Category Archives: Comunicati

Comunicati stampa di ALCEI

In memoria di Giancarlo Livraghi

Giancarlo Livraghi, fondatore e primo presidente di ALCEI se ne è andato sabato scorso.
Il suo continuo sostegno alla causa dei diritti civili online e l’attenzione al lato umano della Rete lo hanno reso uno dei padri fondatori dell’Internet italiana.
Tutti, in un modo o nell’altro, gli siamo debitori e abbiamo il dovere morale di continuare a percorrere la strada che Giancarlo, con lucida preveggenza, aveva tracciato con la fondazione di ALCEI.
Addio, Giancarlo, che la terra ti sia lieve.
Andrea Monti

Il Garante per la protezione dei dati personali apre un’istruttoria sul caso segnalato da ALCEI

INTERNET: PRIVACY, SU SOFTWARE SPIA AVVIATA ISTRUTTORIA
(V. INTERNET: DOPO IPHONE, SOFTWARE SPIA… DELLE 13.50)
(ANSA) – ROMA, 1 DIC – ”Abbiamo aperto un’istruttoria per analizzare meglio queste segnalazioni, faremo anche verifiche sui telefonini in Italia”: cosi’ il presidente del Garante
della Privacy, Francesco Pizzetti, si esprime in merito alla notizia di un software, scoperto da uno sviluppatore americano, che traccerebbe milioni di telefonini e anche i messaggi di
testo.
”Un conto sono i software finalizzati a ottimizzare il servizio e a garantire le performance degli apparecchi – aggiunge Pizzetti – un conto quelli che tracciano percorsi e men
che meno quelli che registrano messaggi. Cercheremo di approfondire queste tematiche e faremo verifiche sui telefonini anche in Italia”. (ANSA)
SAM 01-DIC-11 16:50

Una segnalazione inviata al Garante dei dati personali sulla presenza nei telefoni Android di un software che spia gli utenti

Signor Garante,

Apprendiamo dagli organi di informazione che un programmatore americano avrebbe scoperto, in milioni di smartphone Android, la presenza di un software sviluppato dalla società americana Carrier IQ che registra
segretamente la pressione dei tasti, la locazione geografica del terminale e i messaggi ricevuti dagli utenti.

Le chiediamo di verificare, presso gli operatori di telefonia mobile presenti in Italia e i produttori dei telefoni in questione, se la notizia della presenza occulta del software della Carrier IQ anche nei terminali venduti in Italia sia fondata, e, in caso positivo, il rispetto delle prescrizioni del Codice dei dati personali in materia di informativa e raccolta del consenso, nonchè di adozione delle prescritte misure di sicurezza a rotezione dei dati personali.

Chiediamo infine di accertare se i dati in questione vengano trattati solo in Italia o anche al di fuori dell’Unione Europea nel rispetto dei trattati internazionali e del Safe Harbour.

Il testo integrale della notizia è disponibile a questo indirizzo

Grazie per l’attenzione.

Comunicato ALCEI del 17 luglio 2009

Ancora una volta il diritto d’autore
è la scusa per violare i diritti dei cittadini

Fra le misure previste dal decreto anticrisi annunciato dal Governo, merita una speciale menzione l’art. 15 comma I lett. c) che estende il vigore del decreto legsilativo 231/01 anche ai casi di violazioni del diritto d’autore. Il d.lgs. 231/01 stabilisce la responsabilità penale dell’impresa che non dimostra di avere fatto tutto il possibile per evitare che un proprio manager commettesse determinati reati. Concepita originariamente per sanzionare le frodi fiscali e finanziarie, questa normativa è diventata un vero e proprio “sistema” per estendere alle aziende le conseguenze degli illeciti commessi dai dipendenti.

Benchè l’idea in quanto tale sia ampiamente condivisibile, non lo è affatto la strumentalizzazione operata da questa proposta governativa che per tutelare gli interessi delle major dell’audiovisivo costringe le aziende a incrementare il  monitoraggio dell’uso dell’internet sul posto di lavoro fino a livello francamente non tollerabili.

Il tutto, nel silenzio dell’Autorità  per la protezione dei dati personali.

Comunicato ALCEI del 18 agosto 2009

Ancora silenzio del Garante dei dati personali sul caso Pirate Bay

E’ passato un anno da quando ALCEI ha presentato una segnalazione al Garante dei dati personali, evidenziando potenziali violazioni di legge commesse nell’ambito del procedimento penale aperto dalla Procura di Bergamo a proposito del caso The Pirate Bay. Ma l’Autoritànon ha ancora data alcun segno di interesse, dopo essersi limitata ad “aprire un fascicolo”.

Comunicato del 9 marzo 2009

Nuove proposte di legge della maggioranza
scardinano i principi del diritto
e concentrano nelle mani dell’ esecutivo poteri
fino ad ora di competenza della magistratura

Si conferma la preoccupante tendenza normativa a reprimere la libertà di espressione in nome della “protezione degli artisti e dei minori, nelle persone di Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci (popolo delle libertà) che fra il gennaio 2009 e marzo dello stesso anno due proposte di legge accomunate dallo stesso inaccettabile approccio.

La proposta dell’on. Barbareschi vuole creare un “singolo punto di controllo culturale” attribuendo alla SIAE il ruolo di unico punto di contatto fra artisti e mercato. Inoltre, le formulazioni sulla responsabilità  degli internet provider sono talmente generiche da lasciare al governo, in fase di attuazione, praticamente “mano libera”.

Più pericolosa, se possibile, è la proposta dell’on. Carlucci che vuole eliminare tout-court l’anonimato online, rifiutandosi di prendere in considerazione persino forme intermedie – come l’anonimato protetto, garantito dagli ISP – da anni accettate e condivise dai maggiori giurisiti italiani.

Inoltre, l’on. Carlucci propone di istituire l’ennesimo “comitato” – questa volta presso l’Autorità delle comunicazioni – con potere di:

  • interpretare la normativa relativa all’internet,
  • ricevere informazioni, anche confidenziali, sulla commissione di violazioni di legge,
  • operare come “tribunale privato”,
  • dare consulenza ai magistrati sul modo di applicare le misure cautelari

Se questa proposta di legge dovesse essere approvata, si verificherebbe una mai vista concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo, pregiudicando nello stesso momento il diritto di una persona di difendersi in tribunale.

Le proposte di legge Barbareschi e Carlucci sono inaccettabili nella forma e nella sostanza, e pur destinate, probabilmente, a non essere mai approvate, rivelano una pericolosa deriva culturale verso l’abdicazione dei principi di funzionamento dello Stato e della tutela dei diritti individuali.

Comunicato ALCEI del 26 gennaio 2009

Una proposta di legge preparata dalla SIAE, con la scusa di “proteggere gli autori”, uccide la cultura e aumenta i privilegi per i padroni delle idee

N.B. In data 27 gennaio 2009 la SIAE ha disconosciuto la paternità  di questo testo, che in realtà  appartiene all’on. Luca Barbareschi (FI)

La proposta di legge attribuita inizialmente alla SIAE ma poi riferita all’on. Luca Barbareschi (FI) con la quale si invoca addirittura la tutela dei minori come pretesto per proteggere gli interessi economici di chi distribuisce canzonette e film, è culturalmente ignobile, giuridicamente sbagliata ed economicamente pericolosa.

E’ culturalmente ignobile, perchè è diretta a imporre una “cultura di Stato” garantita da un “controllore unico”. Ad oggi la SIAE tutela SOLO gli interessi dei propri iscritti . In altri termini, quando l’artista si associa, incarica la SIAE di gestire gli aspetti economici dei suoi diritti. Ma se un artista NON si iscrive, la SIAE non ha alcuna giurisdizione su queste opere originali. Se passasse questa legge, la SIAE diventerebbe il controllore unico delle opere creative italiane. Inoltre, questa proposta di legge dichiara esplicitamente di considerare le opere dell’intelletto come “prodotti”. Così facendo rende sempre più forte il distacco fra l’autore e chi – le major dell’intrattenimento – ne sfrutta economicamente il lavoro. Infine, è semplicemente vergognoso invocare la” tutela dei minori” come “scusa” per garantire ancora di più gli interessi economici di ristretti gruppi di interesse.

E’ giuridicamente sbagliata, perchè contiene affermazioni vaghe, superflue e ridondanti che servono solo a sottrarre la discussione all’attività parlamentare, dando al Governo la possibilità  di legiferare in totale autonomia, e di trasformare gli operatori di accesso alla rete in veri e propri “sceriffi” privati. L’ampiezza della delega consente di prevedere specifiche forme di reponsabilità  civile, a carico degli operatori di accesso alla rete, basate sulla responsabilità  oggettiva e l’inversione dell’onere della prova (colpevole fino a prova contraria). Questo avrà pesanti ricadute in termini di tutela per la privacy degli abbonati e per la qualità  del servizio che verrà loro offerto.

E’ economicamente pericolosa perchè viola la libertà  di imprese e artisti che non saranno più liberi di accordarsi come meglio credono per la gestione dei diritti di sfruttamento delle opere dell’ingegno. In particolare, la proposta di legge vuole creare un controllo monopolistico sulle piattaforme di distribuzione di opere dell’ingegno, generalizzando l’obbligo di ottenere una licenza dalla SIAE. Anche se la licenza SIAE, come detto, sarebbe obbligatoria solo per le opere che la SIAE tutela, nella pratica gli operatori preferiscono pagare una somma in realtà  non dovuta, piuttosto che “fare causa” per ottenere il rispetto della legge. Ciò implica, dunque,  legalizzare una situazione di fatto, trasformando la SIAE in una collecting che gestisce i diritti di chiunque, eliminando qualsiasi possibilità  per il titolare dei diritti di negoziare direttamente con la piattaforma di distribuzione.

ALCEI, che da oltre dieci anni denuncia la pericolosa e incivile deriva del diritto d’autore verso inaccettabili forme di repressione e censura, esprime fortissime preoccupazioni per questo ennesimo “giro di vite” e per i barbari presupposti culturali che la hanno ispirata.

Questi sono i punti di maggior criticità , nel testo predisposto dalla SIAE:

Art. 1 – La circolazione dell’opera dell’ingengno è un diritto dell’autore che puo’ scegliere il canale che piu’ ritiene opportuno. Quindi, allo stato, la diffusione telematica legittima di opere dell’ingegno è gia’ possibile. L’articolo e’ inutile.

Art. 2 – La gestione dei rapporti patrimoniali fra autore ed editore/distributore è un fatto puramente privatistico che la legge sul diritto d’autore rimette all’autonomia delle parti. Se l’autore vuole essere pagato per l’uso che l’operatore fa dei suoi contenuti, basta che lo renda esplicito nella licenza d’uso (tipo il disclaimer associato ai DVD). L’articolo è inutile,

Art. 3 – Le deleghe di cui al comma 1 lett. a, b, e c sono molto vaghe e, di fatto, consentono di stabilire qualsiasi cosa, senza più il controllo parlamentare.

La delega di cui alla lettera d) è inutile. La legge sul diritto d’autore già  sanziona penalmente l’utilizzo illecito a scopo di lucro di opere protette. L’operatore che usi a scopo di lucro opere del cliente o di terzi senza rispettare la legge, è già  punito. Lo scopo reale di questa delega è quello di trasformare gli operatori in “sceriffi della rete” e sanzionarli a prescindere dalle condotte dei singoli utenti. Viene meno il principiop che la responsabilità  è  personale.

La delega di cui alla lettera e) è sbagliata: l’opera dell’ingegno NON è¨ un prodotto, ma una “creazione utile”. Trasformare un pezzo musicale in un “prodotto” significa sovvertire i fondamenti del diritto d’autore.

La delega di cui alla lettera g) è la “salva-SIAE”. Attribuisce alla SIAE il ruolo di collettore unico dei diritti, anche se un autore non vuole “servirsi” dei loro “servizi”.

La delega di cui alla lettera h) è un’altra versione di “sceriffi della rete”.

La delega di cui alla lettera i) è superflua. Le leggi ci sono già . Ma come se non bastassero, si chiedono più poteri di polizia (cioè sganciati dal controllo del magistrato). A margine, e’ di una volgarità  unica il richiamo alla tutela dei minori (che oramai è un espediente per legittimare qualsiasi intervento repressivo).

La delega di cui alla lettera l) èl’ennesima richiesta di inasprimento di pene, anche e soprattutto per gli operatori. Si propone di creare un apparato sanzionatorio che va dalla revoca delle licenze, a sanzioni pecuniarie, a responsabilità  civile oggettiva e infine penale, tutto per la stessa violazione.

Proposta di legge Barbareschi sulla diffusione telematica delle opere dell’ingegno

N.B. Questa proposta di legge non è attribuibile alla SIAE, ma all‘On. Luca Barbareschi (FI)

PROPOSTA DI LEGGE
________

Disposizioni concernenti la diffusione telematica delle opere dell’ingegno

Art. 1
(Principi generali)
L’ immissione e la fruizione delle opere dell’ingegno o di loro parti nelle reti telematiche è disciplinata dalle disposizioni della legge 22 aprile 1941, n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni, e dalle disposizioni della presente legge.
Art. 2
(Costituzione di piattaforme telematiche)
Lo Stato incentiva la realizzazione di piattaforme telematiche per l’immissione e la fruizione legittime e gratuite di opere dell’ingegno. I prestatori di servizi della società  dell’informazione che realizzano le dette piattaforme telematiche compensano i detentori dei diritti relativi alle opere dell’ingegno diffuse per il loro tramite, attraverso introiti pubblicitari e di sponsorizzazione realizzati mediante le piattaforme stesse.
Art. 3
(Delega al Governo)
Ai fini previsti dalle disposizioni di cui all’articolo 2, il Governo è delegato ad adottare entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge un decreto legislativo concernente l’istituzione la disciplina di piattaforme telematiche nazionali, corrispondenti alle caratteristiche indicate al comma 1, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

a) inquadramento della normativa nei principi generali e negli istituti di diritto d’autore vigenti a livello internazionale, comunitario e nazionale;
b) rispetto delle normative internazionali e comunitarie concernenti il commercio elettronico;
c) salvaguardia ed incentivazione dell’attività  produttiva ed industriale dei prestatori di servizi della società delliinformazione;
d) attribuzione di specifici profili di diretta responsabilità  civile, amministrativa e penale all’operato dei prestatori di servizi della società  dell’informazione;
e) massima diffusione del prodotto intellettuale nazionale e comunitario;
massima accessibilità delle opere dell’ingegno da parte degli utilizzatori delle piattaforme telematiche;
f) adeguata remunerazione dei titolari dei diritti sulle opere ingegno immesse, circolanti e fruite tramite le dette piattaforme telematiche, anche attraverso l’attribuzione di specifiche funzioni alla Società  italiana degli autori ed editori (SIAE) in ordine alla gestione dei corrispondenti diritti d’autore e dei relativi diritti connessi;
g) previsione dell’attribuzione ai prestatori di servizi della società  dell’informazione operanti su dette piattaforme telematiche di h) obblighi di controllo e di rendicontazione ai fini di una corretta attribuzione delle remunerazioni ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere ingegno;
i) attribuzione di poteri di controllo alle Autorità  di Governo ed alle Forze dell’ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto di norme imperative, dell’ordine pubblico, del buon costume, ivi inclusa la tutela dei minori;
l) previsione di sistemi sanzionatori prevalentemente di natura civile ed amministrativa, nonchè di natura penale per i casi di più gravi violazioni, intendendosi per tali non solo quelle di interessi maggiormente rilevanti, ma anche quelle caratterizzate da ripetitività , abitualità , professionalità, con particolare riferimento al settore economico e tributario;

Il decreto legislativo di cui al comma 1, indica esplicitamente le disposizioni sostituite o abrogate, fatta salva l’applicazione dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile. Il decreto legislativo di cui al comma 1, è adottato, sentita la Conferenza unificata di cui all’art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, previ pareri del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari competenti per la materia, resi nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della relativa richiesta. Decorso tale termine, il decreto legislativo può essere comunque adottato.

Disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo di cui al comma 1, possono essere adottate, nel rispetto degli stessi principi e criteri direttivi e con le medesime procedure di cui al presente articolo, entro due anni dalla data della sua entrata in vigore

Stupida legge, perversa sentenza

Un articolo di Giancarlo Livraghi, pubblicato su Gandalf.it, e disponibile anche in Inglesecommenta la vicenda del sito informativo chiuso a seguito di una condanna per stampa clandestina.

Da sessantadue anni non c’è “censura” in Italia. Non solo la libertà  di stampa e di opinione è sancita dalla Costituzione, ma è radicata nel costume e nella coscienza civile. Ci sono, tuttavia, fenomeni preoccupanti. La concentrazione di gran parte del sistema informativo in poche mani. Una generale, “centralizzata” miopia della “cultura dominante” che in parte è volontaria manipolazione e in parte inconsapevole ignoranza. Una sorniona, apparentemente benevola, cultura della superficialità  e del pressapochismo che tende a inebetire, assopire e assoggettare.

Un elemento di disturbo, in questo contesto, è l’internet. Prima temuta, poi ambiguamente lodata, comunque mal capita, la rete rimane fastidiosa agli occhi di chi è abituato ad avere il controllo ed è irritato, se non preoccupato, da uno strumento che non riesce a “ingabbiare”.

Sarebbe lungo ripetere qui cose già  dette tante volte, da quando nel 1996 avevo pubblicato Cassandra alle molteplici vicende descritte in ottanta testi nella sezione “libertà  e censura” di questo sito. Ma un recente episodio merita qualche commento.

In questo ambiguo contesto ci sono varie norme mal concepite e peggio applicate. Una, in particolare, è la legge sulla “stampa clandestina” (1948) cui si è aggiunta, cinquantatre anni dopo, una bislacca interpretazione sulla “autorizzazione” di “pubblicazioni giornalistiche” in rete (2001).

Prima di proseguire, rileggiamo due articoli della Costituzione.

Nell’articolo 3 si dice che «Tutti i cittadini hanno pari dignità  sociale e sono eguali davanti alla legge». Invece no. Ci sono leggi che rendono alcuni cittadini “più uguali degli altri” e varie “corporazioni” che godono di ingiustificati privilegi. Oltre a ogni sorta di limitazioni alla libera attività , economica, sociale e culturale, che si è tante volte detto di voler abolire, ma di fatto rimangono – e, un po’ troppo spesso, peggiorano.

Nell’articolo 21 si dice che «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Invece no. Ci sono norme di “autorizzazione” (come altre di varia origine e conseguenza) che si traducono in violazioni della libertà  di informazione e comunicazione (generalmente definita “libertà  di stampa”, fin dai tempi dello “statuto albertino”, ma ovviamente estesa a ogni altro strumento o sistema).

“Ciò premesso”, veniamo all’episodio che ha giustamente suscitato scandalo e che è descritto in vari documenti online, come la notizia pubblicata da Punto Informatico il 19 giugno 2008 e la più dettagliata analisi di MCreporter il 9 settembre – e alle due balorde leggi che l’hanno reso possibile.

Si tratta di una sentenza del Tribunale di Modica, l’8 maggio 2008, che ha definito “stampa clandestina” il sito web dello storico siciliano Carlo Ruta (che era chiuso da quattro anni, perchè lo stesso tribunale ne aveva disposto il “sequestro” nel 2004).

Una delle grottesche “anomalie” in quella sentenza è che il sito era definito come “testata giornalistica” perchè aveva una “intestazione”. A questa stregua, potrebbe essere considerata “stampa clandestina” qualsiasi lettera pubblicamnente disponibile e scritta su “carta intestata”.

Lascio agli storici della legge, della politica e della cultura il compito di cercare di capire perchè, quando era finito il fascismo ed era stata abolita la censura, nel 1948 si fosse emanata una legge di fatto restrittiva della libertà  di stampa e in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione.

Mi “azzardo”, invece, a cercare di indovinare perchè nell’aprile 2001 sia uscita una mal concepita (e mai efficacemente emendata) legge che “estende” le norme sulla stampa alla comunicazione in rete.

(Alcune osservazioni su quella legge si trovano in Timeo Danaos e Una legge molto confusa –  aprile e maggio 2001).

Tutti i governi, e tutti i gruppi parlamentari, di ogni “parte” o tendenza politica, hanno sempre affermato che non hanno alcuna intenzione di limitare la libertà  di stampa – e in generale di opinione. Sulla profondità  e coerenza di quelle promesse possiamo avere qualche dubbio, ma “prendiamo per buona” l’ipotesi che l’intenzione, dietro la malpensata legge del 2001, fosse un’altra: estendere alle “testate” online quell’ambiguo sistema di sussidi, sovvenzioni e controlli che già  esisteva per la “carta stampata” (e che già  in quella sede ha prodotto parecchie distorsioni e manipolazioni).

In pratica, la legge del 2001 dice che un “giornale” online (quotidiano o periodico) deve essere registrato come testata – e che il “responsabile” deve essere iscritto a un’istituzione di cui molti, da molti anni, chiedono l’abolizione, ma che continua a sopravvivere come “casta privilegiata”: L’albo dei giornalisti. La conseguenza è che, interpretandola alla lettera, circa cinque milioni di siti web italiani (non solo “blog”) sarebbero fuori legge.

Sono passati sette anni e non c’è stato un “massacro” della rete. Ma la sciagurata sentenza del maggio 2008, di cui si parla in questi giorni, dimostra che “errori” sono possibili. Non è il primo “caso” di quel genere – e purtroppo è probabile che non sia l’ultimo.

Il “caso Modica” è “unico nel suo genere” – e perciò particolarmente preoccupante – per l’applicazione della legge 2001, cioè del concetto di “stampa clandestina” nell’internet. Ma ci sono parecchi esempi di abusi pretestuosamente “motivati” da altre storture delle norme e delle loro applicazioni.

Mi sembra un po’ miope che si “gridi allo scandalo” su questo episodio dopo aver poco badato, per sette anni, al fatto che c’è una legge sballata e non c’è mai stato alcun correttivo che la elimini o ne renda meno perversa l’interpretazione. Per non parlare di altre situazioni in cui, per svariati motivi, si sono “cancellati” o “sequestrati” o resi inaccessibili siti italiani e stranieri, con la troppo facilmente “volontaria” partecipazione degli internet provider, più preoccupati di difendere i loro interessi che di badare alla libertà  (e riservatezza) delle persone, organizzazioni o imprese che usano i loro servizi.

Perchè, fra tanti, ci si è accaniti proprio su quel sito? Non mi piace fare “dietrologia” o “processi alle intenzioni”, ma il fatto è che i contenuti “cancellati” e “condannati” trattano di collusioni fra politica e mafia – ed è probabile che l’argomento sia fastidioso per qualche centro di potere. Tuttavia “accontentiamoci” di pensare che sia un “errore” nell’interpretazione della legge. Il fatto rimane che “sbagli” di quel genere sono possibili e inaccettabili in un paese civile.

Sono molti i “trucchi” con cui è possibile limitare, anche se non abolire del tutto, la libertà  di opinione e di informazione.

C’è, fra l’altro, un “dettaglio tecnico” non irrilevante. Ci sono vari modi con cui un “sito sequestrato” può essere rimesso online – o i contenuti resi disponibili in modo diverso. I provvedimenti di “sequestro” o “cancellazione” hanno scarsissima efficacia nei confronti di criminali o malfattori di varia specie. L’accanimento repressivo è molto penalizzante per le persone perbene che esprimono opinioni scomode, sostanzialmente inefficace contro i malintenzionati, dall’estremo del terrorismo assassino o del crimine organizzato fino ai molteplici truffatori o diffusori di spam.

Nell’ipotesi (non “dimostrata”) che dietro un’assurda sentenza ci sia la longa manus di qualcuno che vuole sopprimere informazioni e opinioni sgradite, il supposto “censore” si è tirato la zappa sui piedi, perchè con l’indignazione e le proteste ottiene l’effetto contrario. Ma questo, ovviamente, non può “giustificare”, nè attenuare, la perversità  del provvedimento o le storture della legge.

Non è facile distinguere quanto pesi l’ignoranza di chi si ostina a non capire che cos’è la rete – e quanto l’insidiosa voglia di reprimere e controllare la libertà  di opinione. Ma rimane il fatto che le intenzioni repressive ci sono – e che la sorveglianza deve essere continua, con un’attenta osservazione di come le cose si evolvono nel tempo, non solo con estemporanee “indignazioni” su un singolo episodio, che purtroppo cadono rapidamente nel dimenticatoio e nella generale distrazione, lasciando il campo libero al ripetersi di ogni sorta di abusi. Senza mai dimenticare che ogni tentativo di censura non è solo perverso, è anche stupido.


Questo articolo è stato pubblicato
anche da MCreporter il 22 settembre 2008


Post scriptum

Anche rappresentanti della “categoria” giornalistica (che assurde leggi fingono di voler “proteggere”) esprimono forti perplessità  su questo “caso” nella sua specificità  come nel suo significato “generale”. Per esempio ci sono queste interessanti osservazioni di Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine del Giornalisti della Lombardia.

«Il testo della sentenza emessa dal giudice Patricia Di Marco, che per la prima volta in Italia e in Europa ha condannato per stampa clandestina il curatore di un blog, non solo legittima la preoccupazione e la protesta che si sono levati dalle rete e dal paese negli ultimi mesi, ma offre ulteriori motivi di allarme. Come attestano le carte processuali, la periodicità  regolare di “Accadeinsicilia” non è stata assolutamente provata. Il giudice conclude nondimeno che il sito citato non era soltanto un periodico: era addirittura un giornale quotidiano, condotto in clandestinità . Un assurdo, evidentemente».

«Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia, sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione».

«La gravità  della condanna di Modica va comunque ben oltre gli scenari di riferimento, recando un naturale riscontro nell’attuale situazione politica, che sempre più pone in discussione le libertà  sancite dall’articolo 21 della Costituzione. Lontana dai motivi di una vera democrazia, ma prossima alle logiche che vigono a Teheran e a Pechino, la sentenza siciliana apre di fatto un varco pericolosissimo, offrendo ai potentati italiani, sempre più timorosi della libertà  sul web, un precedente per poter colpire i blogger scomodi, i siti che fanno informazione libera, documentazione, inchiesta. àˆ quindi importante che la risposta a tale atto, già  imponente in rete e significativa in altri ambiti, si estenda ulteriormente».

Benchè “tardiva”, come tutte le “proteste” su questo e altri casi, la “presa di coscienza” dimostra che finalmente si comincia a capire come le molteplici forme di repressione della rete siano una seria minaccia per la generale libertà  di informazione e di opinione e come i tanti travestimenti non bastino a nascondere il fatto che si tratta di censura.

Comunicato ALCEI del 7 ottobre 2008

Caso Piratebay. Il tribunale del riesame di Bergamo annulla il sequestro ma fissa dei principi di diritto pericolosi per i diritti civili

Il 16 agosto 2008 ALCEI aveva segnalato al Garante dei dati personali le violazioni di legge contenute nel decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bergamo.
In quella segnalazione, ALCEI evidenziava:

  • l’estensione sbagliata e strumentale della norma che regola il sequestro preventivo fino a includere anche l’intercettazione di traffico telematico;
  • l’adozione di provvedimenti giudiziari al di fuori della giurisdizione italiana, fondati per di pi๠su nessun concreto reato, ma su ipotesi statistiche formulate su dati privi di valore scientifico;
  • l’abuso della Guardia di finanza di Bergamo che, senza nemmeno l’ordine di un magistrato, ordinava ai fornitori di accesso di indirzzare le richieste di collegamento al sito thepiratebay.org verso un altro sito, localizzato in Inghilterra e gestito da un’associazione afferente all’industria discografica.

In attesa della decisione del Garante dei dati personali (che speriamo arrivi quanto prima), il Tribunale del riesame di Bergamo ha annullato il sequestro disposto dal Giudice per le indagini preliminari con un’ordinanza che – invece di risolvere i problemi che si sono manifestati – ne crea anche di peggiori.

Il Tribunale del riesame di Bergamo, infatti, ha si annullato il sequestro, ma solo sul pressupposto – peraltro già evidenziato da ALCEI – che “sequestro” non equivale a “filtraggio del traffico”. Ma si è ben guardato, come avrebbe dovuto, dal valutare la sussistenza della giurisdizione italiana. Omettendo di decidere, il Tribunale di Bergamo ha creato un pericolosissimo precedente che – sulla base del principio di reciprocità – consente a qualsiasi giudice straniero di mettere sotto processo un cittadino italiano, perchè pur in assenza di prove certe che un reato sia stato commesso, basta un “calcolo statistico”.

