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Una “raccomandazione” del Consiglio d’Europa mette in pericolo la libertà  di espressione.

Un comunicato di EDRI del 10 ottobre 2007sulla Council of Europe Recommendation sul tema “promuovere la libertà di espressione e informazione nel nuovo ambiente di informazione e comunicazione”
EDRI (Digital Civil Rights Europe), la federazione europea di associazioni per i diritti civili e la libertà di opinione e comunicazione, il 10 ottobre 2007 ha diffuso un comunicato in cui esprime la sua preoccupazione per una dichiarazione del Consiglio d’Europa sul tema “promoting freedom of expression and information in the new information and communications environment”, che rischia di avere un effetto opposto a quello dichiarato. Questa preoccupazione è condivisa da numerose associazioni, in Europa e altrove.Â

Il testo è disponibile, oltre a questa versione italiana, in ceco, francese, inglese, macedone, spagnolo e tedesco – e probabilmente sarà pubblicato anche in altre lingue.


European Digital Rights (EDRI) vuole esprimere le sue serie preoccupazioni per l’adozione da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (CoE), il 26 settembre 2007, di una recommendation sul tema “promuovere la libertà di espressione e informazione nel nuovo ambiente di informazione e comunicazione” (Rec(2007)11).

Quel testo è stato preparato dal Council of Europe Group of Specialists on Human Rights in the Information Society (MC-S-IS) e discusso fra i membri del “gruppo di specialisti” dal dicembre 2005. Era originariamente inteso come strumento per una “ulteriore elaborazione dei princà¬pi e criteri per assicurare rispetto dei diritti umani e disciplina di legge nella società dell’informazione”. Il testo si è poi trasformato in una serie di “direttive sui ruoli etici e le responsabilità per i principali attori statali e non statali” da sviluppare per mezzo di questa recommendation del Consiglio d’Europa. La sua bozza finale è stata ulteriormente modificata dallo Steering Committee on the Media and New Communication Services (CDMC), sotto la cui autorità opera il MC-S-IS, e poi sottoposta al Comitato dei Ministri.

EDRI ha partecipato al dibattito nel suo ruolo di osservatore indipendente non governativo, senza diritto di voto. Tuttavia sono pochi i contributi di EDRI, durante le riunioni o in commenti scritti e proposte di modifica, che sono stati presi in considerazione nel documenti finale.

Riteniamo che il risultato promuova opache “auto-regolamentazioni” e altre forme “morbide” di normativa pilotate da interessi privati e attuate attraverso meccanismi tecnici. Ne deriva una forte preoccupazione che la recommendation non sosterrà il rispetto per la libertà di espressione e informazione nel mondo online.

La recommendation suscita anche specifiche preoccupazioni, in particolare nella sua parte II (“Standard comuni e strategie per l’informazione affidabile, la creazione di contenuti flessibili e la trasparenza nel processing dell’informazione”).

Si riferisce a “informazione affidabile” e questo è poco diverso dalla “informazione ufficiale” di un deplorevole passato. Non è compatibile con il sostegno della libertà di espressione e informazione, che è lo scopo dichiarato di questo documento.

Inoltre, questa sezione invoca l’intenzione di equilibrare la libertà di espressione con il diritto di altri di avere rispettati i loro “valori e sensibilità “. Poichè “valori e sensibilità ” variano non solo da momento a momento e da luogo a luogo, ma anche fra diverse parti della popolazione, questo è certamente contrario ai fondamenti generali del CoE – e comunque va molto oltre le restrizioni definite nell’Articolo 10 paragrafo 2 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, come ha messo in evidenza numerose volte la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani.

Va rilevato ulteriormente che, per ottenere un tale “equilibrio”, la sezione II della recommendation propone lo sviluppo, da parte del settore privato e degli Stati membri, di strumenti e standard per il rating e la “etichettatura” di contenuti e servizi.

EDRI si dispiace del fatto che il CoE incoraggi tali tendenze a scapito di pubblici orientamenti trasparenti ed affidabili e di una legislazione rispettosa dei diritti fondamentali, della democrazia e dello stato di diritto.

