l’intelligenza ma la volontà che essa venga impiegata per dare informazione di qualità, e questo ci preoccupa molto più di quanto la rete telematica preoccupi i lettori. Con o senza innocui quanto pittoreschi “hackers”.

Alcei, l’Associazione per la Libera Comunicazione Elettronica Interattiva si dispiace di dover denunciare ancora una volta questo approccio distorto che non tiene conto dei reali problemi e distoglie l’attenzione del pubblico da quelle che sono le infinite opportunità culturali, sociali ed economiche che si sviluppano intorno alla rete.

Documento del 9 maggio 1996

Nel nome della legge, dichiaro Internet in arresto!

di G. Salza e P. Buschini
“Articolo 227-23 del codice penale”.

E’ questa “l’arma segreta” impiegata dalle autorità transalpine per condurre la più pesante azione repressiva contro Internet in Francia. Bilancio della “rafle” di lunedì 6 maggio: quasi 48 ore di carcere per i presidenti di due celebri providers transalpini, hard disks e materiali informatici sequestrati da una sezione della Gendarmerie di Parigi.

“Sono rimasto scioccato dalla violenza e dall’arbitrarietà della procedura”, dichiarerà al quotidiano “Le monde” il presidente di FranceNet, uno degli indiziati.

L’articolo 227-23 punisce i reati legati alla pornografia infantile. Ed è di questo che sono accusate le due società, FranceNet e World-Net. Non per la produzione di contenuti pornografici. Ma semplicemente per avere garantito ai loro abbonati il full-feed delle gerarchie di USENET, che comprende vari newsgroups “alt.binaries.pictures.erotica.*”.

Questa procedura di forza e con la forza non risolve il problema dell’accesso alla pornografia su Internet. Perfino i politici e i magistrati sanno oggi che un abbonato può accedere ad uno delle c
entinaia di servers pubblici di news (sparsi in tutto il mondo), e che chiudere due rubinetti non serve assolutamente a niente. Il principale fornitore in Francia dell'”acqua potabile” per tutti i rubinetti dei providers (newsgroups pornografici compresi) è RAIN, filiale di France Telecom. Va precisato che RAIN non era nemmeno menzionato nella procedura di lunedì e che continua a distribuire indisturbato i feed di news.

La scelta “casuale” dei due providers permette alle autorità francesi di dare il “buon esempio”, proprio alla vigilia di un’importantissima conferenza sul Web, che interessava da vicino tutti gli attori commerciali del Net. In cosa consiste questo “buon esempio”?

Mettere una gendarmeria virtuale dietro ogni modem.
Emasculare le aree “sporche” di Internet.
Fare una lista di buoni e cattivi.
Ripristinare il classico controllo statale dell’informazione e delle scelte dei naviganti della Rete.

I cattivi della “rafle” di lunedì sono due società indipendenti, di buon successo certo, ma dal peso commerciale irrisorio rispetto ai grossi fornitori di accesso Internet che operano in Francia, primo fra tutti “Wanadoo”, creato e lanciato da France Telecom lo scorso 2 maggio: 4 giorni prima dell’azione giudiziaria. Sia WorldNet che FranceNet non operano alcuna censura preventiva sui newsgroups, nè ne avrebbero i mezzi: una posizione fastidiosa per altri gruppi, che decidono arbitrariamente quali newsgroups negare ai loro abbonati.

FranceNet e WorldNet sono stati presi di mira perché erano i soli a trasgredire all’articolo 227-23 del codice penale, oppure perché davano fastidio? Questa “trasgressione” rischia di costare cara ai dirigenti delle due società: fino a 3 anni di prigione e 150 milioni di lire di multa.

La comunità transalpina su Internet ha reagito prontamente a quest’azione unilaterale di censura. Quasi tutti i providers privati hanno chiuso l’accesso alle news in segno di protesta. Il newsgroup fr.network.internet ha ricevuto centinaia di messaggi in meno di 24 ore. Numerose Home Pages transalpine si sono tinte di nero e hanno esposto un fiocchetto tricolore (per ricordare questo lunedì nero). Varie tribune di discussione si sono aperte sul Web. E non si contano più i messaggi di protesta inviati alle caselle email delle autorità francesi, e le testimonianze di sostegno ai dirigenti delle due società.

I primi bilanci del “lunedì nero” hanno varcato da tempo le frontiere. E’ per questo che ti chiediamo di leggere questo comunicato, e – se ti è possibile – di diffonderlo ad amici, ai colleghi, ai media. Considera queste linee come “un’altra” fonte di informazione: un messaggio di Cibernauti e Cittadini contro ogni forma di censura, ogni forma di controllo dell’informazione. Questa storia – con circostanze e personaggi diversi – si è già ripetuta altrove: ieri negli Stati Uniti, oggi in Francia, domani forse a livello dell’Unione Europea.

Sì. Può succedere anche a te. Anzi, non preoccuparti: succ ederà.

Giuseppe Salza (giusal@worldnet.fr)
Philippe Buschini (philb@sct.fr)

Documento del 31 dicembre 1995

Rassegna stampa degli articoli usciti in occasione della nascita di ALCEI (1994/1995)

Corriere Telematico (9/94)

ALCEI. E’ nata l’associazione per i “cittadini elettronici” di Malko Linge

“Mai pensato che il nostro computer potrebbe aver problemi di libertà? E il nostro modem voglia di riservatezza? Eppure ne hanno, cioè: li abbiamo noi. Quasi senza accorgercene, leggendo e scrivendo messaggi, usando forme nuove di comunicazione, siamo diventati un’altra cosa. Siamo “cittadini elettronici”. Ma “quanto” siamo liberi? Quanto abbiamo già “regole” adeguate alla novità che viviamo e rappresentiamo?”

Così si apre il comunicato stampa che la nuova Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva (ALCEI) ha diffuso e sta diffondendo agli organi di stampa specializzata e in tutti gli ambienti telematici (dalle BBS a Internet). Da tempo ormai anche nell’area SYSOP.ITALIA si continua a parlare di “fare qualcosa” per questo nostro mondo, colpito e massacrato da chi, approfittando di leggi inesistenti o addirittura inadeguate ha inflitto duri colpi alla libertà di pensiero e di comunicazione della telematica. E’ ora di passare all’azione con qualcosa di concreto, e pare che i primi a rendersene conto siano stati i membri della americana Elettronic Frontiers Foundation (EFF) che da quattro anni ormai lavorano per la cosiddetta “Democrazia Elettronica” cioè perché le infrastrutture e le norme che governano l’informazione e la comunicazione via modem si formino nel rispetto di tutti i valori democratici. I recenti sequestri in Italia, il ricco dibattito che negli Stati Uniti si sta sviluppando intorno alle autostrade elettroniche, la lentezza e le incertezze che caratterizzano l’affermarsi di un analogo progetto europeo, le trasformazioni tecnologiche e d’uso che l’insieme dei media va conoscendo, indicano un terreno di iniziativa per la difesa e lo sviluppo dei diritti di cittadinanza telematica come parte dei diritti democratici. Ed è proprio con il patrocinio della EFF che in Italia è nata ALCEI. Parlando con Giancarlo Livraghi, uno dei primi iscritti alla neonata Associazione, mi sono reso conto che se è vero che ALCEI si presenta come istituzione “a difesa dell’utente”, è anche vero che difendendo la libertà di pensiero e di opinione di un utente (all’interno di una messaggistica), si difenderà a sua volta anche la libertà dei Sysop! Ora come ora la legge italiana prevede che gli unici responsabili di ciò che accade o viene scritto in un messaggio su una BBS siano proprio gli intestatari della linea SIP. Ciò vuol dire che se un utente, su una BBS, offendesse il Capo dello Stato, a finire in galera sarebbe il Sysop che avrebbe dovuto impedire la diffusione di quelle righe incriminate.

Dice Livraghi: “Alcei non è una lobby. Non è solo un gruppo di difesa del consumatore, noi intendiamo muoverci su casi singoli così come su terreni generali: il diritto e la legislazione, che sono incompleti, l’informazione che è oggi del tutto assente, carente o imprecisa (e spesso pilotata da gruppi di interesse); l’elaborazione di una cultura dei nuovi mezzi”. Ed è proprio di qualcosa del genere che la Telematica Italiana aveva bisogno. Non dobbiamo, infatti, aspettare che sia il parlamento a scrivere una nuova legge che ci inquadri. Appoggiandoci ad associazioni del genere (costituite da gente come noi che conosce a fondo l’ambiente) dobbiamo essere noi a proporre le nuove regole, altrimenti chi lo farà? Ho paura a pensare che a farsi avanti per primi saranno i grossi gruppi economici.

“La nostra Associazione”, continua Livraghi, ” non è un’organizzazione di tendenza, non ha riferimenti politici o ideologici, non chiede di essere finanziata dallo stato. Tutti vi possono aderire, purché ne rispettino lo statuto. A tutti chiediamo una quota associativa e una collaborazione in qualsiasi forma: nessuno ci paga, non abbiamo apparati. Noi non vogliamo altro che:

1. leggi che proteggano i diritti dei cittadini nell’uso delle nuove tecnologie di comunicazione;
2. norme comuni per tutti i fornitori di network che garantiscano piena libertà di parola senza alcunadiscriminazione;
3. un sistema pubblico nazionale dove servizi voce, dati e video siano accessibili a tutti i cittadini su basi eque ed economicamente accessibili;
4. varietà e diversità di comunità che permettano a tutti i cit tadini di avere una voce nella nuova era dell’informazione.”

Forse Alcei può davvero aiutarci ad emergere da questo chaos telematico in cui, per adesso, stiamo navigando. Di sicuro ne ha tutte le intenzioni e probabilmente se ai numerosi soci (tra utenti e Sysop vari) che in questo mese ha saputo convincere, si aggiungeranno tanti altri, alla fine potrebbe diventare una sorta di “portavoce” ufficiale delle esigenze dei Sysop e dei loro utenti.

La Repubblica (19/9/94)
A difesa dei diritti del “cittadino elettronico”

NEL CYBERSPAZIO E’ NATA ALCEI
Una fondazione telematica
di Claudio Gerino

La mitologia greca a difesa del “cyberspazio” italiano, della nuova frontiera della comunicazione telematica. Alceo (dal greco Alké, forza), figlio di Perseo (nato dall’unione tra Zeus e Danae), nonno di Eracle, diventa il baluardo della libertà informatica, il nuovo Ercole che combattera chi vuole imprigionare i bit che corrono sui fili del telefono, lanciati da modem e computer, chi vuole limitare i diritti del “villagg io globale”. Da oggi, “Alcei” è l’acronimo dell’ “Associazione per la liberta nella comunicazione elettronica interattiva”, l’equivalente italiano della Electronic Frontier Foundation, la fondazione statunitense che da anni si batte per i diritti telematici dei cittadini. E se non bastasse, se il ricorso alla mitologia non fosse sufficiente, la storia della poesia greca puo chiarire ulteriormente i connotati ideali del sodalizio nato dopo mesi di dibattiti, convegni, riunioni nelle stanze virtuali delle Bbs, confronti con legislatori e magistrati, e che sta muovendo, in questi giorni, i suoi primi, incerti passi: “Alceo – spiega Claudia Di Giorgio, una delle sopcie dell’Electronic Frontiers italiana, che ha condotto la ricerca nei meandri della storiografia e della mitologia greca – era un poeta di Mitilene nato attorno al 630 A.C. Fu lungamente costretto all’esilio perché nei suoi poemi aveva attaccato tutti i tiranni dell’epoca”.