Inoltre, confermando la validità dell’impostazione investigativa del pubblico ministero, ha di fatto affermato la responsabilità automatica dei gestori di motori di ricerca e la possibilità di usare, nelle indagini, dati e informazioni privi di riscontri.

Infine, stabilendo che il decreto di sequestro preventivo, pur sbagliato nella forma, è “astrattamente in linea con la previsione degli artt. 14 e ss. D.L.vo 70/03”, da un lato fornisce la “scusa” ai padroni delle idee per invocare l’ennesima modifica repressiva della legge sul diritto d’autore e/o del codice di procedura penale; mentre dall’altro consolida un palese errore di interpretazione della legge, perchè configura sui fornitori di accesso l’obbligo di diventare “sceriffi della rete”.

ALCEI esprime forti preoccupazioni per questo ennesimo provvedimento giudiziario che, lungi dal fornire punti di riferimento chiari per cittadini e imprese, aumenta la confusione e la percezione che in materia di diritto d’autore la legge non sia uguale per tutti.

Una segnalazione inviata al Garante per i dati personali sul caso “piratebay”

Questa è la segnalazione inviata al Garante per la protezione dei dati personali, a seguito delle notizie diffuse sul caso di intercettazione delle richieste di accesso degli utenti a un sito “sequestrato” dal Giudice per le indagini preliminari di Bergamo, che ha interpretato la nozione di “sequestro” in modo estremamente ampio e fortemente discutibile. Il risultato pratico è una seria minaccia per i diritti di cittadini e imprese del tutto estranei alle indagini.

Al Garante per la protezione dei dati personali
Piazza di Monte Citorio n. 121
00186 ROMA

Via fax al numero: 06.69677.785
Via e-mail all’indirizzo: garante@garanteprivacy.it

Oggetto: Segnalazione ex art. 141 c. I lett. b) DLGV 196/03 – procedimento penale n. 3277/08 Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo – Ord. GIP Tribunale di Bergamo 1 agosto 2008 – possibile trattamento illecito di dati personali a danno di terzi estranei al procedimento

Signor Garante,
Desideriamo portare alla sua attenzione i fatti che qui descriviamo, per chiederle di verificare se sia stata violata la normativa sul trattamento dei dati personali e – se si – di adottare i provvedimenti che riterrà più opportuni.
1 – L’antefatto
Nell’ambito di una indagine penale sollecitata da un’associazione rappresentativa dell’industria discografica italiana, e avente ad oggetto un sito internet localizzato presumibilmente in Svezia, “accusato” di contenere una raccolta di link a materiale illecitamente duplicato, con ordinanza del 1 agosto 2008 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo ha disposto il sequestro preventivo del sito thepiratebay.org tramite imposizione agli internet provider italiani di inibire l’accesso al sito in questione, al relativo dominio e al numero IP ad esso associato.

2 – Il fatto
Nella fase di attuazione, questo provvedimento sarebbe stato “messo in pratica”, eccedendo l’ordine del giudice e facendo in modo che i tentativi degli utenti di connettersi al dominio “sequestrato” vengano indirizzati sul numero IP 217.144.82.26, associato a server localizzati in Inghilterra, e apparentemente associato al dominio pro-music.org, un’associazione di discografici che ne tutela marchi e proprietà intellettuale.
Se quanto sopra corrispondesse al vero, allora un’associazione privata, estranea alla giurisdizione italiana, sta raccogliendo dati di navigazione che, una volta incrociati con quelli in possesso degli operatori di accesso, consentirebbero l’identificazione e la possibile denuncia penale di terzi del tutto estranei alle vicende del procedimento bergamasco. Siamo, in altri termini, di fronte a una “variazione sul tema” del “Caso Peppermint” di cui l’Autorità si è già occupata.

3 – Il fondamento di questa segnalazione
Non intendiamo, ovviamente, entrare nel merito dell’indagine penale, che seguirà il suo corso nei modi stabiliti dalla legge.
Ci domandiamo, tuttavia, se sia conforme alla normativa sul trattamento dei dati personali:
a – “sequestrare” una risorsa di rete imponendo a soggetti terzi – gli internet provider – di impedirvi l’accesso, considerato che nel codice di procedura penale non sembra rinvenirsi traccia di una norma che consenta di attuare il sequestro preventivo nei modi stabiliti dall’ordinanza del GIP di cui sopra, traducendosi tale modalità in una illegittima estensione del provvedimento a soggetti estrani al procedimento,
b – consentire che il filtraggio degli accessi a un dominio – quale che sia – possa essere eseguito dirottando gli accessi in questione verso una risorsa di rete al di fuori della giurisdizione italiana, gestita da soggetti privati con uno specifico interesse economico nel procedimento penale, consentendo a questo soggetto di “andare a pesca” di dati di traffico che potranno poi essere utilizzati nei modi più disparati.

4 – Implicazioni per il rispetto dei diritti civili
Lo stato di fatto che abbiamo segnalato – se si dimostrasse effettivamente tale – segnerebbe una gravissima lesione dei diritti civili di cittadini del tutto estranei a un’indagine penale, oltre a stabilire la legittimità di un inaccettabile metodo investigativo (il “sequestro” tramite intercettazione delle richieste di accesso a una risorsa di rete”) che si tradurrebbe in una vera e propria “pistola puntata alla tempia” di chiunque fornisca contenuti anche solo “sgraditi” tramite la rete internet.
Non abbiamo mai avallato forme di illegalità di qualsiasi specie, ma nello stesso tempo abbiamo sempre invocato la necessità del rispetto delle regole nell’applicazione della legge.
Siamo intransigenti sostenitori del principio stabilito dall’art. 27 comma II della Costituzione italiana, che stabilisce la personalità della responsabilità penale e riteniamo barbari e inaccettabili tutti i tentativi di superare questa norma di grande civiltà giuridica, in nome della tutela di interessi economici di parte, come quelli delle lobby del diritto d’autore, che non hanno e non possono avere una posizione di preminenza sui diritti della persona.

Milano, 16 agosto 2008

ALCEI – Il presidente
Andrea Monti

IBLC 2008 – DNA e indagini giudiziarie

Milano, 8 aprile 2008 Palazzo Stelline Sala Porta – Corso Magenta, 61, Milano (MI) – ore 14,00 – 18,15.

A Milano, il prossimo 8 aprile 2008, si svolgerà la quarta edizione della Italian Biotech Law Conference che si occupa – per prima in Italia – degli aspetti tecnici, giuridici e informatici dell’uso deldatabase del DNA come strumento di indagine giudiziaria.

L’evento di quest’anno, sul tema Gen-Etica e BioBanche: tra mercato e schedatura giudiziaria è dedicato all’analisi dei temi di frontiera che coinvolgono le biotecnologie, l’informatica e le questioni normative.
Sempre più spesso i fatti di cronaca nera portano alla ribalta l’importanza investigativa delle tracce di codice genetico rinvenute sulla scena del crimine. Ma su questo modo di usare il DNA ci sonoancora troppi miti che possono creare false convinzioni e generare aspettative irrealistiche.
Guido Romeo, giornalista di Nòva – IlSole24Ore, modera il tavolo di confronto fra biologi molecolari, esperti di sicurezza informatica per fornire un quadro chiaro e comprensibile dello “stato dell’arte”, non solo agli addetti ai lavori ma anche a chi è interessato a capire come questinuovi metodi investigativi cambieranno la vita di tutti noi.
Parteciperanno ai lavori
Giovanni Boniolo (Università di Padova – IFOM Milano),
Leonardo Biondi (Biopolo),
Andrea Cocito (Campus IFOM-IEO),
Stephen Firth (Firth Consulting),
Salvatore Pece (Istituto Europeo di Oncologia),
Andrea Monti (ALCEI).

Il prof. Leonardo Santi presidente del Comitato Nazionale Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita, presso il Consiglio dei Ministri, chairman della conferenza ha dichiarato: “Lo sviluppo della ricerca medica consente nuove frontiere per la prevenzione, la diagnosi e la terapia, utilizzando materiale biologico che viene conservato in modo accurato. Questa possibilità può essere anche utilizzata a scopo forense al fine di ridurre reati più ripetitivi. In entrambi i casi è però necessario il rispetto di garanzie sia scientifiche che di natura etica”.

Nelle tre precedenti edizioni, grazie alla partecipazione di scienziati e giuristi, la IBLC ha affrontato temi come La ricerca bioinformatica fra circolazione delle informazioni
e tutela della proprietà intellettuale (2004), La protezione dei beni biotecnologici fra mercato, libertà del codice e libertà di ricerca (2006) e lo scottante
Chi possiede la bioinformazione? (2007).

L’accesso alla conferenza è libero ma per gestire la capienza della sala è necessaria la registrazione, inviando nome, cognome, e-mail e numero di telefono:

via fax allo 02-39195246,

via e-mail all’indirizzo iblc (at)iblc.net

via web, registrandosi sul sito http://www.iblc.net

Cos’è la IBLC
La sigla “IBLC” sta per Italian Biotech Law Conference,
la prima conferenza scientifica italiana a occuparsi in modo interdisciplinare, di life science, information technology e diritto.

Per informazioni e contatti

e-mail: iblc(at)iblc.net

mobile: 335 5668996

fax: 02 39195246

web: www.iblc.net

La conferenza è organizzata in collaborazione con:

Comunicato ALCEI del 19 ottobre 2007

Il ritorno del MinCulPop?
In un disegno di legge governativo
di nuovo pretesti e ambiguità
per mascherare la censura di Stato

Come era già accaduto con l’infausta legge 62/2001, di nuovo il disegno di legge governativo del 3 agosto 2007 sul “riassetto dell’editoria” ha la dichiarata intenzione di imporre oneri burocratici, economici e sanzionatori anche a libere e private manifestazioni del pensiero compiute via internet da “normali cittadini”.

Il testo predisposto dal governo è deliberatamente confuso e ambiguo. Se passasse in questa formulazione creerebbe confusione e incertezza sulla possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero pur non appartenendo alla categoria dei giornalisti e non essendo editori di testate di alcuna specie.

Non si capisce perchè il governo voglia trattare da “giornalisti” anche coloro che non lo sono e che non vogliono esserlo – e per quale motivo abbia omesso di dire chiaramente che gli obblighi normativi di eventuale emanazione si applicano solo a chi esercita professionalmente o imprenditorialmente l’attività di produzione e diffusione di contenuti.

Se la preoccupazione è quella di sanzionare chi diffama, allora quella del governo è una non-soluzione: le leggi ci sono già , e chi pubblica online è perfettamente identificabile. Quindi questa non può essere la scusa per l’adozione di norme liberticide.

Il dato di fatto è che questo disegno di legge prefigura la creazione dell’ennesima “spada di Damocle” da utilizzare nei confronti di chi pubblica opinioni o informazioni “scomode”. In altri termini: se questo disegno di legge venisse approvato, ci sarebbe comunque un gran numero di persone che non lo rispetterebbe per svariate ragioni – non conoscenza della legge, legittima “disobbiedienza civile”, difficile interpretazione delle norme. Il risultato pratico sarebbe la creazione un “reato artificiale” da perseguire a seconda delle “necessità ” o degli occasionali capricci di chi eserciterà questo potere.

C’è anche un danno per le imprese che usano la rete nonchè per gli internet provider. Questo disegno di legge sferra un colpo durissimo ai servizi di hosting e a quelli basati sulle comunità e sulla libera pubblicazione di contenuti di ampia utilità . Perciò, oltre a contrastare l’universale diritto di informazione e di opinione, penalizza anche un modello economico che si sta dimostrando sempre diffusamente di utilità sociale.

Cosa vogliamo: si deve stabilire chiaramente che gli obblighi – se davvero necessari – valgano solo per editori, servizi stampa e, in generale, per i soli imprenditori dell’informazione, che operano a fini di lucro e ottengono sovvenzioni pubbliche, escludendo chiaramente qualsiasi pubblicazione di privati o associazioni no profit che non “vendono” alcunchè.

Una “raccomandazione” del Consiglio d’Europa mette in pericolo la libertà  di espressione.

Un comunicato di EDRI del 10 ottobre 2007sulla Council of Europe Recommendation sul tema “promuovere la libertà di espressione e informazione nel nuovo ambiente di informazione e comunicazione”
EDRI (Digital Civil Rights Europe), la federazione europea di associazioni per i diritti civili e la libertà di opinione e comunicazione, il 10 ottobre 2007 ha diffuso un comunicato in cui esprime la sua preoccupazione per una dichiarazione del Consiglio d’Europa sul tema “promoting freedom of expression and information in the new information and communications environment”, che rischia di avere un effetto opposto a quello dichiarato. Questa preoccupazione è condivisa da numerose associazioni, in Europa e altrove.Â

Il testo è disponibile, oltre a questa versione italiana, in ceco, francese, inglese, macedone, spagnolo e tedesco – e probabilmente sarà pubblicato anche in altre lingue.


European Digital Rights (EDRI) vuole esprimere le sue serie preoccupazioni per l’adozione da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (CoE), il 26 settembre 2007, di una recommendation sul tema “promuovere la libertà di espressione e informazione nel nuovo ambiente di informazione e comunicazione” (Rec(2007)11).

Quel testo è stato preparato dal Council of Europe Group of Specialists on Human Rights in the Information Society (MC-S-IS) e discusso fra i membri del “gruppo di specialisti” dal dicembre 2005. Era originariamente inteso come strumento per una “ulteriore elaborazione dei princà¬pi e criteri per assicurare rispetto dei diritti umani e disciplina di legge nella società dell’informazione”. Il testo si è poi trasformato in una serie di “direttive sui ruoli etici e le responsabilità per i principali attori statali e non statali” da sviluppare per mezzo di questa recommendation del Consiglio d’Europa. La sua bozza finale è stata ulteriormente modificata dallo Steering Committee on the Media and New Communication Services (CDMC), sotto la cui autorità opera il MC-S-IS, e poi sottoposta al Comitato dei Ministri.

EDRI ha partecipato al dibattito nel suo ruolo di osservatore indipendente non governativo, senza diritto di voto. Tuttavia sono pochi i contributi di EDRI, durante le riunioni o in commenti scritti e proposte di modifica, che sono stati presi in considerazione nel documenti finale.

Riteniamo che il risultato promuova opache “auto-regolamentazioni” e altre forme “morbide” di normativa pilotate da interessi privati e attuate attraverso meccanismi tecnici. Ne deriva una forte preoccupazione che la recommendation non sosterrà il rispetto per la libertà di espressione e informazione nel mondo online.

La recommendation suscita anche specifiche preoccupazioni, in particolare nella sua parte II (“Standard comuni e strategie per l’informazione affidabile, la creazione di contenuti flessibili e la trasparenza nel processing dell’informazione”).

Si riferisce a “informazione affidabile” e questo è poco diverso dalla “informazione ufficiale” di un deplorevole passato. Non è compatibile con il sostegno della libertà di espressione e informazione, che è lo scopo dichiarato di questo documento.

Inoltre, questa sezione invoca l’intenzione di equilibrare la libertà di espressione con il diritto di altri di avere rispettati i loro “valori e sensibilità “. Poichè “valori e sensibilità ” variano non solo da momento a momento e da luogo a luogo, ma anche fra diverse parti della popolazione, questo è certamente contrario ai fondamenti generali del CoE – e comunque va molto oltre le restrizioni definite nell’Articolo 10 paragrafo 2 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, come ha messo in evidenza numerose volte la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani.

Va rilevato ulteriormente che, per ottenere un tale “equilibrio”, la sezione II della recommendation propone lo sviluppo, da parte del settore privato e degli Stati membri, di strumenti e standard per il rating e la “etichettatura” di contenuti e servizi.

EDRI si dispiace del fatto che il CoE incoraggi tali tendenze a scapito di pubblici orientamenti trasparenti ed affidabili e di una legislazione rispettosa dei diritti fondamentali, della democrazia e dello stato di diritto.

EDRI ritiene che questa recommendation sia dannosa e che sia un passo retrogrado per la libertà di espressione e la libertà di stampa. EDRI è profondamente preoccupata che tali strumenti saranno usati per legittimare forme insidiose di censura, attraverso censure privatizzate e misure per “proteggere” contro contenuti cosiddetti “dannosi”.

EDRI continuerà a partecipare al gruppo MC-S-I-S come osservatore attivo e indipendente, e continuerà a sollecitare l’interesse dell’opinione pubblica sui problemi inerenti al mandato di quel gruppo. Con altri strumenti che o stesso gruppo MC-S-I-S sta preparando, c’è il rischio che si confermi la tendenza indicata in questa recommendation. Per evitare un tale pericolo, EDRI chiede appoggio e sostegno.


Queste sono le associazioni che, finora,
hanno sottoscritto la dichiarazione di EDRI.

ADES – Association Dà©mocratie Ecologie Solidarità© – Francia

AEDH – Association Europà©enne pour la dà©fense des Droits de l’Homme – Europa

ALCEI – Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva – Italia

APTI – Asociatia pentru Tehnologie si Internet – Romania

BoF – Bits of Freedom – Olanda

Coopà©rative Ouvaton – Francia

Digital Rights Ireland – Irlanda

DK – Digital Rights – Danimarca

EFF – Electronic Frontier Foundation – Stati Uniti ed Europa

IP Justice – Stati Uniti

IRIS – Imaginons un rà©seau internet solidaire – Francia

ISOC – Internet Society Bulgaria – Bulgaria

IuRe – Iuridicum Remedium – Repubblica Ceca

LDH – Ligue des droits de l’homme – Francia

Pangea – Spagna

PI – Privacy International – Gran Bretagna

Public Library Krusevac – Serbia

Quintessenz – Austria

Servaux – Francia

SIUG – Swiss Internet User Group – Svizzera

SVEV – Souriez-Vous-àªtes-Filmà©-es! – Francia

VIBE!AT – Verein fà¼r Internet-Benutzer à–sterreichs – Austria

WPFC – World Press Freedom Committee – internazionale

La lista è aggiornata in
www.edri.org/coerec200711-signatories

Comunicato del 11 settembre 2007

Repressione e censura. Lo spettro incombe ancora sull’Italia e sull’Europa. Una inquietante dichiarazione del Commissario europeo Franco Frattini preannuncia l’arrivo della più devastante delle censure: quella sulle parole. La strada e’ aperta per punire chi “pensa” troppo.

Apprendiamo con sgomento – ma purtroppo senza stupore – della proposta avanzata dal commissario europeo Franco Frattini di imporre una censura selettiva sulle parole utilizzate in rete. “I do intend” – dichiara Frattini all’agenzia Reuters il 10 settembre 2007 – to carry out a clear exploring exercise with the private sector … on how it is possible to use technology to prevent people from using or searching dangerous words like bomb, kill, genocide or terrorism”.

La posizione espressa dal commissario Frattini e’ inaccettabile, gravissima e realmente liberticida. L’uso di pretesti come “sull’internet si impara come fare le bombe” e’ una bufala che risale agli albori della diffusione della rete e che insieme alle “violazioni” di copyright e alla strumentalizzazione della tutela dei minori ha costituito – come ALCEI denuncia continuamente da oltre dieci anni – la storica scusa per invocare censura e repressione.

E’ chiaro, e largamente dimostrato dai fatti, che ogni genere di “filtri” o divieti e’ inutile e inefficace nella repressione di attivtà criminali, mentre si trasforma inevtabilmente in uno strumento di censura e repressione dell’informazione, del dialogo e dalla liberta’ di espressione. Non e’ impedendo ai cittandini onesti di parlare di argomenti preoccupanti che si impedisce ai violenti, agli assassini e ai terroristi di continuare le loro perverse attivita’.

La posizione espressa dal commissario Frattini e’ tutt’altro che un evento isolato e si inserisce in un continuo e progressivo processo di compressione dei diritti individuali in nome di non meglio specificati “principi etici”. Come dimostra, per esempio, il gravissimo caso della richiesta – priva di fondamento legale, e di un provvedimento formale – avanzata dal ministero delle comunicazioni agli internet provider italiani di bloccare la raggiungibilita’ di un sito tedesco dai contenuti oggettivamente inaccettabili e culturalmente criminali, ma che si dovrebbero combattere con le armi della cultura e della critica, invece che con la repressione cieca e fanatica che serve solo a trasformare mostri in vittime.

Possiamo sperare che quelle incaute affermazioni trovino nell’Unione Europea, come nelle autorita’ italiane, qualche ostacolo di buon senso e di consepevolezza civile. Ma il solo fatto che di diffondano proposte di quella specie e’ un sintomo grave e preoccupante.

Ancora una volta si dimostra quanto siano fondati gli avvertimenti che ALCEI diffonde da tredici anni e che si stanno ripetutamente verificando.

La situazione che si e’ creata e aggravata nel corso del tempo – e che ora emerge all’attenzione del “grande pubblico” – dimostra come l’Italia sia in un vero e proprio stato di emergenza per le liberta’ civili.

Comunicato ALCEI del 4 aprile 2007

Direttiva IPRED 2. Un chiarimento sulla posizione di ALCEI

Sulla prossima approvazione della direttiva IPRED 2 – che inasprisce le gia’ pesanti leve giudiziarie a favore delle lobby della proprieta’ intellettuale – si e’ aperto, in rete, un esteso dibattito.
ALCEI, tuttavia, vuole precisare che non ha sottoscritto alcuna “petizione”, o dato appoggio ad altre iniziative, come erroneamente affermato in alcuni siti internet.

Comunicato ALCEI del 10 gennaio 2007

“Decreto Gentiloni” e contrasto alla pedopornografia.

Il 2007 si apre con un provvedimento che conferma la linea repressiva e censoria, più volte denunciata da ALCEI già da molti anni (vedi, fra i più recenti, i comunicati del 13 febbraio 2006 e del 28 febbraio 2006),che oggi più che mai sta interessando l’attività del Legislatore e della magistratura. Stavolta si tratta in massima parte di applicazioni della legge 38/06,che ha modificato la legge 269/98 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù), e, in particolare, grazie ad un Decreto Ministeriale a firma del ministro Gentiloni, dovrà essere istituito da parte del ministero degli Interni il “Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia” a cui saranno affidati compiti di raccolta delle “segnalazioni provenienti anche dagli organi di polizia stranieri e da soggetti pubblici e privati impegnati nella lotta alla pornografia minorile, riguardanti siti che diffondono materiale concernente l’utilizzo sessuale dei minori avvalendosi della rete internet e di altre reti di comunicazioni, nonchè i gestori e gli eventuali beneficiari dei relativi pagamenti”. Il Centro nazionale dovrà
tenere e aggiornare l’elenco dei siti contenente materiale pedopornografico e trasmettere tutti i dati ai provider i quali, a loro volta, dovranno rimuovere la pagine web incriminate entro 6 ore dalla ricezione della comunicazione.
L’esperienza ha ampiamente dimostrato come questo genere di provvedimenti sia inefficace nella “protezione dei minori”, nella prevenzione o repressione delle violenze, eccetera, mentre apre la strada a ogni sorta di censure, divieti e invasività che si possono applicare indiscriminatamente a ogni specie di informazione od opinione “sgradita”.
Non si ha ancora notizia delle modalità tecniche mediante le quali i provider dovranno realizzare questo “filtraggio”, ma tutto ciò che si può sapere finora tende a confermare che, purtroppo, nulla è cambiato – anzi la situazione tende a peggiorare.

Comunicato ALCEI del 26 novembre 2006

La violenza giovanile e il caso Google: ennesimo pretesto per invocare censura e repressione.

Alcuni minorenni si sono ripresi mentre vessavano un “disabile” e poi hanno pubblicato un filmato della vicenda su Youtube (il servizio, appena acquistato da Google, che consente agli utenti di pubblicare in autonomia i propri video).

Come e’ noto, quell’ignobile comportamento non e’ un “caso isolato”. Ma se il clamore suscitato da un particolare episodio ha portato, da un lato, ad affrontare un grave e diffuso problema di violenza e di malcostume (che non riguarda solo gli adolescenti) accade anche che, in una direzione del tutto diversa, diventi un enessimo pretesto di censura e repressione.

I commenti su questa sciagurata vicenda sono, in parte, indirizzati a temi seri: la responsabilita’ delle famiglie e degli educatori, la crisi dei valori, la diseducazione sociale. Ma, al tempo stesso, e’ stato colto il pretesto (come gia’ in molte altre situazioni nel passato) per invocare e attuare repressione e censura. Del misfatto si “incolpa” l’internet ­ mentre e’ chiaro che la disgustosa idea di mettere online un filmato ha portato all’identificazione dei fatti e dei colpevoli (che altrimenti potrebbero essere rimasti, come in troppi casi, ignoti e impuniti).

La vicenda ha fatto riemergere con prepotenza le richieste di stabilire la responsabilita’ oggettiva dell’internet provider (renderlo, cioe’, automaticamente responsabile delle azioni di chi utilizza i suoi servizi).

Esponenti politici hanno annunciato l’ennesimo disegno di legge (sembra, diretto a ottenere dal minore il “consenso scritto” dei genitori per l’uso della rete) con l’aggravante che, stavolta, e’ stato addirittura aperto un procedimento penale nei confronti dei rappresentanti italiani di Google Inc.

Sarebbe palesemente assurdo se (come interpretato in alcuni dibattiti, articoli di giornale e programmi televisivi) si considerasse “responsabile dei contenuti” un motore di ricerca. Ma, anche se il procedimento contro Google si basasse su fatto che ora e’ proprietaria di Youtube, si tratterebbe di una grave distorsione delle responsabilita’ e di un ennesimo tentativo di repressione che, da un episodio particolare, potrebbe facilmente allargarsi a forme estese di
censura.

Siamo di fronte alla solita inaccettabile ipocrisia di chi invoca (o annuncia di approvare) leggi repressive a “senso unico”, dimenticando che l’Unione Europea e l’Italia hanno gia’ affrontato e risolto il problema della responsabilita’ del fornitore di servizi internet. La direttiva 31/00 recepita in Italia dal decreto legislativo 70/2003 dice chiaramente che non esiste un obbligo generale di sorveglianza preventivo a carico del fornitore di servizi internet. Solo a fronte di un provvedimento esecutivo della pubblica autorita’ e’ possibile rimuovere o renderere indisponibili contenuti o servizi.

(In questo caso, lo staff di Google e’ stato addirittura “piu’ realista del re”, avendo rimosso il video in questione non appena si e’ reso conto della sua presenza e senza aspettare l’intervento delle autorita’).

E’ dunque incomprensibile (se la notizia sara’ confermata) a che titolo la Procura di Milano abbia aperto un provvedimento penale nei confronti dei rappresentanti di Google Italia.

Viceversa, politici e mezzi di informazione fanno finta di non sapere che esistono gia’ precisi obblighi normativi che impongono ai genitori il controllo sull’operato dei minori e stabiliscono la loro
responsabilita’ giuridica sul comportamento dei figli. Ma, con tutta evidenza, si preferisce sfruttare l’occasione per invocare provvedimenti dettati dall’emozione e sbagliati nella sostanza,
piuttosto che affrontare con serieta’ le vere radici del problema.

Fin dal 1996 ALCEI ha denunciato, anche in sede comunitaria, la volgare strumentalizzazione di un tema grave e delicato come quello della protezione dei minori, per fini di mera propaganda politica e interessi di bottega. Strumentalizzazione che si e’ tradotta in leggi che non garantiscono alcuna tutela reale alla persona abusata, ma che, al contrario, consentono abusi di potere e disinformazione. E, quel che e’ peggio, rinforzano pregiudizi culturali e oscurantisti non solo nei confronti delle tecnologie dell’informazione, ma anche, e soprattutto, della liberta’ di opinione e dello Stato di diritto.

ALCEI e’ a disposizione di chi volesse approfondire il tema
e-mail alcei@alcei.it
telefoni 02-867045 335-566899 347-8618164
fax 02-39195246

Comunicato ALCEI del 15 settembre 2006

Data retention e diritti fondamentali dei cittadini in Europa.

Sul problema della data retention e della sorveglianza di massa che alcuni governi stanno avallando grazie all’emanazione di leggi ad hoc, argomenti dei quali ALCEI si e’ gia’ occupata molte volte, si segnala un nuovo intervento a livello europeo. L’iniziativa di Digital Rights Ireland, che ha presentato un ricorso alla Corte di Giustizia Europea,e’ sostenuta da sedici organizzazioni internazionali, fra cui ALCEI.