EDRI ritiene che questa recommendation sia dannosa e che sia un passo retrogrado per la libertà di espressione e la libertà di stampa. EDRI è profondamente preoccupata che tali strumenti saranno usati per legittimare forme insidiose di censura, attraverso censure privatizzate e misure per “proteggere” contro contenuti cosiddetti “dannosi”.

EDRI continuerà a partecipare al gruppo MC-S-I-S come osservatore attivo e indipendente, e continuerà a sollecitare l’interesse dell’opinione pubblica sui problemi inerenti al mandato di quel gruppo. Con altri strumenti che o stesso gruppo MC-S-I-S sta preparando, c’è il rischio che si confermi la tendenza indicata in questa recommendation. Per evitare un tale pericolo, EDRI chiede appoggio e sostegno.


Queste sono le associazioni che, finora,
hanno sottoscritto la dichiarazione di EDRI.

ADES – Association Dà©mocratie Ecologie Solidarità© – Francia

AEDH – Association Europà©enne pour la dà©fense des Droits de l’Homme – Europa

ALCEI – Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva – Italia

APTI – Asociatia pentru Tehnologie si Internet – Romania

BoF – Bits of Freedom – Olanda

Coopà©rative Ouvaton – Francia

Digital Rights Ireland – Irlanda

DK – Digital Rights – Danimarca

EFF – Electronic Frontier Foundation – Stati Uniti ed Europa

IP Justice – Stati Uniti

IRIS – Imaginons un rà©seau internet solidaire – Francia

ISOC – Internet Society Bulgaria – Bulgaria

IuRe – Iuridicum Remedium – Repubblica Ceca

LDH – Ligue des droits de l’homme – Francia

Pangea – Spagna

PI – Privacy International – Gran Bretagna

Public Library Krusevac – Serbia

Quintessenz – Austria

Servaux – Francia

SIUG – Swiss Internet User Group – Svizzera

SVEV – Souriez-Vous-àªtes-Filmà©-es! – Francia

VIBE!AT – Verein fà¼r Internet-Benutzer à–sterreichs – Austria

WPFC – World Press Freedom Committee – internazionale

La lista è aggiornata in
www.edri.org/coerec200711-signatories

La “frattinizzazione” non è l’unica minaccia

Traduzione italiana di un articolo in Edri-gram – 26 settembre 2007 (english text is available here).

Disponibile anche in pdf (migliore come testo stampabile)

E così c’è un nuovo verbo in Europa: frattinizzare. Apparso prima in Germania, subito dopo in Francia e in Italia, potrebbe circolare anche in altre lingue. O potrà essere sostituito da un altro, la prossima volta che qualcuno salterà su quell’immondo carro.

Il 10 settembre 2007 (intenzionalmente un giorno prima dell’anniversario dell'”undici settembre”) il commissario europeo Franco Frattini ha dichiarato a Reuters: «I do intend to carry out a clear exploring exercise with the private sector… on how it may be possible to use technology to prevent people from using or searching dangerous words like bomb, kill, genocide or terrorism».

Per quanto ho potuto vedere, quel proclama non ha avuto molta eco nei “grandi mezzi” di informazione. Ma c’è stata un’immediata reazione online, a partire dal comunicato ALCEI Repressione e censura. Lo spettro incombe ancora sull’Italia e sull’Europa. Una inquietante dichiarazione del commissario europeo Franco Frattini preannuncia l’arrivo della più devastante delle censure: quella sulle parole. La strada è aperta per punire chi “pensa” troppo.

La “minaccia” è così stupida che, in apparenza, si potrebbe trascurare come insensata sciocchezza. Il commissario Frattini non si è neppure accorto che, se si accettasse la sua proposta, il suo testo sarebbe censurato e cancellato da ogni fonte disponibile. Ma, purtroppo, non è uno scherzo.