Nuovi sistemi interattivi

“Libera associazione di cittadini che ha per scopo la difesa, lo sviluppo e l’affermazione dei diritti del ‘cittadino elettronicò, cioè di chiunque diviene utente, diretto o indiretto, di un sistema o di un servizio telematico : cosi Alcei è stata definita dal gruppo di linkers che ha raccolto le file e i temi scaturit i dalle polemiche dopo le recenti operazioni della magistratura contro alcune banche-dati. Obiettivo principale dell’associazione e quello di “sostenere il diritto per ciascun cittadino di esprimere il proprio pensiero, anche attraverso i nuovi sistemi interattivi consentiti dall’informatica, in completa libertà“. Contemporaneamente, pero, “Alcei” vuole “la piena tutela della privacy personale”. E nella difesa dei diritti telematici sono compresi sia i singoli sistemi che i grandi centri di editoria elettronica, passando per gli operatori e gestori dei nodi di collegamento locali (Bbs), “con particolare attenzione a quei piccoli nuclei che, senza finalità commerciali, operano per passione e con spirito di servizio”. Insomma, la “Ef” italiana è una sorta di “agenzia” che si occuperà di diffondere e sviluppare i principi di una nuova “cultura telematica”, incaricandosi innanzitutto dell’informazione verso i mass-media, ma anche facendosi promotore di campagne d’opinione per far sì che ogni eventuale iniziativa legislativa di regolamentazione dei sistemi telematici tenga sempre conto dei diritti fondamentali di libertà dei cittadini. Il “manifesto” dell’associazione, diffuso per ora sulle reti telematiche nazionali ed internazionali (ma presto diverra anche oggetto di una serie di “proposte” rivolte a giornali e televisioni), riassume i perché della nascita di un organismo come questo: “Avete mai pensato che il nostro computer potrebbe avere problemi di liberta e di riservatezza? Eppure e cosi: quasi senza accorgersene, leggendo e scrivendo messaggi, consultando banche dati, usando nuove forme di comunicazione, siamo diventati un’altra cosa. Siamo ‘cittadini elettronicì. Ma quanto siamo liberi di esserlo? Quante sono le regole di comportamento o di responsabilità adeguate alla novità che viviamo e rappresentiamo?”. Queste sono le domande a cui “Alcei” vuole dare risposte. E, tra l’altro, le vuole dare in tempo reale, come in tempo reale è la trasformazione culturale generata da tutte le nuove forme di comunicazione interattive che si vanno sviluppando nel mondo. Il nodo principale è sempre lo stesso: il gestore di sistema è responsabile o meno delle comunicazioni che si scambiano in tempo reale, gli utenti? L’esempio più simile viene dalla telefonia: se due persone, attraverso la Sip (ora Telecom), si rendono autori di un reato, l’ente gestore del sistema telefonico ne è responsabile? La legge ha già dato una risposta in questo caso: le comunicazioni telefoniche sono protette dal principio di riservatezza e quindi il gestore non può controllarle e, al contempo, non ne è responsabile. Cosi invece non è per le comunicazioni telematiche, secondo l’interpretazione della magistratura. Che però entra in contraddizione con la recente legge contro la pirateria informatica che, in realta, protegge la messaggeria privata su Bbs nello stesso modo della corrispondenza epistolare. Il dibattito, in questi mesi, ha affrontato anche il problema dell’anonimato: come è possibile conciliare la certezza del rispetto della legalità e della privacy degli utenti telematici se viene consentita la non identificazione certa degli utenti stessi? Sono state avanzate proposte che tentano di dare una risposta a questo quesito, come quelle per cui il gestore di sistema dovrebbe avere il dovere della riservatezza dell’identita dei propri utenti. Ma resta il problema della “password”, della chiave d’accesso dell’utente stesso: il livello di protezione di quest’ultima deve essere talmente alto da impedire sia un uso fraudolento di essa, sia deve poter fornire con assoluta certezza l’identificazione del suo utilizzatore. In poche parole, la “password” deve essere così sofisticata da garantire il gestore del sistema che chi la sta usando è proprio l’utente che l’ha stabilita, o comunque qualcuno sotto la sua responsabilita. Ed al contempo, l’utente deve avere la certezza che la sua “password” non sia conosciuta, in “chiaro”, da nessuno.

Va protetta la “privacy”

La “Ef” italiana si pone anche l’obiettivo di difendere i diritti di comunicazione telematica internazionale. Cosa non da poco, viste le differenti legislazioni esistenti nel mondo e, sopratutto, gli scarsi livelli di protezione della “privacy” e della sicurezza su importanti reti mondiali come la stessa Internet . E, infine, Alcei ha fatto propri i principi fondamentali della “Electronic Frontier Foundation” americana, che ha accolto con favore la n ascita dell’organizzazione italiana: il varo di leggi che proteggano i diritti dei cittadini nell’uso delle nuove tecnologie, norme comuni per tutti i fornitori di network che garantiscano piena liberta di parola senza alcuna discriminazione, la realizzazione di un sistema pubblico nazionale dove tutte le forme di comunicazione siano accessibili a tutti i cittadini su basi eque ed economicamente accettabili, lo stimolo alla nascita di comunita che permettano a tutti i cittadini di avere una voce nella nuova era dell’informazione, assistenza legale in caso di violazione delle libertà, consulenza on line a persone che abbiano domande riguardanti i loro diritti, informazione sui temi della comunicazione interattiva, confronto con legislatori, associazioni giuridiche e studiosi su questi temi. Chi volesse iscriversi ad Alcei (le quote annuali partono dalle 20 mila lire per gli studenti, alle 50 mila lire per i soci ordinari fino alle 300 mila per le imprese), oppure vuole avere maggiori informazioni puo già da subito mettersi in contatto con l’associazione all’indirizzo di posta elettronica alcei@alcei.sublink.org. (n.b. il nuovo indirizzo dell’associazione è alcei@alcei.it)

Linea EDP (21/10/94)

NASCE ALCEI PER SALVAGUARDARE I DIRITTI TELEMATICI DEI CITTADINI
di Marco Ceresa

Fondata a Milano, l’associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva, sulla scia del successo americano dell’Eff (Electronic Frontier Foundation). Iscrizioni aperte a tutti.

E’ nata a Milano, ma una sua sede è presente a Roma, l’Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva (battezzata con l’acronimo Alcei), l’equivalente italiano della Electronic Frontier Foundation (Eff), la fondazione molto attiva nelle regioni americane, costituita anni fa per la salvaguardia e tutela dei diritti telematici dei cittadini. Obiettivo primario del nuovo soldalizio italiano è quello di intervenire, se necessario anche legalmente, a difesa del diritto che ciascun cittadino ha di esprimere il proprio pensiero (diritto sancito dall’articolo 21 – primo comma della Costituzione) anche attraverso i sistemi interattivi consentiti dalle recenti tecnologie informatiche, rispettando la piena libertà e la totale privacy. Alcei intende non solo diffondere e sviluppare i principi di una nuova cultura telematica, attraverso la realizzazione di un sistema pubblico nazionale dove tutte le forme di comunicazione siano accessibili a chiunque, ma soprattutto farsi promotore di campagne di sensibilizzazione, di modo che ogni provvedimanto legislativo in materia abbia sempre come punto di riferimento il rispetto del diritto di libertà del “cittadino elettronico”. Questo perché Alcei intende difendere tutti i propri associati, partendo dal singolo utente, diretto o indiretto, del più piccolo sistema telematico, passando ai grandi centri di editoria elettronica, fino ad arrivare agli operatori e gestori dei nodi di collegamento locali (Bbs), con particolare riguardo a quei piccoli nuclei che, senza fine di lucro, operano per passione e spirito di servizio. Per avere maggiori informazioni sulla neonata Associazione o per aderirvi (le quote di iscrizione sono di 300mila lire per le società, 50mila lire per le persone fisiche e 20mila lire per gli studenti) l’indirizzo di posta elettronica è alcei@alcei.sublink.org (n.b. il nuovo indirizzo dell’associazione è alcei@alcei.it).

Il Manifesto
(13/12/94) I DIRITTI TELEMATICI E LE TECNO-FOBIE
di Franco Carlini

Monta un’aria pesante nei confronti della libertà delle idee elettriche [sic]. E si torna a parlare di proposte di legge per regolamentare i bbs amatoriali.

“Con ‘sta storia dell’Adnkronos ho paura che ci inculeranno tutti! Infatti non è colpa di un cattivo system administrator che si fa inculare al primo colpo con un bel virus, ma la colpa è sempre del tremendo e cattivo hacker, che, uscendo dal recinto delle libertà consentite, riesce a scoprire quello che nessuno vede”.

Questo messaggio è comparso nei giorni scorsi su uno dei tanti Bbs (bollettini o bacheche elettroniche) che animano il cyberspazio italiano. Il mittente è giustamente indignato con le fantasiose rappresentazioni di stampa, ma anche preoccupato che di nuovo, come già nel maggio scorso, si apra la strada a pretestuose retate di computer e dischi.

E certo sarà inorridito al vedere l’ultimo numero di Panorama, dove un servizio tecnicamente assai preciso, viene coperto dal seguente titolo: “Hacker: il terrorismo corre sul computer”.

Il riferimento è alla incursione delle settimane scorse nei computer dell’agenzia di stampa Adn Kronos, nell’occasione firmato Falange Armata, che ha prodotto le consuete tecno-fobie e molta disinformazione.

Un episodio davvero curioso, perche o il gestore del sistema della Adn Kronos è un ingenuo che non sa proteggere la sua parola d’accesso, oppure qualcuno dall’intemo, ha manipolato il sistema. Non esiste la possibilità che un hacker, provando e riprovando password a casaccio dal suo modem di casa possa entrare così, liberamente. Specialmente se non si tratta di linee telefoniche commutate, ma dedicate (in affitto esclusivo all’agenzia).

Del resto tutte le statistiche confermano che la gran parte dei cosiddetti crimini informatici avviene dall’intemo delle aziende. L’ultimo episodio è quello della Deutsche Bundespost Telekom, dove è stata scoperta una truffa colossale: a ignoti abbonati telefonici venivano addebitati migliaia di scatti verso servizi a pagamento oltre oceano, per lo più porno linee. Ma non erano hacker i manipolatori, bensì tecnici interni al gigante telefonico.

Monta però un’aria pesante, nei confronti della liberta di circolazione delle idee elettriche. E si torna a parlare di proposte di legge per regolamentare i Bbs amatoriali.

Un segnale di preoccupazione e venuto la settimana scorsa da Alcei, l'”Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva”, che è un pò l’analogo della americana Eff, Electronic Frontiers Foundation.

Alcei dunque “esprime la preoccupazione che l’intento, di per sé giusto e corretto, di tutelare la privacy si trasformi in una sorta di spada di Damocle incombente sui diritti telematici. C’è il rischio concreto che, al di là della volontà originaria del legislatore, la normativa produca di fatto una pesante limitazione al diritto alla circolazione delle idee anche in forma elettronica. Una condizione inaccettabile sia per la palese violazione dei diritti costituzionali, sia per il naturale sviluppo di nuovi spazi di libertà che la comunicazione telematica ha aperto anche in Italia”.

Di tali argomenti discuterà oggi pomeriggio anche la trasmissio- ne Duemila, su Radio Tre, con la partecipazione, tra l’altro, del magistrato Giovanni Buttarelli, che è ; tra gli estensori del progetto di legge governativo.

A tali sacrosante preoccupazioni si contrappongono tuttavia atteggiamenti molto più misurati e persino favorevoli alla regolamentazione. Per esempio Roberto Cicciomessere, fondatore del sistema telematico Agorà, nato come costola del partito radicale, ha scritto: “Che oggi qualcuno voglia limitare con interventi polizieschi o legislativi la libera circolazione delle informazioni nei sistemi (amatoriali o meno) e nelle reti telematiche è tutto da dimostrare. Anzi è indimostrabile. La discussione può vertere casomai sull’opportunità o meno di fare leggi per regolamentare la materia. Io sono del parere che nella giungla non c’è più libertà e vince sempre il più forte. Quindi che è necessario stabilire dei principi generali che riguardano le pari opportunità d’accesso alle reti per impedire l’abuso di posizioni dominanti”.

Sembra un ragionamento sensato, ma contiene un grande errore: a differenza dell’etere, dove i canali sono limitati, nelle reti di computer lo spazio è praticamente infinito e perciò nessuno può impedire alla concorrenza di entrare, nemmeno la Olivetti, di cui Cicciomessere sembra avere tanta paura. (A proposito, che fine ha fatto il loro servizio Italia Online, annunciato e promesso da mesi? Non si vede, sembra impantanato chissà dove: una vera figuraccia).