Qui di seguito si pubblica una traduzione del comunicato diramato da Digital Rights Ireland.

Il gruppo irlandese impegnato sul fronte dei diritti civili digitali Digital Rights Ireland (DRI) ha avviato un’azione verso la Corte Suprema contro il governo irlandese, il quale sta sfidando le nuove leggi europee ed irlandesi adoperando sistemi di sorveglianza di massa. Il presidente di DRI ha avuto modo di notare che: “Queste leggi richiedono alle compagnie telefoniche ed ai provider di servizi internet di spiare tutti i loro clienti, tenendo traccia dei loro movimenti, delle loro telefonate, delle loro email e degli accessi verso la rete internet, e di conservare queste informazioni per almeno 3 anni. Si potra’ accedere a queste informazioni senza necessita’ di alcun provvedimento di un magistrato e senza alcuna rispetto di garantismo verso i cittadini. Noi siamo convinti che questo sia un pericolo per i diritti fondamentali. Abbiamo scritto al governo sottolineando le nostre preoccupazioni ma, dal momento che nessun’azione e’ stata intrapresa, siamo stati costretti ad adire la via giudiziaria”.

“Di conseguenza, abbiamo lanciato ora una sfida giuridica al potere del governo irlandese che vuol far passare queste leggi. Secondo noi esso e’ contrario sia alla costituzione irlandese sia alle leggi irlandesi ed europee sulla protezione di dati e la riservatezza”.

“Rivendichiamo, inoltre, l’affermazione che la Commissione europea e il Parlamento hanno il potere di emanare una direttiva sulla conservazione dei dati di traffico. Questo tipo di sorveglianza di massa e’ una violazione dei diritti umani, come indicato nella Convenzione europea su diritti umani e la Carta UE sui diritti fondamentali, che tutti gli stati membri dell’UE hanno firmato”.

“Se avremo successo, l’effetto sara’ quello di minare tutte le leggi sulla conservazione di dei dati di traffico nell’UE, non solo in Irlanda, e di rovesciare la Direttiva sulla data retention. Un precedente giurisprudenziale della Corte Europea di Giustizia che sancisca la contrarieta’ della conservazione dei dati di traffico rispetto ai diritti umani vincolera’ tutti gli Stati membri, le loro Corti e le loro istituzioni”.

Attacco alla vita privata

Il presidente di DRI prosegue: “Queste leggi sulla sorveglianza di massa sono un attacco diretto e deliberato avverso il nostro diritto ad avere una vita privata, senza indebite interferenze da parte del governo. Questo diritto e’ appoggiato anche nelle leggi nazionali degli Stati membri ed e’ anche esplicitamente stabilito nell’art. 8 della Convenzione europea sui diritti umani. Quest’articolo specifica che le autorità pubbliche possono interferire con questo diritto limitatamente e solo in circostanze ben definite”.

“Le informazioni verranno raccolte ed immagazzinate su chiunque, senza distinguere se si tratti di un criminale, di un poliziotto, di un giornalista, di un giudice, o di un cittadino ordinario. Una volta raccolte, queste informazioni sono completamente esposte ad utilizzi ed appropriazioni non consentite. Nessun argomento e’ stato speso per sostenere che leggi sulla conservazione dei dati di traffico faranno qualcosa per fermare il terrorismo o la criminalita’ organizzata”.

“Noi comprendiamo, naturalmente, che le agenzie governative dovrebbero avere accesso ad alcuni dati sulle chiamate telefoniche. Ma l’accesso deve essere proporzionato. In particolare, ci dovrebbero essere dei fondati motivi per andare oltre i sei mesi di conservazione dei dati di traffico gia’ previsti per motivi legati alla fatturazione. Ne’ la Commissione europea ne’ i corpi di polizia europei hanno previsto un caso per cui ci possa essere necessita’ di conservare i dati di traffico per anni”.

“La conservazione dei dati di traffico, per come viene disciplinata in Irlanda e strutturata dalla Direttiva sulla data retention e’ un’ingiustificata sorveglianza di massa. Il Governo sta deliberatamente registrando informazioni sui cittadini innocenti senza averne motivo”.

Questioni giuridiche sottese

Questa azione e’ rivolta verso la legge sulla conservazione dei dati di traffico contenuta nella Irish Criminal Justice (Terrorist Offences) Act del 2005 e nella Direttiva europea sulla data retention emanata nel 2006. Questa azione e’ stata istruita presso la Corte Suprema dal procuratore legale McGarr per conto di DRI, chiamando come imputati il Ministro per le Comunicazioni, Marittimo e Risorse Naturali, il Ministro della Giustizia, Uguaglianza e delle Riforme, il Garda Commissioner d’Irlanda e l’Avvocatura Generale dello Stato. DRI chiedera’ alle corti irlandesi di rinviare la Direttiva alla Corte Europea di Giustizia per ottenere una decisione circa la sua validità.

Supporto internazionale

Digital Rights Ireland e’ il solo gruppo che sfida a queste leggi, ma e’ sostenuto da molti gruppi interessati a questioni inerenti la privacy e i diritti civili.

Danny O’Brien della Electronic Frontier Foundation ha commentato:

“La direttiva sulla conservazione dei dati di traffico nell’UE e’ un’invasione eccessiva del riserbo e della sicurezza di tutti i cittadini europei. La registrazione obbligatoria e la conservazione delle telefonate dei cittadini europei da parte dei gestori telefonici e dei comportamenti online da parte dei provider internet creano un precedente per sorveglianze di massa e con tutta probabilita’ portera’ a soffocare la libertà di espressione sulle questioni politiche e sociali, che sono proprio il centro di una democrazia efficiente. La sfida lanciata da Digital Rights Ireland aiutera’ a proteggere non solo i diritti fondamentali dei cittadini europei, ma anche quelli degli abitanti di altri Paesi che abbiano intrapreso lo stesso percorso”.

Altre organizzazioni che supportano l’iniziativa sono:

ALCEI (Electronic Frontiers Italy), Italia
Digital Rights, Danimarca
EDRI (European Digital Civil Rights), Europa
Electronic Frontier Finland, Finlandia
Electronic Frontier Foundation, Stati Uniti
FITUG (Förderverein Informationstechnik und Gesellschaft e.V.), Germania
Foundation for a Free Information Infrastructure, Europa
Internet Society, Bulgaria
IRIS (Imaginons un Réseau Internet Solidaire), Francia
Liga voor de Mensenrechten (League for Human Rights), Belgio
luridicum Remedium, Repubblica Ceca
Netzwerk Neue Medien, Germania
Open Rights Group, Gran Bretagna
Privacy International, Gran Bretagna
Quintessenz, Austria
VIBE!AT (Austrian Association for Internet Users), Austria

Contatti:

Telefono: TJ McIntyre on 087 2075919
Email: contact@digitalrights.ie
Web: www.digitalrights.ie

Background per la stampa:

The initial letter from DRI threatening legal action is outlined here:
www.digitalrights.ie/2006/07/29/dri-challenge-to-data-retention/#more-40

Media coverage of that letter is summarised here:
www.digitalrights.ie/2006/08/06/media-roundup-data-retention/

The Irish Times dealt with the letter in an editorial here:
www.digitalrights.ie/2006/08/08/irish-times-endorses-data-retention-case/

Per informazioni e approfondimenti:
02-40030031 335-5668996 02-867045 alcei@alcei.it

Comunicato ALCEI del 5 luglio 2006

 

Non contente del famigerato Patto di San Remo, le major dell’audiovisivo chiedono di fare ancora peggio: data retention e distacco immediato degli abbonamenti internet. Senza nemmeno il controllo di un magistrato. 

Non contente dell’approvazione del famigerato “Patto di San Remo”, il 16 giugno 2006 le maggiori associazioni del settore dell’audiovisivo hanno inviato ai ministeri per i beni e le attività culturali, comunicazioni e innovazione una lettera per esercitare ulteriori pressioni sul codice deontologico degli internet provider, predisposto in attuazione appunto del “Patto di San Remo”. Ritengono queste associazioni che il codice in questione – peraltro non ancora pubblicamente disponibile – si limiti a ripetere quanto già stabilito dalla legge vigente (già a loro sfacciatamente favorevole), senza fare “qualcosa in più” per la “lotta alla pirateria”. Ma il “qualcosa in più” al quale si riferiscono costoro si traduce, praticamente, nel fatto che gli internet provider dovrebbero costringere i propri utenti a sopportare: intercettazioni preventive, filtraggio dei contenuti, data retention e “taglio” della linea internet a fronte della semplice richiesta dei “titolari dei diritti” e prima che un giudice abbia stabilito l’eventuale violazione di legge.

Si tratta evidentemente di una pretesa inaccettabile e basata sull’arroganza di chi antepone la tutela dei propri interessi privati al rispetto dei più elmentari principi di civiltà del diritto. ALCEI è da dieci anni in prima linea nell’invocare il rispetto della legge, ma non può tollerare che vengano approvate norme di qualsiasi tipo (come la legge sul diritto d’autore e del Patto di San Remo) che con la scusa di proteggere “specifici interessi” pregiudicano i (già gravemente lesi) diritti garantiti dalla Costituzione a tutti i cittadini.

I “titolari dei diritti” hanno inspiegabilmente avuto accesso diretto a documenti di un gruppo di lavoro istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, intervenendo nella predisposizione del codice degli ISP (prova ne sia che nella loro lettera del 16 giugno, dimostrano chiaramente di essere stati “parte attiva” in tutto il processo lamentando addirittura che gli internet provider non avrebbero recepito, se non in minima parte, le loro indicazioni”. Ma nessun esponente della società civile – associazioni di utenti, consumantori e quant altri – ha avuto analoga possibilità. E’ stato approvato il principio della “legiferazione privata”?

I titolari dei diritti pretendono “ancorchè in assenza di un vincolo di legge” l’attuazione unilaterale da parte degli internet provider di forme di controllo sulle informazioni e sui dati trasmessi dagli utenti. Come detto in apertura di questo comunicato, si tratta di una pretesa inaccettabile e illegale.

Innanzi tutto, nel regime attuale, gli ISP devono necessariamente denunciare gli utenti che vengono segnalati come autori di transazioni P2P. L’attuale legge sul diritto d’autore prevede, infatti, la perseguibilità d’ufficio dei reati di duplicazione e diffusione di opere protette. Questo significa che l’internet provider, una volta ricevuta la segnalazione di un possibile illecito, deve obbligatoriamente segnalare il fatto all’autorità giudiziaria non potendo limitarsi a “rimproverare” l’utente dandogli una seconda possibilità.

Nemmeno è accettabile che gli ISP attivino unilateralmente sistemi di controllo dell’utilizzo dell’internet da parte degli utenti. Si tratta di una lesione insanabile del diritto alla segretezza delle comunicazioni e della riservatezza personale, non giustificato da esigenze di ordine pubblico (come nel caso delle leggi speciali emanate negli “anni di piombo”).

E’ un’opinione condivisa fra gli ISP che qualsiasi intervento sulle azioni degli utenti richiede una preventiva modifica della legge sul diritto d’autore e sulle parti del DLGV 70/2003 che si occupano della responsabilità dei provider. Se (come ALCEI propone da anni), venisse meno l’obbligo di denuncia a carico degli ISP, se ci fosse un’ampia decriminalizzazione dei reati attualmente previsti dalla legge sul diritto d’auore, e se i reati “supersititi” fossero perseguibili “a querela di parte” (cioè solo se i titolari dei diritti segnalano il fatto alla magistratura) si potrebbero forse adottare forme più flessibili di gestione dei rapporti fra utenti della rete, internet provider e titolari dei diritti. Ma questi ultimi non vogliono una modifica di questo tipo, perché altrimenti perderebbero il loro “esercito privatizzato” (le forze di polizia che, ad oggi, devono per forza procedere alle indagini ogni volta che ricevono una segnalazione).

Comunicato ALCEI del 28 febbraio 2006

Attuato l’art. 536 della legge finanziaria 2005. Con la scusa di combattere il gambling online, l’internet italiana è “intercettata” per legge ma senza il controllo del magistrato.

Dal 24 febbraio 2006 internet provider e compagnie telefoniche devono “inibire” l’accesso ai siti che offrono giochi e scommesse online. Lo stabilisce un provvedimento dell’Azienda autonoma monopoli di Stato (AAMS) che attuando gli articoli 535, 536 e 537 dell’ultima legge finanziaria hanno dettato all’internet italiana le regole per impedire che gli utenti possano collegarsi a una “lista nera” di siti.
La finanziaria 2006 e il decreto AAAMS sono sostanzialmente illegittimi perché contrari alla normativa comunitaria e alle decisioni di molti magistrati penali giudicanti italiani (vedi A. Monti – P.Perri La concessione di giochi d’azzardo e del cosiddetto gioco lecito online in CIBERSPAZIO E DIRITTO – VOL. 6 N.4 DICEMBRE 2005) che hanno ritenuto ingiustificato il monopolio italiano sui giochi e sulle scommesse.
Ma – anche prescindendo dal merito – è gravissimo che nel giro di poco tempo dall’approvazione definitiva della legge Prestigiacomo (vedi il comunicato di ALCEI del 13 febbraio 2006) che impone filtri antipornografia, sia stato adottato un altro provvedimento normativo di schedatura e controllo generalizzato, questa volta con la scusa del gioco d’azzardo.
E’ evidente che, oramai, rotto l’argine di ragionevolezza che per anni si è cercato disperatamente di sostenere (basato sul concetto che ciascuno deve rispondere di quello che fa), parlamento e governo hanno prodotto una tracimazione normativa unilateralmente orientata a trasformare il provider un vero e proprio “sceriffo della rete” che, come gli emuli di certe storie di Tex Willer, portano la stella sul petto solo per essere meglio impallinati dal cattivo di turno.
Non è impensabile, poi, che fra poco anche i “soliti noti” del diritto d’autore si presenteranno a battere cassa, e con successo, per invocare la loro fetta di filtraggi e intercettazioni.
In attesa di sapere chi sarà il prossimo gigante che – in nome dio sa di quale diritto rivendicherà il proprio “diritto a occuparsi del diritto” sta di fatto che la vaghezza di queste specifiche norme antigambling è tale che potrebbe applicarsi, con qualche piccola e “innocua” acrobazia sintattica, fin al punto di far ritenere obbigatoria l’intercettazione telematica senza controllo del magistrato.
Nel frattempo, però, gli ISP sono trasformati in “siti civetta” perché chi prova ad andare su un sito di gioco online, vedrà che la sua richiesta di collegamento viene “scaricata” su una specifica pagina dei Monopoli, che quando si vedrà arrivare gli ignari navigatori, ne potrà loggare “dati esterni” e modalità di comportamento da girare poi alla Guardia di finanza per gli “accertamenti” di rito. Che probabilmente denuncerà un mare di persone. Ancora una volta, quando si parla di rete, il legislatore ha perso l’ennesima occasione per rispettare i diritti dei cittadini.

Comunicato del 17 febbraio 2006

Approvato in gran segreto il recepimento della direttiva 2004/48. Ennesimo ampliamento dei poteri delle major dell’audiovisivo.
Con la scusa del recepimento della (“discutibile”) direttiva 2004/48, (a cui si aggiunge la “direttiva Frattini” prossima ventura) le major dell’audiovisivo tentano di aggravare le responsabilità dei provider e mettono a rischio la libertà della rete.
E’ di questi giorni la notizia dell’imminente approvazione di un decreto legislativo che “recepisce” la direttiva 2004/48/CE (l’ennesimo provvedimento comunitario che si occupa di “protezione della proprietà intellettuale”).
La direttiva in questione consente agli Stati membri di garantire ai titolari dei diritti di proprietà intellettuale “leve giudiziarie” ancora più vessatorie e aggressive di quelle – già esageratamente invasive – messe a disposizione dalla legge italiana.
E’ evidente che questo provvedimento non ha alcun carattere di urgenza. E’ sintomatico che a Camere sciolte si ricorra a un iter straordinario di delega al governo per produrre una norma infestata di discutibili interpretazioni e di intenzionali distorsioni lessicali.
Grazie all’ambiguità nella definizione di concetti fondamentali (come per esempio l’equiparazione fra “proprietà intellettuale” – cioè il diritto d’autore – e la “proprietà industriale” – cioè marchi e brevetti; o la vaga definizione di “intermediario” che presta servizi a chi viola i diritti di proprietà intellettuale) la direttiva ha consentito al legislatore italiano (debitamente “ispirato”) di stravolgere ulteriormente un testo già di per sè estremamente sbilanciato in favore degli interessi dei “soliti noti”. Il risultato pratico è che il decreto legislativo contiene alcune norme che pur non esplicitamente rivolte all’internet, sono – palesemente – concepite per essere applicate a provider e utenti. Dal che si deduce chiaramente che l’obiettivo del decreto legislativo è quello di colpire gli ISP mettendoli nelle condizioni di dover “immolare” i propri utenti per non subire pesanti richieste di risarcimento.
L’obiettivo in questione è perseguito con tutte le armi del “maneggio” politico. Da strumentali “errori di traduzione”, all’uso di definizioni volutamente vaghe, all’ampliamento non autorizzato del campo di applicazione della direttiva per finire con la “dimenticanza” di quelle parti della direttiva che impongono doveri e responsabilità ai “titolari” dei diritti.

Un esempio di uso strumentale degli errori di traduzione è la trasposizione dell’art.6 della direttiva, che fissa le condizioni alle quali il giudice può concedere un provvedimento di urgenza in caso di violazioni.
L’articolo in questione è intitolato nel testo portoghese “prova”, nel testo spagnolo “pruebas”, nel testo francesce “preuves”, nel testo tedesco “beweise”, e nel testo italiano “elementi di prova”. Ma il legislatore italiano ha preferito affidarsi al solo testo inglese che usa la parola “evidence” (che quando è definita “circumstantial” può essere intesa come “indizio”) per inserire nel testo del decreto legislativo il significato sbagliato. Così facendo è possibile ottenere provvedimenti di urgenza senza dover fornire “troppe spiegazioni” (è noto che gli “indizi” sono molto meno di una “prova”).

A questo si aggiunge che manca un limite espresso (siamo alla vaghezza delle definizioni) al significato attribuibile al termine “intermediario”. Lasciando il testo così com’è, si può arrivare a considerare responsabile di un illecito anche un corriere espresso perchè può trasportare merce contraffatta. E dunque un ISP perchè tramite la sua rete qualche utente commette degli illeciti.
Sarebbe stato necessario – come peraltro si accenna nella direttiva – specificare che la norma si applica solo a chi volontariamente e consapevolmente mette a disposizione servizi internet per fini illeciti.

Come se non bastasse, (e siamo all’eccesso di delega) si cerca di “regolare la rete” tramite le modifiche alla legge sul diritto d’auotre, non ostante il considerando n.16 della direttiva dica ESPRESSAMENTE che sono al di fuori della 2004/48 sia le questioni sul software (1991/250/CE) sia quelle sul diritto d’autore nella società dell’informazione 2001/29) e non ostante il concetto sia ribadito nell’art. 9 della direttiva che ESPRESSAMENTE ricorda che le misure d’urgenza in relazione ai servizi di comunicazione elettronica sono regolate dalla dir.2001/29/CE recepita in Italia con il DLGV 68/03.
Nessuna traccia nel decreto legislativo, poi, del richiamo alla dir. 31/2000 recepita in Italia con il DLGV 70/2003 a cui è riservata la definzione delle responsabilità dei provider.

Significative sono, infine, le omissioni del testo italiano che “dimentica” di riprendere quella parte della direttiva (nello specifico. L’art.7 comma 2) che stabilisce la possibilità, per chi “subisce” l’azione dei titolari dei diritti e poi risulta “innocente” di chiedere i danni.

E’ inevitabile il sospetto che tutte queste manipolazioni siano intese a favorire con poco comprensibile fretta ristretti e specifici interessi privati a danno continuo e sistematico di tutti i cittadini e delle imprese che tengono in piedi l’internet italiana. Si predica tanto su innovazione e sulla società dell’informazione, ma poi sono queste – ancora una volta – le assurde costrizioni che vengono imposte.

Comunicato ALCEI del 13 febbraio 2006

Peggiorata una pessima legge
Ancora norme incivili
con il pretesto della “protezione di minori”

Il 23 gennaio 2006 il Parlamento ha approvato definitivamente la modifica alla sciagurata legge 269/98 (che, con la scusa della tutela dei minori, stabiliva inaccettabili estensioni dei poteri di polizia, come per esempio la possibilità dello spaccio di pornografia di Stato).

Le “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet” (questo il nome della legge) aggiungono altra “barbarie legale” allo stato di fatto e riducono ulteriormente i confini dell’applicabilità dei principi di civiltà del diritto e di libertà fondamentali del cittadino.

L’articolo 4 della legge introduce il reato di “pornografia virtuale” definita come “immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto, non associate in tutto in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”. La vaghezza dei concetti espressi nella norma (la cui definizione implicherebbe serie considerazioni di tipo filosofico, e di notevole rilevanza pratica, sul significato di alcuni concetti) si presta a interpretazioni strumentali e discrezionali che vanno a incidere addirittura sul condizionamento del pensiero.

L’articolo 14 bis istituisce l’ennesimo Centro nazionale, questa volta per il “contrasto della pedopornografia sulla rete INTERNET” (il maiuscolo è nel testo della legge). Che serve a raccogliere, catalogare e verificare le segnalazioni dei siti “incriminati”, i gestori e i beneficiari dei pagamenti.

La norma sopra citata “fa il paio” con nuovi obblighi dei provider che vengono – di fatto e di diritto – trasformati in veri e propri “poliziotti” con obblighi di controllo e segnalazione.

I provider sono obbligati a:

– segnalare al centro nazionale, qualora ne vengano a conoscenza, le imprese o i soggetti che diffondono, distribuiscono o fanno commercio, anche in via telematica, di materiale pedopornografico, nonché a comunicare senza indugio al Centro, che ne faccia richiesta, ogni informazione relativa ai contratti con tali imprese o soggetti;

– conservare per almeno 45 giorni il materiale oggetto della segnalazione

– pagare una multa salata in caso di mancata segnalazione;

– adottare i filtri decisi dal ministero delle comunicazioni e dalle associazioni dei provider;

– pagare una multa salata per mancata adozione dei filtri

Inoltre, è fatto obbligo ai gestori di sistemi di pagamento di segnalare alle banche o agli uffici postali l’uso di sistemi di pagamento per l’acquisto di materiale pedopornografico, al fine di convocare il cliente a fornire chiarimenti.

In sintesi, quindi, questa inqualificabile normativa:

– Sposta l’applicazione della sanzione dalla detenzione e diffusione di immagini reali prodotte vessando i minori, a ipotesi estremamente vaghe in cui le immagini possono essere anche artificiali e non presuppongono l’impiego di immagini a sfondo sessuale (per cui è punita anche l’elaborazione grafica di un disegno o di una foto “normale”). Con il chiaro intento di sanzionare penalmente ANCHE disfunzioni patologiche meritevoli di trattamento psichiatrico e non di sanzioni penali (come era da sempre stato nel codice penale, che punisce fatti e non malattie).

– Istituisce un Moloch (il centro nazionale antipedopornografia) che al di fuori di ogni controllo della magistratura esegue attività di indagine, segnalazione, ed è destinatario di una impressionante mole di informazioni sulle attività di imprese e cittadini, oltre ad avere il potere di segnalare a istituti di credito e poste italiane gli usi degli strumenti di pagamento finalizzati all’acquisto di materiale pedopornografico (e non si capisce come lo possa fare senza “entrare nel merito” delle transazioni – cioè sfruttando intercettazioni o altri sistemi intrusivi).

– Obbliga i provider – a pena di pesanti sanzioni – a usare filtri di Stato, controllare, spiare e denunciare le attività dei propri clienti.

È evidente che la (finta) tutela dei minori – come l’abusato pretesto della “lotta al terrorismo” –sono, ancora una volta, “cavalli di troia” per raggiungere tutt’altri obiettivi. Stabiliti questi princìpi, è ora facilissimo estenderli anche ad altri ambiti variamente repressivi e liberticidi, come il diritto d’autore, la manifestazione di opinioni scomode o la lotta politica – con le conseguenze che è facile immaginare.

Giova ripetere, come in ogni altra considerazione riguardante questo genere di norme, che si tratta di provvedimenti inutili e inefficaci nella prevenzione e repressione di attività criminali, mentre si approfitta dello sdegno, paura e turbanento suscitati dal maltrattamento e sfruttamento dei bambini, o dalle aggressioni terroristiche, per aprire pericolosi percorsi di invadenza e repressione delle libertà civili.

Così come è desolante constatare, anche questa volta, che i parlamentari e i mezzi di informazione – per non occuparsi di un tema “scomodo” o non rischiare di essere stupidamente o strumentalmente etichettati come “amici dei pervertiti” – abbiano lasciato commettere l’ennesimo liberticidio, aggravato dall’essere (strumentalmente) perpetrato in nome della protezione di soggetti che, in realtà, di ben altra tutela avrebbero bisogno.

Comunicato ALCEI del 4 novembre 2005

Una denuncia di ALCEI
Nella frenesia dei tentativi
di impedire la riproduzione di musica,
la Sony BMG Entertainement
diffonde software pericolosi.
Il fatto
Il 30 settembre 2005 un produttore di antivirus ha rilevato in un CD musicale dell’artista Van Zant e prodotto dalla Sony BMG Entertainement la presenza di un software per il controllo dei diritti (sostanzialmente un “anticopia”) che ha le caratteristiche di un virus. Si installa “a tradimento”, all’insaputa di chi li acquista, non è facile da rimuovere, si annida invisibile nel PC consentendo anche ad altri virus di fare danni.
Quando l’inganno è stato scoperto, la Sony BMG Entertainement ha rilasciato il 3 novembre una patch che (dice) “risolve il problema”. Così riconoscendo di aver commesso un abuso ai danni di chi, in buona fede, acquista i suoi prodotti. Che, incredibilmente, deve comunque chiedere il permesso alla multinazionale dell’intrattenimento per disinstallare il sistema di controllo e rientrare in possesso pieno del proprio computer.

Le implicazioni
A parte ogni considerazione generale sul dibattuto argomento del “diritto d’autore” e sul modo improprio in cui quel concetto è applicato, è inammissibile che vengano installate “di nascosto” funzioni di qualsiasi specie specialmente quando possono compromettere l’efficienza e la sicurezza del computer (o di qualsiasi altro dispositivo) in cui si vanno ad annidare.
E’ altrettanto inammissibile che vengano messi in commercio prodotti contenenti software invasivo la cui presenza non è dichiarata.
E’ inaccettabile che, dopo aver commessi fatti così gravi, qualcuno sia convinto – sbagliando – che basti “rilasciare una patch” per scaricarsi da ogni responsabilità .

Il quadro di riferimento
Questo abuso della Sony BMG Entertainement È tutt’altro che un caso isolato. Nella paranoica difesa dei loro profitti, molte major della musica, dello spettacolo e dell’informatica ricorrono a metodi invasivi e nocivi per chi si fida di loro e acquista i loro prodotti (e sono ovviamente inefficaci contro i commercianti di riproduzioni non autorizzati). Mentre imperversano discutibili iniziative a favore di pochi e a danno di molti, manca un’adeguata attività contro la diffusione di truffe e di ogni sorta di attivitÀ criminali, come i recenti casi di phishing.

La legge
Come spiega dettagliatamente l’esposto di ALCEI inviato il 4 novembre 2005 al comandante del Nucleo antifrode telematica della Guardia di finanza, oltre a essere scorretto e abusivo, il comportamento di chi, in Sony BMG Entertainement, ha preso la decisione di usare questo pericoloso sistema di DRM (e di chi altro fa cose di quel genere) È reato. Si può infatti ipotizzare la commissione dei reati di esercizio arbitrario delle proprie ragioni aggravato, danneggiamento informatico, e diffusione di programmi atti a danneggiare sistemi informatici e telematici.
C’è quasi un “contrappasso”. Mentre assurde disposizioni, ispirate da grandi interessi privati, condannano il possesso di cose “copiate” come se fosse un crimine efferato, una corretta norma di legge stabilisce che danneggiare consapevolmente sistemi informatici e “farsi giustizia da soli” sono comportamento soggetti alla legge penale e perseguibili anche d’ufficio.
Il reato non si elimina proponendo un “rimedio che tutt’al più può essere trattato, alla fine del processo, come un’attenuante nella definizione della pena, ma intanto è un’esplicita ammissione di colpa.