Funzionerebbe? Ovviamente no. Migliaia o milioni di pagine del tutto legittime sarebbero tolte dalle reti, o rese introvabili dai motori di ricerca, solo perchè contengono una delle “parole proibite” (o qualsiasi altro contenuto considerato “pericoloso”). Mentre i criminali potrebbero facilmente evitare il problema non usando terminologia “rivelatrice”… è molto facile scrivere istruzioni per fabbricare un’arma e chiamarle “come aggiustare un aspirapolvere”. Ed è ancora più facile modificare le parole “incriminate” così che un sistema automatico non le possa riconoscere. Ancora una volta, “autorità ” di ogni genere non capiscono come funziona l’internet. O intenzionalmente scelgono di ignorare la realtà , per ottenere leve di controllo.

Ma… la prevenzione del crimine è il vero obiettivo?

Fin dal primo sviluppo delle reti, ci sono sempre stati tentativi di censurare, regolare, proibire, filtrare, profilare, spiare – eccetera. “Frattinizzare” è solo uno dei tanti modi per interferire con la libertà di opinione e di comunicazione, con ogni sorta di scuse e travestimenti.

Il problema del terrorismo e dei crimini violenti è sempre stato uno di quei pretesti. Naturalmente “come fare una bomba” si trova facilmente in qualsiasi manuale di chimica. Ma è facile giocare sulla paura e così avere appoggio politico, e consenso della “opinione pubblica”, per azioni che sono inutili a quello scopo, mentre “giustificano” ogni sorta di abusi. E, ovviamente, tutto ciò è peggiorato dopo la tragedia dell'”undici settembre” (vedi il testo sugli “sciacalli”).

Altre “scuse classiche” sono la “pornografia” (o una definizione ancora più vaga di ciò che è considerato “indecente”), le violenze contro i bambini (o, più estesamente, la “tutela dei minori”), il cosiddetto “diritto d’autore” – eccetera – oltre alle intenzionali deformità di interpretazione, da parte delle forze dell’ordine e delle attività investigative, dei diritti civili in relazione alla medicina legale (o “forense”) e ad altri strumenti di indagine, come le “banche dati” del DNA costruite con il presunto scopo di “prevenzione del crimine” (vedi il testo sulla Prum Convention).

Gli anni passano, è stato infinite volte dimostrato che la repressione della libertà non risolve questi problemi, mentre causa una proliferazione di abusi, ma gli stessi errori (o intenzionali distorsioni) continuano a ripetersi.

Un po’ di “storia”

ALCEI si è costituita nell’agosto 2004. Alcuni, a quell’epoca, pensavano che fosse una reazione al (tristemente) famoso “crackdown italiano”. Non era così. Fin dalla sua nascita, l’associazione ha sempre avuto lo scopo di essere una presenza continuativa e coerente nel tempo, non limitata alla momentanea ed effimera agitazione su singoli episodi.

Il crackdown del 1994 è stato, almeno in parte, male interpretato in un ambito internazionale. Fu descritto come “la più grande azione di repressione poliziesca contro la rete nella storia del mondo”. Ma non era diretto contro (mal capiti) hacker o (presunti) terroristi. Nasceva da un’indagine su software “non registrato”, estesa a dimensioni grottescamente esorbitanti dall’eccesso di zelo (e desiderio di protagonismo, unito a incompetenza tecnica) di alcuni magistrati.

Negli anni seguenti non ci furono altri singoli eventi di quelle smisurate dimensioni, ma infiniti casi di simili abusi, basati sulla legge italiana che considera perseguibile come “penale” l’uso di software non pienamente registrato (come la riproduzione “non autorizzata” di musica – eccetera).

La “protezione dei minori” fu usata come scusa per numerose ed estese “crociate” (vedi la serie di testi su questo argomento) di fatto scarsamente orientate ad arrestare i produttori di ignobili contenuti, e ancora meno a identificare i colpevoli di violenze – mentre hanno aggressivamente perseguitato migliaia di persone (e le loro famiglie) del tutto innocenti oppure colpevoli di “crimini” come aver visto immagini “provocanti” di ragazze di età (reale o apparente) inferiore ai 18 anni.