Semmai, come scrive Giancarlo Livraghi in uno dei tanti forum telematici in cui la discussione si va sviluppando, “Ciò che mi preoccupa, amici miei, è che tanta gente abbia voglia di prendersi cura di noi. Burocrati, eurocrati, plutocrati, legislatori, amministratori, politicanti e compagnia bella stanno scoprendo che c’e questa cosa un pò misteriosa chiamata telematica, che c’è uno spazio ora tanto di moda chiamato Internet, e hanno deciso che non siamo capaci di cavarcela da soli e che dovranno metterci il bavaglino. O il bavaglio?”.

Il Sole 24 Ore (24/12/94)
Nasce il forum Alcei

II primo forum telematico, aperto a tutte le reti (sia Internet che Bbs) per discutere di libertà di comunicazione interattiva, per seambiarsi messaggi su ciò che avviene dentro i nuovi circuiti di comunicazione, per valutare e intervenire sulle possibili iniziative politiche in tema di reti.

Promotrice del Forum, aperto a tutti, e l’AIcei (Associazione per la libert&agr ave; nella comunicazione elettronica interattiva), una organizzazione non profit nata nello scorso agosto da un nutrito gruppo di utenti di reti.

“Alcei è una libera associazione cui possono aderire tutti i ‘cittadini elettronicì – dice Giancarlo Livraghi, presidente dell’Alcei – vale a dire tutti coloro che usano eomputer e modem per lavorare, informarsi, connettersi alle reti telematiche internazionali. Per esprimere – in pubblico o in privato – le proprie idee”.

Negli ultimi tempi numerosi casi di intrusione illegale (ultima la vicenda occorsa all’agenzia Adn-Kronos che ha visto i suoi computer bloccati da un sedicente messaggio della Falange Armata) hanno fatto sensazione.

“Il rischio è che facendo leva su questi casi di emergenza – eontinua Livraghi – si arrivi a regolamentare il settore della comunicazione elettronica interattiva con misure improvvisate, autoritarie e repressive. In Italia ormai il computer piu il modem è un mezzo di comunicazione abituale per decine di migliaia di professionisti e “cittadini telematici”. E questo al di là dei pochi pirati con i loro gesti clamorosi”. Il Forum per la libertà nella comunica zione nasce proprio da questa esigenza: una conferenza aperta in cui si possa discutere di sicurezza della comunicazione, ma senza confonderla con la limitazione dei diritti e dell’espressione del pensiero”.

Accessibile via Internet, Fidonet, Peacelink il Forum è ospitato dal nodo della Inet di Milano. Si tratta, tecnicamente, di una Listserv (conferenza ad abbonamento, o a lista) a cui si può aderire inviando un proprio messaggio di posta elettronica (subscribe Alcei) all’indirizzo majordomo@inet.it. Si diviene così membri del forum che automaticamente scarica sulla casella postale Internet (o Internet-compatibile) dell’abbonato tutti i messaggi via via pervenuti. E, di converso, ciascun abbonato può inviare messaggi alla conferenza all’indirizzo alcei@inet.it.

A quindici giorni dalla sua partenza nel Forum stanno già accumulandosi messaggi sui vari casi di pirateria informatica avvenuti in Italia, sulla loro copertura giornalistica, sulle leggi esistenti o mancanti in materia. Oltre a ciò l’Alcei ha aperto un dibattito con tutti i gestori di nodi bbs italiani per un possibile “codice di autoregolamentazione – dice Livra- ghi – liberamente definito dai soggetti delle reti. Questo per evitare che, in assenza di regole chiare, qualcuno possa provvedere dall’alto in modo sbagliato”. La strada della auto-regolamentazione sarà cos&igrav e; l’obbiettivo chiave dell’associazione e del forum per il prossimo futuro.

G.Ca.

Internet News (5/1995)

I DIFENSORI DELLA FRONTIERA ELETTRONICA

di Cristina Pagetti

I sequestri avvenuti a più riprese in alcune BBS italiane, l’uso commerciale delle autostrade elettroniche, la mancanza di informazione sulle leggi che regolano la comunicazione telematica, in una parola le incertezze e i pericoli della “deregulation” nell’uso delle nuove tecnologie: ecco i nemici contro cui si batte ALCEI, l’Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva.

Questa associazione, che riunisce alcuni dei piu noti esperti di Internet italiani, si propone di far conoscere all’opinione pubblica il “popolo del modem”: le persone che lavorano, studiano, producono e si divertono nel mondo di frontiera creato dalle tecnologie telematiche. Oltre la frontiera di questo mondo, molti intravedono dei pericoli che riguardano la libertà di espressione, la privacy, e la libera circolazione delle idee. Alcei e stata fondata nel luglio 1994 come libera associazione di cittadini proprio per promuovere la tutela dei diritti del “cittadino elettronico”, cioè dell’utente di sistemi telematici. Alcei sostiene il diritto di ciascun cittadino di esprimere liberamente il proprio pensiero tramite gli strumenti telematici, opponendosi alla censura sulla Rete così come a ogni tentativo di impedire od ostacolare la libertà di opinione. Essa si propone di tutelare un’ampia categoria di persone: chi usa Internet per scopi professionali o amatoriali, chi paga l’accesso alla rete e chi la usa a titolo gratuito, gli operatori e gestori di BBS, una categoria spesso ingiustamente sotto accusa.

Alcei si richiama direttamente all’esperienza statunitense della Electronic Frontier Foundation, di cui ha il riconoscimento pubblico e diretto: occorre tuttavia ricordare che le varie “Electronic Frontiers” nel mondo sono realtà indipendenti ed autonome che collaborano scambiandosi informazioni e lavorando insieme su temi e problemi specifici.

Il “telefono azzurro” di Internet

L’Associazione si propone oggi anche come punto di raccolta d’informazioni sui casi di violazione dei diritti, cercando di essere presente al fianco degli utenti contro ogni forma di scorrettezza. Avete scoperto che il vostro fornitore di accesso Internet rivela gli indirizzi dei propri abbonati a un venditore di modem? Il responsabile di un servizio moderato si rifiuta senza motivo di inserire un vostro commento in un gruppo di discussione?

L’indirizzo di Alcei è il posto giusto dove far pervenire la vostra protesta. A tale scopo è stato istituito nel dicembre scorso un Forum permanente, uno spazio per lo scambio di idee sui temi della libertà della comunicazione elettronica, aperto a tutti gli utenti di Internet o di reti amatoriali. Per la prima volta in Italia, tale iniziativa coinvolge tutte le reti, sia Internet sia FidoNet. Per aderire alla lista di discussione del Forum basta mandare il messaggio subscribe alcei all’indirizzo

majordomo@inet.it

Dopo aver aderito alla lista, per inviare i propri interventi basta mandare un messaggio a alcei@inet.it, mentre per ottenere informazioni, istruzioni o aiuto si può mandare un messaggio a

forum@alcei.sub link.org

La responsabilità oggettiva

Una recente iniziativa di Alcei è stata la lettera aperta a tutti i responsabili di servizi telematici (spesso chiamati System Operator, o sysop, dagli utenti), nella quale si parla dello scottante problema della responsabilità oggettiva del gestore di un sistema telematico.

Così come una squadra di calcio è ritenuta responsabile dei comportamenti scorretti della propria tifoseria, anche senza avervi avuto nulla a che fare, i sysop sono oggi considerati responsabili di qualsiasi irregolarità relativa a materiale (software pirata, pornografia, scritti diffamatori…) presente nel sistema di cui sono i gestori, anche se è stato inserito a loro insaputa ad opera di utenti.

Di fronte alle numerose proposte di legge sull’argomento che si stanno esaminando l’associazione Alcei propone di adottare un codice di autoregolamentazione il più libertario possibile ma oggettivamente difendibile in un’aula di tribunale e presentabile al Parlamento sotto forma di proposta di legge.

Se ci sarà un accordo di tutti i fornitori di servizi telematici su questa proposta sarà possibile contrapporla alle regole piu rigide previste da altre proposte d i legge. Il principio guida della proposta Alcei e che la responsabilità del gestore finisce dove inizia quella dell’utente: stabilire il confine tra queste due differenti realtà è cosa non facile, ma è indispensabile per evitare conflitti.

Autoregolamentazione: che fare?

In cambio di questa autoregolamentazione il mondo della telematica chiede al legislatore l’esclusione formale della responsabilità oggettiva del System Operator (ma anche del fornitore di accesso Internet) che si trova nell’impossibilità materiale di controllare ogni file e messaggio presente sul sistema. Questa bozza di regolamento può sembrare restrittiva a chi vuole collegarsi mantenendo l’anonimato: in tal caso di chi sarebbe la responsabilità di file o messaggi irregolari? Del System Operator? Di nessuno?

Non dimentichiamo il gran parlare, a volte anche a sproposito, che i mezzi di comunicazione stanno facendo a proposito di Internet e del “popolo del modem”. La posta in gioco è molto alta: si tratta di autoregolamentare il settore prima che sia il legislatore a farlo dando delle regole che, molto probabilmente, si rivelerebbero restrittive.

Crittografare che passione

Un’altra iniziati va di Alcei riguarda la crittografia e la certificazione di testi e messaggi, utilizzando PGP (Pretty Good Privacy), un programma molto diffuso per la crittografia. Per crittografia (dal greco kruptos “nascosto” e grafein “scrivere”) si intende il complesso di sistemi che permettono di rendere incomprensibile agli estranei un testo scritto, la cui decifrazione è possibile solo a chine conosce la chiave. La crittografia, che non è certo una novità nell’era informatica, era già usata frequentemente da greci e romani, ma l’utilizzo del calcolatore vi ha dato un grande impulso permettendo la messa a punto di tecniche molto sofisticate.

Crittografia

Per secoli, la crittografia è stata confinata nell’ambito delle discipline paramilitari a uso e consumo della diplomazia internazionale. Oggi, con lo sviluppo della telematica, sono divenute possibili e, soprattutto, convenienti alcune applicazioni che hanno portato la crittografia nel cono di luce della ricerca più avanzata. Si pensi soltanto al trasferimento elettronico di capitali. E’ chiaro che in questo tipo di trasmissione dati la riservateza è di rigore. Ma non solo! Infatti è necessario scongiurare il rischio che qualche malintenzionato riesca ad intercettare il messaggio e ad alterarlo in suo favore, magari scrivendo il p roprio nome al posto del legittimo titolare del credito.

Un altro problema che viene oggi sollevato e quello della firma elettronica (electronic signature). Qui si tratta del difficile compito di riprodurre le tre principali caratteristiche di una tradizionale firma con l’unica “arma” a disposizione dei crittografi dell’informatica: le sequenze di bit! In linea di principio, una normale firma autografa è caratterizzata dal fatto di essere eseguita con estrema semplicità da parte dell’autore e con fatica da parte di chiunque altro. Tuttavia deve essere sufficientemente semplice perché tutti possano riconoscere l’identità dell’autore.

E’ chiaro che si tratta di proprietà non immediatamente trasferibili in un messaggio binario. D’altra parte queste caratteristiche sono irrinunciabili poiché in una transazione commerciale di tipo elettronico, il destinatario deve essere sicuro dell’identità del mittente senza essere in grado di alterarla, e inoltre la firma deve poter essere riconosciuta da una terza parte in caso di contenzioso.

Gran parte della odierna crittografia è basata sul concetto di complessità computazionale. Infatti, la sicurezza di un sistema di crittografia non è in generale basata sulla impossibilità assoluta di decifra re i messaggi protetti dal codice, bensì sulla ragionevole impossibilità di decifrarli in tempo utile.

La crittografia tradizionale

I classici sistemi di cifratura operano sul messaggio indipendentemente dal suo significato, ma operando unicamente sostituzioni o trasposizioni sui simboli utilizzati.