La denuncia
Il 4 novembre 2005 ALCEI ha presentato un esposto alla Guardia di finanza per chiedere di identificare gli autori del software incriminato e della decisione di inserirlo di nascosto, nonchè di individuare se altre imprese abbiano commesso analoghi abusi.
Questa è la fase preliminare di un’azione che intende arrivare a una denuncia penale contro chi, nella Sony BMG Entertainement, si fosse reso responsabile di atti illeciti in Italia, i suoi eventuali complici o correi e altri che abbiano commesso analoghi reati.
In attesa che la giustizia faccia il suo corso, questo comunicato è una denuncia all’opinione pubblica, alla stampa e a tutti i mezzi di informazione delle pericolose conseguenze di un’interpretazione distorta e lobbistica del diritto d’autore.

Per approfondire:

Comunicato del 12 ottobre 2005

Bloccate le audizioni
per la riforma della legge sul diritto d’autore

Con giustificazioni formali palesemente non accettabili,
la Presidenza del consiglio dei ministri
pone fine al tentativo di dare un volto umano
alla legge sul diritto d’autore

A partire dal 1992 la legge sul diritto d’autore e’ stata sistematicamente modificata secondo le indicazioni repressive di un ben identificato gruppo di imprese – le major dell’audiovisivo e del software – che hanno esercitato continue pressioni su politici e parlamentari. Con la scusa della cosiddetta “pirateria” audiovideo e software sono state approvate norme liberticide che nulla hanno a che vedere con la tutela degli “autori” e molto con la protezione di grossi interessi privati.

Alcuni esempi sono:
– la modifica dell’art.171 bis sulla duplicazione abusiva di software, per annullare gli effetti della giurisprudenza diffusa che in base a una sentenza del 1996 aveva dichiarato non applicabile la norma ai casi in cui non c’era “compravendita” di programmi.
– l’estensione dell’obbligo di apposizione bollino SIAE al software e agni genere di attività che ha nulla hanno a che vedere con quell’organizzazione.
– la previsione del bollino come “sinonimo” di originalita’, a danno di tutti coloro che non sono e non vogliono essere “parte” della SIAE.
– la creazione di un regime di “delazione elettronica” in cui, secondo l’art.171 novies della legge sul diritto d’autore, chi è scoperto a duplicare abusivamente ottiene uno sconto di pena per il fatto di denunciare qualcun altro coinvolto della duplicazione (a prescindere persino dall’effettiva condanna di quest ultimo)
– il tentativo, con il decreto Urbani, di mettere fuori legge la crittografia con la scusa di punire il peer-to-peer.

Da tempo ALCEI aveva formulato proposte precise per l’eliminazione delle storture di questa legge, proponendo, in particolare, che i reati di duplicazione abusiva fossero perseguibili civilmente o quantomeno “a querela di parte”, evitando così l’attivazione automatica della magistratura, come se si trattasse di attività criminali, anche in casi di minima entità.

Quest’ultima proposta sembrava recepita, nella persona del suo presidente, dalla Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore presso il Ministero per i beni culturali, cui ALCEI aveva già chiesto e ottenuto di poter avere udienza per riproporre spunti di riflessione che tenessero presente anche i diriti degli utenti. Ma si apprende improvvisamente il 12 ottobre dal quotidiano “Italia Oggi” che la presidenza del consiglio dei ministri, nella persona del segretario generale Mauro Masi, ha imposto di bloccare i lavori del Comitato sul tema della riforma della legge, rendendo così di fatto impossibile ad ALCEI – e a tutti gli altri soggetti che il Comitato aveva intenzione di ascoltare – di esprimere il proprio pensiero.
Le motivazioni addotte nella comunicazione di Masi a sostegno di questa grave decisione fanno riferimento a una presunta contrarietà della bozza predisposta dal Comitato consultivo a delle non meglio precisate “tendenze nazionali e internazionali” e alla circostanza che il Comitato si dovrebbe limitare a “fornire indicazioni di carattere generale senza articolare specifici testi di legge”.
Ma si tratta, palesemente, di argomentazioni prive di reale sostanza, il che fa ragionevolmente presumere che alla base di questa decisione ci sia ben altro, e specificamente l’intenzione di bloccare la modifica proposta in materia di perseguibilità a querela dei reati di duplicazione abusiva, che avrebbe evitato di ingolfare i tribunali di processi per fatti praticamente innocui e posto fine alla inaccettabile distrazione della polizia giudiziaria dalla repressione dei reati “veri”.

Oltre alla serietà di merito della questione, ci pare inoltre molto grave che di fronte a una posizione istituzionale – quella del presidente della Commissione – che per la prima volta cerca di dare un volto più umano a una legge inutilmente e ingiustamente draconiana, il potere politico reagisca in modo così barbaro e violento eliminando anche la semplice possibilità del confronto con le parti sociali evidenziando la chiara volontà di proseguire su un percorso totalmente asservito agli interessi di poche imprese private.

Documento del 18 settembre 2005

Pacchetto sicurezza e repressione dei diritti civili.
Un documento di approfondimento
del comunicato 18 settembre 2005
Repressione dei diritti civili
con il pretesto del terrorismo
.
Di nuovo pericolose ambiguità
nelle norme italiane
e nella loro applicazione.

Come ALCEI aveva evidenziato nel comunicato del 18 settembre 2005 – “Repressione dei diritti civili con il pretesto del terrorismo”, il “pacchetto Pisanu” emanato sull’onda emotiva provocata dall’attentato terroristico alla metropolitana di Londra ha poco a che vedere con la prevenzione del terrorismo e molto con l’ennesimo “giro di vite” a danno delle libertà civili di cittadini e imprese.
Questo documento – che completa il comunicato del 18 settembre 2005 – ne riprende i temi e ne approfondisce gli aspetti normativi, evidenziando come il “pacchetto Pisanu” sia afflitto da imprecisioni giuridiche, scarsa consapevolezza tecnico-informatica e ridondanze procedurali che, paradossalmente, rendono più complesso il lavoro degli investigatori e non aumentano la sicurezza del paese.

Venendo al merito della questione è possibile affermare che il meccanismo applicativo del “pacchetto sicurezza” ruota attorno a due cardini:
– l’imposizione dell’obbligo di conservazione dei dati di traffico “circostanziali”
– l’estensione spropositata di obblighi e controlli di “polizia amministrativa” anche alle associazioni e ai comitati – fenomeni associativi impropriamente definiti “circoli privati” – in modo da rendere praticamente applicabile l’obbligo di licenza anche ai singoli cittadini.

Cominciamo da questo secondo argomento: dal punto di vista dei soggetti destinatari dell’obbligo di conservazione e di messa a disposizione dei dati di traffico è abbastanza chiaro che l’art. 7 c. I DL 144/05 convertito in legge dalla L.155/05 si applica agli esercenti attività commerciali nel settore delle telecomunicazioni (e dunque: internet point, call center, internet café).
I problemi sorgono, invece, con l’estensione degli obblighi ai “circoli privati di qualsiasi specie”, “entità” che non rientrano fra i soggetti di diritto. Il codice civile, infatti, individua agli articoli da 36 a 42 delle realtà – associazioni non riconosciute e comitati – che pur non avendo personalità giuridica sono comunque, seppur con le note limitazioni, soggetti di diritto. Dunque, dove il decreto Pisanu parla di “circoli privati” si dovrebbe leggere, più correttamente, “associazioni non riconosciute” o, appunto, “comitati”; con le paradossali conseguenze che si evidenziano nelle prossime righe.
Un’associazione non riconosciuta – dice il codice civile – nasce senza bisogno di particolari formalità, per il solo fatto che due o più persone decidano di operare per il raggiungimento di un obiettivo. Ne deriva quindi che qualsiasi tipo di associazione non riconosciuta – anche quelle parrocchiali o sportive – che per qualsiasi ragione dovessero consentire ai propri aderenti l’uso di un computer collegato all’internet dovrebbero richiedere la licenza al questore e accettare che – senza mandato del magistrato – la polizia possa accedere al domicilio privato adibito a “sede” per eseguire “controlli amministrativi”.
Si tratta, evidentemente, di una limitazione irragionevole, ingiustificata e pericolosissima della libertà di associazione e della inviolabilità del domicilio. Il decreto Pisanu non collega la licenza di polizia – come nel caso della licenza amministrativa per la somministrazione di alimenti e bevande nei “circoli privati” – al particolare scopo associativo e alla particolare modalità con la quale questo scopo viene perseguito (e anche se questo facesse, nel caso dell’internet, ci sarebbe comunque da discutere). Ma limita indiscriminatamente la libertà di qualsiasi cittadino che si collega all’internet tanto da spingere a domandarsi se quella del “terrorismo” non sia altro che una “scusa”…

Veniamo ora alla questione “data-retention”. Anche qui le norme sono scritte in modo confuso e impreciso, lasciando spazio a interpretazioni differenti rispetto alla tipologia dei dati da conservare e ai servizi di cui si dovrebbero conservare le attività.
Va premesso che la data-retention è una soluzione culturalmente sbagliata e inefficiente dal punto di vista delle indagini perché trasmette agli investigatori una falsa sensazione di sicurezza ma non consente di rintracciare soggetti criminali adeguatamente motivati e tecnicamente preparati (cioè i più pericolosi). La realtà – come pure dice quasi “vergognandosi” il decreto Pisanu – è che i dati così conservati servono anche per le indagini che non riguardano i terroristi (non si può interpretare diversamente quella parte dell’art.6 comma I che recita: “i dati del traffico…possono essere utilizzati esclusivamente per le finalita’ del presente decreto-legge, salvo l’esercizio dell’azione penale per i reati comunque perseguibili.”).
Dunque, benché ci sia un ovvio, diffuso – e identificato – interesse a sostenere che l’obbligo di conservazione dei dati si applichi estensivamente a qualsiasi “servizio di comunicazione elettronica”, in realtà questo non è vero.
E’ infatti possibile affermare che i “dati circostanziali” da conservare obbligatoriamente sono soltanto quelli relativi ai servizi di comunicazione (e-mail, chat, instant-messaging), mentre restano fuori dalla “retention” quelli relativi alla consultazione passiva di risorse (navigazione e lettura di newsgroup) o di pubblicazione di contenuti (ftp).
Si giunge a questa conclusione considerando che l’art.6 della L.155/05 impone la data retention per “dati del traffico telefonico o telematico, anche se non soggetti a fatturazione, e gli stessi, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni, e limitatamente alle informazioni che consentono la tracciabilità degli accessi”. Questa interpretazione è confermata dal successivo decreto ministeriale 16 agosto 2005, il cui art. 1 dice chiaramente che gli obblighi valgono per “i titolari o gestori di un esercizio pubblico o di un circolo privato di qualsiasi specie nel quale sono poste a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci, apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche.” Ribadisce il concetto l’art.2 del decreto (Monitoraggio delle attività) che fa nuovamente riferimento alla “comunicazione” come oggetto degli obblighi di retention. Si legge infatti nella norma: ”I soggetti di cui all’art. 1 adottano le misure necessarie a memorizzare e mantenere i dati relativi alla data ed ora della comunicazione e alla tipologia del servizio utilizzato, abbinabili univocamente al terminale utilizzato dall’utente, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni.”.
Quindi il concetto è che andrebbero conservati solo i dati di quella tipologia di traffico che rientra nella categoria “comunicazione”, cioè – per semplificare – tutto ciò che è protetto dall’art.15 della Costituzione; mentre sarebbero esclusi tutti quei servizi – come la pubblicazione di file o la diffusione/messa a disposizione di contenuti – che rientrano nell’art.21 Cost.

Prendiamo atto con soddisfazione, invece, che l’art.2 del DM 16 agosto 2005 recepisce finalmente – seppur in piccola parte – la necessità di conservare i dati garantendone la non alterabilità e la non accessibilità a terzi non autorizzati. Da anni ALCEI si batte perché i tribunali riconoscano la dignità di “prova” processuale solo a dati e log di sistema generati, manipolati e custoditi con adeguate cautele e non a qualsiasi file di testo, magari stampato su un normale foglio di carta. Con l’entrata in vigore di questa norma, invece, si registra un primo, piccolo ma significativo cambio di rotta. E’ evidente, infatti, che ben difficilmente i dati circostanziali di traffico potranno avere un valore probatorio se non saranno conservati seguendo almeno le minime indicazioni del decreto ministeriale. Ben altro ci sarebbe da fare per realizzare compiutamente il sistema processuale della “prova informatica”, ma quantomeno cominciano a esserci delle norme che vanno nella direzione giusta.

E’, viceversa, grave il presupposto politico-giuridico su cui si basa il pacchetto Pisanu e che tramite l’eliminazione dell’anonimato, porterà alla messa al bando – o al sostanziale ridimensionamento – dell’utilizzo di sistemi crittografici.
Fin dalla sua costituzione, risalente al 1994, ALCEI si è fatta portatrice di un approccio sull’anonimato che, successivamente, è stato definito “anonimato protetto” (una formula per la quale il provider – e solo il provider – si fa garante della reale identità dell’abbonato e che comunicherà alla magistratura solo in caso di commissione di atti illeciti). Ma il pacchetto Pisanu sposa un approccio ciecamente repressivo che non tiene conto della decennale elaborazione giuridica sul tema e implica di fatto, la potenziale messa al bando di tutti quei servizi (anonymous remailer, anonymous surfing, ma anche VPN) che si basano sulla crittografia forte e che costituiscono, oltre che uno strumento per la tutela delle libertà civili, un importante componente per la protezione delle infrastrutture critiche di un paese.
Il pacchetto Pisanu potrebbe essere interpretato nel senso di vietare quei servizi che non consentono la conservazione dei dati circostanziali di traffico o che ne producono di inutili: ne conseguirebbe la messa fuori legge anche degli strumenti che consentono di realizzare il risultato e dunque, in ultima analisi, della crittografia.
Non sarebbe certo una novità, visto che si tentò senza successo il “colpo di mano” già con il famigerato “decreto Urbani” sul peer-to-peer (vedi http://www.alcei.org/index.php/archives/4). Ma ora – a differenza di allora – il Parlamento è riuscito a muovere il primo passo verso quello che sembra un obiettivo “segnato”: la sostanziale limitazione dei diritti civili nella società dell’informazione.

Comunicato del 18 settembre 2005

Repressione dei diritti civili
con il pretesto del terrorismo

Di nuovo pericolose ambiguità
nelle norme italiane
e nella loro applicazione

Un esteso dibattito su scala mondiale ha messo ampiamente in evidenza la necessità di evitare che le misure per ostacolare i terrorismo si traducano in una repressione dei diritti civili.

Intanto in Italia alcune recenti intercettazioni, riguardanti personalità note nel mondo politico e della finanza, hanno creato timori e preoccupazioni che si sono tradotte, fra l’altro, in pubbliche dichiarazioni a favore dei diritti di riservatezza e di libertà di tutti i cittadini. Ma alle parole non sono seguiti i fatti – e il sistema normativo, oltre alle attività pratiche, continuano a procedere in senso contrario.

Il “pacchetto sicurezza” (costituito dalla L.155/05, del Decreto del Ministero degli interni 16 agosto 2005 e della Circolare del Ministero degli interni 557/05 del 29 agosto 2005), emanato sull’onda emotiva provocata dall’attentato terroristico alla metropolitana di Londra ha poco a che vedere con la prevenzione del terrorismo e molto con l’ennesimo “giro di vite” a danno delle libertà civili di cittadini e imprese.

Invece – come sarebbe stato lecito aspettarsi – di potenziare il ruolo e i poteri dei servizi segreti (in modo che possano prevenire più efficacemente il verificarsi di stragi e altri crimini) il Parlamento ha creato un sistema che:

– sottopone l’uso pubblico dei servizi internet al rilascio di un’autorizzazione di polizia,

– vessa inutilmente tutte le organizzazioni, e in particolare le associazioni no-profit, imponendo complicati e onerosi obblighi di controllo sulle attività dei singoli soci,

– istituisce l’obbligo di conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico relativi alle comunicazioni (e-mail, chat, instant-messaging, Voice over IP) a carico degli operatori e degli ISP fino al 31 dicembre 2007,

– stabilisce che i dati di traffico possono – di fatto – essere utilizzati per qualsiasi tipo di procedimento penale, anche non legato a fatti di terrorismo.

Come è facile capire, la scelta politica compiuta dal Parlamento è chiaramente orientata nel senso di un generale incremento dei poteri di polizia nei confronti dei cittadini senza che, a fronte di questo super potere, siano state previste maggiori responsabilità e sanzioni per chi ne abusa – né controlli preventivi e norme applicative che rendano tali abusi meno frequenti.

Per di più le limitazioni imposte ai cittadini sono tutt’altro che temporanee. L’obbligo di conservazione dei dati di traffico sussiste fino al 31 dicembre 2007, e ovviamente non è dato di sapere cosa accadrà alla scadenza (e, in particolare, che fine faranno i dati già archiviati fino a quella data). Ma tutto il resto (autorizzazioni di polizia e via discorrendo) è destinato a rimanere in vigore a tempo indeterminato – anche dopo che, in un ipotetico quanto desiderabile futuro, la minaccia del terrorismo sarà diventata meno incombente.

Non tutte le norme disposte sono inutili o sbagliate – come quelle che stabiliscono il dovere di conservare i dati di traffico in modo che non siano alterabili. Alcune potrebbero essere recepite in un impianto normativo più efficiente e ragionevole. Ma ciò non toglie che il “pacchetto sicurezza” sia stato emanato sulla base di una sostanziale confusione concettuale che non distingue fra prevenzione e repressione.

Le misure votate dal Parlamento e attuate dal Governo sono fondamentalmente misure repressive, che servono, cioè, quando il fatto è stato già commesso. Ma poco o nulla è stato fatto per adottare serie misure preventive – capaci, cioè, di scongiurare le tragedie prima che si verifichino.

La sostanza dei fatti, dunque, è che con la scusa del terrorismo – e del consenso che facilmente si ottiene “sventolando” quella bandiera – sono stati di fatto istituiti nuovi e più penetranti poteri di polizia, con un’applicazione estesa a ogni sorta di indagini che nulla hanno a che fare con la repressione e la prevenzione di attività criminali.

Comunicato ALCEI del 21 giugno 2005

Abusi e connivenze: non si tratta solo del “caso Aruba”

Il 21 giugno 2004 è venuto alla luce un fatto preoccupante, che purtroppo è tutt’altro che un caso isolato. Si è scoperto che un server, collocato presso la webfarm di Aruba, è stato sottoposto per un anno (all’insaputa dei suoi proprietari) al controllo della polizia postale, che è in grado di verificare, copiare e conservare tutti i suoi contenuti – nell’ambito di un’indagine che riguarda una sola casella di posta. Il server appartiene dell’associazione Autistici/Inventati – uno dei punti di riferimento telematici dell’opinione antagonista italiana – e i fatti sono riassunti in un suo comunicato stampa.

Più che il fatto specifico (già ampiamente documentato in informazioni disponibili online) è importante osservare il fenomeno in una prospettiva più generale. Per ogni caso singolo che viene messo in evidenza, ce ne sono migliaia che sfuggono a ogni “onore delle cronache”, o rimangono chiusi in difficilmente accessibili documentazioni istruttorie o archivi riservati delle forze dell’ordine.
Un’analisi più dettagliata degli aspetti tecnici, giuridici e normativi si trova in un allegato. Qui ci limitiamo a una sintesi dei punti più rilevanti.
Il problema è tutt’altro che nuovo. Infatti da dieci anni ALCEI chiede che durante le indagini di polizia vengano rispettati i diritti di chi non è nemmeno indagato e tuttavia subisce il sequestro della propria corrispondenza (nonché, in troppi casi, persecuzioni di varia specie, fra cui l’illegale e inaccettabile sequestro di computer e altri strumenti tecnici).
Fin dalle origini dell’internet ipotesi di violenze e altre illegalità sono state il pretesto per ogni sorta di censure, invadenze e illegittimi controlli che vanno molto al di là dei reali obiettivi di repressione del crimine. Con la crescente minaccia del terrorismo la situazione si è, ovviamente, aggravata.

Il fatto è semplice, nella sua evidente gravità. Si approfitta dell’occasione offerta da qualche ipotesi riguardante attività illegali (anche se spesso molto meno gravi e pericolose dei crimini terroristici) per allargare l’indagine a cittadini e organizzazioni non solo innocenti, ma anche del tutto estranee a qualsiasi attività o comportamento che possa suscitare sospetti.
Ogni notizia di attività odiose e pericolose viene sistematicamente sfruttata per chiedere “maggiori poteri”, che spesso si traducono in indiscriminate e incontrollate “licenze di spiare” anche in direzioni che non hanno alcun rapporto, reale o plausibile, con la repressione del crimine. Non è raro che ciò avvenga con il passivo consenso, se non la volontaria connivenza, di imprese private che non esitano a violare in diritti di chi si serve delle loro risorse.

È ovvio, quanto grave, che la continua proliferazione di questi abusi (che non hanno alcuna utilità per il contrasto al terrorismo o ad altre attività criminali) è una grave violazione non solo dei diritti di chi usa la rete, ma in generale della libertà di opinione e di comunicazione, della società civile e di fondamentali diritti dei cittadini.

Comunicato ALCEI del 15 marzo 2004

Chi copia una musica, un film o un software deve essere trattato come un terrorista?

Un’ altra legge persecutoria contro l’internet
mette a rischio i diritti delle persone e la società civile

Chi copia una musica, un film o un software
deve essere trattato come un terrorista?

  Il  Decreto legge recante interventi urgenti in materia di beni ad attività culturali  (“decreto Urbani”) approvato dal governo il 12 marzo 2004 si aggiunge a una lunga serie di leggi e norme che, con i più svariati pretesti, infieriscono contro l’internet e contro la libertà e i diritti delle persone.

Un’analisi dei molteplici difetti e problemi di questo decreto-legge si trova su http://www.alcei.it/documenti/copyright/p2panalisi.htm

 All’origine questo decreto riprendeva alcuni temi ed errori di quello n.354/03 sulla data-retention  emesso il 24 dicembre 2003 e divenuto legge il 26 febbraio 2004 dopo un infruttuoso dibattito parlamentare che ha solo marginalmente attenuato alcuni dai suoi molti difetti (vedi http://www.alcei.it/documenti/dataret/dataretcom.htm) Nel corso di elaborazione del nuovo decreto sono stati eliminati i riferimenti alla “conservazione obbligatoria dei dati” (la cosiddetta data retention).  Ma si è andati, assurdamente, a “innovare” sulla già distorta e impropria normativa sul cosiddetto “diritto d’autore”.  Introducendo nuovi vincoli, nuove repressioni, nuove violazioni di diritto e di fatto.

 In sostanza – si tratta di un’ennesima legge-papocchio inutile, inefficace e pericolosa.  In cui si mescolano, in un intruglio indigesto e velenoso, temi diversi e non connessi fra loro, come il terrorismo e la duplicazione di musica, video o software.

È inutile perché non fornisce
alcuno strumento utile per la prevenzione del crimine (e in particolare di delitti gravi come il terrorismo o altre forme di violenza).

È inefficace perché è farraginosa e mal concepita, quindi atta a produrre dispersione di attività, procedimenti a carico di innocenti, sovraccarico di indagini senza capo né coda, a scapito di attività seriamente utili per combattere le attività criminali.

È pericolosa perché introduce, in materie ove è totalmente insensato, il concetto di “processo alle intenzioni” cioè di punibilità non di un fatto, ma della supposta inclinazione a farlo.  (Se questa violazione di un principio fondamentale del diritto può essere ammissibile in situazioni estreme come il terrorismo, è inaccettabile che possa essere estesa a situazioni in cui non c’è alcun rischio per la vita e la sicurezza delle persone e delle istituzioni).

Come altre (troppe) leggi e norme rivela, con le sue affermazioni ridondanti e inutili, una specifica volontà di repressione dell’internet e della libertà di comunicazione e di informazione offerta dalla rete.

La perversa assurdità dell’impostazione è rivelata da alcune specifiche disposizioni.

Con l’entrata in vigore del “decreto Urbani”, la DIGOS, oltre a occuparsi di criminalità organizzata, terrorismo e sicurezza dello Stato avrà il compito di tutelare in via preventiva gli interessi di un ristretto gruppo di (potenti) imprenditori dello spettacolo, dell’editoria e dell’informatica (che già con le leggi esistenti sono assurdamente favoriti dal fatto che la duplicazione di musica, immagini o software è considerata una responsabilità penale).

Questo decreto stabilisce di fatto la “responsabilità oggettiva” dei provider, che hanno l’obbligo di monitoraggio e denuncia dei propri utenti – e sono multati pesantissimamente se non denunciano.

Per la prima volta si stabilisce che un certo uso della crittografia è, di per sé, illecito. (Sembra di ritornare a quelle disposizioni americane sul controllo della crittografia come strumento militare che tanto scandalo avevano suscitato dieci anni fa).

Si instaura, insomma, qualcosa che somiglia molto a uno “stato di polizia”, con la persecuzione delle intenzioni, l’obbligo di delazione, la violazione della vita privata e della comunicazione.  E tutto questo non per combattere i terroristi (che possono essere solo favoriti dalla confusione e dalla dispersione di energie create da leggi come questa) ma per soddisfare il protagonismo di questo o quell’altro uomo politico (“voglio anch’io una mia legge contro l’internet”) e le potenti lobby delle case discografiche o di software, cui poco importa se leggi come questa siano applicabili o funzionali, ma piace “terrorizzare” chi non asseconda i loro avidi interessi.

N.B.: Il testo pubblicato sul sito del Ministero, diversamente da quanto abbiamo accertato, non contiene il riferimento alla crittografia. Sospendiamo, sul punto, qualsiasi valutazione in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

P.S.: Il testo del DL 72/04 (nome ufficiale del decreto Urbani) non contiene alcun riferimento alla criminalizzazione della crittografia. Anche la legge di conversione (L.128/04 ) non contiente alcun riferimento a sanzioni per l’uso della crittografia. – 21/05/2004

Comunicato ALCEI del 26 gennaio 2004

Ambiguita’ e pericoli della prevenzione
I difetti del decreto legge italiano sulla “data retention” erano stati segnalato da ALCEI nel suo comunicato del 23 dicembre 2003 – e hanno poi dato luogo a dibattiti e polemiche, anche in ambito internazionale, per problemi di “privacy”. Ma il il tema ha implicazioni molto piu’ ampie, come spiegato nel nuovo documento di ALCEI di cui riassumiamo qui alcuni punti.

Cresce la tendenza a trasformare il criterio di responsabilita’ dalla sanzione degli effetti di un comportamento a punizione di uno “status” considerato “a priori” come colpevole.

Cosi’ il concetto di prevenzione si trasforma in sanzione arbitraria contro categorie, reali o immaginarie, di “presunti trasgressori”. E’ evidente che queste definizioni, approssimate e arbitrarie, permettono a chiunque abbia poteri di controllo e sanzione di perseguitare, con un varieta’ di pretesti, chiunque sia sgradito, dissenziente o scomodo.

La “data retention” (con criteri arbitrari di analisi e classificazione dei contenuti) consente di creare tanti “modelli comportamentali” quante sono le necessita’ di chi indaga – come di chiunque, per qualsiasi motivo, ha accesso ai dati. Aprendo cosi’ la strada a indiscriminate schedature di massa.

Si sviluppano indagini e processi (e altre forme di persecuzione) contro “identita’ virtuali” che possono facilmente essere create “ad hoc” secondo ogni sorta di pregiudizi o di intenzioni persecutorie. E’ una forma di “neo lombrosismo” che permette di creare “ad libitum” categorie di presunti “criminali tendenziali” o “tipologie predisposte”. Una specie di pogrom istituzionalizzato e occulto, senza neppure la visibilita’ di un pregiudizio etnico o culturale pubblicamente dichiarato.

La difesa dei diritti civili e delle liberta’ individuali non riguarda solo la “privacy”. E va molto oltre il caso specifico di questo mal concepito decreto legge – solo un episodio in una serie che tende continuamente a peggiorare.

Comunicato ALCEI del 24 gennaio 2004

Ambiguità e pericoli della “prevenzione”
English text

C’è diffusa preoccupazione per le conseguenze del decreto legge 354 (emanato dal governo italiano il 24 dicembre 2003) che stabilisce, a carico dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica, l?obbligo di conservazione fino a cinque anni dei dati di traffico dei servizi telefonici e internet trattati per finalitˆ di fatturazione, ma utilizzabili per ispezione da parte di magistrati inquirenti, forze di polizia o altre funzioni di stato.