Naturalmente gli innocenti, alla fine, sono assolti in tribunale. Ma prima di arrivare alla conclusione dell’istruttoria sono sottoposti a persecuzione, diffamazione, gogna sociale, che non si rimediano quando alla fine risultano “non colpevoli”. In molti casi gli accusati hanno scelto di “patteggiare” una sentenza di “colpevolezza”, abdicando al loro diritto di difendersi in tribunale, in cambio di una sentenza più mite, non avendo la forza (in termini di denaro e di resistenza psicologica) necessaria per affrontare un lungo e incerto processo penale.

In molti casi l’interpretazione italiana di norme europee, oltre alla produzione di legislazione nazionale, è stata deformata dal desiderio dei politici di placare (reali o presunte) preoccupazioni dell’opinione pubblica (così proteggendo i loro privilegi) oltre a soddisfare le esigenze di specifiche lobby. Un esempio, fra tanti, è il recente “caso Peppermint”.

Che cosa c’è all’origine di tutto questo? Nel 1996 avevo scritto un breve articolo intitolato Cassandra, poco dopo “adottato” da ALCEI – e anche pubblicato dalla Electronic Frontier Foundation negli Stati Uniti come testo di valore internazionale. Undici anni più tardi, le cose non sono sostanzialmente cambiate.

Altri rapporti (in inglese) sulla situazione italiana sono due presentazioni al congresso internazionale Computers, Freedom and Privacy nel 2000 e un articolo in Cyberspace and Law.

Ci sono alcune insidiose parole nelle minacce del commissionario Frattini che meritano un’analisi specifica: «an exploring exercise with the private sector». Che cosa si propone una “analisi esplorativa con il settore privato”? Il trucco non è nuovo – ed è molto pericoloso. Alcune, variamente travestite, forme di repressione si possono ottenere in parlamento, “facendo passare” leggi quando i difensori della libertà e dei diritti non stanno abbastanza attenti, oppure ignorando le loro osservazioni – usando i soliti pretesti, come terrorismo, crimine, “protezione dei minori”, copyright eccetera. Ma c’è un modo più veloce e (purtroppo) più facile.

Sembra improbabile (o almeno speriamo) che si possano convincere i “motori di ricerca” a censurare le keyword per ostacolare l’accesso a testi che contengano le “parole incriminate”. Ma gli internet provider, cioè i fornitori di servizi, possono essere condizionati in molti modi. (Possono anche “volontariamente” adeguarsi, solo per “evitare grane” – e questo è già accaduto). Non solo singole pagine, ma interi siti possono essere fatti sparire con ogni sorta di pretesti – e anche questo è stato già fatto.

Qualche singolo caso può essere trascurabile. Possiamo vivere bene senza qualche offerta in più di gioco d’azzardo illegale, sesso bizzarro, magari “medicine miracolose” o altre patacche. Potremmo essere contenti se si riuscisse togliere di mezzo un po’ di spam e di truffe (ma poco o nulla è stato fatto in quella direzione). Il problema è che, una costa stabilito il principio che “qualcosa” può essere cancellato, reso inaccessibile, censurato o “filtrato”, per immediata esecuzione del “decreto” di qualche autorità o per cosiddetta “adesione volontaria” di un fornitore di servizi, quel concetto può essere applicato a qualsiasi informazione od opinione sgradita a qualche potere.

Perfino in paesi come l’Italia, e tutti i membri dell’Unione Europea, dove la libertà di opinione e di informazione è un indiscutibile diritto costituzionale, la manipolazione della paura, o del disgusto per contenuti riprovevoli, può portare alla censura e ad altri generi di repressione in molte forme travestite – ingannando la “pubblica opinione” fino a far credere che quegli abusi siano “accettabili”.

La “minaccia Frattini” è solo uno fra tanti pericoli. Ci sono stati per molti anni e continueranno a esserci. Per questo abbiamo bisogno di “cani da guardia”, come EDRI in Europa e ALCEI in Italia, che sappiano sorvegliare – e, quando occorre, mordere.

Non possiamo fermarli definitivamente, perchè qualsiasi cosa si faccia inventeranno qualche nuovo trucco. Ma possiamo evitare che prevalgano del tutto.