Questi sistemi di cifratura rientrano in uno schema generale secondo il quale il mittente dispone di una chiave di cifratura (K) e di un program ma (GK) che, a partire dal testo in chiaro (P), genera il messaggio cifrato C=GK(P). Il testo cifrato viene poi immesso in un canale di trasmissione lungo il quale non si può ragionevolmente escludere la presenza di un intruso malintenzionato (canale non sicuro). Quando il messaggio giunge all’altro capo della linea, il destinatario utilizza un programma HK l'”inverso” di GK per ricostituire il messaggio originale: P = HK (GK)

L’idea è che, anche se un malintenzionato si introducesse sulla linea e quindi venisse a conoscenza del messaggio effettivamente trasmesso, non potrebbe comunque determinare il messaggio in chiaro poiché non conosce la chiave (e pertanto) il programma di cifratura ne, tantomeno, quello di cifratura. La sicurezza globale del sistema e quindi affidata alla sicurezza della chiave. Per questo motivo, mittente e destinatario devono accordarsi sulla chiave comune.

E’ anche chiaro che questo accordo preventivo deve essere realizzato al di fuori del canale non sicuro, ad esempio utilizzando dei “messaggeri fidati” (il telefono, o la posta ordinaria) che sono però piu lenti e costosi delle linee di trasmissione. Lo schema qui delineato non è privo di ulteriori problemi: il sistema infatti, non consente lo scambio di informazioni tra coppie di utenti che non hanno mai comunicato in precedenza, ne tanto meno e in grado di consentire l’autenticazione del messaggio.

Basta considerare che, poiché la chiave di cifratura è nota al mittente e al destinatario, quest’ultimo potrebbe autoinviarsi dei messaggi asserendo poi di averli ricevuti dal mittente.

La crittografia a chiave pubblica

Nei sistemi a chiave pubblica e prevista la presenza di due chiavi per ogni utente. Una chiave (E) viene utilizzata per cifrare i messaggi, l’altra (D) per decifrarli. L’aspetto assolutamente imprevedibile di questo metodo sta nel fatto che, mentre la chiave D è nota soltanto al suo possessore, l’altra è contenuta in un elenco pubblico (!) di chiavi di cifratura che può essere liberamente consultato da parte di ogn i utente del sistema. Infatti, per inviare un messaggio a un dato destinatario (che indicheremo con k), si consulta l’elenco pubblico di chiavi di cifratura per ottenere la chiave Ek con cui si devono cifrare i messaggi diretti al k-esimo utente. Quest’ultimo applicherà al messaggio ricevuto la propria chiave segreta Dk per ottenere il testo in chiaro. Infatti ogni coppia di chiavi (Ek, Dk) è autoinversa nel senso che, per il generico messaggio M, risulta

Dk(Ek(M))= M = Ek(Dk(M))

L’intera funzionalità del metodo poggia sul fatto che il compito di ricavare la chiave Ek dalla conoscenza di Dk risulta estremamente difficile dal punto di vista computazionale, anche se non è impossibile in linea teorica.

Il programma PGP ha una duplice funzione: crittografare il messaggio conoscendo la chiave pubblica del destinatario e certificare l’autenticita di chi lo ha firmato.

Alcei mette a disposizione di tutti gli associati il software PGP, in un pacchetto completo di tutti quegli strumenti che ne facilitano la gestione: il programma può essere richiesto a

alcei@alcei.it

Presso il Dipartimento di Scienze dell’lnformazio ne dell’Università di Milano esiste un server PGP che distribuisce in tutto il mondo le chiavi pubbliche, ma sinora sulle migliaia di chiavi disponibili sono pochissime quelle assegnate a italiani.

L’utilizzo di questo programma intende dimostrare l’impegno in difesa della privacy delle comunicazioni, di cui la crittografia è parte essenziale.

La Repubblica (1/5/95)

Dubbi e polemiche sulla legge in via di approvazione

PROBLEMI DI “PRIVACY” DEL CITTADINO IN RETE
di Claudio Gerino

La legge per la tutela della riservatezza dei dati personali, meglio nota come normativa sulla “privacy”, avrà una “corsia preferenziale” in Parlamento per arrivare al più presto, crisi istituzionale permettendo, all’approvazione. Ma con l’accelerarsi dell’iter legislativo del provvedimento, cresce la fibrillazione di chi, da una parte, teme che essa possa diventare uno strumento di limitazione dei diritti degli utenti delle reti telematiche e di chi, dall’altra, paventa il rischio di essere tagliati fuori dall’Europa se la normativa subirà modifiche sostanziali rispetto all’impostazione definita dall’ufficio legislativo del ministero della Giustizia e dal governo Berlusconi che ne ha approvato il testo.

C’è l’ipotesi, ad esempio, che la legge sia trasformata in una normativa-quadro che ne fissi le linee generali, dando una delega praticamente in bianco all’esecutivo di stabilire i contenuti tecnico-organizzativi, contenuti che invece molti ritengono fondamentali per stabilire sia l’efficacia della legge, sia le garanzie per i diritti dei cittadini alla libertà di comunicazione e di diffusione delle idee e del pensiero.

A complicare le cose c’è anche una convinzione largamente diffusa, e cioè che la legge sulla privacy sia una condizione indispensabile per consentire l’adesione dell’Italia al trattato di Schengen e al completo abbattimento delle frontiere tra i paesi dell’Unione europea. Nei mesi scorsi s’è più volte sottolineato come la mancata attuazione della libertà di circolazione dei cittadini italiani in Europa (per intendersi: la cancellazione dell’obbligo dei passaporti per viaggiare nella Comunità) sia dovuta tra le altre cose proprio all’assenza di una normativa di protezione dei dati personali contenuti negli archivi infornatici pubblici e privati. A rafforzare questa convinzione, del resto, è stato lo stesso sot tosegretario alla presidenza del Consiglio, Guglielmo Negri, che, durante l’audizione alla commissione Esteri della Camera tenutasi lo scorso 3 aprile, ha inserito la legge sulla privacy tra le priorità per superare i problemi, definiti “tecnici”, per l’applicazione dell’accordo di Schengen.

A smentire Negri e questa “leggenda metropolitana” è stato, però, Italo Neri, segretario generale dell’Associazione nazionale aziende e servizi per l’informatica e la telematica (Anasin), peraltro molto critico sul provvedimento, così come lo sono la Federazione nazionale editori giornali (Fieg), ìAnia (l’associazione delle imprese assicuratrici), la Confindustria, la Confagricoltura e la Confcommercio: “II trattato di Schengen – sostiene Neri – prevede si l’esistenza di una normativa sulla tutela dei dati personali contenuti nelle banche dati, ma consente, in via transitoria, l’utilizzo di una legge già esistente, quella che impone la notifica al ministero degli Interni dell’esistenza di ogni archivio informatico contenente notizie sui cittadini italiani”.

L’Anasin, la Fieg e le altre organizzazioni promotrici lo scorso 22 marzo di un convegno sul tema, contestano, invece, il provvedimento in via di approvazione per il carattere rigido e formalistico e per “l’apparato di norme eccessivamente restrittivo” che, sostengono, “è destinato ad avere ricadute negative sulle attivit à imprenditoriali di ogni genere e sullo sviluppo dell’informatica nazionale”. Tutti sono d’accordo sull’esigenza, evidente, di una legge che tuteli la privacy dei cittadini, ma c’e molta apprensione per gli adempimenti buracratici che la normativa introdurrebbe una volta approvata e per la sua asserita scarsa flessibilità rispetto all’evoluzione tecnologica e alle esigenze di comunicazione telematica internazionale.

Val bene ricordare che, in un primo momento, s’era arrivati a ritenere addirittura necessario notificare al “garante” persino le agende personali elettroniche (cosa smentita dall’esame più approfondito della legge), ma è evidente che se un equivoco di tal genere si è potuto verificare c’è effettivamente un elevatissimo rischio interpretativo della normativa. E’ quanto, ad esempio, teme l’Associazione per la liberta nella comunicazione elettronica interattiva (Alcei), che pur ritenendo la legge giusta, chiede modifiche importanti per evitare che troppi adempimenti burocratici siano limitativi della libertà di espressione e dello scambio di idee e di informazioni anche attraverso i sistemi telematici. Alcei ha chiesto lo scorso 10 aprile alla commissione Giustizia della Camera di essere ascoltata perché nella stesura definitiva della legge si tenga conto delle esigenze dei “cittadini elettronici” e dei liberi sistemi di comunicazione interattiva.

“Temiamo che il regolamento di attuazione della legge – spiega il presidente di Alcei, Giancarlo Livraghi – generi lacci e lacciuoli sostenibili solo da grandi organizzazioni commerciali e non dal piccolo operatore di sistemi telematici che, a livello amatoriale e senza scopi di lucro, rappresenta un anello importantissimo del contributo alle attività personali ecollettive dei sempre più numerosi cittadini che stanno scoprendo le potenzialità di democrazia e comunicazione libera della telematica, nuovo terreno di crescita della convivenza umana e sociale”.

Le critiche maggiori si appuntano sulla figura del Garante e sulla sua funzione di controllo e verifica della congruità delle banche-dati. Fieg e Confindustria sostengono che la sua attività pone pesanti limitazioni all’attività delle imprese economiche, con particolare riguardo a quelle che si occupano di comunicazione (giornali, tv. ecc.). Alcei, invece, sostiene che l’obbligo di registrazione delle banche-dati, così come prevede la normativa, sia troppo complicato e ripetitivo per le strutture non commerciali. Le obiezioni dell’Associazione per i diritti telematici riguardano anche situazioni specifiche: un medico deve segnalare al Garante il suo archivio informatico sui pazienti se ha bisogno di scambiare questi dati con strutture pubbliche o private della Sanità? Un droghiere deve notificare l’esistenza di una banca-dati informatica dei suoi fornitori se viene usata anche per gli ordinativi e quindi consultata nei collega menti telematici?

Un altro problema posto sul tappeto è quello della necessaria “sicurezza” delle banche-dati. La legge in discussione al Parlamento delega a un’apposito regolamento la definizione dei criteri di sicurezza e di conservazione dei dati conservati negli archivi informatici che riguardano i cittadini.

La preoccupazione diffusa è che questo regolamento porterà alla chiusura di molti sistemi telematici amatoriali o delle piccole strutture commerciali proprio perché l’adeguamento tecnico non è sostenibile a livello economico. Oppure potrebbe accadere che, nell’interpretazione della normativa, ci siano interventi repressivi, sia pure involontari, della magistratura. Un’ altra preoccupazione, ad esempio, è quella delle effettive responsabilità dei gestori delle banche-dati e dei sistemi telematici. Lo scambio di messaggi fra utenti di sistemi telematici, prevedendo a monte l’esistenza di un archivio con i dati dei singoli utilizzatori, deve essere verificato dal gestore? E come può fare ciò, sia tecnicamente, sia, più in generale, senza violare la normativa postale – che tutela l’integrità delle comunicazioni private tra cittadini in qualunque forma siano fatte?

Ciò che invece non viene assolutamente contestato della legge è il diritto dei cittadini a verificare i contenuti delle banche-dati, pubbliche e private, che li riguardano ed, eventualmente, a imporre rettifiche se questi dati sono sbagliati.

Resta però oscuro il meccanismo per ottenere questo diritto e, sopratutto, come potrà il singolo cittadino sapere esattamente, senza dover diventare un investigatore privato, quali informazioni siano conservate negli archivi elettronici dello Stato o delle aziende.

PC Magazine (5/5/95)

Un’ Associazione per i diritti del Cittadino Telematico: Intervista a Giancarlo Livraghi, fondatore e presidente di ALCEI

In questo numero che ospita uno speciale su Internet e sulle reti telematiche in generale, ho ritenuto importante ospitare un’intervista a Giancarlo Livraghi, il navigatore telematico che piu di tutti in Italia ha dedicato attenzione ed energie alle problematiche sociali delle reti. Livraghi è stato sin qui il presidente dell’ALCEI, l’associazione che ripropone in Italia il modello della prestigiosa Electronic Frontier Foundation, vero e proprio Think-Tank di menti aperte alla riflessione sulle opportunità e problematiche della telematica. Livraghi non è un tecnico d’informatica ma di comunicazione e negli ultimi decenni è stato uno dei maggiori protagonisti nel settore della pubblicità, sia in Italia che a livello internazionale. Laureato in filosofia ed entrato in pubblicità come giovane copywriter, è successivamente passato a incarichi di direzione creativa e poi di gestione generale di agenzie, fra le piùimportanti in Italia. Dal 1971 al 1975 ha avuto incarichi di coordinamento europeo per trasferirsi poi a New York come executive vice president di uno dei maggiori gruppi internazionali; nel 1980 è rientrato in Italia, dove fino al 1993 e stato socio di maggioranza di una delle maggiori agenzie in partnership con uno fra i principali gruppi mondiali. E’ stato presidente dell’associazione dei tecnici pubblicitari, della federazione professionale della pubblicita e dell’associazione delle agenzie (AssAP).