Il problema era stato segnalato da ALCEI nel suo comunicato del 23 dicembre 2003 La conservazione indiscriminata del traffico internet non serve ad arrestare i criminali e minaccia la libertà di imprese e cittadini e ha poi dato luogo a vari rilievi e molteplici discussioni non solo in Italia, ma anche in ambito internazionale, dove il tema della data retention è oggetto da tempo di dibattiti e polemiche, per lo più in relazione a problemi di privacy.

Il tema merita un ulteriore approfondimento e va collocato in una prospettiva più ampia, di cui questo è solo un episodio.

Quel decreto legge è nato, quasi casualmente, per l’affrettata decisione di modificare le conseguenze di un precedente decreto legislativo (il 196 del luglio 2003 – Testo Unico sul trattamento dei dati personali) che, per motivi di privacy, aveva disposto (peraltro con varie eccezioni) l’eliminazione dei dati archiviati dopo trenta mesi.

Il testo del nuovo decreto legge ̬ confuso, disordinato e poco chiaro Рma nella sostanza non modifica lo stato di fatto precedente, se non per un allungamento obbligatorio del tempo di conservazione dei dati.

Il decreto legge, preso in sè, (e nell’ipotesi che rimanga tal quale e sia applicato con “buone intenzioni”) non è più preoccupante o vessatorio di altri provvedimenti emanati o in corso di emanazione sulle attività in rete. Ma se lo si osserva nel contesto, cioè nel processo di continua erosione dei diritti civili da tempo in atto, si rivela come ennesimo sintomo di un problema più generale – che non riguarda solo l’Italia.

Quando si parla di data retention i termini del dibattito si riassumono quasi sempre nel contrasto fra sostenitori della privacy e organismi investigativi. Se ci si limita a questo tema (importante, ma non l’unico nè il principale) si perdono di vista sia i pericoli per altri, e non meno rilevanti, diritti individuali, sia il quadro pi� generale del rapporto fra dovere di protezione da parte dello Stato e rispetto dei diritti civili.

In particolare, sta emergendo prepotentemente la tendenza (già da molto tempo sviluppata in pratica, ma non ancora formalmente codificata) a trasformare il criterio di responsabilità dalla sanzione degli effetti di un comportamento a punizione di uno “status” considerato a priori come colpevole.

Cioè il concetto, in sè legittimo e corretto, di prevenzione si trasforma in sanzione arbitraria contro categorie, reali o immaginarie, di “presunti trasgressori”.

Non c’è dunque, il responsabile di un furto, ma “il ladro”. Non l’autore di un accesso abusivo a una rete, ma “il pirata” (definizione impropria e bizzarramente applicata anche ad attività, illecite o non, che nulla hanno a che vedere con omicidi, ladrocini ed estorsioni). Non c’è il soggetto che detiene immagini pornografiche prodotte mediante lo sfruttamento sessuale dei minori, ma “il pedofilo”.

In altri termini, si creano “modelli criminali” che vanno puniti non per quello che fanno, ma per quello che sono, o, meglio, che potrebbero essere. Senza nemmeno bisogno che il “modello” compia concretamente un atto illecito.

E’ evidente che queste definizioni, sostanzialmente vaghe, approssimate e arbitrarie, permettono a chiunque abbia poteri di controllo e sanzione di perseguitare, con una varietà di pretesti, chiunque sia sgradito, dissenziente o scomodo.

Il quadro, ovviamente, si aggrava in presenza di un problema drammatico e preoccupante come il terrorismo. Che mette in evidenza la necessità di una intelligente prevenzione – quanto la necessità (funzionale oltre che etica) di non scatenare arbitrarie e pericolose cacce alle streghe, di non cadere in “categorizzazioni” improprie – e di non intaccare, con il pretesto della minaccia terrorista, quei diritti umani e civili, e quelle libertà personali, di cui ci si dichiara difensori.

In questo contesto, la data retention (insieme ai criteri, inevitabilmente arbitrari, di analisi e classificazione dei contenuti) gioca un ruolo essenziale perchè consente di creare tanti “modelli comportamentali” quante sono le necessità di chi indaga – come di chiunque altro, per qualsiasi altro motivo, ha accesso ai dati. E per di più, considerato che una conservazione generalizzata dei dati di traffico è estremamente onerosa sia dal punto di vista tecnico, sia da quello economico-gestionale, non è improbabile che si debba operare una scelta sui soggetti il cui traffico dovrà essere conservato. Aprendo così la strada a schedature di massa delle persone “sgradite” al potere. Che già esiste ma con più massicce risorse tecniche non solo può essere enormemente potenziata, ma può anche creare infinite complicazioni per le inevitabili imperfezioni e arbitrarietà degli automatismi.

Sappiamo, per esperienza pratica, che la “profilazione” a fini commerciali funziona malissimo ed è molto meno efficace di altre, più civili, forme di dialogo e scelta degli interlocutori. Ma la leggenda, diffusa ad arte dai mercanti di dati, della sua efficacia ha prodotto non solo un comprensibile allarme, ma un esagerato allarmismo – per cui se da un lato si tenta di limitare la “profilazione” come strumento commerciale, dall’altro si immagina che sia uno strumento utile per le indagini – o per altri controlli e manipolazioni, tutt’altro che trasparenti e legittime, da parte dei centri di potere.

Con l’uso di strumenti inaffidabili quanto manipolabili si sviluppano indagini e processi (oltre a molte forme non giudiziarie di persecuzione) contro “identità virtuali” che possono facilmente essere create ad hoc secondo ogni sorta di pregiudizi o di intenzioni persecutorie. Con l’aggravante che le vittime non sanno come difendersi perchè l’indagine è “fatta con il computer” e perchè non c’è modo di sapere come siano stati generati i dati.

Così il mito di “infallibilità della macchina” si incrocia con una forma di “neo lombrosismo” che permette di creare ad libitum categorie di presunti “criminali tendenziali” o “tipologie predisposte” a qualsiasi persona, o categoria di persone, sia considerata scomoda o fastidiosa. Una specie di pogrom istituzionalizzato, senza neppure la trasparenza e la visibilitˆ di un pregiudizio etnico o culturale pubblicamente dichiarato.

Inoltre, in ogni indagine “automatizzata” possono nascondersi pericoli di varia specie. Criteri impropri o arbitrari possono essere inseriti nel sistema in modo occulto e difficilmente rilevabile – e altrettanto “invisibili” distorsioni possono derivare dall?imperizia, o dall?intenzionale deformazione, di un operatore.

Una somma di intenzionali persecuzioni e di involontari errori (e con infinite complicazioni derivanti dalla “convergenza” dei due fattori) può produrre conseguenze così vaste e complesse che è preoccupante anche solo immaginarle.

Su questo tema dovremo ritornare, in una prospettiva piùestesa. Ma intanto, e come provvisoria conclusione, ritorniamo al caso specifico di questo decreto legge. E’ vero che si parla, nel decreto, di procedure “garantiste” sulla conservazione sull?accesso ai dati di traffico, ma senza alcuna chiara indicazione di come debbano essere realizzate. Per di più, se la creazione dei dati di traffico è intenzionalmente truccata, o casualmente inesatta, conservarli “correttamente” significa solo conservare sistematicamente dati sbagliati. E chiunque abbia un po’ di competenza in fatto di elaborazione elettronica sa che questo non è solo possibile, ma piuttosto frequente.

Insomma la necessitˆ di sorveglianza per la difesa dei diritti civili e delle libertˆ individuali non riguarda solo la privacy. E va molto oltre il caso specifico di questo mal concepito decreto legge, che � solo un episodio di una serie lunga nel tempo, che tende continuamente a peggiorare.

Comunicato ALCEI del 23 dicembre 2003

La conservazione indiscriminata del traffico internet non serve ad arrestare i criminali e minaccia la libertà di imprese e cittadini
Un articolo pubblicato a pagina 8 de Il Corriere della sera di oggi, 23 dicembre 2003, annuncia l’emanazione di un provvedimento normativo che imporrà la conservazione per cinque anni del traffico internet.

E’ una decisione inutile dal punto di vista investigativo, impraticabile tecnicamente e pericolosa per i diritti dei cittadini innocenti e delle imprese.

Il terrorismo – non da oggi – è una minaccia grave e reale e va sicuramente accettato quanto consente di combatterlo nel modo più efficace. Ma non al prezzo di ledere indiscriminatamente il rispetto dei diritti fondamentali instaurando un sistema di schedatura preventiva di massa. Sistema, che, per di più, mette a rischio interi comparti economici del Paese, come banche, assicurazioni e, in generale, tutti quei settori che trattano informazioni personali.

Siamo, ancora una volta, di fronte all?ennesimo tentativo di imporre censura e repressione approfittando dei pretesti più vari (e drammatici, come in questo caso) per legittimare norme palesemente contrarie alla Costituzione.

In realtà l’accumulazione preventiva del traffico internet ha una scarsissima efficacia investigativa e non aggiunge sostanziale valore all’operato della polizia giudiziaria. Le attuali tecniche di indagine di cui dispone la magistratura, insieme alla cooperazione offerta dagli internet provider e dagli operatori telefonici già consentono, infatti, di svolgere investigazioni di polizia senza bisogno di emanare norme pericolose che, a parte la discutibilità tecnica, dànno “licenza di spiare” tutto e tutti.

Si faccia tutto ciò che serve per reprimere gli illeciti, ma non per questo si conceda licenza di invasività.

Comunicato ALCEI del 22 gennaio 2003

La sicurezza non deve diventare un pretesto per la invasività
La sicurezza dei sistemi informatici e telematici è un problema serio che merita un approfondimento meditato e concreto. Non giovano a soluzioni efficaci le notizie allarmistiche, i sensazionalismi e le informazioni sbagliate troppo spesso dilaganti sull’argomento – né le disattenzioni, purtroppo ancora diffuse, alle necessarie cautele.

In questo contesto disordinato giocano anche gli interessi privati di chi cerca di approfittare della situazione. Non è l?unico esempio, ma è particolarmente vistoso e pericoloso, il comportamento dell?impresa monopolista che controlla nove decimi del mercato mondiale del software. La bandiera del trustworthy computing, recentemente sventolata dalla Microsoft, non merita la fiducia che chiede. Senza ripetere qui cose note da molto tempo, la complessità e la “permeabilità” di molti sistemi (e in particolare di quelli della casa di Redmond) sono fra le cause più gravi dei diffusi problemi di sicurezza.

Mentre si fa poco o nulla per correggere quei difetti, la n uova proposta della Microsoft è afflitta da un vizio culturale ancora prima che tecnico. Quello di trasformare anche la gestione della sicurezza in un processo che priva l’utilizzatore (e, cosa più grave, l?amministratore di rete) del controllo sulla macchina e sulle applicazioni. Ciò che la Microsoft cerca di ottenere è una situazione in cui gli amministratori e gli utilizzatori perdono ogni ruolo o responsabilità e sono ridotti a semplici applicatori di patch – ed è la casa fornitrice l’unica a decidere quali “rattoppi” si debbano usare, propinandoli automaticamente in una continua serie di insidiosi service pack in cui può contrabbandare ogni sorta di complicazioni dettate dai suoi privati interessi.

Anche senza entrare nei dettagli tecnici, è evidente che il cosiddetto trustworthy computing è più uno strumento per aumentare il potere di controllo del monopolio che una risorsa per migliorare la sicurezza. Se nel quadro di un sistema che aumenta le complessità (e di conseguenza i rischi) invece di semplificare si aggiungono ulteriori automatismi fuori dal controllo degli utilizzatori e degli amministratori di sistema la più probabile conseguenza è un peggioramento dei problemi di sicurezza rispetto alla situazione, già preoccupante, di oggi.

Un’altra notizia recente, che contribuisce a peggiorare il quadro, è l’offerta della Microsoft di rendere disponibile agli Stati (per esempio ai membri della Comunità Europea) il codice sorgente delle piattaforme Windows nel quadro del suo govermnent secutity program. Questa apparente “apertura” nasconde trappole pericolose. Non solo si propone ai governi (come ai privati) di “affidarsi alla sicurezza Microsoft” (cioè di dare a un’impresa privata un’impensabile “delega” sui propri sistemi e controlli) ma gli stati che incautamente lo accettano sono costretti a sottoscrivere un contratto che, naturalmente, li imprigiona in una serie di obblighi nei confronti della Microsoft – fra l’altro – con clausole inaccettabili che vietano di modificare i codici e di utilizzare il know how per sviluppare software proprio. Per non parlare delle invasività che già nella situazione attuale sono concesse alla Microsoft (e a tanti altri che approfittano della permeabilità dei suoi sistemi) e che in quella situazione potrebbero solo aggravarsi.

L’analisi delle trappole nascoste nella filosofia trustworthy computing e in contratti-capestro come quello del government secutity program può essere complessa e meriterà ulteriori approfondimenti. Ma i termini fondamentali della questione sono chiari. Ancora una volta (e con crescenti motivi di attenzione) è evidente che la responsabilità della sicurezza e della qualità dei sistemi non possono e non devono essere ciecamente “delegate” agli interessi privati di un?imp resa commerciale. Né dai cittadini, né dalle imprese, né dagli amministratori di sistema – e tantomeno dagli Stati, dalla pubblica amministrazione e dai servizi (comunque amministrati o gestiti) di pubblica utilità. L’allarme sulla “schiavitù elettronica“, che ALCEI aveva lanciato chiaramente nel 1998, si propone con ancor maggiore gravità nella situazione di oggi.

È più che mai necessario che i governi nazionali e l’Unione Europea affermino con la massima energia la loro capacità di gestire questi problemi senza assoggettarsi in alcun modo a condizionamenti estranei. E, nello stesso tempo, è necessario che le risorse e i metodi di sicurezza non siano “centralizzati” e occulti, ma sia diffusa la conoscenza, il più ampiamente possibile, fra gli utilizzatori e gestori di sistemi – e in generale fra i cittadini. Senza esagerazioni a falsi allarmi che spargono paure insensate e invece con chiarezza, trasparenza e concretezza sui problemi reali e sui modi per risolverli.

Per approfondire:
Dovresti fidarti del tuo venditore di software?
articolo di A. Monti dal sito Ictlex.net

Trustworthy Computing – White Paper
Microsoft PressPass – Craig Mundie –

Anti-Trustworthy computing
Articolo di Paul Boutin su Salon

Wired News – Bill Gates Trustworthy Computing

E’ compito delle istituzioni liberarci dalla schiavitù elettronica – ALCEI

Comunicato ALCEI del 17 giugno 2002

Rischio privacy per vulnerabilità router Telindus 11xx
Un buco nei router ADSL Telindus serie 11xx permette di aquisire senza nessuna dote particolare di “cracking” le password di accesso ai router della famiglia.
ALCEI interviene presso il Garante dei dati personali per chiarimenti e chiede un tempestivo intervento a riguardo.

La nostra lettera al
Garante per la protezione dei dati personali
piazza Montecitorio 121 00186 ROMA
fax 0669677715

Signor Garante,

Apprendiamo che i router serie 11xx prodotti dalla societa’ Telindus sono affetti da una grave vulnerabilita’ che consente, senza alcun artificio o azione di “cracking”, di entrare in possesso della password di accesso al router .
Quindi e’ possibile bloccare il funzionamento dell’apparrato rendendno inacessibili i servizi e, in alcuni casi, accedere alla rete interna dell’utente. Il che consentirebbe di intercettarne la posta elettronica e, piu’ in generale, le informazioni
che ivi sono contenute. Ovviamente il tutto all’insaputa dell’utente.

La gravita’ del problema sta nel fatto che i router Telindus sono
distribuiti dai maggiori operatori telefonici e internet provider che offrono, e fortemente promuovono, accesso su linea ADSL – e quindi sono (o possono essere) largamente diffusi. Di conseguenza, si possono diffondere estesamente e rapidamente i pericoli derivanti da questa “botola” nascosta.

Ci chiediamo – e le chiediamo – come sia possibile che vengano immessi sul mercato apparati affetti da simili vulnerabilita’ per la privacy dei cittadini e per l’attivita’ delle imprese, senza alcun controllo, senza alcuna informazione o cautela, senza assunzione di responsabilita’ da parte di produttori e distributori e senza alcuna protezione per gli indifesi (e ignari) utenti.

Invochiamo pertanto un suo tempestivo intervento e restiamo a disposizione per ogni approfondimento.

Grazie per l’attenzione.
ALCEI

Leggi l’advisory in lingua italiana dal sito Tiger Team

Comunicato ALCEI del 5 luglio 2001

La bozza di trattato sui reati informatici. Ambiguità pericolose per i diritti civili

Premessa
La revisione n.27 della bozza di trattato sui reati informatici costituisce il “semidefinitivo” del futuro testo che vincolerà gli aderenti all’emanazione di norme standard per combattere la “criminalità informatica”. Ma con la scusa delle “buone intenzioni”, questo trattato stabilisce dei principi pericolosi per l’incolumità dei diritti garantiti dalla Costituzione. Con particolare riferimento alla libertà di manifestazione del pensiero, a quella di insegnamento di arti e scienze, a quella di impresa. Oltre che contrari alle più elementari norme in materia di responsabilità e tutela della privacy, temi, questi, sui quali da sempre ALCEI non ha mai mancato di far sentire la propria voce.
Fra i molteplici contenuti che evidenziano fattori di rischio per i diritti civili, meritano di essere sottolineati quelli relativi alla futura disciplina di:
– sequestri di computer
– diffusione di software e informazioni relativi alla sicurezza dei sistemi
– intercettazioni e ruolo dei provider< br>

1 – Prova informatica e sequestri di computer
Fin dal 1994 ALCEI ha denunciato la barbara prassi adottata da molti pubblici ministeri che, alla ricerca di semplici informazioni digitalizzate, preferivano sequestrare indiscriminatamente interi sistemi (anche) telematici. Privando non solo gli indagati, ma anche cittadini estranei all’indagine, di uno strumento di comunicazione e di lavoro di per sé inoffensivo.
Non ostante alcuni timidi segnali provenienti da magistrati più illuminati e competenti, lo scandalo continua nell’indifferenza generale.
Il trattato sui reati informatici poteva essere l’occasione buona per stabilire in modo chiaro e non equivoco il “come” procedere nella ricerca e conservazione di prove contenute in supporti di memorizzazione. Ma l’occasione sembra perduta
Da un lato all’art. 19 della bozza viene richiamato, nei fatti, il contenuto la raccomandazione R (95) 13 che invitava a tenere ben distinti i dati dai computer che li veicolano.Con questo lasciando intendere che le attività di indagine dovrebbero limitarsi a questi “oggetti” e non a tutto il resto (mouse e tappetini compresi). Dall’altro, tuttavia, la norma in pectore è eccessivamente blanda nell ’individuare il “quando” sia opportuno sequestrare (in casi eccezionali potrebbe doversi procedere in questo sen so, ma con modalità comunque non afflittive per l’indagato e soprattutto per i terzi estranei). Con ciò trasformando una – tutto sommato – quasi accettabile affermazione di principio in una massa di creta che potrà essere plasmata ad uso e consumo dei legislatori nazionali. E non è difficile “figurarsi” i risultati.

2 – Libertà di sviluppare software e circolazione di informazioni
La situazione appena descritta è analoga alla disciplina proposta per la creazione, realizzazione e diffusione di informazioni e strumenti che consentono il danneggiamento di un sistema o la sua “conquista” non autorizzata. Disciplina che sembra modellata sul porto ingiustificato di grimaldelli e apparecchi da scasso. Quando è universalmente noto che la migliore misura di sicurezza è proprio la rapida circolazione delle informazioni sulle vulnerabilità scoperte in giro per il mondo.
In realtà, anche se in modo confuso e ambiguo, il testo della norma lascia intendere che sarebbe da sanzionare soltanto chi compie queste azioni con un dolo criminale. E dunque i vari – e preziosissimi – servizi come Bugtraq o le innumerevoli mailing list di sicurezza spesso non “ufficiali” potrebbero dormire sonni tranquilli. All’atto pratico, invece, siamo di fronte all’ennesima assenza di una chiara presa di posizione che protegga in modo esplicito ed inequivocabile il diritto di chiunque di studiare sistemi ed apparati di sicurezza e di condividere queste informazioni con la comunità.

3 – Intercettazioni e ruolo dei provider
Il trattato disegna uno scenario inquietante nel quale i provider, di fatto, dovranno forzatamente rendere disponibili i propri sistemi per effettuare le intercettazioni, oltre che provvedere alla raccolta e conservazione dei log di sistema e di quant’altro rilevante a fini di indagine.
Si tratta, con tutta probabilità, di una delle norme più gravi e pericolose di tutto il trattato. Oggi, pur con tutti i suoi limiti, il sistema delle garanzie processuali nella raccolta delle prove attribuisce agli atti di polizia giudiziaria una particolare attitudine probatoria. Ma la direzione scelta dagli estensori del trattato sembra proprio quella di “scaricare” sull’ISP oneri e onori della conduzione tecnica di un’indagine. Con l’immaginabile ed inevitabile degrado delle pur minime garanzie per l’indagato, e con un coinvolgimento diretto del provider sia nelle indagini, sia nel dibattimento, dove sarà costretto a dimostrare che i dati raccolti “in nome e per conto” dell’Autorità Giudiziaria sono effettivamente attendibili, integri e non ripudiabili. In altri termini: quali garanzie saranno offerte sul fatto c he i dati forniti dal provider alle autorità siano veri, corretti ed esenti da errori?
Interrogato sul punto, il trattato nulla rispose.

4 – Conclusioni
ALCEI ribadisce la propria ferma condanna di ogni atto criminale, ed è assolutamente conscia della necessità di un coordinamento internazionale per la repressione di fenomeni illeciti che si estendono ben oltre i singoli confini dei singoli Stati. Nello stesso tempo, tuttavia, rileva che questa esigenza non può e non deve tradursi in un cavallo di Troia che nasconde nel ventre la richiesta di nuove leggi – senza avere verificato quale sia lo “stato dell’arte” nei singoli paesi – e per di più inutilmente repressive oltre che economicamente insostenibili per gli operatori del settore.
Quelli evidenziati sono soltanto alcuni dei punti critici del futuro accordo internazionale, e molti altri meriterebbero analoga, se non maggiore attenzione. Il pericolo di norme incivili e repressive è sempre presente e richiede un attenta partecipazione di tutti i soggetti interessati.Come sempre, ALCEI è a disposizione per condividere le proprie conoscenze con quanti desiderassero approfondire il tema.

Comunicato del 18 ottobre 2000

ALCEI insieme ad altre 27 associazioni internazionali ha presentato un documento alla Commissione Europea che sta discutendo sul’adozione diuna Convenzione internazionale sui reati informatici.

Il documento evidenzia i rischi contenuti nei principi che ispirano la futura regolamentazione dei rapporti internazionali in materia di criminalità informatica. Vengono indiscriminatamente ampliati i poteri di intercettazione e monitoraggio delle attività delle persone, oltre ad imporre inutili (e soprattutto non giuridicamente ccettabili) forme di responsabilità oggettiva. Dall’altro lato, il testo della Convenzione non si occupa minimamente di regolamentare le procedure di investigazone con particolare riferimento alla barbara prassi dei sequestri di computre.

ALCEI insieme alle altre associazioni firmatarie del documento ribadisce la sua piu’assoluta contrarieta’ all’imposizione di sistemi inefficaci, inutili e pericolosi come sostituti di un’efficace attivita’ culturale ed educativa

Comunicato ALCEI del 25 luglio 2000

Va di male in peggio la legislazione italiana sul "diritto d’autore”"
Schedature, “pentiti” e sequestri di computer contro chi copia software. La futura legge sul diritto d’autore tratta chi usa programmi non licenziati allo stesso modo dei trafficanti di droga.

A più di un anno di distanza dal comunicato Alcei “Modifiche ingiuste e incivili alla legge sul diritto d’autore” (15 marzo 1999) non solo la situazione non sta migliorando ma sono in discussione al parlamento nuove norme che peggiorano gravemente il quadro normativo.

In tutto il mondo c’è un intenso dibattito sull’accettabilità di norme antiquate che favoriscono solo grandi imprese (editoriali, “discografiche”, di spettacolo o di software), non giovano agli autori e vanno contro l’interesse generale. Le leggi italiane, ancora più retrive e repressive, sono in fase di assurdo e ingiustificato inasprimento.

Un errore fondamentale sta nel fatto che comportamenti sostanzialmente definibili, al massimo, come violazioni di rapporti privati siano trattati come illeciti perseguibili penalmente. All’interno di questa fondamentale stortura c’è un problema terminologico che puo’ sembrare un oscuro dettaglio formale ma crea una rilevante differenza.

Secondo la legge in vigore, è penalmente perseguibile chi fa uso di software non registrato “per fini di lucro”. Alcune sentenze avevano determinato una interpretazione “intelligente” di quella norma: cioè per “fine di lucro” si intende il commercio ma non il semplice utilizzo del software. Le nuove proposte di legge contengono il termine “per trarne profitto”, con l’obiettivo di forzare una definizione più estesa e perversa: cioè la perseguibilità penale del semplice utilizzo.

Occorre ricordare che le pene indicate dalla legge, per fatti che al massimo potrebbero giustificare un risarcimento in denaro, sono assurdamente pesanti. Da sei mesi a tre anni di carcere – quando un omicidio colposo plurimo puo’ essere punito con sei mesi di reclusione.

Nella nuova legge potrebbe essere previsto qualche alleggerimento delle pene, ma comunque rimangono esagerate rispetto alla realtà dei fatti – e al fondamentale principio che non c’è alcun ragionevole motivo per sottoporre queste materie alla disciplina penale.

Occorre anche ricordare che queste assurde norme sono il pretesto più diffuso per quelle barbare ondate di sequestri di computer che resero infame l’Italia nel mondo nel 1994 e che, nonostante la dimostrata inutilità e perversità di quella procedura d’indagine, continuano a fare migliaia di vittime (spesso del tutto innocenti) anche sei anni più tardi.

È preoccupante che tutte le forze politiche, così sollecite nel mettersi al servizio delle lobby di grandi interessi privati, siano perennemente disattente nell’evitare ai cittadini inutili e ingiustificate persecuzioni.

********************

Approfondimento:

Background

Già un anno fa ALCEI aveva segnalato le storture contenute nel disegno di legge sulla riforma del diritto d?autore, una legge che molto poco si occupa della tutela degli autori e troppo degli interessi economic i di ben identificate categorie di soggetti (major dell’audiovisivo e del software), il tutto a scapito dei più elementari principi di civiltà giuridica.

In particolare aveva evidenziato la sostituzione, nell’art.171 bis della legge, dello scopo di “lucro” con quello di “profitto”, come elemento essenziale del reato di duplicazione abusiva. Una decisione che annulla le interpretazioni più equilibrate della giurisprudenza, che ha ravvisato il reato solo nel comportamento di chi “fa commercio” di copie illecitamente duplicate.

Veniva – e viene – inoltre sanzionato penalmente il mero scambio di informazioni tecniche sul funzionamento dei sistemi di decodificazione dei segnali televisivi e di protezione del software e la realizzazione, a puro scopo scientifico, di strumenti in grado di compiere queste azioni, invece di punire chi ne trae un ingiusto vantaggio economico.

Veniva – e viene – istituito un vero e proprio regime di pentitismo, promettendo sconti di pena a chi, coinvolto in attività illecite, consente alle autorità il mero sequestro di materiale presumibilmente illecito, a prescindere dall’esito finale del processo

Veniva – e viene – di fatto “legalizzata” la incivile prassi del sequestro di computer come strumento utilizzato per commettere il reato, e ciò a fronte degli illuminati comportamenti di alcune Procure della Repubblica che si sono limitate ad acquisire copia del contenuto dei computer, inibendo l’uso dei soli software di dubbia provenienza, e dell’orientamento espresso dal Tribunale del riesame di Torino, che ha chiaramente affermato la sufficienza “a fini istruttori” dell’acquisizione del contenuto delle memorie di massa, in luogo dell’asportazione dell?intero elaboratore.