(Contributo di Giancarlo Livraghi per ALCEI)


In inglese Web search for bomb recipes should be blocked: EU (10.9.2007)
http://www.reuters.com/article/internetNews/idUSL1055133420070910

Comunicato ALCEI – 11 settembre 2007
http://www.alcei.it/?p=123

Frattini e il Grande Fratello: prove tecniche di neolingua (17.9.2007)
http://www.interlex.it/regole/corrado36.htm

Google ha bocciato la proposta di Frattini (14.9.2007)
http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scienza_e_tecnologia/google6/frattini-ricerche/frattini-ricerche.html

In inglese Prum Convention (7.7.2005)
http://www.ictlex.net/wp-content/Prum-ConventionEn.pdf

In inglese An update on the Peppermint affaire (15.5.2007)
http://blog.andreamonti.eu/?p=26

Cassandra (giugno 1996)
http://gandalf.it/free/cass.htm

La sindrome cinese (aprile 2006)
http://gandalf.it/nodi/azzardo.htm

Una serie di articoli sulle “crociate” (dal 1998 al 2006)
in http://gandalf.it/free/

Sciacalli, sciocchi e sciagurati (settembre 2001)
http://gandalf.it/arianna/sciagura.htm

In inglese The network society as seen from Italy (6.4.2000)
http://gandalf.it/free/cfp2000.htm http://gandalf.it/free/monticfp.htm

In inglese Internet freedom, privacy and culture in Italy (and the activity of NGOs) (febbraio 2000)
http://gandalf.it/free/ifp.htm

“Un’idea esplosiva”: frattinizzare.js

In italiano http://www.sclerosi.org/frattinizzare.php

In tedesco http://www.spreeblick.com/2007/09/15/bombenidee/

In francese http://www.spreeblick.com/2007/09/15/une-idee-de-bombe-frattinizerjs-a-telecharger/

Comunicato ALCEI del 10 gennaio 2007

“Decreto Gentiloni” e contrasto alla pedopornografia.

Il 2007 si apre con un provvedimento che conferma la linea repressiva e censoria, più volte denunciata da ALCEI già da molti anni (vedi, fra i più recenti, i comunicati del 13 febbraio 2006 e del 28 febbraio 2006),che oggi più che mai sta interessando l’attività del Legislatore e della magistratura. Stavolta si tratta in massima parte di applicazioni della legge 38/06,che ha modificato la legge 269/98 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù), e, in particolare, grazie ad un Decreto Ministeriale a firma del ministro Gentiloni, dovrà essere istituito da parte del ministero degli Interni il “Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia” a cui saranno affidati compiti di raccolta delle “segnalazioni provenienti anche dagli organi di polizia stranieri e da soggetti pubblici e privati impegnati nella lotta alla pornografia minorile, riguardanti siti che diffondono materiale concernente l’utilizzo sessuale dei minori avvalendosi della rete internet e di altre reti di comunicazioni, nonchè i gestori e gli eventuali beneficiari dei relativi pagamenti”. Il Centro nazionale dovrà
tenere e aggiornare l’elenco dei siti contenente materiale pedopornografico e trasmettere tutti i dati ai provider i quali, a loro volta, dovranno rimuovere la pagine web incriminate entro 6 ore dalla ricezione della comunicazione.
L’esperienza ha ampiamente dimostrato come questo genere di provvedimenti sia inefficace nella “protezione dei minori”, nella prevenzione o repressione delle violenze, eccetera, mentre apre la strada a ogni sorta di censure, divieti e invasività che si possono applicare indiscriminatamente a ogni specie di informazione od opinione “sgradita”.
Non si ha ancora notizia delle modalità tecniche mediante le quali i provider dovranno realizzare questo “filtraggio”, ma tutto ciò che si può sapere finora tende a confermare che, purtroppo, nulla è cambiato – anzi la situazione tende a peggiorare.

Comunicato ALCEI del 26 novembre 2006

La violenza giovanile e il caso Google: ennesimo pretesto per invocare censura e repressione.

Alcuni minorenni si sono ripresi mentre vessavano un “disabile” e poi hanno pubblicato un filmato della vicenda su Youtube (il servizio, appena acquistato da Google, che consente agli utenti di pubblicare in autonomia i propri video).