Si è sempre occupato della comunicazione in tutti i suoi aspetti, scrivendo un’infinità di articoli e tenendo lezioni in varie università. Dall’autunno del 1993 ha lasciato il mondo delle agenzie e non si occupa più, se non occasionalmente, di pubblicità o di marketing. Il suo principale interesse oggi è la telematica, o comunicazione elettronica interattiva, non tanto come fatto tecnico o strumento commerciale ma come valore umano, sociale e culturale. Con Livraghi affrontiamo innanzitutto il ruolo di ALCEI e, più in particolare, alcuni temi scottanti dell’odierna telematica.

SMG: Cosa ha portato te e i tuoi colleghi a dar vita ad ALCEI?

GL: Quasi per caso… da tempo si dibatteva in vari newsgroup e conferenze… alcuni cominciarono a chiedersi se invece di limitarsi a discutere non fosse il caso di tentare di organizzare una struttura che potesse occuparsene con continuità. Persone che in buona parte non si conoscevano, se non in e-mail, cominciarono a dialogare, si incontrarono, e alla fine si dissero “è una cosa difficile, ma se nessuno ci prova…”. Furono presi contatti, fin dall’inizio, con la Electronic Frontier Foundation, che non intervenne mai nella formazione e sviluppo di ALCEI ma diede molti utili consigli e amichevoli “benedizioni”. Anche se sono passati solo otto mesi, quei tempi della fondazione ormai sono lontani. L’associazione è in mano ai suoi iscritti, molti dei quali sono arrivati dopo, e si sta continuamente evolvendo, anche con nuove strutture e iniziative. L’unica cosa che non cambia sono i principi e gli obiettivi, che sono rimasti esattamente gli stessi.

SMG: perché questo tipo di impegno e maturato solo ora?

GL: Non tanto per il caso (pur grave) dell’ondata di sequestri del 1994, ma per una prospettiva assai piu ampia. Finché la telematica era cosa di pochi specialisti, poteva sperare di rimanere indisturbata. Ma oggi sta crescendo con tale velocità, e sta diventando un fatto cosi pubblico e discusso, che i rischi di disinformazione o repressione diventano molto più probabili.

SMG: Che cosa ti ha spinto a dedicarci tempo ed enegie?

GL: Un interesse culturale, umano, sociale e civile. Sono convinto che nel mondo di oggi e di domani debbano diventare sempre più importanti quelle organizzazioni che non fanno politica nel senso tecnico-parlamentare della parola ma si occupano dello stato della “polis” approfondendo aspetti specifici. In una parola: il volontariato. Sono convinto, anche, che la comunicazione elettronica interattiva sia il piùimportante fenomenmo degli anni a venire, senza precedenti nel mondo delle comunicazioni umane, con uno sviluppo che è, e sarà, esponenziale in ogni angolo del pianeta, compreso il cosiddetto terzo mondo. Sono convinto che l’interattività totale (tutti sono centro del sistema) sia un fenomeno importante, da far crescere e difendere a tutti i costi; e che le strutture di potere (politico o economico), non abituate a tanta libertà e autonomia delle persone, presto o tardi lo vedono con fastidio e cercano in qualche modo di imbrigliarlo e “metterlo sotto controllo”. Come ho detto tante volte: guardiamoci da tutte queste mamme o matrigne che ci considerano tanto piccoli e pasticcioni, vogliono metterci un bavaglino che si trasforma facilmente in un bavaglio.

SMG: Qual è il pensiero di ALCEI in fatto di diritti e doveri?

GL: Il principio e semplice: la massima possibile libertà per tutti. L’applicazione e un pò piu complessa, perche non è facile stabilire dove finiscono i diritti di un utente e cominciano quelli del responsabile di un sistema (sia amatoriale, commerciale, aziendale o istituzionale, come le università). Uno dei piu importanti progetti di ALCEI, che richiederà ancora alcuni mesi di lavoro, è la convocazione di quelli che abbiamo scherzosamente chiamato gli Stati Generali della telematica. cioè una sede in cui insieme a noi ci siano persone di cultura ed esperti in materia, italiani e internazionali, con cui definire un documento-guida che vorremmo chiamare la carta dei diritti e dei doveri. Fra l’altro questo progetto (come il Forum) ha l’obiettivo di far incontrare e collaborare tutti quei diversi mondi della telematica (dall’università alle diverse reti e gruppi culturali) che finora non si conoscono e spesso si guardano in cagnesco. Più i cittadini elettronici saranno divisi, più facilmente saranno vittima del primo predatore che passa.

SMG: Che cosa pensate dell’anonimato?

GL: Ci piacerebbe poter dire: libertà di anomimato o di pseudonimi, sempre, per tutti e senza limiti. Purtroppo anche questa non è una cosa semplice. ALCEI è convinta che debba essere in ogni modo respinto il concetto di responsabilità oggettiva per cui il Sysop o gestore di sistema è responsabile di ciò che dicono e fanno i suoi utenti. Ne deriva la necessità di poter risalire (nel caso che si ipotizzasse una trasgressione o violazione di legge) all’utente responsabile. La materia è largamente dibattuta, e non solo i n Italia. Questo è uno dei temi che si stanno discutendo vivacemente nel Forum ALCEI; e mi auguro che sia uno dei temi su cui si prenderà una posizione chiara nella futura “carta dei diritti e dei doveri”.

SMG: perché ALCEI parla di “autodisciplina”?

GL: Non abbiamo fatto, almeno finora, alcuna proposta di autodisciplina ma ci sembra un tema da approfondire, con tutti e in particolare con i Sysop – o meglio con tutte le persone od organizzazioni che hanno la responsabilità di gestire sistemi. Questo perché non ci fidiamo affatto della capacità del legislatore di fare norme corrette e ben fatte (ammaestrati anche dall’esperienza); perche siamo convinti che in un modo o nell’altro la minaccia di norme o restrizioni ci sarà; e ci sembra che se sono i diretti interessati a definire un quadro di regole intelligenti, concretamente applicabili, non burocratiche, il meno possibile restrittive, faranno un lavoro molto migliore di quanto potrebbe fare un legislatore distratto, disinformato e troppo spesso deformato da interessi di parte o di parrocchia.

SMG: Che posizione avete sulla crittografia?

GL: Siamo favorevoli. All’interno di ALCEI siamo un pò divisi fra un gruppo di accaniti sostenitori di PGP e una maggioranza che non lo usa e non lo considera molto importante. Ma siamo tutti d’accordo su una cosa: che interessi a uno di noi individualmente oppure no, il diritto di crittografia deve essere comunque difeso, perché è uno degli aspetti della privacy. PGP, naturalmente, è solo una delle tecniche possibili; ma è la più diffusa e disponibile per uso personale e per questo la sosteniamo, anche con progetti e servizi specifici. Oltre alla crittografia è importante anche la firma certificata dei messaggi, e PGP è utile anche per questa funzione.

SMG: Qual’e il tuo punto di vista sulla pubblicità e sul direct marketing in rete?

GL: Alcuni fra i protagonisti “storici” della telematica vedono con fastidio e timore qualsiasi attività commerciale. Personalmente non condivido queste fobie, e anche la posizione di ALCEI è in favore della libertà per tutti – comprese persone e aziende che usano Internet o altre reti per qualsiasi attività di lavoro, che sia professionale o commerciale. Saremmo contrari, però, a un’attivia commerciale che tentasse di prevaricare la liberta di comunicazione, che fosse “invasiva&qu ot; (cioè andasse a riempire i canali e le mailbox di informazioni o comunicazioni non richieste) o che fosse una violazione della “privacy”. Quindi siamo per la libertà, anche commerciale; ma credo che alcune forme del direct marketing o telemarketing tradizionale andrebbero incontro a grosse difficoltà se si trasferissero nei sistemi telematici. Tanto per parlar chiaro ed esprimermi a titolo personale: se mi arrivassero in mailbox certe cose che ancor oggi ricevo per posta e cestino fulmineamente, secondo (per esempio) lo stile tradizionale del “Reader’s Diges t” o (peggio) gli imperversanti finti concorsi, pianterei parecchio casino. Se invece si rendono disponibili cataloghi interessanti, che posso esplorare come e quando voglio, lo considero un servizio utile e gradito.

SMG: Quali sono le vostre posizioni sulla privacy dei dati?

GL: Secondo noi la difesa della privacy dei dati è importante. Siamo d’accordo sulla linea proposta dalla CEE e da un disegno di legge oggi in discussione: cioe che i dati personali non possono essere venduti o comunque diffusi senza il consenso dell’interessato. Abbiamo segnalato alla Commissione Giustizia della Camera e alla stampa alcune osservazioni sul disegno di legge. Finora la stampa non ha dato alcuna eco alle nostre osservazioni. Non vorrei qui affondare il coltello… ma rimane scandaloso il fatto che stampa e televisione, così pronte a dare spazio quando si tratta di notizie pittoresche, come il sesso in rete o qualche ragazzino che ha fatto uno scherzo (e viene descritto come uno spaventoso “pirata”), continuino a ingorare argomenti sostanziali come questo. La nostra posizione e nettamente diversa da quella della FIEG (piu Confidustria e altre federazioni di imprese). Noi siamo d’accordo con la sostanza della legge. Divergiamo invece su certi criteri applicativi, comprso l’istituto del garante, che si tradurrebbero in inutili pastoie burocratiche, potenzialmente molto nocive, se non letali, per le piccole strutture volontarie, la cui esistenza e vitalità è un elemento importante e irrinuciabile per la libertà di tutto il sistema.

SMG: E’ di grande attualita il tema della par condicio e sono recentemente sorte polemiche su possibili fusioni tra grand operatori di TV e telecomunicazioni. Cosa ne pensi?

GL: Abbiamo accolto con grande preoccupazione alcune recenti ipotesi sulla fusione della Stet con altre strutture. Stiamo cercando di approfondire l’argomento, ma siamo convinti che non si tratti solo di vaghe ipotesi. Non intendiamo farne una questione di “parte”, che porterebbe a dire che se il monopolista è Caio va bene e se e Tizio no. Il fatto è che già oggi la Stet-Telecom è un monopolio, nocivo come tutti i monopoli, che dovrebbe essere infranto subito, senza aspettare un mitico 1998.

Dal matrimonio di un animale come questo con qualsiasi altra grossa creatura non possono emergere se non mostri da incubo. Prima di dover andare in cerca di eroici cavalieri ammazzadraghi, ci sembra che sia meglio, se possibile, rompere adesso le uova nel paniere a chiunque abbia intenzione di farli nascere.

SMG: Parliamo di ALCEI; quali sono gli obiettivi della associazione?

GL: ALCEI è una libera associazione di cittadini che ha per scopo la difesa, lo sviluppo, l’affermazione dei diritti del cittadino elettronico: ognuno di noi nel momento in cui diviene utente di un sistema o di un servizio telematico; e comprendendo anche ogni persona che, pur non avendo diretto accesso ad una macchina telematica, ne utilizza i servizi per ricevere o trasmettere informazioni.

Un’affermazione e una difesa di diritti che riguardano tanto presenti e future legislazioni quanto la pubblica conoscenza dell’argomento e la prassi quotidiana; e che coincidono con i doveri del cittadino elettronico, come il rispetto della privacy altrui. Chiunque può far parte di ALCEI; ma chiunque violi i principi fondamentali del diritto, della convivenza civile e della correttezza nel comportamento telematico può esserne escluso.