Le modifiche peggiorative

Ma questo evidentemente non bastava, perché nel rimpallo fra Camera e Senato sono state aggiunte norme che hanno aggravato ancora di più l?inciviltà di questa futura legge che adotta per la tutela del diritto d?autore, metodi e strumenti utilizzati per la repressione del traffico di droga o armi, e per il contrasto alla cri minalità organizzata (schedature, pentiti, responsabilità presunta).

Gli ulteriori inasprimenti:

– Istituiscono (art. 8) una registrazione presso la Questura (da rinnovarsi annualmente) per tutti coloro che producono, duplicano, riproducono, vendono, noleggiano o cedono a scopo di lucro supporti (nastri, dischi, videocassette, cd ecc.) o semplicemente detengono tale materiale ai fini dello svolgimento delle suddette attività. Il che si traduce in una gigantesca operazione di schedatura di tutti coloro che “hanno a che fare” con “opere dell’ingegno” di chi “lavora” con le opere dell’ingegno

– con l’indiscriminata perseguibilità d?ufficio dei fatti di duplicazione abusiva, trasformano gli uffici giudiziari penali – già oberati di procedimenti da smaltire – in “fabbriche di processi” anche per ipotesi minori e di scarsa rilevanza (non a caso, tutte le sentenze penali emanate dai Tribunali italiani riguardano privati cittadini o fatti di minima entità)

– ampliano (art. 10) i già enormi poteri della SIAE che avrà “voce in capitolo” anche nei confronti di autori e programmatori che non sono – e non vogliono – iscriversi. In questo articolo in particolare, ma anche nei seguenti (inclusa la parte dedicata alle disposizioni penali) si esalta in maniera inaccettabile il contrassegno apposto dalla SIAE (il famoso “bollino”) che non solo viene imposto a tutti (e quindi anche per i supporti contenenti materiale di pubblico dominio o autoprodotto da soggetti non iscritti nè rappresentati dalla SIAE) ma addirittura viene ad essere elevato (comma 8) a “segno distintivo di opera dell’ingegno”. Da notare che nel recente passato spesso il contrassegno è stato utilizzato da soggetti spregiudicati per dare patina di “legalità” a prodotti dei quali non si detenevano i diritti di sfruttamento.

– istituiscono nuove funzioni di vigilanza (art.11) all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ed alla SIAE funzioni di vigilanza sulle attività di riproduzione e duplicazione, ma anche di proiezione cinematografica, distribuzione, vendita, noleggio, emissione e utilizzazione in qualsiasi forma dei supporti contenenti le opere. Dall?elenco non sono escluse nemmeno le copisterie…

– creano (art.19) un Comitato per la tutela della proprietà intellettuale, (del quale fa parte – guarda caso- anche un membro indicato dalla SIAE) con non ben definite funzioni di verifica che finiscono per sconfinare nella delazione.

Le richieste di ALCEI
A fronte di tutto questo, ALCEI torna a chiedere delle modifiche normative che rendano la futura legge più flessibile e in grado di incidere effettivamente sui comportamenti veramente illeciti, evitando di limitare ingiustamente i diritti della persona.

Siamo convinti che una misura fondamentale sia l?abolizione della sanzionabilità penale di queste fattispecie, ma in via subordinata, sarebbe ragionevole almeno stabilire:

– la sanzionabilità penale solo per le ipotesi di duplicazione a scopo di lucro (cioè punire chi vende le copie)

– la perseguibilità del reato di duplicazione abusiva a querela (vale a dire consentire le indagini penali solo su istanza di parte e non automaticamente

– la possibilità di accedere all’oblazione (e quindi estinguere il reato con il pagamento di una somma)

– la depenalizzazione delle ipotesi minori di duplicazione a fine di lucro (punire con una sanzione amministrativa i fatti di minore rilevanza)

– la decriminalizzazione dello scambio di informazioni tecniche e di apparati non diretti alla commissione di atti illeciti. (non considerare illecito penale il semplice interesse culturale per il funzionamento di apparati tecnici e sistemi software)

– l’esplicito divieto di sequestrare computer

– la limitazione dei poteri della SIAE alle sole opere prodotte da operatori che ne fanno parte

– l’obbligo di applicazione del bollino SIAE soltanto per le opere prodotte da operatori che ne fanno parte

– l’eliminazione di qualsiasi forma di “schedatura preventiva”

Comunicato ALCEI del 15 marzo 1999

Modifiche ingiuste e incivili alla legge sul diritto d’autore
E’ in discussione in Parlamento una modifica della legge 633/41 (“Legge sul diritto d’autore”) che inasprisce gravemente il contenuto delle norme vigenti.

La stortura più evidente (ma non l’unica) e’ la sostituzione nell’art.171 bis (che sanziona penalmente la duplicazione di software) della dizione “fine di lucro” con quella “per trarne profitto”. Questo significa che è penalmente perseguibile non solo il commercio, ma anche il semplicie possesso di software non registrato.

Recenti sentenze hanno affermato che la duplicazione di software e’ penalmente rilevante solo se fatta a scopo di lucro, cioe’ per ottenere un guadagno economico derivante dalla duplicazione (in pratica: vendere copie).
In assenza di questo requisito, la duplicazione non autorizzata e’ una semplice violazione contrattuale o extra-contrattuale: quindi e’ materia dicompetenza civile e va risolta come contesa fra le “parti”.
La modifica proposta elimina questa distinzione e trasforma in illecito penale (perseguibile d’ufficio) qualsiasi tipo di duplicazione.

In questo modo non solo perdura, ma viene rafforzato un equivoco culturale e giuridico: considerare come reato quella che in realta’ e’ solo una violazione civilistica – che dovrebbe tutt’al piu’ dar luogo a un risarcimento in denaro. E’ assolutamente inaccettabile che un cittadino, per il semplice possesso di un programma non registrato, rischi da due a otto anni di carcere, quando l’omicidio colposo plurimo puo’ essre punito anche solo con sei mesi di reclusione. Questo e’ solo un esempio degli obbrobri giuridici contenuti nell testo attualmente in discussione nei rami del Parlamento, e auspichiamo – mettendoci a disposizione di chiunque voglia approfondire il tema – che non si vari una legge dai c ontenuti illiberali, incivili e vessatori.

Comunicato ALCEI del 15 febbraio 1999

Echelon: reazione tardive delle istituzioni pubbliche
Nei giorni scorsi i mezzi di informazione hanno dato ampio risalto alla denuncia proveniente da organi istituzionali relativa al progetto Echelon, un sistema di intercettazione delle comunicazioni su scala mondiale realizzato dagli Stati Uniti in collaborazione con la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda. Una delle proprietà rilevanti di questo sistema è la sua capacità di intercettare una comunicazione in base ai suoi contenuti, indipendentemente dall’indentità di chi la trasmette o la riceve.

Questo sistema esiste dal 1980 (i suoi “precursori” dal 1952) e varie notizie in merito erano “trapelate” in fonti pubblicamente disponibili, in particolare dal 1991 in poi.
Ma solo all’inizio del 1998 è arrivata all’attenzione della stampa a larga diffusione.

L’Unione Europea (stando alle informazioni pubblicamente disponibili) se ne è accorta soltanto un anno fa (cfr. il rapporto STOA – An Appraisal of Technologies of Political Control, European Parliament: Scientific and Technologies Options Assessment, Luxembourg, January 6, 1998) e ora le istituzioni italiane arrivano “buone ultime”.

Da quasi dieci anni l’Unione Europea (quindi anche l’Italia) è al lavoro per realizzare un Echelon continentale, denominato Enfopol.

Ma anche su questo tema le nostre autorità hanno conservato un ingiustificato silenzio, rotto solamente dalle dichiarazioni pubbliche dell’Ufficio del Garante per i dati personali (La Repubblica 2/2/99 pag.17) che – probabilmente non troppo avvertito della natura del problema – dichiara “i nostri dati sono sicuri,protetti da una legge… e da un tasso di automazione delle nostre amministrazioni che non è in grado di porci problemi”.
Un’affermazione – quella riportata dal quotidiano – doppiamente preoccupante, in primo luogo perché affida la tutela dei nostri dati personali ad una “confessione di arretratrezza tecnologica”, e in secondo, perché Echelon, Enfopol e in generale i sistemi di signal/communication intelligence, non si limitano di certo alle sole comunicazioni della Pubblica Amministrazione ma a quelle di tutti i cittadini che dunque rimangono senza protezione.

ALCEI è conscia della necessità di ricorrere a sistemi tecnolo gici sempre più potenti per contrastare fenomeni criminali che da molto tempo hanno trasceso i confini nazionali, ma esprime forti riserve sul modo in cui le istituzioni europee e italiane hanno gestito tali iniziative, privando la società civile della possibilità di esprimere la propria opinione in ordine alle scelte da compiere, esponendo tutti i cittadini a una sorveglianza potenzialmente clandestina e incontrollabile ed evitando la possibilità di eservitare un controllo democratico sulle decisioni prese.

Comunicato ALCEI del 3 febbraio 1999

"Liberalizzata" la crittografia in Francia per difendersi dallo spionaggio elettronico

Il 19 gennaio 1999 un comunicato del Primo Ministro della Repubblica francese ha annunciato un clamoroso mutamento nella politica della crittografia (fino ad ora soggetta in Francia a fortissimi controlli), provocato dalla necessità di difendersi da attacchi terroristici e dallo spionaggio elettronico, che si tradurrà a breve nell’adozione di nuove leggi in materia.

Questa scelta – come si legge in un articolo pubblicato sul quotidiano francese Le Monde il 21 gennaio 1999 – si è resa necessaria per via dell’aumento di pericolosità dei sistemi di spionaggio elettronico e di Echelon, il sistema di intercettazione telefonica su scala mondiale creato dagli Stati Uniti già vent’anni fa.

La possibilità di intercettare qualsiasi comunicazione unita ad una crittografia troppo debole (e quindi facilmente aggirabile) rende insicuro qualsiasi mezzo di trasmissione e espone gli Stati ad un costante (e privo di controllo) monitoraggio delle relative attività.

La Francia non ritiene – inoltre – che questa liberalizzazione possa ostacolare le attività di indagine delle Forze dell’ordine e della magistratura e annuncia le linee guida prossime venture:

– Liberalizzazione completa dell’uso della crittografia
– Impiego di chiavi da 128 bit (in precedenza erano consentite chiavi da soli 40 bit)
– Eliminazione del ricorso obbligatorio alle Entità di certificazione per il deposito delle chiavi
– Emanazione di norme (anche penali) sull’obbligo di decifrazione dei documenti a richiesta dell’Autorità Giudiziaria

Ci rendiamo conto che il bilanciamento fra le necessità di intelligence degli Stati e il rispetto dei diritti individuali è un problema complesso e che deve essere affrontato a livello internazionale, pertanto auspichiamo che il nostro Governo e i nostri rappresentanti presso l’Unione Europea e gli altri consessi si adoperino per esercitare il massimo controllo e che su tutto questo ci sia la massima trasparenza così che l’opinione pubblica sia puntualmente informata e i cittadini siano ben coscienti dei loro diritti e di ogni eventuale restrizione della loro libertà.

Comunicato ALCEI del 28 gennaio 1999

Il problema e’ grave e sta peggiorando. C’e’ una soluzione: sistemi aperti, trasparenti e compatibili in tutti i servizi pubblici. Occorre una decisione chiara delle autorita’  italiane ed europee.
L’uso delle tecnologie informatiche e telematiche non riguarda soltanto particolari settori ma diventa sempre piu’ un elemento portante di tutte le attivita’  economiche, culturali e sociali. Garantirne un uso libero ed efficiente e’ percio’ una necessita’  fondamentale della societa’  civile.

La meditata opinione di ALCEI E’ che ci sia un problema grave: l’asservimento dell’intero sistema di comunicazione, pubblica e privata, nel nostro Paese (come in tutto il mondo) a sistemi chiusi e non verificabili, governati da interessi privati che esercitano un controllo monopolistico – e che per di pia’¹ risiedono fuori dai nostri confini e non sono governati dalle nostre leggi.
Cio’ puo’ avere conseguenze molto negative per la nostra economia, per la nostra cultura e per la liberta’  di opinione e di dialogo, pubblico e privato, nel nostro Paese.
Il problema E’ complesso e riguarda tutte le tecnologie impiegate, siano software (programmi, protocolli, linguaggi) o hardware (computer e altre attrezzature). Ma un passo sostanziale verso la soluzione puo’ essere fatto con una soluzione semplice. Proponiamo una norma che stabilisca due inderogabili criteri:
1. Che i servizi di pubblica utilita’  usino programmi informatici e telematici totalmente trasparenti e aperti: cioE’ di cui sia noto e liberamente modificabile il “codice sorgente”.

2. Che in nessuna comunicazione con la Pubblica Amministrazione (o con qualsiasi altro servizio di pubblica utilita’ ) i cittadini siano mai costretti a usare programmi non universalmente compatibili; o, nel caso che si t ratti di programmi definiti ad hoc, questi siano sempre liberamente e gratuitamente disponibili a tutti.
Inoltre proponiamo che non ci si limiti a risolvere il problema nel nostro Paese, ma che il Governo italiano e i nostri rappresentanti presso le organizzazioni internazionali (in primo luogo l’Unione Europea) si impegnino energicamente perche’ analoghe disposizioni siano adottate in Europa e nel mondo.
Premessa

In generale, non siamo favorevoli a un eccesso di norme e discipline, perche’ la liberta’  di ognuno (cittadini e imprese) di agire e scegliere come preferisce, dal punto di vista culturale, economico o tecnico, E’ un valore che va difeso contro ogni tentativo di restrizione. Ma in questo caso si tratta di difendere, non di comprimere, la liberta’  di tutti.
Percio’ pensiamo che un intervento del Governo o del Parlamento sia giustificato e necessario; lasciando le singole persone o imprese private libere di scegliere le soluzioni che preferiscono, ma stabilendo che almeno nella Pubblica Amministrazione e in tutti i servizi pubblici (con particolare rilievo alle scuole di ogni ordine e grado) siano introdotte le garanzie necessarie per proteggere i cittadini dalle costrizioni, non solo ec onomiche, cui sono sottoposti a causa dell’uso di sistemi chiusi, non compatibili e governati dai capricci di chi li produce.
Il problema riguarda l’intera societa’  civile e tutta l’economia; perche’ queste tecnologie sono e saranno un elemento strutturale della nostra societa’ . a’ˆ un dovere garantirne il libero e agevole accesso cosa’¬ come E’ un dovere garantire la disponibilita’  a tutti dei “beni sociali”- come educazione, strade, trasporti, sicurezza, giustizia – e delle fondamentali liberta’  di espressione e di opinione. Lasciarne il controllo nelle mani di chiunque (che non sia il Governo o il Parlamento del nostro Paese), con strumenti di cui non ci E’ consentito verificare la natura e il funzionamento, equivale a consegnare la gestione degli acquedotti a qualcuno che non ci permette neppure di fare un controllo chimico dell’acqua potabile.

Software privato, software pubblico e compatibilita’

Per chi desideri approfondire, abbiamo predisposto un documento (con la citazione di fonti per ulteriori dettagli). Siamo comunque sempre disponibili alcei@alcei.it per ogni chiarimento o spiegazione.
Riassumiamo qui alcuni punti essenziali.
a) La compatibilita’ , la trasparenza e la modificabilita’  non escludono la proprieta’  dei programmi; ognuno puo’ e deve essere libero di sviluppare, usare e vendere tecnologia come vuole. L’importante E’ che i sistemi siano compatibili, cioE’ non siano di ostacolo alla comunicazione con chi usa sistemi diversi.
b) Il software “libero” (freeware) non E’ sempre “gratuito”. Puo’ essere liberamente disponibile come puo’ essere di proprieta’  privata. Cio’ che lo caratterizza E’ la trasparenza: cioE’ la pubblica disponibilita’  del “codice sorgente” (source code), che permette a ognuno di conoscere tutto il contenuto del programma e di modificarlo come vuole; e permette all’intera comunita’  tecnica di contribuire al miglioramento del software e di adattarlo, secondo il caso, a specifiche esigenze.
c) a’ˆ ammissibile che un’organizzazione privata scelga di usare programmi non compatibili (anche se questo E’ quasi sempre contro il suo interesse). Non E’ ammissibile, invec e, che cosa’¬ faccia un servizio pubblico.
d) L’internet E’ efficiente e accessibile a tutti perche’ E’ basata su sistemi liberi (freeware) trasparenti e totalmente compatibili che in buona parte sono sostanzialmente invariati da vent’anni.
e) Nell’informatica sembrava che fra i due mondi (freeware e software “proprietario”) ci fosse un conflitto. Ma si sta sempre pia’¹ diffondendo la nozione che le due realta’  possono e devono convivere e che l’uso di soluzioni open code E’ vantaggioso anche nel mondo delle imprese e delle grandi organizzazioni. Percio’ un intervento normativo potrebbe appoggiarsi su una tendenza significativa e su buone risorse tecniche e professionali.
f) Uno dei compiti delle autorita’  nel nostro Paese (come in tutto il mondo) dovrebbe essere quello di agevolare l’accesso alle reti telematiche (e ai servizi informatici) di tutti i cittadini, e in particolare di quelli che per motivi economici o di isolamento culturale ne sono esclusi. La disponibilita’  di software libero e compatibile (open code) e di servizi accessibili con quel tipo di programmi (e con linguaggi e protocolli facilmente disponibili a tutti) puo’ ridurre enormemente il costo e la complessita’  dei computer e delle applicazioni tecniche, quindi allargare l’accesso a molto pia’¹ ampie categorie di cittadini.
Siamo convinti che la base strutturale (sistema operativo) debba essere un “bene comune” (di proprieta’  di tutti e dominato da nessuno) cosa’¬ come lo sono i sistemi su cui si basano le reti telematiche; e che anche nella struttura fisica delle macchine ci si debba evolvere verso una maggiore compatibilita’  e standard condivisi. Raggiungere questi obiettivi richiede tempi relativamente lunghi; nel frattempo a nostro avviso, un passo fondamentale: cioE’ l’uso nei servizi pubblici di sistemi aperti, trasparenti e compatibili; e gratuiti per tutti i cittadini che accedono a quei servizi, compreso ovviamente l’intero sistema scolastico.
Perche’ e’dannosa la schiavitu’ elettronica

Oggi i sistemi elettronici entrano in ogni aspetto della nostra vita. a’ˆ impensabile che le leve di controllo siano nelle mani di qualsiasi organizzazione che ne modifica gli strumenti fondamentali, come e quando vuole, in modo del tutto arbitrario, senza il nostro consenso e senza neppure permetterci di rendercene conto; introduce a suo piacimento funzioni “occulte” che non ci E’ consentito verificare e che possono interferire con la nostra attivita’  mentre non ce ne accorgiamo; impone quando vuole costose quanto inutili “innovazioni”, che rendono incompatibili e “obsoleti” i sistemi esistenti, senza alcun motivo se non il suo privato interesse; promuove una falsa “educazione” che assoggetta persone e imprese all’uso di sistemi non compatibili e inutilmente complessi e costosi.
I pericoli sono gravi – e possono andare al di la’  della piu’ perversa immaginazione. Non E’ un’ipotesi, ma una realta’  in atto, che dal dominio della tecnologia si passi al controllo delle reti di comunicazione; e da quello al controllo dei contenuti. La “convergenza” fra fornitori di sistemi di connessione e fornitori di contenuti E’ una strategia dichiarata e in corso di attuazione.
E’ pensabile che sia concesso a qualsiasi impresa od organizzazione, che potrebbe in qualsiasi momento passare sotto il controllo di chiunque, o allearsi con qualsiasi gruppo ideologico o politico, il controllo dei nostri canali di comunicazione e delle nostre scuole? Eppure e’ questa la situazione in cui stiamo rischiando di scivolare.
E’  inaccettabile che questa “riduzione in schiavitu’” della nostra cultura e della nostra economia non solo non sia ostacolata dalle nostre autorita’ , ma sia incoraggiata e favorita l’adozione, anche nei servizi pubblici, di strumenti non trasparenti e non compatibili. Eppure E’ questa la situazione in cui ci troviamo.
Ci sono azioni legali in corso, negli Stati Uniti come in Italia, per cercare di arginare o controllare il monopolio di una singola impresa. Dobbiamo augurarci che ottengano risultati significativi.& nbsp; Ma anche il pia’¹ grande successo nella rottura del monopolio non basterebbe; perche’ se le leve di controllo passassero da un’impresa a un’altra, o a due o tre oligopolisti, la sostanza del problema non sarebbe risolta.
La soluzione, percio’, E’ una. Basare i sistemi di informatica e telematica su programmi, procedure e protocolli totalmente aperti, compatibili e trasparenti, di cui nessuno, se non le leggi e la societa’  civile, possa avere il controllo.
Le soluzioni tecniche sono disponibili; o possono essere sviluppate senza particolari difficolta’ . Cio’ che occorre e’ una scelta politica, chiara, precisa e senza possibilita’  di equivoci. Da parte dell’Italia, dell’Unione Europea e dei governanti e legislatori di tutto il mondo.
Il problema e’ urgente. I danni sono gia’  gravi oggi e la situazione puo’ peggiorare velocemente nel prossimo futuro.

Comunicato ALCEI del 4 gennaio 1999

Incentivi per la diffusione dell’internet: l’idea è buona; le soluzioni sono discutibili

Di recente si sono invocati da più parti provvedimenti che favoriscano una più larga diffusione dell’internet in Italia. L’intenzione è lodevole, ma il modo in cui gli incentivi saranno definiti e attuati richiede un serio approfondimento.

Si sono rivelate inefficaci le iniziative (secondo noi demagogiche e illusorie) per l’abolizione della TUT. E’ più realistica l’ipotesi che si possano avere riduzioni delle tariffe (purché non coincidano, come è avvenuto anche recentemente, con un aumento del canone) e agevolazioni specifiche per l’uso della rete.

Una previsione del collegato alla legge finanziaria sembra farsi carico di questa esigenza e impegna le autorità competenti alla determinazione delle “…tariffe in ambito urbano e interurbano delle telecomunicazioni in modo da agevolare la diffusione dell’internet”. E’ previsto che l’Autorità per le telecomunicazioni individui “…gli schemi tariffari che favoriscano, per l’utenza residenziale, un uso prolungato della rete”. A fronte di questa disposizione legislativa, l’undici dicembre l’On. Semenzato (Verdi) ha auspicato in un suo intervento “…che il legislatore trovi forme dirette di incentivazione del settore favorendo lo sviluppo di personal computer e di collegamento internet presso le famiglie.”

Il concetto è giusto. Ma la meditata opinione di ALCEI è che nei provvedimenti che si stanno elaborando ci sia un errore di impostazione.

Che cosa significa “uso prolungato”? Secondo noi è essenziale diffondere la conoscenza di usi intelligenti e corretti della rete, evitando di generare inutile carico di banda, incoraggiando gli utenti a lavorare off-line quanto più possibile e a scegliere soluzioni tecniche che non producano ingombri esagerati. Vanno evitati, perciò, incentivi che favoriscano la cattiva abitudine di restare collegati per ore quando ciò non è necessario e penalizzino chi, lavorando in prevalenza offline, fa collegamenti brevi e frequenti.

Del resto una riduzione tariffaria che favorisse i collegamenti “lunghi” si tradurrebbe in un danno, perché incoraggerebbe un sovraccarico di traffico che costringerebbe i provider a pot enziare la disponibilità di banda e quindi alzare i prezzi degli abbonamenti; oppure a lasciar deperire la qualità del servizio. In ambedue i casi, il danno peggiore sarebbe per il mondo degli utenti.

Ci sembra importante anche articolare i provvedimenti in modo da non vincolare gli utenti nella scelta dei provider, non favorire la posizione dominante della Telecom né, in generale, le grandi organizzazioni a scapito di quelle più piccole e delle strutture di servizio “senza fini di lucro”. Non è difficile trovare soluzioni tecniche che permettano di raggiungere questi obiettivi, come ALCEI aveva già proposto in altre occasioni. Qualcuno ha anche parlato di “rottamazione” dei vecchi computer a favore di nuovi apparecchi con prestazioni più elevate.

Secondo noi, siamo di fronte a un macroscopico equivoco.

Per utilizzare al meglio l’internet non c’è bisogno di attrezzature ultrapotenti; sono più che sufficienti i “vecchi” computer già in possesso di famiglie e imprese. Si dovrebbe invece favorire la diffusione dei computer presso chi ancora non li ha, incoraggiando la vendita di macchine più semplici a prezzo più basso – e anche il recupero di computer ancora efficienti e adeguati che vengono scartati da chi segue la moda delle “innovazioni” spesso non necessarie. In sintesi: pensiamo che i provvedimanti auspicati debbano orientare a un uso intelligente della rete, evitare inutile spreco di banda come inutili spese in attrezzature troppo costose; e così favorire tutti gli utenti ma specialmente le categorie oggi emarginate per problemi di costo o di impreparazione culturale: quelli che l’Unione Europea nella Dichiarazione di Bonn definisce i “non abbienti di informazione”.

ALCEI – lieta dell’attenzione che il governo e il parlamento intendono dedicare ai problemi dell’utenza internet – auspica che le autorità competenti vogliano approfondire questi temi con la necessaria attenzione e si mette a disposizione per offrire tutto il supporto possibile per l’attuazione di provvedimenti ben orientati ed efficaci.

Comunicato ALCEI del 15 novembre 1998

Il ritorno di ALCEI

ALCEI (Electronic Frontiers Italy) è la libera associazione di cittadini che ha per scopo la difesa della libertà di opinione, lo sviluppo culturale della comunicazione interattiva, l’affermazione dei diritti del "cittadino elettronico".

ALCEI sostiene il diritto per ciascun cittadino di esprimere il proprio pensiero in completa libertà, come di avere il controllo della sua privacy personale; e si oppone con forza a ogni tentativo di limitare questi diritti.

Nata nel 1994, ALCEI ha messo in atto una serie di iniziative volte a comunicare e ad informare, nonché a segnalare e denunciare ogni abuso.
Benchè negli ultimi due anni sia stata molto meno visibile e meno presente sui grandi mezzi di informazione tradizionali, non ha mai smesso di porsi nella realtà italiana come punto di riferimento per le tematiche riferite alla libertà, alla privacy, alla crittografia e per la difesa contro abusi e restrizioni di ogni specie contro gli utilizzatori dell’internet; né di mantenere dialogo e collaborazione continua con altre organizzazioni nel mondo che hanno le stesse finalità.

Ora sta ritrovando la forza per riportare il suo nome e la sua presenza nella posizione di visibilità che meritano tutte le iniziative basate sul volontariato di persone serie e motivate che portano avanti battaglie per i diritti civili e per la libertà di espressione, anche nella comunicazione elettronica.

Si sta riorganizzando, con l’importante apporto di nuove iscrizioni e di nuove persone attivamente impegnate. Si è tenuta in gennaio l’assemblea degli iscritti, che ha riaffermato l’impegno di ALCEI e ha definire le linee di attività per il prossimo anno.

Il sito è in corso di ristrutturazione, per rispondere ancora meglio alle esigenze dei pubblici di riferimento; è comunque disponibile la documentazione sui principi ispiratori, sugli obiettivi che si propone, sulle attività svolte in passato, nonché sulle modalità di iscrizione; cui man mano si aggiungono notizie sulle nuove iniziative.

Comunicato ALCEI del 13 ottobre1998

SEQUESTRI DI COMPUTER: preoccupante orientamento del Tribunale penale di Brescia
Le segnalazioni dei giorni precedenti relative ad alcuni crackdown in corso hanno trovato conferma.

In particolare a Brescia sono aperti dei procedimenti penali per duplicazione abusiva di software, nei quali non solo sono stati – ancora una volta e inaccettabilmente – sequestrati interi computer, ma anche dei CD originali.

Il Tribunale del riesame di Brescia, chiamato a pronunciarsi sulla regolarità dei sequestri effettuati dagli inquirenti, ne ha confermato al piena regolarità, addirittura affermando la correttezza del sequestro di supporti originali, perché – a suo dire – funzionali alla commissione del reato.

Se tutto ciò dovesse trovare conferma, saremmo di fornte ad un fatto gravissimo, almeno quanto il sequestro del server dell’Associazione “Isole nella Rete”, perché si rischierebbe di legittimare orientamenti sbagliati e pericolosi per le libertà fondamentali (tema affrontato nel numero precedente).

Drammaticamente, però, questo ennesima violazione di regole poste a garanzia anche dei diritti della difesa è acaduta nell’indifferenza più totale.