Come e’ noto, quell’ignobile comportamento non e’ un “caso isolato”. Ma se il clamore suscitato da un particolare episodio ha portato, da un lato, ad affrontare un grave e diffuso problema di violenza e di malcostume (che non riguarda solo gli adolescenti) accade anche che, in una direzione del tutto diversa, diventi un enessimo pretesto di censura e repressione.

I commenti su questa sciagurata vicenda sono, in parte, indirizzati a temi seri: la responsabilita’ delle famiglie e degli educatori, la crisi dei valori, la diseducazione sociale. Ma, al tempo stesso, e’ stato colto il pretesto (come gia’ in molte altre situazioni nel passato) per invocare e attuare repressione e censura. Del misfatto si “incolpa” l’internet ­ mentre e’ chiaro che la disgustosa idea di mettere online un filmato ha portato all’identificazione dei fatti e dei colpevoli (che altrimenti potrebbero essere rimasti, come in troppi casi, ignoti e impuniti).

La vicenda ha fatto riemergere con prepotenza le richieste di stabilire la responsabilita’ oggettiva dell’internet provider (renderlo, cioe’, automaticamente responsabile delle azioni di chi utilizza i suoi servizi).

Esponenti politici hanno annunciato l’ennesimo disegno di legge (sembra, diretto a ottenere dal minore il “consenso scritto” dei genitori per l’uso della rete) con l’aggravante che, stavolta, e’ stato addirittura aperto un procedimento penale nei confronti dei rappresentanti italiani di Google Inc.

Sarebbe palesemente assurdo se (come interpretato in alcuni dibattiti, articoli di giornale e programmi televisivi) si considerasse “responsabile dei contenuti” un motore di ricerca. Ma, anche se il procedimento contro Google si basasse su fatto che ora e’ proprietaria di Youtube, si tratterebbe di una grave distorsione delle responsabilita’ e di un ennesimo tentativo di repressione che, da un episodio particolare, potrebbe facilmente allargarsi a forme estese di
censura.

Siamo di fronte alla solita inaccettabile ipocrisia di chi invoca (o annuncia di approvare) leggi repressive a “senso unico”, dimenticando che l’Unione Europea e l’Italia hanno gia’ affrontato e risolto il problema della responsabilita’ del fornitore di servizi internet. La direttiva 31/00 recepita in Italia dal decreto legislativo 70/2003 dice chiaramente che non esiste un obbligo generale di sorveglianza preventivo a carico del fornitore di servizi internet. Solo a fronte di un provvedimento esecutivo della pubblica autorita’ e’ possibile rimuovere o renderere indisponibili contenuti o servizi.

(In questo caso, lo staff di Google e’ stato addirittura “piu’ realista del re”, avendo rimosso il video in questione non appena si e’ reso conto della sua presenza e senza aspettare l’intervento delle autorita’).

E’ dunque incomprensibile (se la notizia sara’ confermata) a che titolo la Procura di Milano abbia aperto un provvedimento penale nei confronti dei rappresentanti di Google Italia.

Viceversa, politici e mezzi di informazione fanno finta di non sapere che esistono gia’ precisi obblighi normativi che impongono ai genitori il controllo sull’operato dei minori e stabiliscono la loro
responsabilita’ giuridica sul comportamento dei figli. Ma, con tutta evidenza, si preferisce sfruttare l’occasione per invocare provvedimenti dettati dall’emozione e sbagliati nella sostanza,
piuttosto che affrontare con serieta’ le vere radici del problema.

Fin dal 1996 ALCEI ha denunciato, anche in sede comunitaria, la volgare strumentalizzazione di un tema grave e delicato come quello della protezione dei minori, per fini di mera propaganda politica e interessi di bottega. Strumentalizzazione che si e’ tradotta in leggi che non garantiscono alcuna tutela reale alla persona abusata, ma che, al contrario, consentono abusi di potere e disinformazione. E, quel che e’ peggio, rinforzano pregiudizi culturali e oscurantisti non solo nei confronti delle tecnologie dell’informazione, ma anche, e soprattutto, della liberta’ di opinione e dello Stato di diritto.