SMG: Chi difende ALCEI?

GL: L’associazione sostiene il diritto per ciascun cittadino di esprimere il proprio pensiero in completa libertà, come di avere piena tutela della privacy personale: e si oppone con forza a ogni tentativo di limitare questi diritti.

ALCEI si oppone con attiva e civile protesta anche contro la censura, ogni volta che questa si presenti e sotto qualsiasi forma essa sia mascherata; cosi come a ogni tentativo da parte di chiunque di impedire od ostacolare la libertà di chi esprime opinioni diverse dalle proprie.

ALCEI difende tutti: dal singolo utente, diretto o indiretto, del più piccolo sistema telematico o dei grandi centri di editoria elettronica, fino a operatori e gestori dei nodi di collegamento locali (Bulletin Board System), con particolare attenzione a quei piccoli nuclei che, senza finalità commerciali, operano per passionee con spirito di servizio.

ALCEI difende chi usa Internet (lo spazio telematico già oggi abitato da oltre venticinque milioni di persone nel mondo, e in rapidissima crescita) o per qualsiasi altro tramite usa la telematica per scopi professionali o coltiva attraverso la telematica una ricerca culturale, una curiosità, un divertimento o una propria privata passione. ALCEI difende chi paga l’accesso alla rete come chi vi accede gratuitamente, per esempio nelle università o nelle imprese pubbliche o private, ma non per questo perde i “diritti telematici” ne deve rinunciare alla riservatezza dei suoi dati e alle sue comunicazioni personali. Diritti che sussistono sia sulle reti più libere e aperte, sia sui sistemi più chiusi. ALCEI intende proteggere anche operatori e gestori dei nodi di comunicazione, opponendosi alla pretesa di considerarli oggettivamenteresponsabili per ogni informazione od opinione disponibile sul loro sistema e ad ogni altra interpretazione o regola chepossa menomare la loro libertà professionale e ostacolare illoro prezioso ruolo culturale e sociale.

Più in generale, ALCEI intende intenenire, anche legalmente ove questo fosse necessario, in tutti gli ambiti nei quali le pur giuste esigenze di sicurezza dei sistemi e le pressioni dicarattere economico e/o politico rischiano di comprimere lospazio della libertà d’espressione.

ALCEI non pratica alcuna discriminazione di carattere filosofico, religioso, etnico, politico, ideologico. ALCEI è completamente indipendente da partiti o movimenti politici.

SMG: Che cosa fa concretamente ALCEI per difendere i suoi associati, più in generale, gli utenti di senizi telematici?

GL: ALCEI intende essere un punto di documentazione di tutti i casi in cui la libertà e i diritti del cittadino utente telematico siano lesi o siano a rischio. ALCEI intende intervenire ove la libertà di espressione sia comunque compressa, ove sia impedito limitato o discriminato il diritto di accesso ai servizi di base o la scelta di con chi comunicare. Ciò in ogni caso: che dipenda da condizioni giuridiche o da azioni politiche, da controlli burocratici-amministrativi, dal privilegio di tutela dato a interessi o pressioni di carattere economico – o motivati dalle pur giuste esigenze di sicurezza, che possono e devono attuarsi senza interferire con la libertà e la privacy individuale. ALCEI intende essere presente là dove lo sviluppo sempre piu rapido delle tecnologie di comunicazione apre immense possibilità – per difendere e affermare, negli spazi oggi esistenti come in quelli che nasceranno, i diritti e la libertà del cittadino elettronico, contro ogni forma d i repressione o subordinazione.

SMG: Quale è il raggio d’azione, e quali sono i modi di intervento di ALCEI?

GL: ALCEI non si limita a fare campagne d’opinione, ma il suo strumento prioritario e preferito è l’intervento presso i mass media e in ogni altro luogo di formazione dell’opinione pubblica; utilizzando rapporti il piu possibile diretti e aperti con i mezzi di comunicazione tradizionali, scritti e audiovisivi; ma usando in tutta l’ampiezza delle sue possibilità la comunicazione telematica, su scala nazionale e mondiale.

ALCEI farà pieno uso degli spazi di dialogo e dei collegamenti elettronici disponibili e operanti in Italia e nel mondo – e favorirà l’aprirsi di nuovi canali di comunicazione interattiva se questi serviranno ad accrescere la libertà e lo spazio di esplorazione dei cittadini utenti. ALCEI intende difendere il diritto di ogni cittadino telematico di qualsiasi sistema – piccolo o grande, indipendente o commerciale, pubblico o privato – al libero e pieno accesso a spazi di discussione e civile confronto. Il flusso informativo verrà riversato e scambiato con comunità internazionali, organizzazioni che hanno i medesimi scopi e cittadini elettronici di tutto il mondo, attraverso canali telematici trasparenti e interattivi.

ALCEI non intende essere solo un’associazione per la difesa dei consumatori ma un punto di produzione e sviluppo di nuova cultura della comunicazione interattiva, un momento d’iniziativa per la crescita di consapevolezza per tutta la società italiana delle implicazioni produttive, sociali, civili proposte dalla frontiera elettronica della comunicazione, dal carattere cruciale di questo strumento interattivo per la vita democratica delle comunità e del paese.

Non deve trarre in inganno la nascita di questa Associazione all’indomani di un’operazione di polizia. La prospettiva, nel tempo e nello spazio, e molto piu ampia. ALCEI non è solo un’associazione di difesa. E’ e vuole essere un’agenzia della consapevolezza finalizzata e raccolta, elaborazione e diffusione di notizie. Fonte ed emittente di nuova informazione e nuova comunicazione; e insieme soggetto giuridico, pronto ad agire in tutte le sedi per affermare i diritti del cittadino elettronico.

SMG: Sembrate occuparvi di tutto… Poniamo la domanda al contrario: cosa non è, e cosa non fa, ALCEI?

GL: ALCEI non è una lobby a disposizione di imprese, gruppi o interessi particolari; non è un sindacato, n&eacut e; una corporazione; non è un partito, né tanto meno un’organizzazione fiancheggiatrice. ALCEI non e un’organizzazione per la difesa del software legale, ma proprio da un non equivoco riconoscimento del diritto d’autore trae forza per una costante difesa dei cittadini telematici quali consumatori di software sui versanti della qualita dell’assistenza, della distribuzione, del costo e del libero accesso, fuori da ogni costrizione che possa ridurre la libertà di scelta. ALCEI vive dei contributi, economici e professionali, dei suoi aderenti: non accetta sovvenzioni statali o governative. Accetta invece contribuzioni da privati, singoli, enti, imprese od organizzazioni, solo in quanto sottoscrizione dei suoi obiettivi e non come condizionamento della sua azione. ALCEI non definisce la telematica e le comunicazioni elettroniche come l’uso di specifiche tecnologie (quali modem, computer e procedure di trasmissione). Al di là di ogni sviluppo tecnologico, rimane la telematica come realtà di comunicazione interattiva, espressione umana e civile del libero scambio fra liberi cittadini di tutto il mondo.

Pubblicità Domani (7/5/95)

La tutela dei diritti di comunicazione in rete secondo Livraghi, presidente di Alcei
UTENTI TELEMATICI, UNITEVI

VOGLIAMO SALVAGUARDARE LIBERTà E PRIVACY DEL CITTADINO ELETTRONICO
di Nicola Zonca

Non esistono certezze assolute quando si entra nel mondo della telematica. Ma se, da una parte, questa assoluta libertà all’interno delle reti è uno degli aspetti più seducenti che spinge l’utente verso la navigazione, dall’altra, ci si interroga (soprattutto negli Stati Uniti) riguardo la mancanza di regole definite che tutelino i diritti del cittadino telematico.

C’è preoccupazione per questo vuoto legislativo, che potrebbe dare vita a norme severe fortemente penalizzanti verso il servizio (basta pensare a quale genere di persecuzioni ha dovuto subire il popolo dei radioamatori). ln Italia, dove il boom di computer e modem sta esplodendo proprio in questi anni, la discussione è agli inizi.

é all’interno di questo contesto che si pone l’Alcei (Electronic Frontiers Italy), il corrispettivo della Electronic Frontier Foundation operativa da tempo negli Stati Uniti. Presidente dell’associazione è una vecchia conoscenza del mondo della pubblicità, Giancarlo Livraghi.

Terza rivoluzione

Alla fine del ’93 ha lasciato il mondo delle agenzie, dopo aver ricoperto la carica di presidente della Livraghi Ogilvy & Mather e quello dell’AssAP, per dedicarsi a questo nuovo progetto.

Alcei – spiega Livraghi – è un’associazione che nasce con una prospettiva di lungo periodo. Il suo scopo è la difesa, lo sviluppo e l’affermazione dei diritti del cittadino elettronico. Intendiamo rappresentare un punto di documentazione per il problema delle libertà del cittadino-utente e vogliamo intervenire ove la piena libertà di espressione sia compromessa o limitata.

I principi portati avanti dall’associazione sono quelli di libertà per ciascun cittadino di poter comunicare mantenendo una privacy personale (“Per questo – dice – non pubblichiamo l’elenco degli associati”).

Alcei, spiega Livraghi, non pratica alcuna discriminazione, è indipendente da partiti o movimenti politici, e non intende essere una lobby a disposizione di imprese.

La nostra più importante risorsa sono gli stessi associati che si impegnano nel dare un contributo al lavoro con iniziative e idee.

Alcei vive attraverso le quote e i contributi versati dai suoi affiliati. Per ora conta su un centinaio di iscritti con un obiettivo di 500 persone. Da poco è stato eletto il consiglio operativo con presidente Giancarlo Livraghi,vicepresidenti Paolo Zangheri e Mauro Guarinieri, consiglieri Giorgio Bertazzo e Enrico Caioli.

Abbiamo già assistito – dice Livraghi – a due rivoluzioni in ambito comunicazionale. Quella di Gutenberg (con l’invenzione dei caratteri mobili) e quella di Marconi (telegrafia senza fili) che hanno aperto la strada al pianeta dei media. Tutte e due hanno trasformato profondamente il mondo in cui viviamo e la struttura della comunità umana. Ora è cominciata la terza rivoluzione, ancora più profonda: quella della comunicazione policentrica, in cui ognuno può essere attore, ognuno può comunicare e cercare informazioni alla fonte, scavalcando la mediazione di quelli che (non a caso) chiamiamo mass media.

Nessuno può sapere quali trasformazioni porterà la comunicazione interattiva. Ma tutti possono fare la loro parte per farla crescere e arricchirla cercando di difenderla da coloro che cercheranno di asservirla ai propri interessi (ideologici, politici e commerciali). Sono caduti i vecchi confini. Che piaccia o no, il mondo della telematica non appartiene più alle comunità ristrette. Stiamo assistendo alla nascita di una nuova cultura.

Crittografia

I terreni su cui dialogare sono due: l’assemblea degli associati per decidere sulle direttive e strategie dell’associazione e il Forum Alcei, un luogo di comunicazione e scambio aperto a tutti. Tra gli argomenti che pi stanno a cuore c’è la difesa della privacy.

E’ una lotta importante. Siamo d’accordo sulla lineaproposta dalla Unione Europea e da un disegno di legge oggi in discussione: cioè che i dati personali non possono essere venduti o comunque diffusi senza ilconsenso dell’interessato. Siamo favorevoli al diritto di crittografia e alla sua difesa. E una parte degli associati sono accaniti sostenitori del Pgp (pretty good privacy, un sistema di codifica basato su algoritmi usato per cifrare e certificare un messaggio, ndr).

I campi di intervento, per Alcei, sono molteplici. Dalla protesta contro i sequestri di computer da parte della magistratura (“è un atto illegittimo, inutile, un sopruso e una violazione dei diritti civili”) alla recente proposta di accorpamento della Stet.