Al momento non è possibile entrare in maggiori dettagli e fornire valutazioni più concrete perché non ci sono informazioni dettagliate, pertanto invitiamo chiunque fosse informato a farcene avere.

Comunicato ALCEI del 3 settembre 1998

Un’ennesima, clamorosa campagna  di terrorismo e disinformazione sull’Internet

La notizia dell’indagine a carico di alcune persone accusate di possedere materiale "pornografico" ha offerto il pretesto per un’ennesima, e questa volta massiccia, campagna contro la libera comunicazione in rete; che ha invaso oggi le prime pagine dei quotidiani, per non parlare dell’evidenza con cui (ancora una volta) questo tema è ripreso dalle emittenti televisive pubbliche e private.

Come sa chiunque abbia approfondito l’argomento, la "pedofilia" (e più in generale la violenza, sessuale o non, contro bambini e adolescenti) è un male antico e complesso, profondamente penetrato nel tessuto della società, che non si guarisce né si intacca con campagne come questa, né con provvedimenti ipocriti e repressivi come la recente legge per la "tutela dei minori".

Non da oggi (ma oggi con particolare intensità e clamore) i grandi mezzi di informazione si accaniscono nel ripetere un’affermazione senzazionale quanto falsa: che esista un qualsiasi rapporto strutturale fra la circolazione di materiale più o meno proibito e illegale e le reti telematiche.

La diffusione clandestina di videocassette con contenuti talvolta orribili esiste da molti decenni (e per le fotografie da più di un secolo) e non è certo l’internet lo strumento più adatto per questo scopo, perché è troppo trasparente e permette un pò troppo facilmente di rintracciare i colpevoli (come di perseguitare innocenti, cosa che è già accaduta fin troppo spesso).

Queste campagne (come leggi e disposizioni repressive basate sugli stessi pregiudizi) non hanno efficacia alcuna nel reprimere il maltrattamento dei minori, mentre producono un danno enorme alla nostra cultura e alla nostra economia.

L’Italia è molto arretrata, nell’uso delle moderne tecnologie di comunicazione, rispetto a paesi di comparabile sviluppo economico e sociale.  La continua diffusione di notizie deformate e terrorizzanti non ha altro effetto che rallentare lo sviluppo della rete nel nostro paese, con danno per tutta la società civile e in particolare per le nuove generazioni.

Queste vergognose manipolazioni hanno un altro pernicioso effetto: favorire forme di censura e controllo della rete che, qualunque sia il pretesto, inevitabilmente si traducono in una repressione della libertà di parola. In breve, censura.  Sono il prodotto di due cose perniciose: ignoranza e ipocrisia.  Se non di una deliberata intenzione repressiva da parte di chi teme un troppo libero scambio di informazioni e di idee.

ALCEI – Electronic Frontiers Italy, l’associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva, chiede a tutti i cittadini della rete di diffondere il più possibile la protesta e di intervenire con la mssima energia possibile su tutti i mezzi di informazione, perché si cominci a capire che non siamo disposti a subire passivamente queste minacce alla nostra libertà.

Comunicato ALCEI del 28 giugno 1998

Sequestrato un server per un presunto messaggio diffamatorio
Apprendiamo con preoccupazione, sorpresa e indignazione la notizia del sequestro, avvenuto a Bologna il 27 giugno 1998, del server internet di Isole nella Rete (un’associazione no-profit che fornisce spazio e comunicazione a centri sociali, organizzazioni e radio di movimento, associazioni di volontariato sociale) su ordine del Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Vicenza, dott. Paolo Pecori, a causa della presenza su quel sito di un messaggio che qualcuno considera diffamatorio.

Se la notizia dovesse trovare conferma in questi termini si tratterebbe di un atto gravissimo che non può passare sotto silenzio. A prescindere infatti dal merito della vicenda, ALCEI non può che ribadire – come fa fin dai tempi dell’Italian Crackdown del 1994 – che il sequestro di un computer (peggio ancora quando si tratta di un server) potrebbe essere ammissibile se si trattasse di una macchina rubata, ma è un inaccettabile quanto inutile abuso quando si è alla ricerca di semplici informazioni (messaggi, file o quant’altro).

Oltre ad essere tecnicamente inutile è un atto gravemente lesivo dei diritti fondamentali della persona (perché in violazione degli artt. 15 e 21 della Costituzione e della Convenzione Universale dei . diritti dell’uomo). Un computer o un server sono di per sé neutri e privi di qualsiasi specificità criminale, per cui nulla può legittimarne il sequestro, specie perché così facendo si ledono i diritti di tutti gli altri utenti (persone e organizzazioni) estranei alle indagini o comunque non coinvolti nella vicenda.

Atti come questo sequestro (dove sarebbe bastato fare una copia del messaggio incriminato, o al massimo – con la riserva che ogni atto di censura è di per sè un arbitrio – chiederne la rimozione “cautelativa” dal sito) sono chiari tentativi di introdurre surrettiziamente il concetto di responsabilità oggettiva del provider, altra posizione che ALCEI da sempre combatte decisamente.

ALCEI esprime disappunto e profonda preoccupazione per l’ennesimo caso di mancanza di sensibilità e preparazione dei soggetti istituzionali che hanno consentito questo abuso e auspica che fatti del genere non abbiano più a ripetersi in futuro.

Comunicato ALCEI del 27 maggio 1997

Internet: strumento potente per educatori consapevoli

ALCEI ha per fine la tutela e la difesa di chi vuole utilizzare la rete per comunicare in piena libertà le sue opinioni senza mai essere sottoposto ad alcun genere di censura. Ma comprende che nella convivenza civile la libertà dei singoli può e deve trovare un limite là dove si rischia di recare offesa ai diritti di altri, ed in particolare di chi è più indifeso. Per questo condivide la necessità che si evitino in tutti i modi fatti e comportamenti che possano costituire violenza contro i minori o grave turbamento per loro e per le loro famiglie.

Siamo consapevoli di quanto sia difficile trovare un giusto equilibrio fra le irrinunciabili libertà di tutti e la necessaria tutela dei più deboli; e di quanto sia improbabile che il problema sia risolto inasprendo le norme legislative o anche semplicemente facendo rispettare le leggi in un ambito così articolato e complesso. Mentre esiste il reale rischio che qualsiasi tentativo di censura, del tutto inefficace nella repressione dei crimini, apra la strada a pericolose quanto inaccettabili restrizioni della libertà di opinione.

La nostra convinzione è che la strada più valida, certa ed efficace per proteggere i minori nell’area dei mezzi di informazione e di comunicazione sia una puntuale e organica informazione dei “fruitori”, cioè dei “minori”, delle loro famiglie e degli educatori. Per capirci, la legge che vieta la vendita di alcuni tipi di stampa (o materiale audiovisivo) ai minori, quando questi materiali sono pubblicamente visibili in qualsiasi edicola, ha assai scarsa efficacia e non può in alcun modo sostituire il ruolo indispensabile dei genitori e della loro sensibilità nel ritardare, per quanto possibile, il contatto fra i minori e ciò che può essere nocivo alla loro formazione e soprattutto rendere questo contatto meno traumatico.

Per affrontare il problema non solo sul piano dei princìpi, ma anche in termini concretamente costruttivi, ALCEI ha in preparazione un documento, che verrà diffuso appena completato, il cui scopo è di elevare il livello di consapevolezza dell’educatore (genitore, docente o educatore che sia) circa le reali condizioni della rete e le avvertenze da mettere in campo quando si porta con sé un minore in questo contesto. Il progetto sta avendo il suo svolgimento con la collaborazione di professionalità specifiche che coniugano l’esperienza di docenti e genitori a quella di utenti della rete e che osservano quindi i fenomeni con la necessaria completezza di visuale.

Riteniamo che questo elenco di attenzioni e idee potrà aiutare un percorso culturale che deve essere necessariamente seguito da chi vuole fare seriamente il mestiere di educatore in un contesto che vede la rete come una delle sue realtà componenti… come lo sono la televisione e gli altri mezzi oggi assai più diffusi della comunicazione telematica – che tuttavia nel tempo si estenderà a fasce di pubblico sempre più ampie.

Anticipiamo qui uno dei contenuti, forse il più importante:

non lasciate il minore di cui vi state occupando da solo davanti a un computer, come non dovreste lasciarlo davanti alla televisione.

La rete riflette la realtà in cui viviamo con tutte le sue sfaccettature e dobbiamo allevare cittadini in grado di affrontarla con equilibrio. Non solo i contenuti di cui in questo periodo ci si sta intensamente occupando, per l’istintivo e giustificato disgusto che suscita ogni forma d i violenza verso i minori, ma anche altri aspetti dell’umano comunicare, compresi alcuni giochi di discutibile gusto, possono essere inadatti all’equilibrata formazione di un bambino o di un adolescente.

Reprimere, vietare o classificare come “proibito” rischia di ottenere l’effetto contrario, cioè indirizzare l’attenzione dei ragazzi proprio verso ciò che per loro è meno adatto. L’unica vera, sana ed efficace soluzione è mettere nelle mani delle famiglie e degli educatori gli strumenti e le conoscenze più adatte per orientare le giovani persone in formazione sotto la loro guida in tutti i loro comportamenti, compreso l’uso della rete.

Fra i documenti che ALCEI sta elaborando c’è anche un’analisi dell’aspetto legislativo, dove riteniamo che la responsabilità dei contenuti debba essere attribuita a chi ne è l’autore.

Su questo punto, apparentemente semplice, esiste molta confusione. Esiste un principio costituzionale secondo il quale la responsabilità penale è personale (art.27 della Costituzione) ma sembra che, quando si parla di rete, si tenda a dimenticarne l’esistenza.

I contenuti critici, come anche l’insieme degli atti che v engono compiuti tramite la rete, hanno sempre un autore che ne è l’unico responsabile. La soluzione quindi non è censurare Internet, quanto piuttosto far sì che ognuno sia identificabile e raggiungibile. Un criterio semplice ma estremamente efficace (e compatibile anche con il diritto all’anonimato) sta nel permettere ad ogni utente di utilizzare, se lo desidera, un alias, la cui vera identità è nota al solo fornitore di accesso (provider) che si impegna a non divulgarla.

Se non è in alcun modo ragionevole far ricadere sui fornitori di accesso la responsabilità dei contenuti, è ragionevole invece pensare che debbano farsi carico di organizzare i servizi offerti in modo da essere in grado di fornire le indicazioni necessarie in sede di controversia civile o di indagine penale – sempre salvaguardando i diritti di chi si trova in situazioni particolari od estreme di possibile persecuzione, per esempio se risiede, o ha familiari od amici, in paesi in cui si corrono rischi gravi per la libera espressione delle proprie opinioni politiche, filosofiche o religiose. Ciò può essere fatto in tempi brevi con un’efficace autodisciplina che regoli i comportamenti degli operatori professionali.

Infine… ALCEI è pronta ad impegnarsi per realizzare (o per c ollaborare con chi altro si impegni a realizzarla) una hotline, o “linea calda”, cioè un pubblico accesso ove tutti i cittadini possano segnalare i casi di abuso, specialmente quando si tratti di insidie ai minori: sia per verificare se paventate situazioni di questo genere esistano davvero, sia per intervenire presso chi genera quei contenuti perché desista dal farlo e, quando questo non si ottenesse (o si trattasse di deliberate insidie indirizzate a potenziale danno personale) denunciare i responsabili alla magistratura.

Siamo convinti che iniziative come queste, concrete ed efficaci, possano dare un contributo molto più valido alla tutela dei minori di quanto si potrebbe ottenere con generici inasprimenti legislativi o con (cosa ancora peggiore) interventi restrittivi della libertà di comunicazione, che potrebbero danneggiare gravemente i diritti dei cittadini (compresa l’inalienabile libertà di esprimere e scambiare informazioni e opinioni di ogni sorta, anche se sgradite all’autorità o al costume dominante) senza avere alcuna efficacia reale nella repressione dei crimini o dei comportamenti dannosi.

Comunicato ALCEI del 8 aprile 1997

Una legge strana, più che speciale
ALCEI, nel comunicato stampa diffuso oggi, prende posizione contro un passo specifico della proposta di legge per la repressione dei reati legati alla pornografia minorile, in discussione in questi giorni. Passo, a nostro avviso, allarmante e indicativo del clima di pregiudizio che accompagna la diffusione delle nuove forme di comunicazione elettronica.

Il testo del comunicato

Apprendiamo dai mezzi di informazione che la proposta di legge contro la pedofilia attualmente in discussione introdurrebbe un’ipotesi di reato per chi diffonde materiale pornografico “anche con mezzi telematici”.

Non è dato di capire il significato di questa norma che specifica senza motivo una modalità di lesione (la diffusione telematica) quasi che questa fosse diversa o particolare rispetto alle altre.

Diverso (ma non meno grave e discutibile) sarebbe stato dire, confondendo il mezzo con il fine, che “chiunque diffonde materiale pornografico è punito…. Se ciò avviene con mezzi telematici la pena è aggravata”.

La precisazione contenuta nell’articolo non è dunque solo pleonastica, ma è allarmante. In un momento in cui i governi d’Europa e di molti altri paesi si rendono conto dell’importanza della comunicazione telematica come strumento di servizio civile, e anche in Italia la Pubblica Amministrazione comincia a impegnarsi per cercare di impostarne l’uso al servizio dei cittadini, è preoccupante che questo ed altri provvedimenti legislativi possano agire in senso contrario.

Un principio giusto, come la repressione di forme così aberranti di criminalità, viene applicato in modo tecnicamente e giuridicamente molto discutibile.

Il problema è che, ancora una volta, vediamo emergere un pregiudizio culturale nei confronti della telematica e un’assenza di informazione corretta su questo argomento, che sembrano trarre origine da ignoranza, disinformazione e ingiustificate paure.

ALCEI è pronta a dare la massima collaborazione alla Commissione Giustizia e a tutte le autorità e organizzazioni che intendono combattere la piaga della pedofilia, perché i comportamenti criminali possano essere perseguiti con reale efficacia e senza forme improprie di repressione e censura che sarebbero inefficaci contro i colpevoli mentre potrebbero ledere la libertà di opinione dei cittadini.

Comunicato ALCEI del 2 aprile 1997

Zucconi & zucconi

Il 28 marzo su RAI UNO nel corso del rotocalco TV7 è stato trasmesso l’ennesimo servizio su INTERNET. Ancora una volta si è trattato di un’accozzaglia di imprecisioni e luoghi comuni di inesitente contenuto informativo.

Questo “servizio” si accoda agli altri gravi esempi di disinformazione che i media – e la stampa in particolare – hanno recentemente fornito in relazione ai suicidi collettivi verificatisi in America.
Nonostante qualche voce fuori dal coro (V.Zucconi di Repubblica) anche in questo caso si è voluto a tutti i costi infilare la telematica in un caso nel quale non aveva nessuna ragione per essere coinvolta (i suicidi usavano internet solo per autofinanziarsi).
Se un’informazione superficiale e tendenziosa poteva essere comprensibile (ma non accettabile) tre anni fa quando della rete si sapeva poco o niente, non è tollerabile che oggi, dopo anni di discussione, sviluppo e riflessione, si continui su questo tono.
ALCEI invita i responsabili dei mezzi di informazione a non consentire che questo opera di de-culturazione continui senza alcun freno.

Comunicato ALCEI del 27 marzo 1997

Lettera di Alcei al Ministero delle PP.TT.

Questo è il testo che ALCEI ha inviato il 20 marzo ai funzionari del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni in seguito all’incontro del 18 marzo con il Ministro MACCANICO ed i Sottosegretari LAURIA e VITA.

L’incontro ha permesso la discussione delle misure di agevolazioni tariffarie promesse dal Governo nel settore telematico e la loro modalità di attuazione. Un segnale positivo, che denota attenzione e capacità di ascolto verso tutte le realtà.

Ci auspichiamo che questo non resti un intervento episodico e che quanto emerso in quella sede fornisca utili indicazioni al legislatore.

Come promesso,
sottoponiamo alla vostra attenzione alcune osservazioni che ci auguriamo possano contribuite a una corretta ed efficiente applicazione di provvedimenti che favoriscano lo sviluppo della telematica in Italia.

In linea generale, la posizione di ALCEI è vicina a quella delle altre associazioni consultate. L’obiettivo dovrebbe essere una sostanziale riduzione delle tariffe telefoniche nel modo il più possibile semplice e omogeneo: sia per quanto riguarda il prezzo pagato dagli utenti per l’utilizzo delle linee, sia per i costi sostenuti dai provider per le connessioni: che, se ridotti, si ripercuoterebbero in un minor costo per gli utenti.

Se una riduzione generale e indiscriminata (che sarebbe la soluzione più semplice) non è ancora possibile, siamo favorevoli ad agevolazioni specifiche per gli utenti di reti telematiche (il che, come vedremo, non significa solo internet) ma con alcune precisazioni:

1. Ci sembra desiderabile che le agevolazioni non siano limitate alle fasce orarie serali, perché questo ostacolerebbe non solo chi usa la rete per lavoro, ma anche molti servizi pubblici, cominciando dalla scuola, e molte fra le persone che se ne servono per motivi di studio per attività culturali o di servizio.
2. Non crediamo che debbano essere proposte, né prese in considerazione, agevolazioni particolari nei confronti di specifiche categorie (e quindi escludiamo da tali possibili vantaggi anche il volontariato, cioè noi stessi) perché ne nascerebbe inevitabilmente una selva di tariffazioni praticamente ingestibile, nonché un’ennesima “giungla corporativa” con ogni sorta di favoritismi e di “arrembaggi” alle categorie favorite – ed anche un complesso e difficilmente governabile contenzioso sulla legittimità dell’accesso alle condizioni privilegiate.
3. Riteniamo che a quanto detto nel punto (2) si debba fare una sola eccezione, che riguarda le persone portatrici di handicap e specificamente i sordomuti (o più estesamente le persone con gravi menomazioni dell’udito). é curioso che queste persone abbiano un beneficio dallo Stato (disponibilità di modem) ma non abbiano alcun beneficio dalla Telecom.
4. Riteniamo assolutamente inaccettabile qualsiasi metodo di assegnazione delle condizioni di favore che porti alla diretta identificazione dell’utente. Non solo questo metodo crea una gravosa e inutile pesantezza burocratica, ma si traduce in una “schedatura” dell’utente: il che apre la strada a ogni sorta di abusi e fornisce alla Telecom un ingiusto privilegio concorrenziale (quando si è già notato quanto spregiudica tamente la concessionaria pubblica si serva di tali vantaggi). Inoltre (cosa ancora più grave) costituisce una violazione dei principi della “privacy”; che saranno mal protetti dall’infelice legge 675/96 che entrerà in vigore l’8 maggio, ma sono riconosciuti dallo Stato italiano, come dall’Unione Europea, come uno dei fondamentali diritti dei cittadini.
5. In base a quanto esposto nel punto (4) riteniamo che, se agevolazione ci deve essere, debba basarsi sul numero chiamato e non sul chiamante. Cioè strada più corretta ed efficiente sarebbe una riduzione tariffaria per le comunicazioni che si collegano ai numeri di “servizio dati” dei provider (il che fra l’altro garantisce che l’uso delle tariffe agevolate sia limitato esclusivamente all’utilizzo telematico).
6. Non siamo d’accordo sull’applicazione di tariffe agevolate solo su collegamenti di lunga durata, perché alcuni utilizzi come la posta ele ttronica) si possono realizzare efficacemente con collegamenti brevi; e perché ironicamente questo metodo può favorire un non necessario “carico di banda” che, se gradito alla concessionaria pubblica (per motivi egoistici e contrari all’interesse generale) è del tutto negativo per la qualità complessiva delle comunicazioni e per tutti gli operatori, siano intermediari (provider) o utilizzatori finali.
7. Segnaliamo che “non tutto è internet” e che quindi se si prevedono agevolazioni queste dovrebbero riguardare anche chi opera su base locale o con collegamenti in diversa tecnologia, come i BBS (Bulletin Board System), i Community Network e le Reti Civiche.

In generale (e anche se questo esula dall’argomento specifico) pensiamo che debba essere favorita con tutti i mezzi possibili una migliore “alfabetizzazione” cioè una concreta e autentica cultura della rete, basata sui valori umani più che sulle tecnologie.

Dal punto di vista tecnico/giuridico, riteniamo che si debba armonizzare il decreto con i contenuti del d.lgs.103/95. Sembra di rinvenire nel decreto una certa incoerenza definitoria in rapporto alle classificazioni contenute nel d.lgs 103/95 con particolare riferimento ai diversi tipi di servizi di telecomunicazione.

L’attuale provvedimento potrebbe sgombrare il campo dalla confusione ad esempio definendo una volta per tutte che in relazione ad internet l’oggetto del servizio sia considerato l’accesso alla rete. Nelle (poche in proporzione) richieste di autorizzazione inoltrate al Ministero infatti alcuni fornitori hanno dichiarato di effettuare trasmissione dati (e quindi non oggetti ad eventuali agevolazioni per internet) mentre altri hanno dichiarato di offrire accesso alla rete internet.

Potrebbe essere meno semplice l’identificazione dei fornitori di servizi diversi dagli internet provider (cioè BBS); in questo caso pensiamo che si possa definire un metodo di “autocertificazione” volontaria in cui chi gestisce il servizio si assume la responsabilità di garantire che le linee agevolate siano utilizzate per connessioni telematiche e non per altri usi.

Comunicato ALCEI del 30 gennaio 1997

“Questo matrimonio non s’ha da fare”(anzi, va smembrata la sposa)
Quale sinistro Don Rodrigo, che si nasconde sotto il nome di ALCEI, fa una così crudele proposta?

I cittadini italiani.

ALCEI (l’associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva) interpreta così la volontà di qualsiasi cittadino che tenga alla libertà della comunicazione in Italia: e perciò non voglia veder convolare ad infauste nozze la sposa più dotata e perversa che possa attirare i peggiori pretendenti.

La Stet

Ed in particolare la sua controllata, che si chiamava SIP ed ora si chiama Telecom Italia.

Non ha importanza se l’abbietto connubio si consumi con la RAI, la Finivest, Murdoch, l’IBM – od altri pretendenti di cui non si è data pubblica notizia.

Non ci rassicurano le formali e ripetute smentite. Siamo convinti che intrighi ed ipotesi di intese continuino a consumarsi nell’ombra; e che interessi politici ed economici di ogni parte e di ogni sorta siano attratti dall’idea di mettere le mani sulla Stet.

Un monopolio così potente non può non suscitare i peggiori appetiti.

L’unica soluzione è infrangerlo. Spezzarlo in componenti ragionevoli: così che anche se sarà comprata o comprerà (sembra, curiosamente, che le due cose siano pressoché identiche) non sarà in grado di nuocere troppo.

Il rischio peggiore è che questa vicenda diventi, come purtroppo è diventata, una tesi di parte politica. Perciò un certo matrimonio dispiacerà ad una certa parte, ma un altro forse piacerà…

Invece questo matrimonio non s’ha da fare, né con l’uno, né con l’altro dei molti possibili pretendenti; nessuno dei quali è un ingenuo Renzo Tramaglino.

Se vogliamo che l’Italia rimanga (o diventi) un paese civile, ed una democrazia credibile, occorre abolire ogni monopolio nell’area della comunicazione.

Dove cominciare, se non dalla Stet?

Un mostro, geneticamente monopolista, che nessuna modernizzazione può trasformare in un animale sano. Che sta disperatamente cercando di accoppiarsi con qualche altro dinosauro… un amplesso che può produrre solo creature da incubo.

Occorre rompergli ora le uova nel paniere. Prima che sia troppo tardi.

La storia della Stet, ed in particolare della Telecom, è già ricca di esempi di una inguaribile mentalità monopolistica. Basti pensare ai limiti cui è sottoposto lo sviluppo della telematica in Italia, ed alle tariffe esorbitanti cui siamo assoggettati, che in alcuni casi sono dieci volte maggiori di ciò che sarebbe possibile con metodi più ragionevoli – e di ciò che in concreto le connessioni costano negli Stati Uniti ed in altri Paesi. Basti pensare ai misfatti del Videotel, che oltre a creare ogni sorta di abusi hanno di fatto annientato lo sviluppo della telematica nella scuola italiana.

Già oggi la Stet raggruppa un sistema di imprese e di funzioni, eterogeneo e complesso, che dovrebbe essere sottoposto ad una severa analisi antitrust. Inoltre i piani di sviluppo, che si intendono realizzare con il denaro estorto agli utenti grazie al monopolio, sono palesemente intesi a rafforzare barriere tecnologiche e commerciali, ad invadere territori di servizio, e così consolid are una posizione monopolistica capace di resistere anche a future, e per ora ipotetiche, liberalizzazioni.

Le soluzioni, in sostanza, sono due:

1. impedire ad ogni costo qualsiasi fusione ed accordo fra la Stet ed altre strutture che possano essere in qualsiasi modo complementari e quindi ne rinforzino il potere monopolistico;
2. sottoporre immediatamente la Stet ad una severa analisi antitrust, che abbia come obiettivo uno smembramento analogo a quello che nel 1983 fu operato sulla Bell Telephone Company negli Stati Uniti.

Da quanto si legge sui giornali, sembra che l’Autorità garante della concorrenza sia conscia del problema e correttamente proponga uno spezzettamento del gruppo Stet; e che a ciò si oppongano i ministeri finanziari.

Sarebbe, a nostro avviso, pernicioso se considerazioni puramente finanziarie riguardanti la privatizzazione del gruppo, o considerazioni di opportunità politica di scarso respiro, prevalessero sull’esigenza fondamentale di eliminare ogni situazione monopolistica in un settore di così vitale importanza.

ALCEI sta raccogliendo un dossier di documentazione su questo tema, che è a disposizione dei giornalisti e di chi altro è interessato ad approfondire l’argomento.

Comunicato ALCEI del 5 giugno 1996

ADN KRONOS e Falange Armata

Un anno fa vi fu un grande clamore intorno alla presunta aggressione telematica ai danni dell’agenzia ADN Kronos e che, alla luce dei fatti, si era poi rivelato essere un episodio privo di consistenza. Tra l’altro, in quell’occasione, nessuno si era preoccupato di rendere note all’opinione pubblica le conclusioni degli inquirenti. Adesso giunge la notizia dell’individuazione di “IceMc”, uno studente di diciassette anni, quale presunto responsabile di una serie imprecisata di accessi abusivi perpetrati in punti isolati e mal protetti delle reti telematiche

Soliti titoli a pagina intera, informazione scarsa, la notizia, così come presentata risulta risibile.

Il fatto, che poteva costituire l’occasione per una riflessione seria sui temi della libertà nella rete, ha purtroppo ceduto il passo ancora una volta alla “vena” sensazionalistica e superficiale che ha caratterizzato trasversalmente la quasi totalità dei mezzi di informazione.

Vi sono giornalisti seri e competenti che con pazienza scrivono articoli validi e pur avendo una ottima conoscenza delle problematiche reali delle reti di calclatori e della comunicazione elettronica continuano ad essere relegati sulla stampa specializzata o entro spazi ridottissimi.

Non manca dunque l’intelligenza ma la volontà che essa venga impiegata per dare informazione di qualità, e questo ci preoccupa molto più di quanto la rete telematica preoccupi i lettori. Con o senza innocui quanto pittoreschi “hackers”.

Alcei, l’Associazione per la Libera Comunicazione Elettronica Interattiva si dispiace di dover denunciare ancora una volta questo approccio distorto che non tiene conto dei reali problemi e distoglie l’attenzione del pubblico da quelle che sono le infinite opportunità culturali, sociali ed economiche che si sviluppano intorno alla rete.

Comunicato del 9 giugno 1995

Un fax sulla “disinformazione”
mandato da ALCEI all’Espresso (ed in seguito distribuito in rete e ad altri giornali)

Claudio Rinaldi
direttore de “L’Espresso”

Signor Direttore,

desideriamo esprimerle la nostra preoccupazione per un atto di sostanziale “disinformazione” compiuto dal suo giornale.

Crediamo di esprimerci qui a nome di tutti i cittadini – oggi decine di migliaia, domani milioni – che usano reti telematiche (un pò sommariamente definite “internet”).

é davvero sorprendente che un periodico che si è sempre proposto come difensore della libertà di informazione, pubblichi un articolo come quello, a firma di Antonio Carlucci, a pagina 66-67 del numero dell’Espresso con data di copertina del 9 giugno.

Poco importa se i singoli fatti riferiti siano veri, falsi, esagerati o deformati.