ALCEI e’ a disposizione di chi volesse approfondire il tema
e-mail alcei@alcei.it
telefoni 02-867045 335-566899 347-8618164
fax 02-39195246

Comunicato ALCEI del 15 settembre 2006

Data retention e diritti fondamentali dei cittadini in Europa.

Sul problema della data retention e della sorveglianza di massa che alcuni governi stanno avallando grazie all’emanazione di leggi ad hoc, argomenti dei quali ALCEI si e’ gia’ occupata molte volte, si segnala un nuovo intervento a livello europeo. L’iniziativa di Digital Rights Ireland, che ha presentato un ricorso alla Corte di Giustizia Europea,e’ sostenuta da sedici organizzazioni internazionali, fra cui ALCEI.

Qui di seguito si pubblica una traduzione del comunicato diramato da Digital Rights Ireland.

Il gruppo irlandese impegnato sul fronte dei diritti civili digitali Digital Rights Ireland (DRI) ha avviato un’azione verso la Corte Suprema contro il governo irlandese, il quale sta sfidando le nuove leggi europee ed irlandesi adoperando sistemi di sorveglianza di massa. Il presidente di DRI ha avuto modo di notare che: “Queste leggi richiedono alle compagnie telefoniche ed ai provider di servizi internet di spiare tutti i loro clienti, tenendo traccia dei loro movimenti, delle loro telefonate, delle loro email e degli accessi verso la rete internet, e di conservare queste informazioni per almeno 3 anni. Si potra’ accedere a queste informazioni senza necessita’ di alcun provvedimento di un magistrato e senza alcuna rispetto di garantismo verso i cittadini. Noi siamo convinti che questo sia un pericolo per i diritti fondamentali. Abbiamo scritto al governo sottolineando le nostre preoccupazioni ma, dal momento che nessun’azione e’ stata intrapresa, siamo stati costretti ad adire la via giudiziaria”.

“Di conseguenza, abbiamo lanciato ora una sfida giuridica al potere del governo irlandese che vuol far passare queste leggi. Secondo noi esso e’ contrario sia alla costituzione irlandese sia alle leggi irlandesi ed europee sulla protezione di dati e la riservatezza”.

“Rivendichiamo, inoltre, l’affermazione che la Commissione europea e il Parlamento hanno il potere di emanare una direttiva sulla conservazione dei dati di traffico. Questo tipo di sorveglianza di massa e’ una violazione dei diritti umani, come indicato nella Convenzione europea su diritti umani e la Carta UE sui diritti fondamentali, che tutti gli stati membri dell’UE hanno firmato”.

“Se avremo successo, l’effetto sara’ quello di minare tutte le leggi sulla conservazione di dei dati di traffico nell’UE, non solo in Irlanda, e di rovesciare la Direttiva sulla data retention. Un precedente giurisprudenziale della Corte Europea di Giustizia che sancisca la contrarieta’ della conservazione dei dati di traffico rispetto ai diritti umani vincolera’ tutti gli Stati membri, le loro Corti e le loro istituzioni”.

Attacco alla vita privata

Il presidente di DRI prosegue: “Queste leggi sulla sorveglianza di massa sono un attacco diretto e deliberato avverso il nostro diritto ad avere una vita privata, senza indebite interferenze da parte del governo. Questo diritto e’ appoggiato anche nelle leggi nazionali degli Stati membri ed e’ anche esplicitamente stabilito nell’art. 8 della Convenzione europea sui diritti umani. Quest’articolo specifica che le autorità pubbliche possono interferire con questo diritto limitatamente e solo in circostanze ben definite”.

“Le informazioni verranno raccolte ed immagazzinate su chiunque, senza distinguere se si tratti di un criminale, di un poliziotto, di un giornalista, di un giudice, o di un cittadino ordinario. Una volta raccolte, queste informazioni sono completamente esposte ad utilizzi ed appropriazioni non consentite. Nessun argomento e’ stato speso per sostenere che leggi sulla conservazione dei dati di traffico faranno qualcosa per fermare il terrorismo o la criminalita’ organizzata”.