Non ha importanza se la fusione avverrà con Rai, Fininvest, Murdoch o Ibm. Un monopolio così potente come quello della Stet non può non suscitarei peggiori ap petiti. Bisogna impedire a qualsiasi costo qualsiasi accordo o fusione tra la Stet ed altre strutture che possono essere complementari, rinforzandone il potere monopolistico. L’unica soluzione è infrangerlo. Dividerlo in componenti ragionevoli. Così anche se comprata (o se sarà la stessa Stet a comprare) non sarà in grado di nuocere. Bisognerebbe sottoporre l’azienda ad una severa analisi antitrust, che abbia come obiettivo uno smembramento analogo a quello che nell’83 fu operato sulla Bell Telephone Company negli Stati Uniti.

Le reti telematiche possono offrire una nuova opportunità per il mercato pubblicitario?

Alcuni nostri associati vedono con fastidio qualsiasi risvolto commerciale e pubblicitario. Io sono più possibilista. La pubblicità può entrare nelle reti telematiche purché vengano rispettate alcune regole. L’azienda può mettere a disposizione cataloghi, dati ed altre informazioni. Non può invadere lo spazio o (ancora peggio) la casella postale (e-mail) con messaggi ed offerte. Ogni forma di pubblicità invasiva verrebbe subito boicottata in quanto violazione della privacy.

L’importante è capire che il vero fenomeno non è dietro di noi, ma davanti. Dobbiamo salvaguardare il concetto di interattività che equivale a quello di parità. Dietro al terminale e alla tastiera siamo tutti uguali

Comunicato del 9 giugno 1995

Un fax sulla “disinformazione”
mandato da ALCEI all’Espresso (ed in seguito distribuito in rete e ad altri giornali)

Claudio Rinaldi
direttore de “L’Espresso”

Signor Direttore,

desideriamo esprimerle la nostra preoccupazione per un atto di sostanziale “disinformazione” compiuto dal suo giornale.

Crediamo di esprimerci qui a nome di tutti i cittadini – oggi decine di migliaia, domani milioni – che usano reti telematiche (un pò sommariamente definite “internet”).

é davvero sorprendente che un periodico che si è sempre proposto come difensore della libertà di informazione, pubblichi un articolo come quello, a firma di Antonio Carlucci, a pagina 66-67 del numero dell’Espresso con data di copertina del 9 giugno.

Poco importa se i singoli fatti riferiti siano veri, falsi, esagerati o deformati.

La sostanza ed il tono dell’articolo si collocano ai vertici di quella diffusa disinformazione che circonda la “comunicazione elettronica interattiva”.

E’ inammissibile che internet sia definito come “un’arma”, che i cosiddetti “crimini informatici” siano dipinti come un fenomeno grave e diffuso, che in generale si dia l’impressione, totalmente falsa, che la rete sia popolata di criminali.

Non esiste alcuna differenza, sotto questo aspetto, fra “internet” e qualsiasi altro mezzo di comunicazione e di informazione.

Tutti le (reali o supposte) scorrettezze che possono avvenire nella rete possono essere svolte (come infatti sono) con i mezzi di comunicazione tradizionali. Anzi: nel caso della rete è assai meno facile, perché si è esposti alla continua sorveglianza di altre persone presenti. Questo, naturalmente, sulla rete pubblica ed aperta. Sui sistemi di comunicazione “chiusi” (di cui certamente il potere, ma anche i malfattori organizzati, dispongono molto più facilmente di noi cittadini) il discorso può essere diverso: ed infatti ogni repressione su internet non avrebbe altro effetto che far rientrare gli eventuali “malintenzionati” ed i loro avversari a giocare a “guardie e ladri” in quei canali occulti, ed incontrollabili, di cui si sono sempre serviti, ben lontani dagli occhi scomodi della pubblica opinione.

Non desideriamo qui entrare nei dettagli, anche se su ognuna delle circostanze descritte ci sarebbe molto da discutere.

Ci limitiamo ad osservare che il tono generale dell’articolo costituisce un atto di grave disinformazione; e che l’unico commento citato è quello di Alessandro Pansa, che non si può certo considerare obiettivo (e che del resto sa benissimo, perché l’ha detto in pubblico, di avere permanentemente sotto controllo la rete).

Poco importa se questa cattiva informazione (diffusa purtroppo anche su altri giornali) sia il frutto di luddismo culturale, inesperienza della rete o deliberata volontà di incoraggiare la repressione.

O se sia al servizio di interessi privati, compresi quelli di chi per vendere sicurezza (cosa, in se, legittima e corretta) tendono a spargere grottesche psicosi terroristiche.

Il fatto è che lavora contro la libertà dei cittadini onesti di comunicare, studiare, informarsi, esprimere le loro opinioni, magari anche giocare.

Vogliamo augurarci che di qui in avanti il suo giorna le tratti questo argomento con più serietà ed equilibrio; e dia voce non solo ai profeti della repressione, ma anche ai custodi della libertà.

Con profonda delusione,

ALCEI

Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva

Comunicato ALCEI del 9 giugno 1995

Siamo l’umanità di Internet, non fateci passare per mostri
Un appello ai giornalisti della stampa, della televisione e della radio e a tutti coloro che “fanno opinione”

Si continuano a leggere notizie, diffuse con grande clamore, di ogni sorta di perversità compiute da persone che usano la comunicazione telematica.

In tutto questo c’è qualcosa di falso.

Spesso le notizie sono esagerate o deformate. Ma anche se sono vere, la stranezza è che “colpevole” appare non chi compie un atto scorretto, ma lo strumento che usa.

Se qualcuno usa il telefono, la posta, l’automobile o il tram per fare qualcosa di male, nessuno pensa che la “colpa” sia del mezzo che usa.

Perché mai invece questo accade quando si tratta della telematica, o di ciò che viene comunemente chiamato “internet”?

Perché è uno strumento nuovo? Perché è “di moda”? O semplicemente perché molti ancora non lo conoscono bene?

Un “malintenzionato” ha mille altri modi per attuare le sue male intenzioni. Anzi, “internet” è uno strumento, per lui, meno adatto di altri…

Questo strumento è usato abitualmente dalle “forze dell’ordine”. Dirigenti dei servizi di indagine dichiarano pubblicamente che conoscono bene la rete, la esplorano costantemente, e “sanno benissimo dove guardare”… senza neppure bisogno di un mandato.

Per un criminale, è molto meglio usare il telefono, il fax, la posta o un piccione viaggiatore.

“Uomo morde cane”?

Una vecchia massima del giornalismo dice che “cane morde uomo” non è una notizia, “uomo morde cane” lo è.

E’ comprensibile che “faccia notizia” ciò che è bizzarro, insolito, pericoloso… o sexy.

Ma se un uomo morde un cane in pizzeria, nessuno pensa che la colpa sia della pizza.

Se qualcuno “dice” di mordere un cane via internet, tutt’a un tratto la rete sembra popolata di lupi mannari.

Uno strumento di umanità

Ciò di cui si parla troppo poco è l’umanità della rete – delle persone che la usano, oggi decine di milioni nel mondo, presto centinaia.

Il cuore della “rete” non sono le macchine, non sono i cavi o le connessioni.

Sono le persone. Che dialogano, scambiano idee, studiano, ricercano, lavorano, giocano…

Persone molto speciali, come quell’avvocato senza esperienza medica che esplorando ostinatamente la rete è riuscito a salvare la vita a sua figlia, colpita da un male raro e poco conosciuto.

O come una ragazza sorda che comunica abitualmente, via modem, con un suo amico cieco.

O come chi ha limiti di mobilità, personali o famigliari, ma può viaggiare in tutto il mondo senza uscire di casa.

O come le persone comuni, di ogni età, esperienza, formazione e cultura, che spinte dalla curiosità esplorano il mondo e ne ricavano nuove conoscenze, nuove possibilità, spesso nuove amicizie.

Pe r piacere, Signore e Signori dell’Informazione, perché non parlate di noi come siamo davvero?

Venire a conoscerci “in rete”: vi accoglieremo con simpatia.

Oppure chiedete ad ALCEI, che è sempre a vostra disposizione per approfondire l’argomento.

Comunicato ALCEI del 12 maggio 1995

Repressione della libertà di comunicazione in U.S.A., Francia, Germania siamo “immuni” in Italia?
Le attività repressive e di censura, perverse quanto inutili, sulle reti telematiche negli Stati Uniti, in Francia e in Germania sono un fenomeno molto preoccupante. E’ necessario informare e mobilitare l’opinione pubblica prima che il contagio si estenda anche all’Italia o all’Unione Europea.
ALCEI (l’associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva) sta da tempo segnalando il pericolo rappresentato dai tentativi di repressione nei confronti delle reti telematiche e il rischio che il tristemente famoso “Decency Act” americano trovi imitatori in Europa.

Recenti notizie dalla Francia confermano i peggiori sospetti; già si estende la protesta per quello che viene chiamato il “lunedì nero” di Parigi.

“Articolo 227-23 del codice penale”. é questa “l’arma segreta” impiegata dalle autorità transalpine per condurre la più pesante azione repressiva contro Internet in Francia. Bilancio della “rafle” di lunedì 6 maggio: quasi 48 ore di carcere per i presidenti di due celebri provider; hard disk e materiali informatici sequestrati da una sezione della Gendarmerie di Parigi.

L’articolo 227-23 punisce i reati legati alla pornografia infantile. Di questo che sono accusate le due società, FranceNet e WorldNet. Non per la produzione di contenuti “pornografici”. Ma semplicemente per avere garantito ai loro abbonati la connessione con le gerarchie di Usenet, che comprende i newsgroup “alt.binaries.pictures.erotica”.

Il “lunedì nero” francese ripercorre la strada del “decency act” americano e di interventi in Germania contro “nodi” americani, sempre con il pretesto della “pornografia”.

Il decreto americano (che rischia di rendere perseguibile qualsiasi affermazione ritenuta “indecente”, cioè di fatto reprimere la libertà di opinione) è già stato oggetto di violentissime proteste e probabilmente sarà sconfitto come incostituzionale. Ma, come si temeva, l’infezione sta dilagando in Europa e potrebbe presto contagiare l’Unione Europea.

Sarebbe troppo lungo approfondire qui i motivi, in parte commerciali, in parte politici, che stanno dietro alle manovre repressive; di cui talvolta il pretesto è l’erotismo, talaltra ipotesi (spesso infondate) di intrusione o di commercio di software non registrato o di altre attività “illegali”.

Il fatto sostanziale è uno: queste operazioni sono assolutamente inutili contro la “pornografia” (la cui presenza in rete comunque è inferiore a quella largamente disponibile in tutti gli altri messi, compresa qualsiasi rivendita di giornali) come contro ogni altro abuso; e si traducono esclusivamente in una repressione della libertà.

E’ stato dimostrato che l’unica possibile difesa dei “minori” contro i rischi è la sorveglianza da parte delle famiglie e degli educatori. Anche perchè il concetto di “non adatto ai minori” cambia enormemente secondo le culture. Alcune famiglie o gruppi culturali possono considerare “oscena” qualsiasi esposizione di pelle umana; altre possono accettare la nudità ma respingere la violenza.

Ci sono casi sintomatici, come la presunta “punibilità” negli Stati Uniti di gruppi di discussione in cui si parla di aborto (compresi gruppi anti-abortisti) e il caso comico di un “sito” della Casa Bianca classificato osceno perch&eg rave; conteneva la parola “couples” (coppie) intendendo il presidente, il vicepresidente e le relative consorti.

Nessuno ha mai pensato di chiudere le scuole, o mettere un questurino in ogni aula, perchè ci sono (come purtroppo ci sono) alcuni casi di abusi nei confronti dei minori. O di far presidiare dalla Buoncostume gli autobus, i giardini pubblici o gli oratori parrocchiali. Invece, quando si tratta delle reti telematiche, ogni pretesto è buono per tentare di introdurre repressione e censura.

L’Italia è “immune”? Tutt’altro. Ci sono stati casi gravi in Italia di sequestri, arbitrari, inutili e illegali, anche se il pretesto non era l’erotismo ma la presunta presenza di software non registrato o (cosa ancora più grave) l’ipotesi di “reati di opinione” o di immaginari pericoli di “terrorismo”.