La sostanza ed il tono dell’articolo si collocano ai vertici di quella diffusa disinformazione che circonda la “comunicazione elettronica interattiva”.

E’ inammissibile che internet sia definito come “un’arma”, che i cosiddetti “crimini informatici” siano dipinti come un fenomeno grave e diffuso, che in generale si dia l’impressione, totalmente falsa, che la rete sia popolata di criminali.

Non esiste alcuna differenza, sotto questo aspetto, fra “internet” e qualsiasi altro mezzo di comunicazione e di informazione.

Tutti le (reali o supposte) scorrettezze che possono avvenire nella rete possono essere svolte (come infatti sono) con i mezzi di comunicazione tradizionali. Anzi: nel caso della rete è assai meno facile, perché si è esposti alla continua sorveglianza di altre persone presenti. Questo, naturalmente, sulla rete pubblica ed aperta. Sui sistemi di comunicazione “chiusi” (di cui certamente il potere, ma anche i malfattori organizzati, dispongono molto più facilmente di noi cittadini) il discorso può essere diverso: ed infatti ogni repressione su internet non avrebbe altro effetto che far rientrare gli eventuali “malintenzionati” ed i loro avversari a giocare a “guardie e ladri” in quei canali occulti, ed incontrollabili, di cui si sono sempre serviti, ben lontani dagli occhi scomodi della pubblica opinione.

Non desideriamo qui entrare nei dettagli, anche se su ognuna delle circostanze descritte ci sarebbe molto da discutere.

Ci limitiamo ad osservare che il tono generale dell’articolo costituisce un atto di grave disinformazione; e che l’unico commento citato è quello di Alessandro Pansa, che non si può certo considerare obiettivo (e che del resto sa benissimo, perché l’ha detto in pubblico, di avere permanentemente sotto controllo la rete).

Poco importa se questa cattiva informazione (diffusa purtroppo anche su altri giornali) sia il frutto di luddismo culturale, inesperienza della rete o deliberata volontà di incoraggiare la repressione.

O se sia al servizio di interessi privati, compresi quelli di chi per vendere sicurezza (cosa, in se, legittima e corretta) tendono a spargere grottesche psicosi terroristiche.

Il fatto è che lavora contro la libertà dei cittadini onesti di comunicare, studiare, informarsi, esprimere le loro opinioni, magari anche giocare.

Vogliamo augurarci che di qui in avanti il suo giorna le tratti questo argomento con più serietà ed equilibrio; e dia voce non solo ai profeti della repressione, ma anche ai custodi della libertà.

Con profonda delusione,

ALCEI

Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva

Comunicato ALCEI del 9 giugno 1995

Siamo l’umanità di Internet, non fateci passare per mostri
Un appello ai giornalisti della stampa, della televisione e della radio e a tutti coloro che “fanno opinione”

Si continuano a leggere notizie, diffuse con grande clamore, di ogni sorta di perversità compiute da persone che usano la comunicazione telematica.

In tutto questo c’è qualcosa di falso.

Spesso le notizie sono esagerate o deformate. Ma anche se sono vere, la stranezza è che “colpevole” appare non chi compie un atto scorretto, ma lo strumento che usa.

Se qualcuno usa il telefono, la posta, l’automobile o il tram per fare qualcosa di male, nessuno pensa che la “colpa” sia del mezzo che usa.

Perché mai invece questo accade quando si tratta della telematica, o di ciò che viene comunemente chiamato “internet”?

Perché è uno strumento nuovo? Perché è “di moda”? O semplicemente perché molti ancora non lo conoscono bene?

Un “malintenzionato” ha mille altri modi per attuare le sue male intenzioni. Anzi, “internet” è uno strumento, per lui, meno adatto di altri…

Questo strumento è usato abitualmente dalle “forze dell’ordine”. Dirigenti dei servizi di indagine dichiarano pubblicamente che conoscono bene la rete, la esplorano costantemente, e “sanno benissimo dove guardare”… senza neppure bisogno di un mandato.

Per un criminale, è molto meglio usare il telefono, il fax, la posta o un piccione viaggiatore.

“Uomo morde cane”?

Una vecchia massima del giornalismo dice che “cane morde uomo” non è una notizia, “uomo morde cane” lo è.

E’ comprensibile che “faccia notizia” ciò che è bizzarro, insolito, pericoloso… o sexy.

Ma se un uomo morde un cane in pizzeria, nessuno pensa che la colpa sia della pizza.

Se qualcuno “dice” di mordere un cane via internet, tutt’a un tratto la rete sembra popolata di lupi mannari.

Uno strumento di umanità

Ciò di cui si parla troppo poco è l’umanità della rete – delle persone che la usano, oggi decine di milioni nel mondo, presto centinaia.

Il cuore della “rete” non sono le macchine, non sono i cavi o le connessioni.

Sono le persone. Che dialogano, scambiano idee, studiano, ricercano, lavorano, giocano…

Persone molto speciali, come quell’avvocato senza esperienza medica che esplorando ostinatamente la rete è riuscito a salvare la vita a sua figlia, colpita da un male raro e poco conosciuto.

O come una ragazza sorda che comunica abitualmente, via modem, con un suo amico cieco.

O come chi ha limiti di mobilità, personali o famigliari, ma può viaggiare in tutto il mondo senza uscire di casa.

O come le persone comuni, di ogni età, esperienza, formazione e cultura, che spinte dalla curiosità esplorano il mondo e ne ricavano nuove conoscenze, nuove possibilità, spesso nuove amicizie.

Pe r piacere, Signore e Signori dell’Informazione, perché non parlate di noi come siamo davvero?

Venire a conoscerci “in rete”: vi accoglieremo con simpatia.

Oppure chiedete ad ALCEI, che è sempre a vostra disposizione per approfondire l’argomento.

Comunicato ALCEI del 12 maggio 1995

Repressione della libertà di comunicazione in U.S.A., Francia, Germania siamo “immuni” in Italia?
Le attività repressive e di censura, perverse quanto inutili, sulle reti telematiche negli Stati Uniti, in Francia e in Germania sono un fenomeno molto preoccupante. E’ necessario informare e mobilitare l’opinione pubblica prima che il contagio si estenda anche all’Italia o all’Unione Europea.
ALCEI (l’associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva) sta da tempo segnalando il pericolo rappresentato dai tentativi di repressione nei confronti delle reti telematiche e il rischio che il tristemente famoso “Decency Act” americano trovi imitatori in Europa.

Recenti notizie dalla Francia confermano i peggiori sospetti; già si estende la protesta per quello che viene chiamato il “lunedì nero” di Parigi.

“Articolo 227-23 del codice penale”. é questa “l’arma segreta” impiegata dalle autorità transalpine per condurre la più pesante azione repressiva contro Internet in Francia. Bilancio della “rafle” di lunedì 6 maggio: quasi 48 ore di carcere per i presidenti di due celebri provider; hard disk e materiali informatici sequestrati da una sezione della Gendarmerie di Parigi.

L’articolo 227-23 punisce i reati legati alla pornografia infantile. Di questo che sono accusate le due società, FranceNet e WorldNet. Non per la produzione di contenuti “pornografici”. Ma semplicemente per avere garantito ai loro abbonati la connessione con le gerarchie di Usenet, che comprende i newsgroup “alt.binaries.pictures.erotica”.

Il “lunedì nero” francese ripercorre la strada del “decency act” americano e di interventi in Germania contro “nodi” americani, sempre con il pretesto della “pornografia”.

Il decreto americano (che rischia di rendere perseguibile qualsiasi affermazione ritenuta “indecente”, cioè di fatto reprimere la libertà di opinione) è già stato oggetto di violentissime proteste e probabilmente sarà sconfitto come incostituzionale. Ma, come si temeva, l’infezione sta dilagando in Europa e potrebbe presto contagiare l’Unione Europea.

Sarebbe troppo lungo approfondire qui i motivi, in parte commerciali, in parte politici, che stanno dietro alle manovre repressive; di cui talvolta il pretesto è l’erotismo, talaltra ipotesi (spesso infondate) di intrusione o di commercio di software non registrato o di altre attività “illegali”.

Il fatto sostanziale è uno: queste operazioni sono assolutamente inutili contro la “pornografia” (la cui presenza in rete comunque è inferiore a quella largamente disponibile in tutti gli altri messi, compresa qualsiasi rivendita di giornali) come contro ogni altro abuso; e si traducono esclusivamente in una repressione della libertà.

E’ stato dimostrato che l’unica possibile difesa dei “minori” contro i rischi è la sorveglianza da parte delle famiglie e degli educatori. Anche perchè il concetto di “non adatto ai minori” cambia enormemente secondo le culture. Alcune famiglie o gruppi culturali possono considerare “oscena” qualsiasi esposizione di pelle umana; altre possono accettare la nudità ma respingere la violenza.

Ci sono casi sintomatici, come la presunta “punibilità” negli Stati Uniti di gruppi di discussione in cui si parla di aborto (compresi gruppi anti-abortisti) e il caso comico di un “sito” della Casa Bianca classificato osceno perch&eg rave; conteneva la parola “couples” (coppie) intendendo il presidente, il vicepresidente e le relative consorti.

Nessuno ha mai pensato di chiudere le scuole, o mettere un questurino in ogni aula, perchè ci sono (come purtroppo ci sono) alcuni casi di abusi nei confronti dei minori. O di far presidiare dalla Buoncostume gli autobus, i giardini pubblici o gli oratori parrocchiali. Invece, quando si tratta delle reti telematiche, ogni pretesto è buono per tentare di introdurre repressione e censura.

L’Italia è “immune”? Tutt’altro. Ci sono stati casi gravi in Italia di sequestri, arbitrari, inutili e illegali, anche se il pretesto non era l’erotismo ma la presunta presenza di software non registrato o (cosa ancora più grave) l’ipotesi di “reati di opinione” o di immaginari pericoli di “terrorismo”.

Ciò che sarebbe comico, se la minaccia della censura non fosse un pericolo reale, è che per la natura stessa della rete questi provvedimenti sono inefficaci. Chi volesse svolgere davvero attività illegali o disoneste potrebbe nascondersi in qualsiasi paese del mondo in cui trovasse compiacente ospitalità. La repressione colpisce solo la libertà di opinione di cittadini innocenti.

D’altra parte va ricordato che la rete, per la sua “trasparenza”, è il luogo meno adatto per attività illegali o clandestine. Non è un segreto che in Italia la rete è controllata attentamente, e da anni, dalle forze di polizia. In una recente intervista Alessandro Pansa, Dirigente del Nucleo Centrale Criminalità Economia e Informatica della Polizia di Stato, ha dichiarato:

“Non possiamo escludere che la rete possa essere stata utilizzata per scopi illeciti, ma le nostre attività di indagine non hanno fino ad ora riguardato casi di particolare gravità“.

E’ confortante pensare che se ci saranno spinte alla repressione non verranno dalle Forze di Polizia.

Già, del resto, si era visto qualche miglioramento nei metodi di indagine. In alcuni casi, purtroppo, continuano gli inutili e illegali sequestri; in altri, invece, magistratura e forze dell’ordine seguono metodi più efficaci e più corretti (come la copiatura del “disco rigido”, metodo pienamente efficace dal punto di vista delle indagini e meno lesivo dei diritti dei cittadini).

Ma non è un motivo sufficiente per stare tranquilli. Sarà necessaria una sorveglianza continua, sia su possibili repressioni in Italia, sia su eventuali tentativi di censura da parte dell’Unione Europea.

Comunicato ALCEI del 10 aprile 1995

La legge é giusta, ma va corretta per evitare rischi di repressione

ALCEI (l’associazione per la difesa della libertà nella comunicazione elettronica) chiede che nella legge vengano introdotte le modifiche necessarie per evitare impedimenti alla libera espressione e scambio di idee ed informazioni.

ALCEI ha inviato oggi alla Commissione Giustizia della Camera una memoria in cui chiede che nella stesura definitiva della legge (disegni di legge 1901 BIS e TER) si tenga conto delle esigenze dei cittadini elettronici e dei liberi sistemi di comunicazione (BBS) e si evitino fenomeni di repressione od appesantimento burocratico.

ALCEI chiede che nella stesura definitiva della legge, e poi nei regolamenti di applicazione, venga posta la massima attenzione a far sì che i meccanismi di attuazione non si traducano in una repressione della libertà di comunicazione.

Esiste infatti, indipendentemente dalle buone intenzioni, il chiaro rischio di un ostacolo alla comunicazione elettronica e di una dannosa, quanto inutile, pressione burocratica che potrebbe ostacolare o vincolare la libera espressione pubblica del pensiero o la libertà di corrispondenza privata.

Occorre, specificamente, evitare che venga ostacolata od appesantita l’attività dei sistemi di comunicazione telematica, con particolare attenzione alle strutture più piccole, diffuse in tutto il territorio, la cui attività (quasi sempre volontaria e senza fini di lucro) rappresenta un prezioso contributo alle attività personali e collettive dei sempre più numerosi cittadini elettronici ed alla vitalità della convivenza umana e sociale.

Premessa

La posizione di ALCEI non è di critica o di opposizione alla legge.

Al contrario, la nostra associazione è fortemente favorevole alla difesa della privacy ed all’affermazione del principio che i dati privati, di persone fisiche o giuridiche, non possano essere diffusi, per farne commercio o per qualsiasi altro motivo, senza il consenso della persona, ente, associazione od impresa cui i dati si riferiscono.

In questo senso non condividiamo la posizione espressa pubblicamente da FIEG, Confindustria ed altre grandi organizzazioni di settore e riteniamo che debba essere respinto ogni tentativo di ostacolare questa legge o di metterne in discussione il principio fondamentale: ciò non solo per la necessità di adeguarsi alle norme della Comunità Europea, ma soprattutto per una necessaria difesa del diritto di tutti i cittadini alla riservatezza dei loro dati personali.

Risulta, per esempio, priva di fondamento l’affermazione secondo cui l’attuale testo della legge potrebbe ostacolare l’attività dei giornalisti, dato che è prevista una serie di eccezioni in loro favore.

Dobbiamo tuttavia rilevare che, come spesso accade nelle leggi italiane, il testo della legge ̬ talmente complesso, astruso ed involuto da renderne il contenuto incomprensibile ai normali cittadini Рe di difficile lettura ed interpretazione anche per chi ha una specifica competenza giuridica.

Questa illeggibilità delle leggi rappresenta sempre un danno per i cittadini ed è particolarmente negativa in un caso come questo, dove è in gioco la libertà di espressione e di comunicazione.

Il Garante

Desideriamo esprimere la nostra preoccupazione per l’istituzione di un apparato, a nostro avviso pletorico e non necessario, che assuma le funzioni di garante.

La funzionalità di un tale apparato è assai discutibile ed i danni che ne possono derivare, per il peso degli adempimenti, specialmente su piccole strutture, sono notevoli.

In linea di principio riteniamo che questa struttura potrebbe essere del tutto abolita; o almeno abolito l’obbligo di registrare presso il Garante il possesso di dati. Ma, ove ciò non fosse possibile, chiediamo che almeno siano esentate tutte quelle strutture che non hanno come attività primaria la gestione od il commercio dei dati – o comunque siano piccole imprese od associazioni.

Ciò non solo giova alla libertà ed alla non oppressione burocratica di singoli o di piccoli gruppi di persone, ma alleggerisce anche l’ufficio del Garante dal rischio di affastellamento di un’enorme quantità di informazioni sostanzialmente inutili.

Deve un medico segnalare al Garante che ha su un computer i dati dei suoi pazienti? o un droghiere che ha gli indirizzi dei suoi fornitori? o un parrucchiere che ha le pettinature o tinture preferite delle sue clienti? eccetera? Più specificamente, è da considerarsi deposito di dati un BBS che svolge una semplice attività di messaggeria, raccolta e scambio di informazioni ed opinioni?

Ci sembra necessario che nella legge ed in tutte le sue norme esplicative questo tipo di ipotesi sia esplicitamente esclusa.

Proposte

Proponiamo che le esenzioni previste per i giornalisti, e in generale per le attività a fini personali, siano estese anche ad associazioni, piccole imprese, gruppi di lavoro volontario, associazioni culturali o di servizio, e specificamente a tutti i BBS (bulletin board system) ed ai nodi delle reti telematiche.

Si intende esenzione da ogni misura o procedura burocratica e dalle comunicazioni al Garante – mantenendo salvo il principio che ognuno, e specialmente le grosse strutture che raccolgono grandi quantità di dati, è comunque tenuto a rispettare il principio fondamentale della non diffusione (ed in particolare del non commercio) di dati personali senza il consenso degli interessati.

Proponiamo, in generale, che sia fatta una chiara e non equivoca distinzione fra i controlli cui devono essere sottoposto lo Stato, gli Enti pubblici e coloro che trattano professionalmente la gestione dei dati personali – e la libertà di cui deve godere chi invece, nello svolgimento di un’altra attività, si trova in possesso di tali dati incidentalmente e non ne fa commercio.

Proponiamo inoltre che, anche in quei casi in cui la dichiarazione del possesso dei dati fosse inevitabile, il servizio sia decentrato sul territorio ed affidato ad uffici locali.

Insomma: se la struttura del Garante (a nostro avviso inutile e probabilmente inefficiente) non può essere del tutto abolita, chiediamo che almeno sia fortemente semplificata, con esenzioni a favore di precise categorie di soggetti, secondo le linee che abbiamo indicato – e con procedure il più possibile semplici, trasparenti ed agevoli.

Siamo, naturalmente, a disposizione della Commissione Giustizia, dei parlamentari, della stampa, di tutti i mezzi di informazione e di chi altro voglia approfondire questo argomento.

Comunicato ALCEI del 31 marzo 1995

"Centinaia di innocenti legati, bendati e imbavagliati dalla polizia"

Dove avvengono, queste cose? Non in un remoto regime schiavista. Ma nella libera, civile, democratica Italia: ogni volta che si indaga su qualcuno che usa un computer.

ALCEI (associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva) vuole richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, come della magistratura e di chi definisce le norme di comportamento delle forze di polizia, su una grave e costante violazione dei diritti civili.

Perché è una violazione dei diritti civili

Sequestrare un computer per conoscerne il contenuto è un provvedimento illegittimo, repressivo, che lede i diritti fondamentali dei cittadini. é anche un provvedimento tecnicamente e giuridicamente inutile.

Eppure questa pratica è seguita abitualmente dalla magistratura e dalle forze di polizia in Italia.

Di quali orribili delitti sono sospettate le persone o le imprese assoggettate a questo sopruso? Nella maggior parte dei casi, si tratta di meri problemi commerciali: presunto o reale possesso, talvolta vendita, di software non registrato. Cioè presunte violazioni non più gravi del possesso di una cassetta musicale copiata da un disco.

In alcuni casi (per molti aspetti, ancora più sconcertanti) si tratta di ipotetici reati di opinione.

In generale dopo lo svolgimento dell’inchiesta le macchine vengono restituite; ma solo dopo che, senza alcun motivo, si è recato un danno grave non solo chi usa le macchine sequestrate ma anche ad altre persone non coinvolte nell’indagine.

La tendenza non è cambiata. Ancora oggi, senza alcun reale motivo, centinaia di cittadini innocenti vengono privati delle loro essenziali libertà; e spesso di strumenti di sopravvivenza.

Perché è un sopruso

Privare una persona, un’impresa, o una libera organizzazione senza fini di lucro, dell’uso del computer vuol dire privarla della possibilità di comunicare, di lavorare, di svolgere la sua normale attività.

Queste operazioni ledono il diritto degli innocenti.

Non solo perché chi è sottoposto ad un’indagine è innocente finché la colpa non è provata. Ma anche perché vengono coinvolte persone che non sono neppure sospettate.

Sequestrare un nodo di comunicazione, cui accedono centinaia o migliaia di persone, vuol dire privare ognuna di quelle persone della sua casella postale, dei suoi sistemi di comunicazione personale, di lavoro o di studio. Un danno enorme – ed assolutamente inutile.

Perché è inutile

Chiunque abbia un minimo di preparazione tecnica sa che basta fare una copia del disco rigido di un computer per entrare in possesso, con assoluta certezza, di tutto ciò che la memoria contiene. Porre sotto sequestro la macchina è assolutamente inutile.

Questo concetto è chiaro ad alcuni magistrati, che dispongono l’acquisizione della copia anziché il sequestro della macchina; ma purtroppo non è compreso da molti altri.

Perché è illegittimo

Non solo privare una persona di una sostanziale possibilità di sopravvivenza e comunicazione è una palese violazione dei diritti civili.

Ma è anche una violazione delle leggi fondamentali della Repubblica Italiana e della comunità internazionale.

Violazione di cinque articoli della Costituzione:

– art.4 – Diritto al lavoro.
– art.14 – Inviolabilità del domicilio (il concetto di domicilio informatico è definito dalla legge sui computer crime).
– art.15 – Libertà e segretezza della corrispondenza (su un computer spesso si trova, oltre alla corrispondenza di chi lo possiede, anche quella di altri).
– art.35 – Tutela del lavoro.
– art.41 – Tutela della libera iniziativa privata.

Violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (protocollo addizionale):

art.1 – Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei propri beni.

Violazione del codice di procedura penale:

Il sequestro di corrispondenza informatica (che avviene anche a carico di terzi non indagati) è in violazione degli Artt. 254-256-258 c.p.p. che tutelano la corrispondenza privata.

Un primato negativo dell’Italia

L’Italia rappresenta un caso limite mondiale in fatto di sequestri di computer.

Osservatori internazionali hanno constatato che le ondate di sequestri scatenate nel maggio-giugno 1994, in tutta Italia, per iniziativa delle procure di Pesaro e di Torino, non solo superano per dimensioni la famigerata Operation Sundevil condotta negli Stati Uniti nel 1990 (che ha suscitato enormi quanto giustificate proteste) ma qualsiasi altro caso noto di sequestri in qualsiasi altro paese.

Dopo quelle scandalose operazioni, qualcosa è stato corretto? No.

I sequestri continuano, si continuano a coinvolgere centinaia di innocenti. Nuove ondate sono in atto, come quella che pare stia partendo in questi giorni da Cremona…

E’ un complotto?

L’onesta opinione di ALCEI è che non si tratti di una congiura organizzata per distruggere la libertà telematica.

Ma di un pericolo non meno grave, che non possiamo non chiamare col suo nome: ignoranza.

Ignoranza tecnica, ignoranza giuridica, mancanza di rispetto per i diritti dei cittadini. O colpevole disattenzione.

Ignoranza e disattenzione tanto più gravi quanto più si tiene conto della crescente diffusione della telematica in Italia: ogni giorno che passa aumenta il numero degli innocenti cittadini che si servono della comunicazione elettronica per lavoro, studio o corrispondenza personale e possono in qualsiasi momento cadere vittima di un arbitrario sequestro che neppure remotamente li riguarda.

Che fare?

Le soluzioni sono semplici. Basta rispettare le leggi fondamentali, cominciando dalla Costituzione; e basta ricorrere a soluzioni tecniche non complesse, che possono permettere alla magistratura ed alla polizia di svolgere il loro compito con un dispendio enormemente minore di energie (e quindi del denaro dei contribuenti) – e soprattutto con un danno assai minore per la società civile e per centinaia, o migliaia, di innocenti.

ALCEI è disponibile a fornire, se necessario, la consulenza tecnica che può servire alla magistratura, ed alle forze di polizia, per raggiungere questo doveroso risultato.

Comunicato ALCEI del 3 settembre 1994

Nasce l’Associazione per i diritti del cittadino elettronico: un appuntamento per gli operatori dell’informazione
Abbiamo deciso di tutelare e sviluppare un diritto nuovo, un diritto ancora debole. Un diritto di libertà. Abbiamo deciso di farlo in prima persona. Il 27 luglio è nata a Milano

ALCEI
Electronic Frontiers Italy

Associazione per la libertà
nella comunicazione elettronica interattiva

ALCEI è l’associazione di coloro che usano le nuove tecnologie informatiche e telematiche per lavorare, informarsi, coltivare i propri hobby.

Non è un diritto “secondario”, superfluo, un lusso politico. E’, semmai, un diritto del futuro prossimo. Manager, professionisti, imprenditori, studenti, ricercatori, appassionati: c’è un “popolo del modem”, un popolo della comunicazione telematica, che l’opinione pubblica conosce solo parzialmente o in modo distorto, attraverso mille luoghi comuni che non lo descrivono correttamente: mai sentito parlare di “autostrade dell’informazione”, di “cyber”, di “virtuale” di “reti”? Siamo noi, ma visti attraverso lo specchio deformante del luogo comune. Abbiamo deciso di dare un nome a questa nuova figura: il cittadino elettronico.

In realtà siamo gente che lavora, che studia, che produce, che si diverte: lo facciamo con le tecnologie che fra pochi anni, in qualche caso fra pochi mesi, apparterranno a tutti, saranno parte della quotidianità di tutti, cambieranno il lavoro di ognuno: giornali telematici, comunicazione interattiva e non autoritaria, telelavoro, acquisti, discussioni tecniche e culturali, forme di partecipazione politica a distanza.

E’ un mondo che non ha confini, quello che ci aspetta: problemi di questo genere sono all’ordine del giorno negli Stati Uniti, dove è nata da tempo la Electronic Frontiers Foundation, che ha già dato all’Alcei il proprio riconoscimento.

Non sembri esagerato: nella terra di frontiera nella quale ci muoviamo vediamo già i pericoli che si addensano sul futuro: pericoli che riguardano la libertà d’espressione, la privacy, la libera circolazione delle idee, la possibilità per tutti di accedere all’informazione senza disparità e privilegi.

Comunicato ALCEI del 31 agosto 1994

E’ nata l’Associazione per i “Cittadini Elettronici”
Mai pensato che il nostro computer potrebbe aver problemi di libertà? E il nostro modem voglia di riservatezza?
Eppure ne hanno, cioeè: li abbiamo noi. Quasi senza accorgercene, leggendo e scrivendo messaggi, usando forme nuove di comunicazione, siamo diventati un’altra cosa. Siamo “cittadini elettronici”. Ma “quanto” siamo liberi? Quanto abbiamo già “regole” adeguate alla novità che viviamo e rappresentiamo?

I recenti sequestri in Italia, il ricco dibattito che negli Stati Uniti si sta sviluppando intorno alle autostrade elettroniche, la lentezza e le incertezze che caratterizzano l’affermarsi di un analogo progetto europeo, le trasformazioni tecnologiche e d’uso che l’insieme dei media va conoscendo, indicano un terreno di iniziativa per la difesa e lo sviluppo dei diritti di cittadinanza telematica come parte dei diritti democratici.

Per questo è nata

ALCEI
Electronic Frontiers Italy

Associazione per la libertà nella comunicazione elettronica interattiva

Alcei nasce per dare la parola al cittadino elettronico. Alcei si richiama direttamente all’esperienza di Electronic Frontier Foundation e di EFF ha il riconoscimento pubblico e diretto.

Alcei non è un’organizzazione di tendenza, non ha riferimenti politici o ideologici, non chiede di essere finanziata dallo stato. Tutti vi possono aderire, purché ne rispettino lo statuto. A tutti chiediamo una quota associativa e una collaborazione in qualsiasi forma: nessuno ci paga, non abbiamo apparati.

Alcei non è una “lobby”. Non è solo un gruppo di “difesa del consumatore”. Non nasciamo per aggiungere leggi a leggi, burocrazia a burocrazia: tutto ciò che fonda sulla libertà e sull’autoregolamentazione, sui codici che i soggetti sociali sanno darsi autonomamente, funziona bene.

Con questo principio intendiamo muoverci su casi singoli così come su terreni generali: il diritto e la legislazione, che sono incompleti, l’informazione che è oggi del tutto assente, carente o imprecisa (e spesso pilotata da gruppi di interesse); l’elaborazione di una cultura dei nuovi mezzi.

Alcei non è una “conferenza”, un luogo solo di dibattito. E’ e vuole essere un’organizzazione operativa che lavora con pazienza, tutti i giorni, per costruire e difendere la libera cultura della telematica.

C’è un grande vuoto da riempire, di idee e di lavoro.

Per ottenere un’adesione informata abbiamo creato punti di riferimento telematici dove potrai chiedere informazioni sulla nostra identità e sui nostri principi.

Dal dicembre 1994 è aperto il Forum Alcei, il primo spazio nazionale di dialogo intersistema, in cui tutti possono dare un contributo.