“Noi comprendiamo, naturalmente, che le agenzie governative dovrebbero avere accesso ad alcuni dati sulle chiamate telefoniche. Ma l’accesso deve essere proporzionato. In particolare, ci dovrebbero essere dei fondati motivi per andare oltre i sei mesi di conservazione dei dati di traffico gia’ previsti per motivi legati alla fatturazione. Ne’ la Commissione europea ne’ i corpi di polizia europei hanno previsto un caso per cui ci possa essere necessita’ di conservare i dati di traffico per anni”.

“La conservazione dei dati di traffico, per come viene disciplinata in Irlanda e strutturata dalla Direttiva sulla data retention e’ un’ingiustificata sorveglianza di massa. Il Governo sta deliberatamente registrando informazioni sui cittadini innocenti senza averne motivo”.

Questioni giuridiche sottese

Questa azione e’ rivolta verso la legge sulla conservazione dei dati di traffico contenuta nella Irish Criminal Justice (Terrorist Offences) Act del 2005 e nella Direttiva europea sulla data retention emanata nel 2006. Questa azione e’ stata istruita presso la Corte Suprema dal procuratore legale McGarr per conto di DRI, chiamando come imputati il Ministro per le Comunicazioni, Marittimo e Risorse Naturali, il Ministro della Giustizia, Uguaglianza e delle Riforme, il Garda Commissioner d’Irlanda e l’Avvocatura Generale dello Stato. DRI chiedera’ alle corti irlandesi di rinviare la Direttiva alla Corte Europea di Giustizia per ottenere una decisione circa la sua validità.

Supporto internazionale

Digital Rights Ireland e’ il solo gruppo che sfida a queste leggi, ma e’ sostenuto da molti gruppi interessati a questioni inerenti la privacy e i diritti civili.

Danny O’Brien della Electronic Frontier Foundation ha commentato:

“La direttiva sulla conservazione dei dati di traffico nell’UE e’ un’invasione eccessiva del riserbo e della sicurezza di tutti i cittadini europei. La registrazione obbligatoria e la conservazione delle telefonate dei cittadini europei da parte dei gestori telefonici e dei comportamenti online da parte dei provider internet creano un precedente per sorveglianze di massa e con tutta probabilita’ portera’ a soffocare la libertà di espressione sulle questioni politiche e sociali, che sono proprio il centro di una democrazia efficiente. La sfida lanciata da Digital Rights Ireland aiutera’ a proteggere non solo i diritti fondamentali dei cittadini europei, ma anche quelli degli abitanti di altri Paesi che abbiano intrapreso lo stesso percorso”.

Altre organizzazioni che supportano l’iniziativa sono:

ALCEI (Electronic Frontiers Italy), Italia
Digital Rights, Danimarca
EDRI (European Digital Civil Rights), Europa
Electronic Frontier Finland, Finlandia
Electronic Frontier Foundation, Stati Uniti
FITUG (Förderverein Informationstechnik und Gesellschaft e.V.), Germania
Foundation for a Free Information Infrastructure, Europa
Internet Society, Bulgaria
IRIS (Imaginons un Réseau Internet Solidaire), Francia
Liga voor de Mensenrechten (League for Human Rights), Belgio
luridicum Remedium, Repubblica Ceca
Netzwerk Neue Medien, Germania
Open Rights Group, Gran Bretagna
Privacy International, Gran Bretagna
Quintessenz, Austria
VIBE!AT (Austrian Association for Internet Users), Austria

Contatti:

Telefono: TJ McIntyre on 087 2075919
Email: contact@digitalrights.ie
Web: www.digitalrights.ie

Background per la stampa:

The initial letter from DRI threatening legal action is outlined here:
www.digitalrights.ie/2006/07/29/dri-challenge-to-data-retention/#more-40

Media coverage of that letter is summarised here:
www.digitalrights.ie/2006/08/06/media-roundup-data-retention/

The Irish Times dealt with the letter in an editorial here:
www.digitalrights.ie/2006/08/08/irish-times-endorses-data-retention-case/

Per informazioni e approfondimenti:
02-40030031 335-5668996 02-867045 alcei@alcei.it