Ciò che sarebbe comico, se la minaccia della censura non fosse un pericolo reale, è che per la natura stessa della rete questi provvedimenti sono inefficaci. Chi volesse svolgere davvero attività illegali o disoneste potrebbe nascondersi in qualsiasi paese del mondo in cui trovasse compiacente ospitalità. La repressione colpisce solo la libertà di opinione di cittadini innocenti.

D’altra parte va ricordato che la rete, per la sua “trasparenza”, è il luogo meno adatto per attività illegali o clandestine. Non è un segreto che in Italia la rete è controllata attentamente, e da anni, dalle forze di polizia. In una recente intervista Alessandro Pansa, Dirigente del Nucleo Centrale Criminalità Economia e Informatica della Polizia di Stato, ha dichiarato:

“Non possiamo escludere che la rete possa essere stata utilizzata per scopi illeciti, ma le nostre attività di indagine non hanno fino ad ora riguardato casi di particolare gravità“.

E’ confortante pensare che se ci saranno spinte alla repressione non verranno dalle Forze di Polizia.

Già, del resto, si era visto qualche miglioramento nei metodi di indagine. In alcuni casi, purtroppo, continuano gli inutili e illegali sequestri; in altri, invece, magistratura e forze dell’ordine seguono metodi più efficaci e più corretti (come la copiatura del “disco rigido”, metodo pienamente efficace dal punto di vista delle indagini e meno lesivo dei diritti dei cittadini).

Ma non è un motivo sufficiente per stare tranquilli. Sarà necessaria una sorveglianza continua, sia su possibili repressioni in Italia, sia su eventuali tentativi di censura da parte dell’Unione Europea.

Documento del 14 dicembre 1994

Perché mi sono iscritto a ALCEI
di Bruce Sterling
Mi chiamo Bruce Sterling e sono uno scrittore e giornalista di Austin, Texas, USA. Il 3 dicembre 1994 mi sono unito a un gruppo che si chiama “Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva”: mi sono iscritto a ALCEI e ho anche pagato la quota di iscrizione.

Ci si potrebbe chiedere perché uno scrittore del lontano Texas si iscriva a questo gruppo. Dopo tutto, non so l’italiano. Ho perfino qualche difficoltà a pronunciare la parola “ALCEI”. Sono un cittadino americano e non ho il diritto, il bisogno o l’intenzione di interferire con la politica interna della Repubblica Italiana. Per quanto riguarda la comunicazione elettronica interattiva, c’è già molto di cui occuparsi qui negli Stati Uniti — più di quanto una singola persona possa raccogliere e capire.

Tuttavia sono intensamente interessato agli sviluppi elettronici in Italia – un interesse che è cresciuto, senza che ne avessi l’intenzione, quest’anno. Ci sono diversi motivi. Uno è che l’Italia è il primo paese del mondo il gui governo è guidato da un magnate televisivo. Non sta a me giudicare se il suo modo di governare faccia bene o male alla Repubbica Italiana o ai suoi cittadini. Vorrei osservare che non è inusuale che la struttura di potere di un governo rifletta le principali fonti di potere, denaro ed influenza nell’economia. Mentre la società si evolve dal potere materiale industriale al potere informatico post-industriale, sembra probabile che un potente televisivo possa diventare capo di stato.

L’Italia sarà l’unico paese al mondo ad avere un tale sviluppo politico? Ne dubito. Al contrario, credo che in questo caso l’Italia sia diventata un laboratorio politico per il futuro del resto del mondo.

Nel 1992, ho scritto un libro intitolato “HACKER CRACKDOWN: Law and Disorder on the Electronic Frontier”. In italiano è stato pubblicato come “Giro di vite contro gli hacker”. In gran parte quel libro riguardava un’operazione della polizia americana chiamata “Operation Sundevil”, che avvenne nel 1990 e portò a sequestri di BBS. Considero questo un argomento molto importante, a tal punto che ho dedicato un anno e mezzo della mia vita a studiare e scrivere su questo tema.

In Italia, nel maggio 1994, la polizia ha lanciato un attacco sui BBS italiani che era almeno il doppio di Operation Sundevil e potrebbe essere addirittura cinque volte più grande. Questa è la più grande operazione di sequestri di bbs nella storia. La polizia italiana non è stata la prima ad organizzare un attacco su larga scala contro i BBS, ma lo ha fatto con molto più entusiasmo di chiunque altro al mondo.

Vorrei sapere molto di più su questa operazione del maggio 1994. Come accade spesso sulla frontiera elettronica, le informazioni sono confuse ed incoerenti. Chiaramente la polizia e la magistratura italiana non sono particolarmente desiderose di trattare questo argomento. Ma se riuscirò ad essere meglio informato su questo argomento, o su altre cose che potranno succedere, credo che sarà per via di ALCEI. ALCEI è nata dopo quell’evento, e non a causa di esso: ma ora abbiamo un cane da guardia. Questo non significa, naturalmente, la fine dei nostri problemi. Ma almeno oggi c’è un gruppo organizzato di persone che si occuperà di studiare e discutere argomenti come questi – ed a questo gruppo auguro ogni bene.

All’inizio di dicembre 1994, ero a Roma per festeggi are la pubblicazione della traduzione italiana di uno dei miei romanzi, “ISLANDS IN THE NET” (“ISOLE NELLA RETE”). Appena arrivato a Roma sono stato subito allarmato e rattristato dalla notizia di un attacco via computer all’agenzia di notizie Adn-Kronos. Considero gli attacchi alle agenzie di informazioni, da qualsiasi parte provengano, una cosa molto grave. Un’intrusione che colpisce una fonte di informazione per il pubblico è un grave atto criminale. Una tale attività è immorale e merita di essere punita. Il caso Adn-Kronos è particolarmente disgustoso per la spacconata megalomane dell’intruso, che ha minacciato il pubblico con la sua intenzione di nuocere alla società e sconvolgere le comunicazioni.

Non sono in grado di giudicare sull’esistenza o non esistenza della cosiddetta “falange armata”. Tuttavia, per quanto ne so, questo è il primo caso al mondo di un attacco telematico da parte di qualcuno che afferma, o finge, di essere un gruppo terroristico armato. Ancora una volta l’Italia apre la strada di ciò che potrebbe uno svi luppo generale nel mondo.

Storicamente, non sono pochi gli sviluppi politici cominciati in Italia e diffusi nel mondo. L’Impero Romano, per esempio. O il Rinascimento – un grande dono della civiltà italiana. Basterebbe questo per ren dere importante lo studio degli sviluppi in Italia — anche senza le esperienze, meno felici, del ventesimo secolo in fatto di innovazione politica italiana.

Non è compito mio indicare come gli italiani debbano gestire il loro paese, nel ciberspazio o altrove. Tuttavia credo di non pretendere molto se chiedo di poter guardare — e guardare da vicino. Spero di fare proprio questo, con l’aiuto dei miei nuovi colleghi di ALCEI. Vorrei consigliare vivamente ad altri con simili interessi di dare il loro appoggio ad ALCEI. Auguro a questo gruppo il massimo successo nel nuovo anno, 1995 — ed oltre, verso il terzo millennio della nostra comune civiltà globale.

Bruce Sterling

(bruces@well.sf.ca.us)

Comunicato ALCEI del 3 settembre 1994

Nasce l’Associazione per i diritti del cittadino elettronico: un appuntamento per gli operatori dell’informazione
Abbiamo deciso di tutelare e sviluppare un diritto nuovo, un diritto ancora debole. Un diritto di libertà. Abbiamo deciso di farlo in prima persona. Il 27 luglio è nata a Milano

ALCEI
Electronic Frontiers Italy

Associazione per la libertà
nella comunicazione elettronica interattiva

ALCEI è l’associazione di coloro che usano le nuove tecnologie informatiche e telematiche per lavorare, informarsi, coltivare i propri hobby.

Non è un diritto “secondario”, superfluo, un lusso politico. E’, semmai, un diritto del futuro prossimo. Manager, professionisti, imprenditori, studenti, ricercatori, appassionati: c’è un “popolo del modem”, un popolo della comunicazione telematica, che l’opinione pubblica conosce solo parzialmente o in modo distorto, attraverso mille luoghi comuni che non lo descrivono correttamente: mai sentito parlare di “autostrade dell’informazione”, di “cyber”, di “virtuale” di “reti”? Siamo noi, ma visti attraverso lo specchio deformante del luogo comune. Abbiamo deciso di dare un nome a questa nuova figura: il cittadino elettronico.

In realtà siamo gente che lavora, che studia, che produce, che si diverte: lo facciamo con le tecnologie che fra pochi anni, in qualche caso fra pochi mesi, apparterranno a tutti, saranno parte della quotidianità di tutti, cambieranno il lavoro di ognuno: giornali telematici, comunicazione interattiva e non autoritaria, telelavoro, acquisti, discussioni tecniche e culturali, forme di partecipazione politica a distanza.

E’ un mondo che non ha confini, quello che ci aspetta: problemi di questo genere sono all’ordine del giorno negli Stati Uniti, dove è nata da tempo la Electronic Frontiers Foundation, che ha già dato all’Alcei il proprio riconoscimento.

Non sembri esagerato: nella terra di frontiera nella quale ci muoviamo vediamo già i pericoli che si addensano sul futuro: pericoli che riguardano la libertà d’espressione, la privacy, la libera circolazione delle idee, la possibilità per tutti di accedere all’informazione senza disparità e privilegi.

Comunicato ALCEI del 31 agosto 1994

E’ nata l’Associazione per i “Cittadini Elettronici”
Mai pensato che il nostro computer potrebbe aver problemi di libertà? E il nostro modem voglia di riservatezza?
Eppure ne hanno, cioeè: li abbiamo noi. Quasi senza accorgercene, leggendo e scrivendo messaggi, usando forme nuove di comunicazione, siamo diventati un’altra cosa. Siamo “cittadini elettronici”. Ma “quanto” siamo liberi? Quanto abbiamo già “regole” adeguate alla novità che viviamo e rappresentiamo?

I recenti sequestri in Italia, il ricco dibattito che negli Stati Uniti si sta sviluppando intorno alle autostrade elettroniche, la lentezza e le incertezze che caratterizzano l’affermarsi di un analogo progetto europeo, le trasformazioni tecnologiche e d’uso che l’insieme dei media va conoscendo, indicano un terreno di iniziativa per la difesa e lo sviluppo dei diritti di cittadinanza telematica come parte dei diritti democratici.

Per questo è nata

ALCEI
Electronic Frontiers Italy

Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva

Alcei nasce per dare la parola al cittadino elettronico. Alcei si richiama direttamente all’esperienza di Electronic Frontier Foundation e di EFF ha il riconoscimento pubblico e diretto.

Alcei non è un’organizzazione di tendenza, non ha riferimenti politici o ideologici, non chiede di essere finanziata dallo stato. Tutti vi possono aderire, purché ne rispettino lo statuto. A tutti chiediamo una quota associativa e una collaborazione in qualsiasi forma: nessuno ci paga, non abbiamo apparati.

Alcei non è una “lobby”. Non è solo un gruppo di “difesa del consumatore”. Non nasciamo per aggiungere leggi a leggi, burocrazia a burocrazia: tutto ciò che fonda sulla libertà e sull’autoregolamentazione, sui codici che i soggetti sociali sanno darsi autonomamente, funziona bene.

Con questo principio intendiamo muoverci su casi singoli così come su terreni generali: il diritto e la legislazione, che sono incompleti, l’informazione che è oggi del tutto assente, carente o imprecisa (e spesso pilotata da gruppi di interesse); l’elaborazione di una cultura dei nuovi mezzi.

Alcei non è una “conferenza”, un luogo solo di dibattito. E’ e vuole essere un’organizzazione operativa che lavora con pazienza, tutti i giorni, per costruire e difendere la libera cultura della telematica.

C’è un grande vuoto da riempire, di idee e di lavoro.

Per ottenere un’adesione informata abbiamo creato punti di riferimento telematici dove potrai chiedere informazioni sulla nostra identità e sui nostri principi.

Dal dicembre 1994 è aperto il Forum Alcei, il primo spazio nazionale di dialogo intersistema, in cui tutti possono dare un contributo.